Anabasi nipponica (diario di viaggio in otto parti), quinta parte

Riaccesi il cellulare. Non avevo nessun riferimento all’infuori del telefonino per sincerarmi su che ore fossero. Sul treno non c’era nulla che me le potesse indicare. Impostai allora il vibrafono, come richiesto dalle norme di comportamento consuetudinarie vigenti sui treni giapponesi che venivano quasi sempre rispettate rigorosamente.

Speravo di non ricevere nessun’altra telefonata. Ad ogni modo non ero tenuto a rispondere, se non lo volevo. L’importante era che non sentissi un qualche squillo provenire dall’apparecchio tale da contribuire a montare la mia irritazione. L’osservanza di queste norme comportamentali si accordava perciò con una decisione che avrei preso lo stesso per rimanere apparentemente calmo. Guardavo frequentemente ed ossessivamente l’ora sullo schermo del cellulare. È il classico atteggiamento che si manifesta quando si è in ritardo e si ha poco tempo a disposizione, provocato da un’angoscia quasi ingestibile. Pure io ne fui colpito nella mia miserevole condizione.

I minuti si rincorrevano in uno stillicidio interminabile ed io ero ormai persuaso, o quasi, che non ce l’avrei fatta a prendere la corriera che mi avrebbe riportato a Tokyo. Dentro di me cominciai a insultarmi con le peggiori ingiurie possibili, a mortificarmi con parole impronunciabili. Tuttavia, a cosa sarebbe servito insistere con le offese che mi stavo rivolgendo? Solo a svilirmi ancor di più.

Vituperarmi per i miei errori madornali non mi avrebbe di certo fatto stare meglio. Ero conscio di aver agito con troppa leggerezza, ma non potevo esagerare financo a rimproverarmi con tale veemenza. Potevo considerarmi a buon diritto responsabile delle mie azioni, come tutti del resto lo sono, ma in pratica mi ero dimostrato un irresponsabile. Ora non avevo tempo per piangere lacrime amare, figurarsi se ne avevo per insultarmi fino al parossismo financo a maledirmi.

Pur trovandomi all’interno di un treno e dovendo soggiacere giocoforza alle tempistiche di viaggio, a tal punto che non sarebbe dipeso da me a quale ora il mezzo di trasporto sarebbe arrivato a Kyoto, avrei dovuto piuttosto riempire il mio tempo con pensieri edificanti invece di permettere ai rimorsi di coscienza di prendere il sopravvento. Era il caso quindi che coltivassi la speranza e studiassi un modo per ottimizzare il tempo che ancora mi rimaneva per raggiungere il mio obiettivo.

Tuttavia, più di scegliere quale autobus avrei dovuto prendere, cos’altro avrei potuto fare per ottimizzare il tempo a mia disposizione? Ero vincolato indissolubilmente ai mezzi di trasporto sui quali sarei dovuto salire per giungere a destinazione. Certo, se avessi potuto o sdoppiarmi, o avere il dono dell’ubiquità, o potermi tele-trasportare, o essere Astro-boy, avrei raggiunto facilmente il mio obiettivo. Sarebbe stato immensamente più semplice. Avrei risolto la faccenda senza patemi, solo confidando sulle mie capacità straordinarie, da superuomo (o super-ominide). Ovviamente queste capacità straordinarie, che appartenevano ad un mondo fantastico, io medesimo non le possedevo affatto, e quindi era il caso che continuassi a tenere i piedi per terra, affidandomi alla provvidenza.

Con questi pensieri arrivai alla stazione di Kyoto dopo più di un’ora di viaggio. Erano le dieci e mezza di sera. Avevo solo un’ora e mezza, grossomodo, a mia disposizione, e l’autobus non sarebbe passato subito. Troppo poco tempo, valutai, mentre mi affrettavo alla banchina dove avrei atteso l’autobus che mi avrebbe portato nei pressi della pensione, dove avrei recuperata la mia valigia. Non dovevo desistere. Perdere pure la speranza sarebbe stato esiziale. Dovevo alimentarla con un po’ di ottimismo.

Arrivai alla banchina. Sapere che lì vicino si trovava la piazzola dove speravo di prendere la corriera di lì a poco per tornare a Tokyo, mi metteva ancora più rabbia. Arrivai a pensare di infischiarmene della valigia, e valutare se fosse stato possibile farsela spedire in patria, ma mi sembrava un’idea troppo peregrina. Dovevo per forza andare a recuperarla. Che figura ci facevo altrimenti, in particolar modo con i pensionanti, benché li considerassi figuri sgradevoli?

L’autobus che passava prima degli altri e che seguiva il percorso più corto ci avrebbe messo una ventina di minuti. Anche ora, come poco fa, dovevo dipendere dalle tempistiche di viaggio del mezzo di trasporto in questione, ma potevo nuovamente contare sulla sua puntualità.

L’autobus come previsto arrivò, spaccato il minuto. Montai e mi sedetti. Più il tempo passava, più la mia ansia cresceva. Cominciai a sudare copiosamente. Avevo sempre il cellulare in mano e controllavo l’incedere inesorabile del tempo. Il sudore scivolava dalle tempie in rivoli silenti. Mi ero seduto sul bordo del sedile nei pressi della porta d’uscita, pronto per un balzo felino con il quale sarei sceso il più velocemente possibile.

Volai giù dall’autobus appena il mezzo aprì le portiere in corrispondenza della mia fermata. Dopo aver messo piede a terra, mi caricai sulle spalle lo zaino che mi ero portato dietro e presi a correre verso la pensione che distava qualche centinaio di metri. Quasi un chilometro mi separava dalla meta. Avrei dovuto coprire quindi questa distanza nel minor tempo possibile, per quanto le mie gambe me lo avessero consentito.

Non ho fatto menzione in precedenza che mi ero portato dietro uno zaino con alcuni effetti personali. Lo avevo valutato un particolare di poco conto. Finora non sarebbe stato un particolare di grande rilevanza per l’economia del racconto. Non ci avevo dato quindi molto peso. Ora però che lo zaino gravava eccome sulle mie spalle, mentre cercavo di correre il più speditamente possibile, il peso che assumerà in questo breve passaggio sarà sicuramente più rilevante.

Ebbene, lo zaino che mi ero messo sulle spalle mi rendeva ancor più difficoltosa la corsa. La cosa che più pesava al suo interno e che lo aveva leggermente sformato era il computer che avevo deciso di portar via con me. Il suo peso era ragguardevole, considerato lo sforzo ulteriore che avrei dovuto compiere mio malgrado, ma soprattutto sentivo di non poter muovere liberamente le braccia per darmi il giusto slancio che mi avrebbe consentito di proiettarmi il più lontano possibile nel minor tempo possibile.

Mentre cercavo invano di aumentare il ritmo della mia andatura, arrivai inevitabilmente a maledire l’idea di essermelo portato dietro, e che si era rivelata ahimè scelta infelice. La mia decisione era stata mal ponderata. Avevo pensato che mi si sarebbe presentata l’occasione di usare il computer in quella giornata. L’evenienza non si era presentata e di fatto mi ero portato dietro un peso inutile, che però sino a quel momento non mi era stato d’intralcio.

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