Anabasi nipponica (diario di viaggio in otto parti), seconda parte

Terminai i miei lavacri che erano arrivate pressappoco le sei e mezza di sera. Non avrei potuto indugiare oltre. Uscii malvolentieri dai bagni, mi feci la doccia nell’antibagno, per poi entrare nello spogliatoio maschile. Mi asciugai completamente tra i vapori che filtravano dai separé. Mi grattai la schiena con il magonote e mi rivestii. Non ci misi molto. Mi sentivo prosciugato, ma felice di aver riacquistato il vigore temporaneamente perduto. I vapori della sauna mi avevano fatto sudare copiosamente. Avevo bisogno di reintegrare i liquidi perduti. Mi avviai verso il primo distributore automatico che trovai accanto all’entrata dello spogliatoio.

Presi una bottiglietta di tè e ne ingollai il contenuto ad ampie sorsate. Frattanto il tempo passava inesorabilmente, ma non per questo riconsiderai l’idea di rifocillarmi al ristorante della struttura come avevo deciso dapprima. Era un piccolo ristorantino, modesto, che non avrebbe accontentati i più esigenti, ma che si presentava pulito ed accogliente. Mi ci recai subito. Oltre alla sete, mi era venuta anche fame ed avrei dovuto soddisfare pure quella. D’altronde si era fatta ora di cena.

Il servizio funzionava anche qui con le macchinette attraverso le quali si poteva preordinare il proprio pasto. Eseguii l’operazione che consisteva nel pagare la cifra indicata e prendere il tagliando della pietanza desiderata. Cercai un posto vacante e mi ci sedetti a gambe incrociate, nella classica seduta agura a modo mio, in attesa di consegnare la mia ordinazione al cameriere. L’addetto alla ricezione dell’ordinazione arrivò al mio tavolino ed io gli consegnai il tagliando. Mi portò di lì a poco dello tsukemen leggermente speziato che risultò di mio gradimento. Il servizio si era dimostrato molto celere, come avevo previsto. Me ne rallegrai. Altro tempo che pensavo di aver guadagnato, oltreché investito nella maniera che reputavo corretta.

Mangiai di gusto, anche se in verità non è che avessi eccessiva fame. Era per questo che avevo ordinato dello tsukemen, poiché pensavo che non mi avrebbe riempito completamente la pancia. Non ero nel torto, per quel che mi riguardava, ma per quel che riguardava molte altre persone, mi trovavo in difetto. Infatti, il piatto che avevo ordinato era alquanto sostanzioso e sarebbe potuto tranquillamente bastare a una persona che era solita saziarsi con un quantitativo di cibo leggermente inferiore a quello a cui solitamente ero abituato. Il mio corpo, a differenza di altri, necessitava di un apporto calorico maggiore.

Ritemprato dai ripetuti lavacri, ma non ancora ristorato convenientemente nello stomaco, mentre mangiavo, mi rendevo conto, in quei precisi istanti più di quanto avrei potuto fare in passato, di quanto fosse necessario il nutrimento al nostro sostentamento. Chissà perché mi sovvenivano pensieri così lapalissiani. Sarà che quando si ha più bisogno di cibo si innescano questi pensieri? Non era da escludersi.

Mangiavo e sentivo che una leggera sonnolenza stava prendendo il sopravvento. L’avrei contrastata efficacemente. L’unica preoccupazione, perciò, diversa da quella che avrebbe dovuto concernere il tempo che continuava a scorrere inesorabilmente, era che non mi facessi sopraffare dalla sonnolenza. Non avrei avuto il tempo materiale per farmi avvolgere dalle braccia di Morfeo e sprofondare in un sonno che non mi potevo permettere ora come ora. Sarebbe stata una evenienza esiziale, inammissibile.

Lì nei pressi si trovava poi, come avevo potuto notare durante il tragitto che mi aveva portato al ristorantino, un recesso, un luogo appartato e celato alla vista da fusuma deliziosi e discreti, entro il quale ci si poteva ritirare per quella che si sarebbe potuta considerare una pennica ristoratrice dopo essersi ristorati nello stomaco. Avevo visto che alcune persone si erano appisolate su degli stuoini, ma io non mi ci sarei fermato per nulla al mondo. In quel caso, sì che avrei avuta la certezza assoluta di non riuscire a prendere la corriera di ritorno, con ciò che poi di rovinoso ne sarebbe derivato. Se mi fossi addormentato, chissà per quanto tempo avrei dormito.

Terminai il mio pasto e mi apprestai ad andarmene. Guardai l’orologio appeso al muro: 7.30. Avevo ancora quattro ore e mezza per fare le seguenti cose e continuavo a ripetermi con convincente sicurezza che sarebbero state più che sufficienti. Per prima cosa, avrei dovuto prendere il treno che da Nara mi avrebbe riportato a Kyoto. Sarei andato successivamente a recuperare le valigie alla pensione nella quale avevo alloggiato e che me le aveva gentilmente tenute in custodia, anche se in giardino e accanto alla cancellata che immetteva nella corte, non certo all’interno dell’edificio e al sicuro. Tuttavia, questo era l’unico modo ed anche il più pratico che avevamo studiato io e i proprietari della pensione, di comune accordo, per cui avrei potuto prendere le valigie con comodo senza disturbare nessuno, a qualsiasi ora fossi tornato, sebbene fosse consigliabile tornare ad un’ora rispettabile. Del resto, prima di imbattermi negli impianti termali, sarei stato sicuro di poter tornare a Kyoto per un’ora ragionevole, ma poi ero finito qui, ed ora era ovvio che sarebbe stata una lotta contro il tempo.

Mi ero già congedato dai proprietari della pensione quella stessa mattina, quando mi avevano proposto che, qualora lo avessi desiderato, si sarebbero fatti carico di tenere loro in custodia la mia valigia. Mi facevano un favore e di fatto era gentile da parte loro tutta questa premura. Tuttavia, dal loro modo di fare, avevo arguito che per loro questa incombenza avrebbe costituito un fastidio. Era come se volessero comunicarmi che il favore che mi avrebbero fatto per una questione di cortesia avrebbe procurata loro una seccatura e che perciò non lo avrebbero fatto volentieri. Morale: avrei dovuto sentirmi onorato per la suprema disponibilità che mi avevano accordata. Se rappresentava una seccatura per loro, perché mai mi avevano fatta questa proposta? Per dovere verso un ospite forse? Non avrei saputo dirlo. Pareva quasi che si fossero resi disponibili con riluttanza, come se fossero state le convenienze a imporre loro di procedere così, anziché la loro reale volontà.

Mi avevano quindi esortato ad accettare il loro consiglio, adducendo che sarebbe stato meglio fare come dicevano loro, dal momento che il deposito negli armadietti della stazione, o era irragionevolmente oneroso, oppure era vincolato a dei limiti di tempo (ora non ricordo esattamente che motivo mi avessero addotto). Mi trovai moralmente spinto ad accettare, ma a conti fatti, sempre con il senno di poi, sarebbe stato meglio che avessi lasciato in custodia la valigia negli armadietti della stazione, senza accettare la gentile offerta dei pensionanti.

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