Baliamo? (Storia romantica in due atti), atto 2, parte 2

“Tu però hai le scarpe da ginnastica ai piedi!”, constatai puntigliosamente, indicandogliele per rafforzare l’enfasi del mio commento.

“Eh già! Ti ho raccontato di quanto ne sia appassionata, vero?”, confessò spontaneamente la sua mania senza provarne imbarazzo.

“Oppure ossessionata… Sì certo che me lo hai raccontato!”, confermai come ne fossi a conoscenza e le sorrisi dolcemente.

Ora, avrei immaginato se la prendesse per quest’osservazione inopportuna, ma invece il mio sorriso benevolo la contagiò e scoppiammo a ridere della sua passione stravagante, ignorando la presenza dei miei due compagni di viaggio, i quali, a onor del vero, avrebbero potuto con le loro capacità sovrannaturali dotate di chiaroveggenza poterci vedere e sentire da qualsiasi parte si fossero trovati, a qualsiasi distanza, qualora ci avessero lasciati a riva a discorrere piacevolmente. Insomma, era come se fossimo sorvegliati ma allo stesso tempo protetti, e la cosa non avrebbe potuto essere sgradevole e sgradita, dopo tutto. Mi sentivo confortato all’idea, purché vi fosse da parte loro la giusta discrezione del caso.

Tuttavia, la vicinanza fisica e tangibile di persone terze che potrebbero carpire qualche segreto del cuore induce involontariamente la coppia che vorrebbe essere lasciata sola a dover misurare le parole da usare, non sentendosi libera di esprimersi. Sarebbe stato esiziale poi se fosse subentrato il mutismo a peggiorare le cose. Vishnu doveva aver notato il mio lieve disagio, che mi stava portando via via verso una timida avarizia di parole indotta dalla sua divina presenza, poiché trasmise a Garuda l’ordine di atterrare finalmente a riva. Renjana, nel frattempo, sorrideva divertita del mio buffo imbarazzo.

Dopo una lunga traversata tornavo infine a mettere i piedi a terra, ma la sabbia era incandescente. Come poteva esserlo? La luna che abbelliva la notte non avrebbe potuto riscaldare la sabbia. Saltellavo qua e là in modo ridicolo per abbreviare il contatto con i granelli roventi di sabbia, mentre al contempo mi chiedevo che altro fenomeno si stesse manifestando, essendomi ormai stufato di questa pervicace persistenza.

“È il calore offerto dal divino Vishnu per ravvivare il nostro fuoco interiore.”, mi spiegò divertita Renjana, vedendomi in difficoltà nell’evitare di ustionarmi le piante dei piedi. O forse voleva solo prendermi in giro?

Vishnu era sopra di noi e se la rideva. Quale divinità per cui il Sole si piega al suo cospetto, Vishnu prendeva il suo posto e in questo caso gravitando sopra di noi riscaldava solo l’ambiente sottostante che continuava a rimanere avvolto dall’oscurità.

“Ho fatto bene, come puoi osservare, a mettermi le scarpe da ginnastica!”, mi si rivolse facendomi l’occhiolino per richiedere il mio assenso e prendersi teneramente gioco di me allo stesso tempo. Non avrei potuto che darle ragione e dovevo averglielo fatto notare in qualche modo con qualche gestualità esplicita.

D’un tratto prese a correre guadagnando una leggera distanza per poi voltarsi all’indietro nella mia direzione. Mi invitò a seguirla verso uno degli alberi che delimitava la spiaggia. La fila d’alberi formava una scia d’ombra che forse avrebbe contrastato gli scherzi di Vishnu, dandomi un po’ di tregua. Per raggiungerla, mi misi a correre velocemente a balzi o ampie falcate, onde evitare di venire troppo a contatto con la sabbia incandescente. Vishnu, sulla sua cavalcatura, seguitava a stazionare sopra di noi. Fu un istante in cui alzai lo sguardo e agitai il pugno nella sua direzione. Dopo avergli lanciato questo messaggio facilmente comprensibile, coprii la distanza che mi separava dalla ragazza, che ormai era quasi giunta nei pressi dell’albero che mi aveva indicato.

Stavo quasi per raggiungerla. Sul finire della mia percorrenza riflettei per un istante sull’impressione fin troppo reale che avevo avuta di come durante il tragitto la sabbia fosse andata a mano a mano raffreddandosi. Istintivamente rivolsi il mio sguardo verso la porzione di cielo ricoperta dalle sagome di Garuda con Vishnu in sella. Non le vidi più dove stavano poco prima, ma una luce abbacinante dalle caratteristiche a me note indirizzò il mio sguardo in un’altra direzione. Sarei dovuto arrivare alla fonte dalla quale proveniva questa luminescenza.

Sollevai gli occhi verso un trespolo dalle dimensioni mastodontiche che si ergeva sublime emergendo dalla vegetazione sottostante. Dal momento che avevo già avuta la fortuna di vederla in fotografia, riconobbi subito l’imponente statua bronzea chiamata “Garuda Wisnu Kencana”, maestosa opera dello scultore balinese Nyoman Nuarta. Rimasi estasiato a rimirare la statua che nella sua imponenza incuteva timore ma al contempo irradiava un magnifico splendore. Prosaicamente parlando, doveva trattarsi meramente di un gioco di luci artificiali che avvolgendo la statua la screziava di differenti colori. Ricordo però che non l’avevo notata attraverso il suo fulgore quando eravamo arrivati nell’isola. Buffo, no? Per un attimo mi bloccai esitante, suggestionato dalla sua maestosità, confuso di fronte a quella che pareva un’apparizione improvvisa, finché Renjana non mi richiamò alla realtà. La raggiunsi in un balzo e le fui accanto ai piedi dell’albero.

Accasciati sulla sabbia fattasi tiepida, uno di fronte all’altro continuavamo a guardarci in un silenzio carico di significati. Avrei voluto dirle tante di quelle cose e sapere da lei tante di quelle cose che non avrei saputo come iniziare, cosa raccontare di me e che cosa chiederle di lei. Il linguaggio universale che ci era stato dato in dotazione avrebbe potuto aiutarmi ad esprime meglio i miei sentimenti e, perché no?, magari pure ad evitare di venirmene fuori con qualche dichiarazione imprudente.

Renjana continuava ad osservarmi quasi fosse in contemplazione, con sguardo talvolta conturbante e anelante i piaceri più reconditi, mentre seguitava ad accarezzarmi soavemente i capelli. Il suo sguardo dolcissimo per cui i suoi occhi le ridevano di felicità mi avvinse il cuore. Mi chiedevo quanto tempo ci sarebbe stato concesso per assicurarci della nostra compatibilità. Avrei potuto trascorrere anch’io questo tempo in contemplazione finché qualcuno non mi avesse ridestato.

Mi ricordo di come mi avesse parlato del suo prognatismo che era riuscita a correggere e della sua voce rauca che avrei potuto trovare non abbastanza sensuale. Sorrisi dentro di me a questo pensiero sbarazzino, sorto così all’improvviso, mentre la guardavo rapito e il cuore esultava dalla gioia. Avevo apprezzato che avesse voluto mostrarsi sinceramente così com’era. Infatti, ero consapevole di quanto poco potessero influire questi suoi difetti sulla mia scelta. Chi di noi non ha qualche difetto? Io pure ne ho molti e spero di saperli riconoscere.

Ebbene, dopo esserci convinti della nostra compatibilità mentale, era giunto il momento tanto atteso per entrambi che avrebbe suggellato la nostra unione carnale. Sinceramente in altri contesti avrei provata una certa riluttanza a farlo sulla sabbia granulosa che ti graffia il corpo; tuttavia, il sapere che ci sarebbe stato Vishnu che avrebbe potuto propendere per un nuovo prodigio mi confortava parecchio. Ed il prodigio avvenne e rinnovò la sua pelle. Fummo trasportati attraverso gli yuga di passato presente e futuro in una ripetizione che si armonizzava con il nostro amplesso. Godemmo di piaceri ultraterreni con una fame insaziabile. Gli aggettivi si sprecherebbero nella descrizione di ciò che avvenne; non perché la nostra performance potesse considerarsi eccezionale, ma per il solo fatto di aver vissuta un’esperienza ultraterrena che difficilmente si sarebbe cancellata dalla nostra mente se qualcuno non vi avesse provveduto a ripulirla di proposito.

Sarei rimasto avvinghiato a lei in eterno, avrei ripercorsi gli yuga di passato presente e futuro a ruota libera fino a dissolvermi. Ma qualsiasi cosa bella si dice solitamente abbia un termine. Viviamo in un mondo reale in cui ognuno conduce la propria esistenza ed ha i suoi ritmi e i suoi impegni. Accadde d’un tratto allora che tornai a percepire la sabbia rovente sotto il mio corpo disteso. Dovevamo esser tornati sotto l’albero al quale eravamo convenuti e sotto il quale ci eravamo distesi in contemplazione estatica. Eravamo tornati al principio del nostro idillio privato, nella stessa posizione originaria; un ritorno al principio però che purtroppo pareva avere il sentore sgradevole di un finale amaro.

Sollevatomi da terra assieme a Renjana e ripulitomi approssimativamente dalla sabbia che mi si era appiccicata addosso, guardai nella direzione in cui percepivo che Vishnu si trovasse in quel momento e non mi ingannai. Se la rideva della grossa per avermi lasciato rosolare sulla sabbia incandescente, la quale fece tornare tiepida subito dopo, per fortuna. Avrei evitato così di balzellare in modo ridicolo sul posto.

Mi venne da scaricargli addosso tutti gli improperi possibili immaginabili con la mia frustrazione al parossismo, ma mi bloccai ad una carezza pacificante di Renjana che come me si era alzata dal ruvido mantello sul quale ci eravamo adagiati, ma non sembrava essersi rivoltata sulla sabbia rovente. Vishnu non doveva averla eletta quale bersaglio dei suoi scherzi. Ad ogni modo continuava a tenere calzate le scarpe da ginnastica.

L’abbracciai ed il movimento fu reciproco per entrambi noi due, che al contempo realizzammo lo stesso desiderio di tenerezza quasi sapessimo che questa nostra affettuosa esternazione si sarebbe configurata come un commiato. Non volevo piangere e neppure lei avrebbe voluto esternare questa debolezza, ma non ce ne fregava niente, magari le nostre lacrime erano solo di gioia, di appagamento, perché eravamo già oltre, trasportati con il pensiero verso gli yuga del futuro, i quali forse ci avrebbero consigliata la giusta via da percorrere assieme.

Renjana per prima si sciolse dall’abbraccio. Era pronta a tornare da dove era venuta. Mi rivolse la parola per l’ultima volta in quel mondo fantastico.

“Tornerai a trovarmi?”, domandò con voce esitante e rotta dall’emozione, con le mani giunte in attesa di una mia risposta.

“Lo vorrei davvero… Però stavolta potresti passare tu a trovarmi…”, ci pensai su un attimo, per poi dirle, “… Magari ti potrei mandare come accompagnatore il Leone di San Marco!”, e la guadai intensamente con gli occhi velati dalla commozione per osservare la sua reazione.

Renjana si entusiasmò per la proposta e sorrise per il mezzo offertole a mo’ di battuta. Chissà se poi, dopo quello che era successo, non avrei più creduto all’assurdo. Ne ridemmo ed ella fu felice che si potesse sdrammatizzare per rendere meno amara la separazione. Tornò ad abbracciarmi e per un istante dovetti avere la sensazione che mi cedessero le gambe, ma vi rimasi ben saldo. L’avrei voluta tenere stretta a me per sempre, ma finì che mi privò del suo abbraccio. Slegatasi, la vidi in penombra farmi un cenno di timido saluto con gli occhi rigati di lacrime. Le notai distintamente scivolare dalle gote, bersagliate dai raggi lunari che le facevano brillare. Si voltò e non si rivoltò, e dopo un attimo di esitazione corse verso l’oceano.

Presi ad avvicinarmi verso la riva uscendo dalla zona d’ombra lunare formata dall’albero. La vidi spiccare un balzo aiutandosi con una roccia in funzione di trampolino. Scavalcò Garuda che ondeggiava ad una buona altezza da terra con Vishnu a bordo, e descrisse una parabola per cui si andò ad infilare sulle nuvole per poi uscirne cadendo sull’oceano, fendendolo come un proiettile. Vishnu doveva aver apprezzato il tuffo acrobatico, poiché seguitava ad applaudire la performance anche dopo che Renjana era entrata in acqua senza più riemergere. Manifestò il suo entusiasmo con espressione significativa, mentre il vahana che lo trasportava effettuava manovre acrobatiche per atterrare. Si avvicinò, ostruendo la mia visuale.

“Ci sa fare la ragazza, vero? Pronta per le Olimpiadi!”, commentò Vishnu, rivolgendo il pollice all’indietro verso l’oceano entro il quale Renjana si era tuffata per poi dissolversi in acqua. Di seguito, a sostegno della sua indicazione, si girò verso il punto preciso d’ingresso e questo suo interesse mi infuse un po’ di speranza che potesse tornare a galla, e perciò tornare da me.

“Eh già!”, lo assecondai nel giudizio, mi spostai leggermente per avere una visuale migliore e rivolsi il mio sguardo nella stessa direzione, per poi rivolgermi direttamente a lui, “È ora di tornare a casa, vero?”, gli chiesi, già sospettando la risposta.

“Mah, in realtà, no…”.

“E me lo dici così? E allora perché ci hai interrotto?”.

“Per avvertirti che mi sarei riposato stanotte su quel trespolo, e perciò che avresti potuto avere tutta la notte a tua disposizione…”, lo interruppi mimando il gesto di tirargli addosso qualcosa. Ma ora dovevo solo pensare a trovare invece qualcosa su cui dormire da adagiare sopra la sabbia, che non fosse ovviamente il mio corpo stesso ancora leggermente impiastricciato da questo tormento che mi procurava un persistente fastidio.

Garuda prese il volo e tornò sul trespolo sul quale si era appollaiato in precedenza, mentre il mio sguardo veniva rapito da un lucore le cui peculiarità riconobbi subito per essermele impresse in mente poco prima. Mi avvicinai timoroso alla riva, senza spiegarmi il motivo della mia circospezione. Arrivatovi, vidi il sarung di Renjana che, con movimenti indotti dalla marea, veniva trascinato sinuosamente sulla spiaggia, sciabordando sulla battigia. Lo presi con movimenti delicati e prudenti e mi compiacqui di quanto fosse miracolosamente asciutto nonostante fosse rimasto ammollo per tutto il tempo che era trascorso. Lo annusai e il suo profumo delicato mi inebriò, rievocando per un istante i piaceri ultraterreni dei quali avevo goduto assieme a lei. L’avrei usato decisamente come stuoia sulla quale adagiarmi, prendere sonno e tornare a farmi trasportare verso il luogo dove poter incontrare in un ciclo continuo quella persona a me cara.

Avevo quarant’anni e non avrei saputo affermare se fossi ancora in lutto per qualcosa che era avvenuto e non sapevo se si sarebbe ripetuto.

Lascia un commento