RELAZIONE FINALE DELLA COMMISSIONE GIUDICATRICE
MOTIVAZIONI DEI PREMI
Quinto premio a FRANCESCO PELLEGRINI, il cui testo si sofferma innanzi tutto sulla “variante interpretativa” del titolo del romanzo, dall’originale Lingua a Una dolce voluttà, nella traduzione italiana. Il nucleo concettuale della “variante interpretativa” dimostra una sensibilità critica per il fatto letterario. Del romanzo, viene peraltro compiuta un’analisi scorrevole.
Saggio per la III edizione del concorso a premi:
“Leggere gli autori coreani contemporanei-2011“
Sul romanzo “Una dolce voluttà” di Kyung Ran Jo
Di Francesco Pellegrini
Il cibo addolcisce le pene d’amore o le inasprisce? Non sembra troppo audace credere che la scrittrice coreana Kyung Ran Jo, autrice del romanzo “Una dolce voluttà” possa aver riflettuto su questo quesito. La narrazione ruota attorno ad un perno rappresentato dal cibo, le prelibatezze culinarie, le variegate e minuziose descrizioni delle ricette, l’aneddotica ricorrente e didascalica. È la protagonista, la vera e unica attrice in scena che ci svela i segreti reconditi della refezione, e da queste sue continue e appetitose descrizioni, noi lettori ricaviamo un ritratto molto ben dettagliato della sua personalità. Inoltre, è il punto di vista della narrazione in prima persona che riesce a tratteggiare la psicologia della protagonista e la visione del mondo che la circonda; Chong Chiwon, la protagonista, e il suo essere continuamente sospesa tra lucidità e delirio, gioia e dolore, eccitazione e sconforto, gratifiche e privazioni.
“Una dolce voluttà” è la traduzione libera in lingua italiana del titolo originale del romanzo: Hyo, “lingua”. La lingua intesa come sede del senso del gusto, delle papille gustative grazie alle quali apprezziamo ogni sorta di cibo come un piacere piuttosto che come mero sostentamento. La scelta accattivante del titolo, proposta nella traduzione dal coreano da Vincenza D’Urso, è connessa al godimento provocato dall’assunzione di nutrimento e dall’attività sessuale. “Voluttà” è termine legato alla sfera dell’erotismo, a un piacere intenso percepito attraverso l’atto, scaturito sovente da un alimento afrodisiaco che stimola pulsioni connaturate, e “dolce” perché i veri piaceri rifuggono l’amarezza: “La persona con cui riesci a mangiare è anche quella con cui puoi fare sesso, e la persona con cui riesci a fare sesso è anche quella con cui riuscirai a mangiare”, quasi un legame inscindibile che accoppia queste due fonti di letizia. È una variante interpretativa intrigante e ardita che maschera ed elude una traduzione letterale pertinente alla materia maneggiata ma probabilmente di scarso impatto. Un titolo alternativo quindi, ricco di significato e suggestione, che associa l’erotismo all’appagamento gastronomico e che offre a noi lettori un “assaggio”, è il caso di dirlo, di quelli che saranno gli argomenti trattati all’interno del libro.
Consci perlomeno di aver intuito quelli che saranno gli argomenti trattati nel romanzo, ci si avventura nella lettura, e si nota come vi sia una scansione temporale ben definita divisa in sezioni intitolate ai primi sette mesi dell’anno. Raggruppamenti meticolosi di capitoli, una fabula nella quale s’interseca un intreccio di ripetuti flashback, specialmente all’inizio; prolessi narrative, tasselli strutturati impeccabilmente che richiamano la vita precedente della protagonista, Chiwon, e aiutano a comprenderne lo stato d’animo attuale, cioè all’interno della fabula, le sfaccettature della depressione, dovuta alla relazione terminata con il suo ultimo fidanzato.
I flashback sono importanti nel ricostruire il passato prossimo del rapporto d’amore tra i due fidanzati, fatto di gioia, di serenità, e d’intensa voglia di vivere appieno i momenti d’intimo piacere. Si può immaginare il volto ridente di Chiwon nel descrivere i momenti trascorsi, ora oscurato e abbruttito da un equilibrio mentale instabile e da una sconfinata e dilagante tristezza. Quindi, la narrazione vera e propria, la fabula, inizia con il loro rapporto concluso: “Ho letto tanti di quei libri in cui la storia comincia con un uomo che incontra una donna, e poi i due s’innamorano. Ma la mia storia comincia con un amore finito”.
Chiwon, come menzionato in precedenza, è la protagonista del romanzo, raccontato in prima persona e perciò ancorato a una percezione soggettiva della realtà. Era studentessa universitaria prima di capire che la sua vera dote era di saper cucinare. L’”incontro” con un fagiano all’università la illumina su quale via dovrà seguire nel prossimo futuro; e l’iscrizione alla prima scuola di Cucina italiana aperta in Corea la convince che il suo destino è stato determinato e inciso su di un piatto di prelibatezze. Ora trentatreenne, Chiwon ritorna al ristorante lasciato quattro anni prima per aprire una scuola di Cucina. Il “Nove” è il ristorante italiano nel quale ha lavorato per diversi anni, dai ventitré ai ventinove, e “La Cucina di Won” è il luogo in cui Chiwon insegnava ai suoi allievi i segreti della Cucina, specialmente italiana, carpiti e appresi durante la sua lunga esperienza di cuoca. Da come ne parla il rapporto con la cucina è davvero intimo: “La cosa più importante in una cucina non è il cibo delizioso che vi si prepara, ma quanto si è felici mentre vi si sta. Ecco perché bisogna sempre uscire dalla cucina quando si sta così male”. Ora che il suo uomo l’ha lasciata per un’altra donna, l’indugiare all’interno della cucina che lui stesso ha progettato e costruito diventa una tortura: “Ricordo le sue parole con cui m’informava del suo desiderio di progettare una nuova casa che potesse ospitare la scuola di cucina, il suo studio e la nostra camera da letto”. La sua risoluzione allora diventa quella di chiudere la scuola di Cucina, e di tornare al “Nove” che le ha dato molto e che ha formato e forgiato la sua professionalità e la sua competenza in materia culinaria.
Chiwon non è certo felice, eppure si trattiene sovente in cucina. Il suo desiderio di fuggire dalla cucina perché luogo positivo che rischierebbe di contaminare con la sua negatività, di converso la porta a rimanervi. La cucina perciò sembra quasi diventare un ricovero dove può rifugiarsi dai suoi malesseri interiori, dove può pensare ad altro, a discapito di qualsiasi intrusione che possa ledere il suo equilibro mentale: “Io ho bisogno della mia cucina, per me è di vitale importanza continuare a lavorare”. Ciò si trasferisce direttamente al rapporto con il cibo; quasi morboso, anche se conserva un sostrato genuino e salubre. È talmente profondo il suo connubio con il cibo da sentirsi un tutt’uno con le sue creazioni, che porgeva all’uomo che amava e che ama tuttora; si percepisce un certo orgoglio di fronte all’apprezzamento delle sue pietanze e quindi anche di sé, perché ella stessa si sente parte di ciò che ha creato, amalgamata con il cibo che ha elaborato: “Quando le donne cucinano, non si limitano a preparare del semplice cibo. È possibile che nei loro piatti si nascondano anche sentimenti di rabbia, insoddisfazione, desiderio o tristezza. Ovviamente il cibo più delizioso è quello che contiene amore”.
Da queste affermazioni deriva la sua solerzia nel dare il meglio nella professione di cuoca. Non è solo affezione verso un lavoro risultante da una passione e quindi più sentito e apprezzato, ma è anche via di fuga e consolazione da un male interiore inguaribile che conduce alla depressione. Gioia e dolore quindi, anche per quanto riguarda l’assunzione del cibo al momento del distacco: “Rifiuto del cibo. Fu quella la prima paura che dovetti affrontare appena dopo che ci lasciammo. Rifiutare il cibo è un po’ come rifiutare una relazione, e se le cose peggiorano, può trasformarsi in una malattia pericolosa che ti porta al rifiuto completo di ogni contatto umano”.
Han Sokju è l’uomo che Chiwon ha amato, che ama, e che non smetterà di amare. È l’uomo nel quale si è imbattuta per la prima volta a Napoli durante uno stage culinario al quale ha partecipato. Lo incontrerà nuovamente al “Nove” attraverso un biglietto da visita, quasi un mese dopo. Bistecca innaffiata da un ottimo Barolo piemontese sarà l’ordinazione, e il desiderio che sia proprio Chiwon a cucinare per lui sarà esaudito. Un accostamento ricercato e apprezzato, grazie al quale avrebbe capito che l’uomo che aveva di fronte sarebbe stato una figura molto importante nella sua vita. È facile immaginare come la loro relazione sia iniziata proprio da qui, dal cibo, elemento imprescindibile che dà piacere e sostentamento. Allettare una persona con pietanze succulente risponde all’idea per cui il cibo è necessario per avere una buona attività sessuale; l’amplesso in un rapporto di coppia può essere susseguente a una cena pregevolmente allestita, e viceversa, un buon rapporto di coppia può essere rinsaldato da un lauto pasto. Chiwon avrebbe sempre cucinato per lui dal primo sino al loro ultimo incontro, e Sokju avrebbe sempre gradito ed elogiato i piatti da lei preparati. “Sei una cuoca fantastica”, affermerà al momento dell’addio, senza abbandonarsi però a pensieri libidinosi.
Una relazione durata ben sette anni, prima di terminare con il più classico dei tradimenti, Sokju s’innamorerà di un’allieva del corso di cucina della fidanzata; ciò avviene l’autunno dell’anno precedente al tempo della narrazione. Yi (Lee) Seyon è un’ex modella che ha abbandonato le passerelle a causa di un infortunio. Seyon ad ogni modo conserva sempre il suo fascino e la sua avvenenza: “Ogni piccola parte di lei sembrava essere stata costruita con la massima cura”. Ella sa di essere bella e questa sensazione s’intuisce dai suoi atteggiamenti: “Era quel tipo di donna che mal sopportava di non essere notata”. Chiwon comprenderà subito dagli sguardi maliziosi che il fidanzato e la modella s’indirizzano, che la sua relazione potrà essere compromessa da questa intrusione; il suo fidanzato, infatti, non rimane immune al fascino e alle forme dell’ex modella. La competizione tra le due donne si manifesterà quasi subito nel momento in cui la frequenza delle visite in casa loro, oltre che delle sedute del corso, aumenterà considerevolmente.
“Galeotto fu il cibo”, è proprio il caso di dirlo, dove il cibo stesso diventa mallevadore del tradimento, come garante lo fu Galehaut per la regina Ginevra che la fece cadere tra le braccia di Lancillotto. È proprio il cibo che inconsapevolmente predispone il talamo dell’infedeltà e l’inevitabile fornicazione che coinvolgerà inaspettatamente Chiwon; li sorprenderà in flagrante durante l’atto decidendo di non intervenire, affettando paragoni culinari fantasiosi. Seyon aprirà anch’ella una scuola di cucina seguendo le orme della sua precedente insegnante. Pare, però, che l’allievo non superi il maestro, sebbene non sia dato saperlo a noi lettori se l’assunto si possa ritenere veritiero, poiché le affermazioni sono filtrate dalla narrazione in prima persona e dalle graffianti illazioni sulla professionalità della rivale. Chiwon ironizza apertamente sull’inesperienza della sua allieva e sulla sua presunzione. Sokju come nel caso di Chiwon è l’architetto che progetta la cucina, e Seyon ne diventa insegnante; un proposito intrinsecamente consensuale tra i due fidanzati quindi, che mira secondo Chiwon a foraggiare il gossip piuttosto che a esibire contenuti culinari degni di nota.
Anche se pare aver perduto definitivamente l’uomo che ama, la speranza di riaverlo tra le sue braccia non tende a venire meno: “Due linee oblique, prima o poi, sono destinate a incontrarsi in un punto imprecisato; è solo una questione di tempo”. Chiwon, indefessamente ogni qual volta lo vede tornare a casa cerca di ammansirlo e allettarlo con la proposta di cucinare per lui qualche pietanza che è risolutamente respinta aumentando il suo scoramento. Il cibo è motore che dà speranza, rappresenta un modo per riconquistare ciò che è stato perduto. Ora però egli ha un’altra relazione e non crolla di fronte alle prelibatezze decantate dall’ex fidanzata. La rassegnazione la attanaglia e non le dà possibilità di divincolarsi.
La sua dedizione al lavoro aumenta proporzionalmente alla sua afflizione. I viaggi in Italia per acquisire nuove ricette e i Summit Mondiali dei Gourmet diventano un modo per capire se riuscirà mai a dimenticarsi il suo ex fidanzato: “Devo riuscire a capire se il nostro è stato un amore vero”. Comincia a soffrire anche di crisi d’insonnia; il malessere è strisciante e non riesce a levarselo via di dosso. Dimagrisce repentinamente, e questa condizione amplifica il suo disagio. È un disagio che addirittura si mostra apertamente in occasione dell’episodio osceno e incomprensibile della metropolitana. La competizione con la sua rivale in amore si percepisce nei suoi gesti e nelle sue parole, soprattutto nel giudizio negativo che dà della nuova avventura mediatica piuttosto che culinaria intrapresa da Seyon: “Lei potrà anche avere un corpo perfetto, ma io ho avuto in dono questa mano”. Ed è proprio con la sua mano e con le sue sapienti capacità che sarà “costretta” a cucinare per i due fidanzati e per i rispettivi genitori che si tratterranno al ristorante “Nove” per la serata: “Una cosa che amo ancora meno è cucinare per la donna di cui si è innamorato il mio uomo”. È talmente alta la considerazione che hanno dell’abilità straordinaria di Chiwon che i due fidanzati riescono persino a mancare di tatto, in una situazione in cui sembrerebbe che la richiesta azzardata sia appositamente espressa per accrescere la rabbia della protagonista piuttosto che per tesserne le lodi.
Il libro è inoltre affollato da personaggi che si potrebbero definire comprimari, rispetto ai tre personaggi principali che “muovono” gli ingranaggi della narrazione. Sono personaggi in parte importanti nell’economia del testo, per i quali la protagonista nutre un certo affetto, ma che non riescono a migliorare il suo stato d’animo. Sono personaggi che hanno i loro problemi e che inconsciamente rendono partecipe Chiwon delle loro piccole o grandi difficoltà, delle loro angosce e dei loro turbamenti, del loro “male di vivere”, i quali influiscono in modo negativo sul suo equilibrio psicofisico. Questi sono: lo zio alcolizzato, la nonna scomparsa, l’amica Munju, il cane Paulie, il capo chef del ristorante “Nove”, sino ad arrivare quasi ad accennare al manager Pak, al direttore Choe del ristorante “Mido” e ai cuochi del “Nove”.
Lo zio e la nonna sono i soli parenti citati all’interno del libro, non è riscontrata nessun’altra presenza familiare. I genitori non sono contemplati nell’economia del racconto.
Chiwon nutre un forte attaccamento nei confronti dello zio alcolizzato, ospite della clinica nella quale svolgeva il suo lavoro di medico, prima della terapia riabilitativa alla quale si sta sottoponendo: “Lo zio si spogliò del camice da medico e, barcollante entrò nello stesso ospedale in cui aveva lavorato”. Lo zio si è abbandonato agli eccessi dell’alcol in seguito alla dipartita della sua consorte suicida; un grosso colpo che lo ha portato a dipendere da questo sordido nemico. Si è giunti anche a presumere che potesse essere affetto dalla Sindrome di Korsakoff. Lo zio arriva anche a farsi del male in maniera inequivocabile: “Ancora non riesco a dimenticare l’orribile scena a cui fui costretta ad assistere, quando colsi lo zio a ingoiare il mio tonico per il viso a base alcolica. Lo zio diceva che il suo era un mal d’amore, ma ai miei occhi il suo stato d’animo rivelava semplicemente fino a che punto una donna può rovinare un uomo”. Chiwon partecipa alle sedute di terapia familiare, sembra quasi che le condizioni dello zio migliorino, i riscontri delle cure di disintossicazione sono positivi: “Il percorso di cura consiste in tre stadi: la disintossicazione, la riabilitazione e l’adattamento sociale. Lo zio mi dava l’impressione di aver raggiunto il secondo”. Lo zio è conscio della sua situazione, e proprio perché ha vissuto un’esperienza traumatica così mortificante per l’animo, sostiene la nipote al fine di evitare che ella stessa possa arrivare a commettere i suoi errori a causa di pene d’amore insanabili. Infatti, Chiwon è smarrita e confusa e sente di vivere profondamente una situazione problematica affine a quella dello zio, un mal d’amore che porta all’autodistruzione.
È menzionata altresì la moglie dello zio nel ricordo di Chiwon, la vera artefice involontaria del male del parente, e il ritratto che ne fa non è certo tinteggiato con colori corruschi. La consorte dello zio soffriva di una nevrosi classica, e decise di impiccarsi ignuda spalmandosi addosso dell’olio. La descrizione è volutamente canzonatoria, anche se forse corrispondente alla realtà dei fatti. Chiwon odia la moglie dello zio, non si sa se giacché aveva una particolare repulsione per il cibo o aveva fatto soffrire lo zio dopo la sua morte. Nonostante il poco affetto nutrito nei suoi confronti, Chiwon non si esime dal cucinare per lei, pensando di curare la sua presunta avversione nei confronti del cibo, affinché possa trovare pace in un’altra vita.
L’altra figura importante nella vita di Chiwon è rappresentata dalla nonna scomparsa, menzionata sporadicamente e sempre con grande affetto. Chiwon conserva di sua nonna, forse madre dello zio, un ricordo vivido e benefico, immutato e affettuoso. Chiwon prova il desiderio di emulare un ambiente familiare nel quale vuole immergersi nuovamente; fa tesoro dei consigli e dei precetti della nonna, anche e soprattutto in fatto di Cucina: “La mia sensibilità e conoscenza dei sapori è interamente frutto delle particolarissime capacità educative della nonna”. Il ricordo è così scolpito nella memoria da indurla a cucinare per la defunta nel giorno commemorativo della sua morte assieme all’amica Munju.
Yo Munju è una reporter, giornalista per la rivista “Wine & Ford”. Chiwon l’ha conosciuta durante un servizio fotografico che ha avuto luogo nel ristorante “Nove”. Subito è nata l’amicizia, soprattutto in seguito a un’incomprensione per cui Chiwon ha esortato la reporter ad assaggiare la pietanza preparata per l’occasione, anatra arrosto con spinaci, non fermandosi a utilizzare solamente la vista. L’amicizia con la coetanea Munju diventa così intima da convincere la reporter a confidarsi con l’amica, a raccontarle il suo rapporto controverso con il cibo che da piccola la faceva diventare o troppo magra o troppo grassa, incorrendo sovente nelle ire del padre, persona severa con la quale era in conflitto e non riusciva a dialogare, suo unico genitore dopo la morte della madre al tempo in cui la figlia era ancora una bambina. Sollecitando Chiwon ad aprire una scuola di Cucina, diventerà in seguito sua allieva, per convincersi a vincere le sue scelte alimentari poco bilanciate. Chiwon le ha fatto riscoprire che il cibo non serve solo come fonte di sostentamento, ma anche e soprattutto suscita sensazioni profonde: “Lei non stava evitando il cibo, ma lo usava per superare la sua stessa paura di mangiare”. Chiwon la guida verso una corretta assunzione alimentare ogni volta che l’amica frequenta il ristorante oppure casa sua. È un’amicizia con una connotazione strettamente legata al cibo. Munju, però, conserva sempre la paura di ingrassare, e ha ancora remore nei confronti del sesso: “Ora Munju ama mangiare ma, sebbene l’istinto sessuale di base abbia una dimensione orale, ha ancora un rapporto difficile con il sesso”.
Come lo zio, anche Munju è una persona da “curare”; si somigliano, perché vivono di ricordi legati a episodi negativi di vita vissuta, a volte riandando nei sogni a ripercorrerli, turbandosi nel ricordarli ancora così chiaramente. Chiwon non può mancare di certo all’appello; anch’ella annaspante in un mare di tristezza. Finiscono per consolarsi a vicenda, non riuscendo però a risolvere i loro problemi.
Il rapporto con lo chef si collega alla professione di cuoca del ristorante “Nove”. Il suo ritorno è accolto con placida freddezza. Lo chef, nonostante sia a conoscenza della situazione di Chiwon, la riaccoglie assumendola nuovamente, dopo che ella aveva lasciato il ristorante per aprire la sua scuola di Cucina. Chiwon è visibilmente deperita e gli ammonimenti dello chef sulla sua fisionomia emaciata presto la investono incontrandone la sua intesa: “Lo chef aveva ragione. Non aveva bisogno di un cuoco che non mangiava”. Lo chef è solito essere scostante e poco comunicativo in apparenza. Il loro legame, però si rivelerà essere più stretto di là dalla quotidianità professionale sino a concretarsi in una scena molto intima che li vedrà coinvolti personalmente e che ispirerà a Chiwon molta tenerezza: Chiwon gli ricorderà la figlia scomparsa anzitempo. Chiwon riesce pure a inventarsi un alter ego di nome K. per cercare di prendere le distanze dalla propria personalità offuscata. I suoi colleghi non sono gli stessi con i quali aveva lavorato in passato, nessuno conosce i suoi trascorsi e questo la fa sentire sollevata e al sicuro.
Nonostante il suo uomo non viva più assieme a lei, la sua presenza si avverte dall’odore che rimane addosso al cane Paulie che l’ha rimpiazzato: “Ora il collo di Paulie conserverà il suo profumo per qualche tempo”. Paulie è il vecchio setter inglese dalla pelliccia rosso-oro che l’ex fidanzato le ha lasciato al momento della divisione dei beni. Sokju non può portarlo via con sé, perché altrimenti sfiderebbe l’insofferenza della sua nuova compagna: “A lei non piacevano i cani”. Paulie è rimasto a vivere con Chiwon; è un animale, ma percepisce dall’istinto il malessere della sua padrona, o per lo meno questa è la sensazione provata dalla protagonista: “So che lui cercava di comprendermi se io dormivo troppo a lungo, o se al posto dell’acqua gli versavo succo d’arancia nella ciotola”. Paulie è stato respinto dal padrone come lo è stata Chiwon. L’abitudine di trascorrere il tempo assieme a Paulie è permeata da un profondo senso di tristezza e di solitudine; il migliore amico dell’uomo comprende la sua padrona, cerca di sollevarle l’umore, ma in sostanza “vive” la sua stessa condizione di abbandono. Capita sovente che la padrona si dimentichi di mangiare, e ciò ricade anche su Paulie; non è raro, infatti, che si scordi di nutrirlo. Il setter ha nostalgia per il padrone e tende a fare dispetti a Chiwon, come portare fango o animali morti in casa. Una commistione di piccoli incidenti provocati da Paulie e mal sopportati da Chiwon e una mancanza di sopportazione verso un animale che le ricorda troppo da vicino il suo vecchio compagno, fa sì che il cane sia riportato dal suo vero padrone. Paulie, infatti “è il suo cane”. Seyon si mostra sin da subito riluttante a tenerlo e le conseguenze di questa ferma decisione si manifesteranno in una crudeltà inspiegabile e ingiustificabile. È Sokju a riferire a Chiwon della disgrazia, rammaricandosi per l’incidente e provando una sottile vena di tristezza. Chiwon se ne rattrista, e non poco; ora la sua casa è completamente affollata da sentimenti rabbiosi e repressi: “Non sono più sola ad abitare in questa casa: mi fanno compagnia un amore incompleto, il mio rifiuto e la mia rabbia, e il povero Paulie morto. La loro miracolosa presenza è reale, proprio come la sensazione delle mie unghie che scavano nella mia mano”.
La morte del setter può rappresentare in parte una svolta nell’animo di Chiwon. Con uno zelo sempre più crescente le sue competenze, conoscenze, ed esperienze in Cucina aumentano considerevolmente. È un piccolo colpo di scena che la trasfigura, ne muta in parte la capacità di reazione. Sente di dover diventare una grande cuoca, quasi uno spirito di rivalsa nei confronti della depressione e dell’abbattimento che la stanno schiacciando. Prodigandosi alacremente, i suoi sforzi, la sua dedizione e la sua acribia saranno premiati: dopo soli cinque mesi dal suo ritorno sarà promossa sous Chef del “Nove”, le sue mansioni ora saranno quelle di supervisionare tutto ciò che accade in cucina. Una posizione di assoluto prestigio che sarà cominciamento di altre gratificazioni di là da venire. Le sarà proposto persino di scrivere un libro di cucina dalla rivista per la quale lavora Munju: “Wine & Food”, offerta che sarà ricusata addossando la motivazione per cui lo stesso capo chef non aveva scritto ancora un libro. Motivo in parte vero, poiché ella stessa non è nello stato d’animo adatto a scrivere un libro; in passato invece aveva partorito questo desiderio: “Ora ricordo il libro di cucina che avrei voluto scrivere. Un libro sul cibo, che possa offrire i mutamenti positivi, le sensazioni ancora vivide, i gusti e la trama della mia gioventù, le fragranze dei ricordi e le storie che a essi si accompagnano”. Quasi uno scherzo del destino, poiché sarà lo stesso capo Chef a chiederle di scrivere un libro assieme a lui. Oltre a ciò, ci sarà il direttore Choe del “Mido” che, volendo aprire un ristorante italiano, le offrirà di diventare cuoca di questo nuovo ambiente a uno stipendio ben maggiore di quello percepito al “Nove”. La risposta sarà negativa anche in questo caso per debito di riconoscenza verso il capo Chef che a modo suo non le ha mai fatto mancare il suo appoggio.
È in quest’atmosfera di positività fuggevole, entrata improvvisamente nella sua vita, che la protagonista comincerà a meditare il latente desiderio di vendetta; non certo nei confronti dell’ex fidanzato, ma della donna che l’ha portato via da lei, dai suoi amplessi e dalle sue amorevoli attenzioni: “E’ davvero incredibile come tutto questo sia potuto accadere in soli sei mesi, ma ora so che è arrivato il momento di fare ciò che va fatto”. Il lettore attento e partecipe intuisce allora quale sia il significato insito nel titolo originale: “Lingua”. Diventa quasi metaforica la scelta da parte di Chiwon su come la vendetta possa essere consumata. Sarà la lingua grazie alla quale si avverte il piacere a esserne oggetto. Sarà la lingua nella quale risiede il senso del gusto a essere offerta come pasto. Sarà la lingua con la quale si assapora ogni pietanza ad appagare la voluttà. Chiwon si periterà di esperire le sue conoscenze in merito al modo migliore per cucinare la lingua di manzo. S’impegnerà a trovare la ricetta perfetta, aiutata nell’intento anche dal capo Chef, complice inconsapevole di un disegno molto più elaborato: “Questa volta lo chef non mi chiede se io sia veramente intenzionata a usare la lingua di manzo. Mi chiede se io voglia veramente preparare questa ricetta, in quanto avrà un gusto molto persistente e forte”. Riuscirà infine a creare un’ottima ricetta nelle sue migliori aspettative. Il suo ultimo desiderio, la ricetta perfetta, sarà l’ultima cosa che realizzerà al “Nove” prima di congedarsi con una lettera di dimissioni. Lascerà pure lo zio che non dissimulerà un dispiacere rassegnato nel distacco; è un addio avaro di parole ma ricco di sentimento: “Gli addii sono sempre difficili. Non puoi né piangere né ridere”.
La lingua di Seyon sarà gustata e assaporata dal suo uomo; non è certo ironia della sorte, è una macchinazione ben congegnata e ponderata dalla sua vecchia e sagace compagna. Il romanzo si chiuderà con questo colpo di scena inatteso, la prosa cambierà tenore e la protagonista svelerà compiacentemente particolari macabri e seducenti. Seyon sarà anestetizzata con chiodi di garofano, imbavagliata perché non possa gridare e legata perché non possa divincolarsi. Un momento importante e coinvolgente del romanzo è rappresentato da un monologo ininterrotto di Chiwon a Seyon avvinta dal terrore. Seyon è l’interlocutrice non-locutrice, testimone della lucida follia della protagonista. È un monologo allucinato in cui la protagonista ripercorre la scena del tradimento al quale ha assistito, episodio che l’ha fatta molto soffrire, interponendo discorsi di cucina ridondanti e surreali che allungano l’agonia di Seyon e la spossano indicibilmente. Seyon è in uno stato d’incoscienza e Chiwon è pronta a reciderle la lingua: “La lingua ha davvero degli aspetti particolari. Sembra perfetta nel suo essere, eppure è superficiale. Si dice che ciò che esce dalla bocca scaturisca dal cuore. Perciò, se mi fai una promessa, la devi mantenere. Ecco ciò che voglio da te: quella cosa che hai nella tua buia bocca”.
Chiwon sceglie il tartufo come contorno per nobilitare la bistecca di lingua di Seyon. La ricetta è meticolosa e dettagliata; il tartufo esalta il sapore della lingua ed è un forte afrodisiaco. Durante la cena, Chiwon non perderà l’occasione per rimembrare a Sokju episodi felici trascorsi assieme. Egli però non ha intenzione di discorrere con Chiwon, ha solo voglia di consumare il suo pasto. È l’ultima volta che s’incontreranno; egli lo sa ed è per questo motivo che ha accettato l’invito, non potendo negarle quest’ultimo desiderio: “Allora questa cena è davvero l’ultima?”, sarà una delle innumerevoli domande di Sokju che sembrano manifestare il suo disagio. A Chiwon pare invece che egli si senta a suo agio nell’attesa di assaporare le pietanze che ella stessa con le sue mani ha preparato amorevolmente: “Mi sembra più rilassato, forse per l’attesa della cena, o perché sa che domani non sarò più qui”. Il pasto si compone di alcuni antipasti, anticipazioni doverose alla portata principale: una mela che odora di Seyon, dal momento che le è stata applicata sotto l’ascella in stato d’incoscienza per impregnarsi di sudore, e l’insalata di rucola e pompelmo. Il piatto principale giunge subito dopo: la lingua di Seyon è servita sotto gli occhi di Sokju con del Barolo, vino che aveva bevuto la prima volta che Chiwon aveva cucinato per lui al “Nove”. Sokju è perplesso sulla provenienza della lingua: “È davvero carne di manzo?”, le chiede per sincerarsene; domanda alla quale seguirà la risposta di Chiwon: “Beh, sai, nella mia ricetta c’è un ingrediente speciale”. Sokju sembra ad ogni modo apprezzare enormemente la pietanza, non ha dubbi sull’abilità di cuoca dell’ex fidanzata e le rinnova elogi sentiti. Chiwon riuscirà a strappargli un ultimo bacio, che Sokju non le potrà negare.
Il romanzo suscita emozioni forti che si concretano quindi con l’inatteso colpo di scena finale. La vendetta è l’ultima risorsa alla quale Chiwon ha ricorso al fine di riconquistare il suo uomo. La depressione ormai covata da lungo tempo l’ha portata alla lucida follia delle sue macabre risoluzioni. Determinata a compiere ciò che si era proposta, ha frainteso un amore genuino che divenuto patologico l’ha ammorbata. Un finale d’effetto, molto diretto, crudo e affascinante; una conclusione in cui l’arte di amare e l’arte di cucinare si abbracciano e si fondono tra di loro. Il pianto finale rappresenta poi la manifestazione di un sentimento interiore sano e sincero, di saviezza riacquisita, in un momento di felicità che la protagonista sa che dovrà vivere appieno e che forse non tornerà mai più.
Francesco Pellegrini
