Ora, secondo la mia tabella di marcia, arrivato in treno alla stazione ferroviaria di Kyoto, avrei dovuto prendere il bus che mi avrebbe portato alla pensione per riprendermi le valigie. Questa si trovava abbastanza lontana dalla stazione stessa in linea d’aria, a tal punto che ci sarebbe voluto diverso tempo. L’unica dritta sulla quale potevo contare era la puntualità dei mezzi di trasporto, ed era già di per sé confortante il sapere che in questo paese i trasporti funzionano in modo quasi sempre eccellente.
Dopo aver recuperate le valigie, sarei dovuto ritornare alla stazione ferroviaria di Kyoto che includeva quella dei bus, dove avrei atteso la mia corriera che mi avrebbe ripotato a Tokyo. La mia anabasi sarebbe terminata così. Ricapitolando mi sarei dovuto allontanare dalla stazione delle corriere, che era vicina a quella dei treni, per recuperare le valigie, per poi ritornare indietro, a ritroso, verso la stazione dove si trovava una piazzola entro la quale avrei atteso la corriera che mi avrebbe riportato a Tokyo.
Esposto così l’elenco delle azioni in successione che avrei dovuto compiere, non la si sarebbe potuta ritenere un’idea brillante quella di affidare in custodia le valigie ai pensionanti. È vero purtroppo che mi ero fatto convincere troppo facilmente, quando invece avrei dovuto mettere più giudizio nella mia decisione, e fare leva soprattutto sul fatto che i pensionanti stessi in cuor loro non erano molto propensi a tenermi in custodia la valigia. Tuttavia, era pur vero che non pensavo che sarei stato così sprovveduto da dover fare tutto di fretta.
In realtà credevo che sarei tornato in serata a Kyoto, verso le otto di sera all’incirca, in congruo anticipo sulla mia tabella di marcia. Le cose poi si erano evolute diversamente, ed io mi ero irrimediabilmente attardato. C’è da dire a onor del vero che mi sarei dovuto organizzare meglio, ma ribadisco che con il senno di poi è facile parlare, e parlo per me stesso, sia chiaro.
Dunque, tornando alla cronaca vera e propria, avevo vista l’ora indicata sull’orologio a muro e, mettendomela a mente, avevo fatto un rapido calcolo del tempo a mia disposizione in relazione a quello che avrei dovuto fare in seguito, tanto che continuavo a convincermi che sarei riuscito a far tutto senza patemi.
Sbadigliai e mi stiracchiai dopo essermi alzato da terra con studiata lentezza, cercando di combattere la mia sonnolenza incipiente. Ero abbastanza sicuro che il tragitto che mi avrebbe portato alla stazione sarebbe servito a tenermi sveglio. Confidavo che camminando non mi sarei potuto addormentare, e perché no, anche aumentando un po’ l’andatura avrei raggiunta prima la mia destinazione binaria. Gambe svelte e sarei arrivato alla stazione in un battito di ciglia. Transitai perciò a passo spedito, ma preoccupandomi di non fare troppo rumore, attraverso la zona dormitina, perché non volevo farmi tentare, ed uscii dagli impianti termali.
Avevo appena messo piede fuori dalla struttura in questione e stavo per imboccare la strada che mi avrebbe portato alla stazione ferroviaria, quando il mio cellulare prese a squillare. Mi bloccai sulla soglia, ostruendo la via d’accesso, mentre qualcuno mi faceva cenno cortesemente di spostarmi. Risposi al telefono. Informo ora il lettore che il contenuto della conversazione non è da considerarsi di interesse rilevante nell’economia di questo racconto ed infatti mi limiterò a farne un breve resoconto senza addentrarmi nei particolari. È rilevante invece ciò che la telefonata stessa mi indusse a fare, senza che io mi rendessi conto dell’errore imperdonabile che stavo commettendo, troppo concentrato com’ero a conversare con i miei genitori.
Risposi quindi ai miei genitori che mi chiedevano a grandi linee come stavo, li informai di quello che era accaduto in quegli ultimi giorni di soggiorno a Kyoto, feci loro un breve resoconto di quello che avevo visitato e via discorrendo. Speravo di non dilungarmi molto, ma se si parla di questioni familiari è inevitabile tirarla lunga. Mi chiesero ragguagli su come mi sarei organizzato per il viaggio di ritorno, e questo, e quest’altro e quell’altro ancora. Premeva loro sapere se avrei fatte le cose come si conviene. Le raccomandazioni da parte loro si sprecavano, come capita spesso in questi casi. Dovetti reprimere un po’ di insofferenza, montata dalla noia di dover sentire cose trite e ritrite, tant’è che riuscii a far sì che non si percepisse dalla mia voce.
Non mi era dato capire in quel momento se questa sarebbe stata l’ultima telefonata che avrei ricevuta da parte dei miei genitori prima della partenza o se ci sarebbe stata un’altra occasione nell’immediato futuro di risentirci per ulteriori chiarificazioni supplementari. Fatto sta che li informai il più dettagliatamente possibile, per quanto mi ricordavo lì su due piedi, dell’orario del volo da Tokyo e dell’ora indicativa in cui sarei atterrato all’aeroporto Marco Polo di Venezia.
La telefonata, tra una cosa e l’altra, si era protratta per quasi un’ora, quando decisi di terminarla congedandomi dai miei genitori. Questo perché ero arrivato alla stazione dei treni e avrei dovuto fare il biglietto, comunicai loro. In realtà avrei potuto tranquillamente fare il biglietto continuando a parlare al telefono. I miei genitori si preoccupavano tanto per me, com’era logico che capitasse nel caso di assenze prolungate, e non era il caso che accampassi una scusa per congedarmi, quando avrei potuto fare contemporaneamente le due cose senza problemi.
Il problema era che guardando l’orologio appeso al muro della sala d’attesa della biglietteria della stazione avevo cominciato pure io a preoccuparmi, ma non certo per loro, che presumevo stessero bene, da quel che mi era dato sapere, ed avevo potuto intuire. Proprio in quegli istanti, avevo cominciato a preoccuparmi dell’orario e delle mie reali possibilità di fare tutto nei tempi previsti. Era questo pensiero che mi aveva indotto a congedarmi da loro. In quel preciso momento, davanti al grosso orologio che scandiva il tempo nella sala d’attesa, per la prima volta temetti di non riuscire a fare tutto nei tempi previsti.
Era andata così. Per errore avevo imboccato la strada dalla quale ero venuto e non quella che avrei dovuto prendere per raggiungere la stazione ferroviaria. Insomma, stavo andando dalla parte opposta, senza rendermene conto. Me ne avvidi dopo diverso tempo (purtroppo la strada procedeva sempre dritta). Era buio pesto lì fuori e l’illuminazione era fioca, ma questo non può considerarsi un alibi, sebbene, com’è ovvio, non fossi molto pratico delle vie della città. Purtroppo, la conversazione telefonica con i miei genitori mi aveva deconcentrato quel tanto che serviva per farmi imboccare la strada opposta.
Data la mia conoscenza quasi nulla di quei luoghi, per raggiungere la stazione dalla zona dei templi mi ero immesso in una strada secondaria lungo la quale avevo incontrato gli impianti termali. Mi ci ero fermato, come raccontato poc’anzi, ma quando avevo deciso di fermarmici era ancora chiaro, anche se cominciava lentamente ad imbrunire, e non mi ero dato pensiero che di lì a poco si sarebbe fatto scuro.
