Anabasi nipponica (diario di viaggio in otto parti), settima parte

Ebbene, si sarebbe potuto mostrare davanti ai miei occhi questo scenario. Qualora avessi perso la corriera, avrei dovuto trovarmi un posto da dormire per la notte. In mancanza di soldi le uniche soluzioni erano o dormire all’addiaccio o restare sveglio tutta la notte, il che non avrebbe rappresentato un grosso problema. I problemi maggiori sarebbero venuti dopo, il giorno successivo. Dopodomani avrei dovuto prendere l’aereo da Tokyo per arrivare in Italia. Quindi, se mi fossi trovato a Kyoto il giorno prima di partire, e quindi al momento attuale domani, avrei dovuto trovare un mezzo di trasporto che mi consentisse di raggiungere Tokyo. L’unica possibilità prospettatami era prendere lo Shinkansen, il treno superveloce. Tuttavia, il rischio era che non ci fossero posti disponibili a bordo. In più non avrei potuto esser certo di prelevare denaro dalla mia carta prepagata come era già successo in precedenza. I problemi, anche in tal senso, era più che probabile continuassero a sussistere.

Non potendo prendere neppure lo Shinkansen, sarei stato condannato a rimanere a Kyoto anche quel giorno ed il giorno successivo avrei dovuto prendere l’aereo da Tokyo. Per come si sarebbero potute profilare le cose, avrei perso pure quello. Mi sarei trasformato quindi in un clandestino, dal momento che sarebbe trascorso anche il novantesimo giorno, l’ultimo giorno utile di permanenza in un paese straniero, da quanto consentito dal visto turistico. Sarei caduto nell’illegalità con le relative beghe burocratiche e non solo che ne sarebbero chiaramente conseguite. Tutto ciò comprensibilmente mi generava un’angoscia indicibile.

Tornando ora alla cronaca, la presenza davanti ai miei occhi della pensione che mi aveva ospitato per quella settimana di permanenza mi fece venire in mente che al momento di congedarmi la pensionante mi aveva chiesto grossomodo a che ora sarei tornato a recuperare la valigia. Le avevo risposto che sarei tornato per le otto di sera, e sarei riuscito ad arrivare per tempo, se non avessi sostato alle terme, detto per inciso e per farmi ancora più male.

Ero giunto con tre ore di ritardo. Per un attimo credetti che non avrei trovata la valigia ad attendermi nel posto in cui l’avevamo lasciata, ma per fortuna c’era ancora ed era esattamente dove l’avevamo lasciata. La scorsi subito nella penombra dell’ingresso. Si trovava accanto alla cancellata che immetteva nella corte, illuminata dalla debole luce di un lampioncino.

Feci scorrere la cancellata che viaggiava su una guida e mi disposi ad entrare per recuperare finalmente la mia valigia. Per fortuna che trovai aperta la cancellata, poiché non era escluso che data l’ora la pensionante avesse pensato bene di chiuderla con un lucchetto. Del resto, ero giunto con enorme ritardo rispetto all’orario che avevamo stabilito di comune accordo.

Appena afferrai la valigia e mi misi a trascinarla fuori, una presenza che non avevo notata nel mentre svolgevo queste operazioni, uscì allo scoperto, mostrandosi davanti ai miei occhi. Ovviamente era la pensionante, che doveva essere uscita di corsa appena sentito lo stridore prodotto dalla cancellata. Incredibilmente non l’avevo sentita arrivare e non mi capacitavo neppure come potesse averci messo così poco tempo per raggiungere l’ingresso.

Non erano passati che alcuni secondi che me l’ero trovata davanti agli occhi. Pensava che data l’ora stessero entrando dei ladri nella sua proprietà e perciò era corsa verso l’ingresso ad una velocità supersonica? Era un’ipotesi abbastanza plausibile ancorché fantascientifica. Non poteva averci messo così poco tempo. Era forse rimasta appostata lì nei pressi attendendo che tornassi? Non potevo credere che avesse fatta la posta per così tanto tempo! Più di tre ore?! Tuttavia, non avevo tempo per pensare a queste sciocchezze.

Credevo che non l’avrei più rivista e invece ce l’avevo di nuovo davanti agli occhi. Immaginavo che ora si aspettasse delle spiegazioni da me per il mio ritardo, ma non avevo né il tempo né la voglia di fornirgliele. Per quanto avessi potuto trattenermi qualche minuto prima di dirigermi verso la fermata dell’autobus, non avevo alcuna intenzione di giustificarmi al suo cospetto per le mie manchevolezze. La repulsione che mi ispirava mi tratteneva dal rischio di umiliarmi ignominiosamente di fronte a lei. Tuttavia, per una questione di mera decenza, non avrei potuto mostrarmi sgarbato.

Come mi aspettavo, mi chiese come mai ci avessi messo così tanto tempo a tornare, dal momento che gli accordi che avevamo presi erano diversi. Cercai di mascherare bugie innocue con abile e consumata e inveterata perizia da commediante. Le accennai sommariamente, ma in modo sufficientemente convincente, che purtroppo avevo avuto dei contrattempi che mi avevano impedito di tornare prima. Speravo che non mi chiedesse nei particolari di che natura fossero questi contrattempi, poiché avrei dovuto industriarmi con una fantasia più fervida a ideare le mie bugie o scuse che fossero, ma soprattutto perché, ripeto, non ne avevo alcuna voglia, e soprattutto non ero certo tenuto a darle delle spiegazioni se non per rispetto verso la cortesia che mi aveva fatta nel tenermi la valigia. E comunque, alla fin fine perché mai avrei dovuto giustificarmi con lei inventandomi di sana pianta situazioni mai vissute, quando invece avrei potuto dirle la verità? Ad ogni modo non ero tenuto a rispondere a domande indiscrete che mancassero di tatto.

Mentre così cercavo di spiegarmi di fronte a lei, rosolato nell’angoscia che stavo vivendo e che immaginavo la pensionante avesse compreso solo guardandomi (mi agitavo convulsamente e avevo la fronte imperlata di sudore), ripensai allo scenario funesto che mi ero prospettato. Concepii allora un’idea che in altri frangenti avrei considerato improponibile.

Provavo repulsione per quella donna, ma purtroppo nella condizione disperata in cui versavo, la pensionante rappresentava la mia unica ancora di salvezza. Le chiesi se potesse accompagnarmi alla stazione con la sua vettura. Ricordo che arrivai pure ad implorarla di farmi questo favore. Mi ero visto costretto dalle circostanze ad umiliarmi, ma non avrei potuto fare altrimenti. Esistono momenti in cui è necessario mettere da parte l’orgoglio, e quello era uno di quei momenti.

Notai subito come le sue labbra si fossero schiuse ad esibire un sorriso beffardo, sornione e sardonico, e capii subito a cosa stessero mirando i suoi pensieri. Il suo volto stava via via assumendo i connotati volgari dell’opportunismo più becero. Mi era parso inoltre di intravedere che si stava sfregando le mani con enorme soddisfazione, ma forse era solo un parto della mia immaginazione. Ero troppo concentrato a studiare i cambiamenti che stavano avvenendo sul suo volto per poter esser distratto dalla sua gestualità. Ad ogni modo non era escluso che stesse compiendo un gesto del genere che si proponeva alle mie riflessioni come inequivocabile e che era complementare a questo tipo di espressione facciale.

Mi chiese quanti soldi avessi. Io glielo dissi e lei mi rispose che sarebbero bastati. Mi comunicò la tariffa per il trasporto e io le risposi che accettavo. Era chiaro che stava pensando al suo tornaconto. Del resto, perché mai avrebbe dovuto farmi un favore gratuitamente? Chi ero io per meritarmelo?

Tuttavia, in quel momento, devo ammettere che mi aveva preso alla sprovvista, poiché ero convinto che il favore me lo avrebbe fatto senza volere nulla in cambio e quindi pure senza aspettarsi che io la ripagassi per il favore che mi faceva. Quando poi vidi l’espressione che aveva assunto ed intuito i pensieri che le frullavano in testa, mi ero dovuto preparare mentalmente ad accettare la sua proposta. Mi aveva lasciato leggermente interdetto, perché non me lo sarei aspettato, nella mia presunzione pensando di meritarmi chissà che, ma questa era l’unica soluzione possibile, l’unica che mi avrebbe permesso di raggiungere la stazione in tempo per prendere la corriera. Dipendevo da lei e le avrei corrisposto la cifra che mi aveva richiesto per il trasporto.

Appena le diedi i soldi ed ella seppe di averli in mano, li tastò con bramosia e li sfregò con avidità, ma si attivò subito come una molla ed andò di corsa ad avvertire il marito. Quest’ultimo, anima candida e timorosa che non capivo come potesse aver sposata una persona così sgradevole, istruito sul da farsi e sollecitato dalla moglie, si attivò rapidamente ed uscì con la sua automobile. Non erano passati che due minuti soltanto da quando era stato avvisato dalla moglie, che già si trovava fuori dalla cancellata con la sua vettura, il motore già avviato e rombante. La pensionante mi fece cenno di andarmi a sedere sui sedili posteriori, mentre lei si sarebbe seduta sul sedile anteriore del passeggero. Ci accomodammo ai nostri posti e ci dirigemmo difilato verso la stazione.  

Avevamo mezz’ora per raggiungere la stazione prima che partisse la corriera. Se l’autobus che avevo preso, zigzagando attraverso la città, aveva impiegato una ventina di minuti per portarmi alla mia fermata, l’automobile dei due coniugi, procedendo a velocità sostenuta, a ritroso, seguendo la via più breve e senza avventurarsi qua e là, avrebbe potuto raggiungere la stazione in un quarto d’ora circa. Tutto dipendeva da quanto il marito pigiava sull’acceleratore. Nondimeno, anche rispettando i limiti di velocità, ero fiducioso che saremmo giunti a destinazione in orario. Non sarebbe stato necessario eccedere in temerarietà. Tuttavia, era la pensionante che con la sua voce gracchiante e stridula, esortava il marito ad aumentare il passo. Questi si dimostrò molto remissivo e ricettivo, tanto da esaudire il desiderio della moglie, senza discutere. Pienamente soddisfatta del suo operato e compiaciuta che la sua autorità fosse rispettata come si conviene, si era girata verso di me, che ero seduto sui sedili posteriori, forse aspettandosi che la elogiassi per la sua sollecitudine. Chiaro che pensava che avrei apprezzato la sua iniziativa personale, poiché era volta in mio favore. Non le diedi la soddisfazione che si sarebbe aspettata da me e mantenni un’espressione neutra. Mi preoccupavo che non trasparisse alcun tipo di sentimento dal mio volto e rimasi così finché non arrivammo alla stazione.

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