Renjana mi aveva parlato sovente che avrebbe preferito incontrarsi a Bali anziché a Giacarta. Mi aveva sempre parlato della capitale dell’Indonesia come una città caotica, congestionata da un traffico infernale, ma ci viveva e ci lavorava, per cui in qualche modo provava verso questa metropoli una certa affezione. Di Bali invece me ne aveva sempre parlato in modo entusiastico, esaltandone le qualità di isola pacifica, cosmopolita, vivace ed affollata di turisti, in cui la convivenza tra varie etnie e diverse confessioni trova la sua massima espressione. La meta esotica, per come se ne narra, infatti, mi è sempre apparsa suggestiva da remoto per il suo immemore spiritualismo che gioisce nel solleticare il turismo moderno in una forma squisitamente autoctona e magnificamente unica. La scelta aveva sempre destata la mia curiosità e ricevuto il mio apprezzamento. Ora che mi sarebbe stata data la possibilità di rifarmi gli occhi e godere del benefico influsso dell’atmosfera regnante in quell’isola speciale, non mi restava che verificare se anche l’incontro in loco con Renjana mi avrebbe data la possibilità di saggiare le stesse proprietà pacificanti per l’anima, o analoghe.
Volavamo sinuosamente nel cielo, librandoci attraverso fondali dipinti ad arte in continuo mutamento. Vishnu si era adoperato a pitturare il cielo che ci avviluppava nella nostra esclusiva dimensione e il risultato di questa trasformazione era invero stupefacente. Aveva accolto i miei desiderata, cosicché mi compiacevo di essere circondato da un’atmosfera prettamente artistica. Campiture di colore corrusco dai toni caldi cambiavano apparenza con scrupolosa cadenza vorticando e sovrapponendosi ad una velocità inimmaginabile senza però offendere la vista con la loro violenza. Non percepivo alcun tipo di temperatura esterna, e nemmeno corporea interna. Non mi pareva di essere neppure a contatto con i miei compagni di viaggio.
A cavalcioni di Garuda, o meglio, accomodatomi alla bell’e meglio, sistemato convenientemente il mio deretano sul dorso della cavalcatura e avvinghiato al busto blu chiaro di Vishnu, mi sarei potuto definire al sicuro, ma non riuscivo a percepire distintamente quel contatto con qualcosa di tangibile, umidiccio o raggelato che fosse. Che i miei sensi fossero ancora operativi e funzionanti? Sembrava che si fossero accorpati costituendo un unico senso universale che non lo si sarebbe potuto identificare come quello che noi consideriamo per convenzione quale sesto senso. Nel mio placido torpore sentivo che indipendentemente che avessi chiusi gli occhi o non lo avessi fatto non sarebbe occorsa alcuna differenza. Ero totalmente immerso in qualcosa che non avrei potuto identificare con qualcosa di reale.
Che fosse il prodotto illusorio della mia maya interiore che Vishnu aveva dedotto dai miei pensieri rielaborandolo in uno scenario allestito ad arte? Non avrei saputo affermare neppure se l’atmosfera attorno a me potesse essere paragonabile a quella reale. Stavo forse respirando in quei momenti? Pure il fondale variopinto sul quale ci stagliavamo in volo non me lo sarei riuscito a spiegare, nonostante mi fosse congeniale, avendolo in qualche modo richiesto. Mi sarei dovuto preoccupare che accadesse qualche episodio indesiderato durante il viaggio?
Mille ed altre domande mi avevano affollato la testa per tutta la traversata dalle tempistiche indefinite, ma riuscii ad ogni modo a trovare il tempo per prepararmi psicologicamente e moralmente all’imminente e lieto evento. Non era necessario che mi chiedessi se fossi pronto per questo incontro o se fossi quel poco nervoso, il che si sarebbe potuto facilmente comprendere. Non si sarebbe dato il caso, poiché l’intera faccenda aveva corroborato e temprato il mio spirito ardimentoso, e soprattutto non ero più giovanissimo da poter dare il destro alla sopravvenienza dell’imbarazzo o della timidezza in situazioni del genere. Dovevo solo felicitarmi del fatto che mi sarei incontrato per la prima volta con questa ragazza con la quale avevo intrattenuto un amorevole rapporto telematico di un paio d’anni. Le nostre piacevoli conversazioni virtuali si erano declinate sovente in timide speranze di potersi finalmente incontrare. Ora questa speranza pareva si stesse concretizzando sul serio. Sembrava proprio che stesse andando secondo i piani che erano stati formulati a mio beneficio e dei quali fino a poco fa ero rimasto ignaro.
Benché il volo maestoso di Garuda non mi avesse dato modo di avvertire alcuna turbolenza, istintivamente per evitare di cadere continuavo a tenermi avvinghiato al busto ignudo di Vishnu, senza provare alcuna sensazione al contatto fisico, quando proprio il ‘Conservatore dell’Universo’ mi avvisò che eravamo quasi giunti a destinazione. Non so per quanto tempo rimasi immerso nei miei pensieri, sta di fatto che né Vishnu né Garuda avevano accennato a riscuotermi con qualche loro intervento. Apprezzai sinceramente l’accortezza che ebbero di non turbare il mio raccoglimento interiore in attesa dell’incontro con Renjana.
L’indefinibile ambiente etereo che ci conteneva prese ad avvolgerci di colori che da infiammati com’erano di tonalità vivide e corrusche passarono ad ottenebrarsi in una transizione temporale quantificabile a livelli infinitesimali. L’oscurità era tornata ad avvolgere io e i miei due compagni di viaggio come nella notte del mio mondo reale. L’incanto era forse terminato lasciando spazio alle tenebre? Ero in una tale disposizione d’animo che non paventai alcunché di nefasto ed interpretai perciò questo cambiamento repentino come il segnale che avevamo raggiunta la nostra meta. La percezione di essere arrivati a destinazione me la diede altresì il corpo di Vishnu che prese a ricoprirsi di umidore. Istintivamente e quasi con repulsione mi sciolsi dall’abbraccio. Faceva veramente caldo ed anch’io mi accorsi che stavo sudando copiosamente.
Di fronte a noi le luci di Bali verso l’entroterra mi offrivano quel riferimento necessario per riuscire ad orientarmi in un ambiente che dapprima non avevo percepito come reale, o sentito come mio da addomesticare, ma che adesso concedeva la possibilità ai miei sensi di tornare operativi e funzionanti. Di fronte a noi, ma più in basso, si allargava in entrambe le direzioni il litorale di un’incantevole spiaggia, acquattata timidamente nella penombra lunare per essere solo vellicata dalle luci artificiali che provenivano dall’entroterra in lontananza, filtrate dalla vegetazione che la delimitava. Rimanemmo sospesi a mezzaria finché non accade un fenomeno singolare, l’ennesimo, come se non bastasse, come se non ne avessi d’avanzo.
Vishnu mi fece cenno di guardare in basso sotto di noi verso l’oceano che si estendeva dispiegando le sue onde verso la battigia. L’oceano assunse un rilassante colore lattiginoso che inzuppò di un soffuso lucore quella notte stellata dalle mille aspettative e si mise a gorgogliare come se fosse in ebollizione o qualcuno o qualcosa lo stesse frullando. Rimanemmo in contemplazione di questo ennesimo fenomeno manifestatosi in questo mondo prosaico e disilluso, io grandemente incantato dall’esuberanza che la natura ultraterrena svelava nella sua magnificenza. Passata la zangolatura, il mare tornava gradualmente al suo colore originario, ma nel frattempo una forma emergeva dall’acqua spumeggiante.
Era lei. La mia Lakshmi, la mia luce, il mio faro, la guida che mi toglieva dallo smarrimento della mia vita inconcludente conducendomi sulla retta via. Nonostante l’oscurità stesse riprendendo gradualmente il sopravvento da quella transitoria spruzzata di lucore, non vi era alcun dubbio fosse lei.
Accadde un altro fatto stupefacente. Sebbene ci trovassimo abbastanza vicini alla costa, l’acqua doveva essere abbastanza profonda da non consentire ad una persona di emergere totalmente con i piedi a pelo d’acqua. La sublime levità di Renjana avrebbe sfidato superbamente le leggi della natura. La vidi infatti con i miei occhi, senza possibilità d’inganno, emergere totalmente dall’acqua con un luminescente sarung di tessuto batik di foggia regale e di ottimo taglio che la avviluppava nel suo stupendo drappeggio partendo dal petto. Il bagliore emanato dal sarung ci dava agio di individuarla in quel manto tornato oscuro. Rimanevamo in osservazione con il nostro sguardo puntato in basso verso l’oceano. Successivamente intuii come stesse svolgendo delle operazioni che sembravano portarla a spogliarsi. Sciolse il suo splendido abito levandoselo di dosso e se lo adagiò sotti i piedi a pelo d’acqua. Ora si poteva osservarla in posizione eretta, confinata all’interno di questa angolosa e luminosa toppa distesa in mare. Il sarung che la identificava al suo interno e dava la possibilità di intuirne i movimenti, da morbido e sinuoso qual era finché lo aveva indosso, messo in acqua, invece, aveva assunta una certa rigidità e solidità orizzontale. Notai che sollevava una mano agitandola nella nostra direzione a richiamare la nostra attenzione.
“Ehi voi lì sospesi in aria, sareste così gentili da prendermi a bordo?”, pronunciò queste parole a pieni polmoni, mettendosi le mani a coppa sulla bocca, enfatizzando poi la sua richiesta con l’atto di sbracciarsi. Rinnovò con più convinzione la sua gestualità, come vide che recepimmo il messaggio e ci avvicinammo abbassandoci verso la superficie dell’acqua. Più ci avvicinavamo più le vedevo aleggiare tra le labbra un sorriso di estrema contentezza e di compiacimento per la sua richiesta esaudita. In breve tempo le fummo appresso e l’aiutammo in qualche modo a issarsi in groppa a Garuda. Di posto ce n’era d’avanzo e il nostro divino pennuto avrebbe potuto offrire il suo dorso anche ad altre persone in aggiunta. Frattanto, il sarung che l’aveva avvolta poc’anzi e che aveva svolta la funzione di piccola zattera di sostegno per i suoi piedini a fior d’acqua, dacché il contatto corporeo con la fanciulla venne meno, ritornò morbido e si inabissò, perdendo la sua luminosità via via che andava sempre più giù. Renjana non se ne era data cura e l’aveva abbandonato al suo destino.
Venne quindi a sedersi dietro di me in groppa al veicolo mitologico e mi guardò intensamente; ci guardammo intensamente. Sostenni il suo sguardo ricambiando la sua dolcezza. Fu un momento di rapimento assoluto che non potrei dimenticare. Alla fine di un lungo viaggio caratterizzato da strabilianti avvenimenti surreali manifestatisi in un mondo fattosi ultraterreno ricevetti il mio premio e non avrei potuto che rallegrarmene. Una gioia immensa avrebbe potuto pareggiare o superare la vastità dell’oceano che si estendeva sotto di noi. Rimanemmo in silenzio senza sapere cosa dire, o forse stavamo solo decidendo che lingua di comunicazione adottare. Infine, e non so perché, raggiunsi la consapevolezza che mi sarei espresso con un linguaggio universale (magari lo stesso che avevo utilizzato sinora con Vishnu), che qualsiasi suono articolato in una semplice parola avessi emesso sarebbe stato compreso da chiunque. E forse anche in Renjana si sarebbe verificato questo prodigio.
“Sei bellissima!”, la guardavo e sentivo che i suoi occhi le ridevano. Fu la cosa più banale che fui capace di dire per sciogliere il ghiaccio. Ma era la verità che se ne veniva fuori senza incontrare barriere. Percepivo come i miei occhi si stessero arrossando per la commozione del momento, e non riuscivo a frenarla, e neppure l’avrei voluto.
Non potevo esser certo che avesse compreso il complimento che le avevo rivolto, poiché subito mi saltò addosso abbracciandomi e coprendomi di baci. Mi aveva sempre avvertito che sarebbe stata la prima cosa che avrebbe voluto fare quando mi avesse avuto di fronte. Il calore dei nostri corpi si diffuse e si compenetrò a vicenda uniformandosi in una sola fonte di calore. I nostri corpi erano resi leggermente scivolosi dall’umidità di cui l’ambiente circostante era impregnato. Dopo un abbraccio prolungato, sciogliemmo i nostri arti che avevamo allacciati così teneramente.
“Ma sei completamente nuda!”, osai timidamente formulare quest’osservazione, anche se le parole non sarebbero servite a rimarcare la sua condizione se non a volerle implicitamente chiedere il motivo per cui si fosse smessa il sarung di dosso, un perché ulteriore, più poetico, che andasse al di là di un’automatica intuizione lasciva.
“Anche tu lo sei!”, fece quest’osservazione di rimando e si produsse in un sorriso deliziosamente derisorio.
Osservai il mio essere, comicamente, davanti, dietro, sopra, sotto, tutto il mio corpo, e mi accorsi della mia tenuta adamitica, che cominciò a crearmi un certo qual imbarazzo, a pensare soprattutto che ero rimasto nudo fino a qual momento e non mi ero benché minimamente accorto di questa negligenza. Inconsapevolmente dovevo aver lasciato che Vishnu mi denudasse senza toccarmi per farmi entrare completamente nel suo mondo e farmi aderire interamente al personaggio. Forse sapeva che Renjana si sarebbe presentata ignuda e perciò avrebbe fatto in modo che la partita fosse alla pari, mettendo sullo stesso piano la nostra attuale condizione.
“Eh già! Bello scherzo mi ha fatto il nostro divino intermediario d’amore dalla pelle blu!”, alzai la voce con tono opportunamente impostato per farmi sentire da colui che ne era stato l’ideatore sornione. Mentre richiamavo la sua attenzione in merito al tiro che mi aveva fatto e che doveva avergli procurato sommo diletto, mi venne in mente che forse io e Renjana avremmo avuto bisogno di un po’ di riservatezza. Speravo che Garuda stesso, di sua iniziativa o su indicazione di Vishnu, ci portasse a riva.
