Baliamo? (Storia romantica in due atti), atto 1, parte 1

Avevo compiuto quarant’anni e sentivo di essere ancora in lutto per qualcosa che non era ancora accaduto.

Ho qui davanti agli occhi la cartolina che Renjana mi ha inviata da Singapore su mia esplicita richiesta. Ho voluto approfittare di un suo viaggio per ricevere qualcosa che provenisse da lei, dalle sue amorevoli mani, anche se incoraggiare un ardimento che avrebbe potuto interpretare come troppo audace sarebbe stata da considerarsi mossa alquanto azzardata. Lo si sarebbe potuto interpretare come un tentativo che alludesse a successive iniziative più esplicite. Ad ogni modo il pretesto era arrivato all’occorrenza, dal momento che non ho idea di come questa nostra storia possa evolversi nell’immediato futuro. Ebbi l’ardire di avanzarle una richiesta, forse egoistica, che sapevo non mi avrebbe negata. Non avrebbe avuta difficoltà a reperire una semplice cartolina sulla quale riversare l’impeto delle sue emozioni. Ero rimasto in trepidante attesa di riceverla, curioso di sapere quali parole avrebbe vergate, selezionandole accuratamente con il cuore, e quale soggetto raffigurato nell’immagine avrebbe scelto per l’occasione. Attesi una decina di giorni.

La cartolina che ho tra le mani ha come soggetto un dipinto di Claude Monet, Le jardin de l’artiste à Giverny, opera conservata al musée d’Orsay di Parigi, scelta ricercata e suggestiva, a me molto gradita. Conosco la sua passione per l’arte. Le capita spesso di visitare musei e siti culturali quando viaggia all’estero. Mi sono solo un po’ stupito che non abbia scelto un monumento locale che ricordasse la Città del Leone. Non fa differenza quale soggetto le sia venuto più congeniale. Per quel che mi riguarda, avrebbe potuto scegliere qualsiasi cosa non offendesse il pubblico decoro. Forse ciò che ha voluto comunicarmi tramite la scelta del quadro va al di là di una mia comprensione superficiale. Dovrò penetrare anche le sue parole, le poche parole contenute in un cartoncino rettangolare, organizzate in frasi stringate ma significative, che a detta sua ha scritto di getto in aeroporto prima di partire, quasi a voler giustificare una potenziale noncuranza nell’espressione ermetica dei suoi sentimenti, sentimenti che però mi sarei ingannato a credere fasulli. Sarebbero apparsi autentici qualsiasi parola o espressione avesse utilizzate per comunicarmeli.

Avverto sentimenti contrastanti, i miei stavolta, che mi trascinano in un vortice di riflessioni inconcludenti; come tale è la percezione che ho della storia che si sta dipanando tra noi due: inconcludente. Il fatto è che dovrei sentirmi io maggiormente in colpa perché sento di temporeggiare troppo. Senza volermi autocommiserare, non potrebbe che ricadere solo su di me la colpa, che prolungo un’attesa nella mia inveterata indecisione.

La nostra storia a distanza sembra avere paradossalmente rafforzato il nostro legame. Finora oltre due anni di passione telematica non sono stati condizionati dalla lontananza intercontinentale che continua a separare i nostri corpi fisici, un distacco pur sempre considerevole nel conteggio dei chilometri, che però non ci ha impedito di essere vicini con il nostro spirito. C’è un qualcosa che seppur distanti ci lega. È forse quel filo rosso di quel racconto orientale che lega al mignolo le anime gemelle in qualsiasi parte del mondo esse vivano? È davvero confortante pensare come la nostra vicinanza nello spirito ci abbia tenuti uniti sinora, a distanza di più di due anni da quando ci siamo conosciuti per caso su un social network.

È capitato tutto per caso, con una compatibilità che ci ha trovati affini nelle nostre più particolari sfaccettature. Il suo gusto per l’arte mi ha trovato subito d’accordo, nonché la sua passione per la letteratura, a sostegno della quale non c’è bisogno che mi esprima, dal momento che mi capita di scomodarla sovente, quando vergo i miei componimenti. Il suo lavoro a contatto con i problemi sociali ed ambientali me l’ha elevata a persona con valori importanti da condividere. Il contributo che dà sensibilizzando la gente alla salvaguardia dell’ambiente è invero notevole. È fuor di dubbio che l’amore che prova nei confronti del suo Paese l’ha trovata determinata a perseguire i nobili obiettivi che il suo lavoro le ha posto come sfida.

Sicuramente con me ha condiviso diversi aspetti del suo carattere sin da subito. La sua espansività e la sua giovialità me l’hanno resa istintivamente simpatica. La sua intenzione primigenia sarebbe stata quella di venire in visita in Italia a trovare un’amica che viveva a Venezia. Poi è arrivato il Covid e non se ne era fatto più nulla, un ostacolo che però non ci ha impedito di continuare a sentirci virtualmente. Tuttavia, ora che sui viaggi all’estero pesano meno restrizioni, prenderei in giro me stesso se giudicassi che non vi sia un modo fattibile di incontrarla finalmente.  

Sto cercando di interpretare la narrazione che continua a svolgersi tra di noi perché spero di trovarvi il profondo significato di quel che lei va cercando. Quel che vo cercando io invece non saprei spiegarmelo mai. Ho intrapresa un’ardua impresa: sondare la psicologia femminile di una persona appartenente ad una cultura lontana e soprattutto ad un’etnia differente dalla mia, con il suo sostrato di abitudini e tradizioni variegate e lontanamente associabili alle nostre (se non quelle contaminate dall’influsso occidentale), ma non ho intenzione di scoraggiarmi per così poco.

Data la sua condizione di donna cristiana protestante di etnia Batak in una nazione a maggioranza mussulmana quale l’Indonesia, immaginavo che nella ricerca di un fidanzato i suoi orizzonti fossero un po’ ristretti. Ritenevo che le sue mire fossero indirizzate specialmente verso persone che appartenessero alla sua stessa confessione. La consideravo persona portata ad intraprendere preferibilmente una relazione con una persona che fosse della sua stessa religione, se non altro per aver già sperimentato un accoppiamento diverso che non doveva esserle rimasto indimenticabile. Il fascino galante che le donne orientali riscontrano nell’uomo occidentale potrebbe esser considerato un cliché confutabile, che si potrebbe argomentare con alcune riserve, ma generalmente del vero c’è sempre anche negli stereotipi più inossidabili, o se preferite, mi andava bene crederla a questo modo.

Ad ogni modo Renjana mi fece credere che le piacevo molto, usando verso di me i vezzeggiativi più dolci e mostrandosi a volte candidamente poco disinibita. Dovetti crederci con il tempo a questo suo effettivo interesse alla lontana, nonostante non contassi che questa nostra storia virtuale, la quale non poteva che ridursi ad un reciproco scambio di messaggi in serie su una chat di un social network, talvolta fitto talvolta rado, si protraesse a lungo nel tempo.

Eppure, siamo giunti a questo punto ed io non so ancora spiegarmi il perché di tutto questo. Ho bisogno di farmi un quadro completo della situazione, anche se la ragione in questo caso avrebbe difficoltà ad aiutarmi. Che io provi una reale affezione per questa ragazza che con il trascorrere del tempo mi ha sciolto il cuore con la sua vicinanza emotiva nei momenti di sconforto, non potrei negarlo a me stesso. Se siamo giunti a questo punto dopo un paio d’anni nei quali la pandemia ha vanificato le nostre possibilità d’incontro, ma non ci ha allontanati affatto con il pensiero, significherà forse che io dovrò credere a qualche destino prestabilito del quale un giorno o l’altro vedrò la sua perfetta realizzazione? Mi piacerebbe tanto crederlo, ma uno di noi due dovrà pur fare la prima mossa per potersi incontrare.

Mi ci potrei risolvere io, ma la scusa che addurrei sarebbe quella dei troppi impegni di lei che limiterebbero i nostri abboccamenti, per cui palleggerei preferibilmente, anche se sarebbe da dire “codardamente”, a lei la scelta di quando concertare il nostro primo incontro. La timidezza però potrebbe disorientarla, anche se la sento fortemente determinata verso questo obiettivo.

Per ora preferisco ragionare attraverso la fatica. Cerco di riflettere sotto sforzo su questioni di diversa importanza mentre svolgo un esercizio fisico a piacere. Fissarmi su un ragionamento astruso mi porta sovente a trovare il giusto equilibrio tra la fatica dell’esercizio fisico e la fatica dell’esercizio mentale. Forse propendere per un esercizio ginnico prostrante avrebbe portato consiglio, giovando al mio spirito; ovviamente avrei continuato ad avere sottomano la cartolina di Renjana che avrebbe agevolata la mia concentrazione.

Mi sto tenendo appoggiato rigidamente alla parete della mia camera da letto facendo dello squat isometrico, ma tenendo la mia gamba destra sopra la sinistra, quasi a voler imitare la stessa postura assunta da uno dei personaggi raffigurati sulla copertina dell’album dei Guns ‘N Roses, Use your illusion. L’opera è divisa in due parti che vantano la stessa raffigurazione in copertina, ma colorata con due tonalità differenti sullo sfondo, una calda ed una fredda. La copertina ritrae due studiosi di età classica racchiusi in uno scorcio mutuato dall’affresco di Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene. Il personaggio tra i due che spicca in risalto è quello che sembra fare squat isometrico con una gamba sopra l’altra a sostenere un quaderno sul quale è nell’atto di annotare qualcosa. Calandomi convenientemente in un soggetto da tableau vivant, a completamento della mia performance fui trasversalmente indotto per osmosi a infilarmi gli auricolari sulle orecchie e avviare l’album che mi aveva ispirato a cimentarmi con questo esercizio.

Galvanizzato dalla musica che eruppe prepotentemente dagli auricolari, mi raccolsi in concentrazione ignorando l’ambiente circostante. Cosa sarebbe accaduto che potesse scuotere il piatto andamento della mia vita attuale? Sì, certo, la sosta riflessiva in una dimensione spazio-temporale differente, di evasione totale, avrebbe potuto condizionare la mia esistenza favorendo lo svolgimento di accadimenti insoliti. Tralasciando l’ironia, ero conscio che l’assenza del secondo personaggio della copertina avrebbe mutilato la rappresentazione riprodotta di questo tableau vivant improvvisato nella dimensione nella quale mi ero addentrato. Per come si erano messe le cose e quasi si volesse trovare una logica in tutta questa associazione di idee bislacche, era chiaro come il sole che sarebbe giunto qualcun altro a completamento della raffigurazione.

Come nella copertina dell’album, e perciò nel quadro stesso di Raffaello, mi trovai affiancato casualmente da un personaggio che non avevo notato prima e che sembrava essersi materializzato uscendo dal muro sul quale ero appoggiato con la schiena, proprio lì accanto a me. Una tempesta luminosa avvolse interamente la camera. Sembrava fossero state accese un centinaio di lampadine contemporaneamente. Caddi tragicamente a terra per lo stupore mentre un lucore eccessivo mi sferzava violentemente.

Dal basso in alto cercai di mettere a fuoco la presenza che mi si era materializzata all’improvviso, a tradimento, essendone totalmente inconsapevole. L’abbigliamento o quel poco che potevo intravedergli addosso, abbacinato com’ero da una luce alla quale avrei dovuti abituare i miei occhi, era però differente dal vestiario del togato della Scuola di Atene e rimandava ad una tradizione culturale lontana innumerevoli eoni di distanza fisica e psichica. La sua figura mi aveva sovrastato dapprima nella stessa posizione dell’uomo dell’affresco, probabilmente incuriosita da quel che stavo leggendo. Non era escluso che fosse lì da diverso tempo a sbirciare i fatti miei. Nondimeno, sarebbe stato difficile crederlo, dal momento che il bagliore emanato dai suoi gioielli sovrabbondanti avrebbe destata la mia attenzione all’istante. Ristetti con il culo a terra cercando di capacitarmi se la rivelazione fosse veramente reale. Frattanto i suoi ornamenti attenuarono la loro luminosità rendendomeli più tollerabili alla vista.

Dovevo avere ancora la bocca aperta per lo stupore, poiché il figuro che dava l’impressione trattarsi della divinità della trimurti induista chiamata Vishnu mi guardò con beata compassione. Forse associava la mia appariscente meraviglia quale espressione personale di bhakti, la devozione infinita per le divinità, ma si sbagliava nella valutazione. Il mio desiderio era solo sapere da dove fosse entrato e cosa fosse venuto a fare in camera mia senza preavviso questo enigmatico figuro. Voleva forse qualcosa da me (che magari non sarei stato propenso a consegnargli)? Nonostante dovessi moralmente mostrare rispetto, e forse una sfumatura di venerazione, nei confronti di una divinità millenaria come Vishnu, nulla mi impediva di credere ad una situazione surreale, forse frutto della mia strampalata immaginazione, ovvero ad un’impostura coraggiosa, in tutti i sensi; di ciarlatani se ne vedono dappertutto che si possano agghindare persino in una maniera del genere senza pudore alcuno, sebbene il pubblico decoro d’oggigiorno non gradirebbe l’affronto.

Ad ogni modo potevo affermare di non gradire molto la sua bizzarra presenza, specialmente dopo che raccolse da terra la cartolina che mi era sfuggita di mano ed era scivolata sul pavimento proprio davanti ai suoi piedi divini. ‘Deve averla letta poco fa l’impiccione, vuole verificarne ancora il contenuto!’, non mi potevo ingannare e feci per alzarmi per strappargliela di mano, mentre vedevo aleggiare un sorriso divertito tra le sue labbra.

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