Anabasi nipponica (diario di viaggio in otto parti), quarta parte

La scarsa illuminazione ai lati della strada aveva contribuito a farmi perdere l’orientamento. Tuttavia, se fosse stato solo questo il motivo che mi aveva portato a sbagliare direzione, molto probabilmente dopo qualche minuto avrei capito che stavo procedendo dalla parte sbagliata. Il danno maggiore invece lo fece ahimè la telefonata che avevo ricevuta dai miei genitori.

La telefonata mi aveva portato inevitabilmente a concentrarmi solo sulla conversazione che stavo tenendo con i miei interlocutori, ignaro di dove quella strada, dalla quale ero venuto e che perciò avevo sbagliato ad imboccare, mi stesse portando. Era come se stessi camminando sovrappensiero. Nessun riferimento che incontravo lungo la strada mi aveva fatto sovvenire che l’avevo percorsa qualche ora prima e che in quel momento la stavo ripercorrendo al contrario. Neppure le pagode dai numerosi piani, che svettavano al di sopra delle case lì attorno, mi avevano dato una qualche avvisaglia dell’errore madornale che stavo compiendo.

Queste pagode erano facilmente distinguibili dal contesto, non solo per la loro altezza, ma ovviamente anche per il loro particolare stile architettonico. Nara è di fatto una città bassa senza palazzoni o grattacieli. Le pagode dei vari templi erano quindi i complessi architettonici più alti, tanto da esser facilmente identificabili. Così torreggianti sopra gli edifici più bassi e contornate dalla luce che, seppur debole, le scindeva dal fondale nel quale erano collocate, ispiravano nel buio della notte una profonda reverenza da parte di qualsiasi spettatore avesse dimostrato una qualche sensibilità verso un fenomeno così solenne. Io, che ritenevo di averne, rimasi colpito dall’imponenza e dalla maestosità che queste architetture svettanti mi comunicavano, ma non arrivai ad afferrare invece l’avvertimento che sotto sotto queste mi rivolgevano.

Ci vollero quindi molti indizi per formarmi la convinzione che avevo sbagliato strada per davvero, tra i quali appunto le suddette pagode. Ero giunto quasi all’incrocio con la strada principale, prima di accorgermi sciaguratamente di aver commesso un errore madornale. Avevo fatto dietrofront continuando a parlare al telefono ed avevo accelerato il passo per recuperare il tempo perduto. Ci misi un’ora abbondante, dacché ero uscito dagli impianti termali, prima di arrivare alla stazione dei treni, quando invece avrei potuto e dovuto metterci meno di mezz’ora. La mezz’ora abbondante che persi a coprire il percorso errato avrebbe potuto essermi fatale. In un primo momento maledissi la telefonata che avevo ricevuta e che mi aveva portato nella direzione opposta. Quando poi riacquistai un po’ di calma apparente, mi resi conto che avrei dovuto piuttosto maledire me stesso per aver prestata poca attenzione alla strada che stavo percorrendo. L’errore l’avevo commesso io, e non avrei dovuto dare la colpa ad altri della mia grossolana sbadataggine. Ero il solo ad essere responsabile delle mie azioni corrive.

Ebbene, persi mezz’ora abbondante. Me ne accorsi guardando l’orologio a muro della biglietteria. Erano quasi le 9 di sera, tre ore circa prima della partenza della corriera. Il tempo cominciava a diventare tiranno. Feci il biglietto in fretta e furia e corsi verso la banchina del binario corrispondente, dove sarebbe passato il mio treno. Ci arrivai che il treno era appena partito e stava scomparendo all’orizzonte.

Cercai di reprimere un’imprecazione che era sorta spontaneamente dentro di me. Lo feci solamente per un senso di decenza che riguardava solo me stesso e non per il rispetto che avrei dovuto avere nei confronti di chi mi stava attorno. Il fatto è che se ci fosse stato qualcuno nella banchina difficilmente avrebbe capito cosa stessi dicendo, benché dal tono avrebbe potuto intuirlo.

È chiaro quindi che chiunque avesse udita la mia imprecazione, avrebbe solo inteso che fossi arrabbiato. Essendo stranieri, non avrebbero comprese le mie parole inequivocabili, ma si sarebbero solo chiesti come mai mi fossi incollerito così tanto, dal momento che dal loro punto di vista non era accaduto nulla in quel momento che potesse giustificare un atteggiamento simile.

A prescindere dal fatto che di solito tendo ad alterarmi visibilmente quando perdo treno o bus che sia, in questa circostanza la mia collera era più che giustificata, poiché il treno successivo diretto a Kyoto sarebbe passato mezz’ora dopo all’incirca, e ci avrebbe messo quasi un’ora di viaggio per percorrere la distanza completa, ed io avevo sempre meno tempo a mia disposizione.

La mia angoscia cominciava a crescere, sebbene cercassi invano di mantenere la calma. L’unica cosa che potessi fare era sedermi e attendere che passasse il treno successivo. Mi stavo stropicciando le mani per l’agitazione. Come sempre, potevo contare sulla puntualità dei mezzi di trasporto di questo Paese, efficiente in tal senso, ed era già di per sé una consolazione, magra, seppur minima. Era confortante poter confidare che, incrociando le dita, non ci sarebbero stati sensibili ritardi.

Mentre attendevo con impazienza l’arrivo del treno, presi a consultare la tabella oraria degli autobus di Kyoto che mi portavo sempre appresso, scaricata sul mio cellulare. Provai a considerare se avessi potuto approfittare di qualche coincidenza che mi potesse portare alla mia destinazione finale per tempo, qualora fossi giunto alla stazione degli autobus di Kyoto sano e salvo. Notai come ci fossero tre autobus che, partendo tutti e tre dalla stazione suddetta, seguendo diversi itinerari, fermavano nelle vicinanze della mia pensione. Avevo quindi più di un’opzione a mia disposizione. Decisi senza ombra di dubbio per l’autobus che sarebbe passato prima. Nel frattempo, spensi il cellulare. Memore di quello che era appena accaduto, non volevo che si ripresentasse l’eventualità che qualcuno mi intrattenesse in conversazione, deconcentrandomi dalle cose che in quel momento avevano un’importanza fondamentale per il mio destino.

In attesa del treno che sarebbe passato a momenti avevo scoperto di non essere più solo e mi ero alzato dalla panchina. Qualche altro passeggero mi aveva raggiunto sulla banchina. Si erano radunati alla spicciolata e, come me, stavano attendendo, rigorosamente allineati in fila, il treno che finalmente arrivò. Salii a bordo assieme agli altri passeggeri. Dalle loro facce non riuscivo ad arguire se stessero provando la stessa ansia che stavo provando io in quel momento.

Parevano facce tranquille e serene, se paragonate alla mia, o almeno era quello che pensavo, guardandomi attorno. Con la necessaria discrezione osservavo i loro volti, dai quali non sembrava trasparire alcun tipo di inquietudine. Tuttavia, se avessero avuto un qualche tipo di preoccupazione, non lo avrei saputo affermare con certezza. Non era escluso che stessero celando il loro turbamento con garbato riserbo e compostezza ereditata dalla tradizione. Sovente i giapponesi sanno essere imperscrutabili, celando convenientemente all’indagine altrui le loro profonde ed autentiche emozioni.

Nello stato d’animo in cui mi trovavo, mi ero convinto che nessuna angoscia fosse paragonabile a quella che stavo provando io. Avevo la presunzione di credere che la mia ambascia fosse più opprimente di quella di chiunque altro si trovasse con me in treno in quei momenti sconfortanti, per me. Era chiaro che un confronto del genere era improponibile. Ognuno aveva i propri problemi, che non potevano essere catalogati per dimensione e incidenza. Sarebbe stato un giudizio squisitamente soggettivo, qualora si fosse proceduto con una suddivisione opinabile.

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