Anabasi nipponica (diario di viaggio in otto parti), ottava parte

Giungemmo che mancava una decina di minuti prima della partenza. La corriera era sul piazzale antistante l’edificio della stazione ed aveva già il motore avviato che borbottava con il suo consueto rumore. Alcuni passeggeri stavano riponendo le loro valigie nel capiente vano portabagagli. Era tempo di salire a bordo ed attendere la partenza.

Avrei voluto affrancarmi subito da questi due individui e perciò speravo che sarebbe bastato licenziarmi da loro con un sentito ringraziamento per il favore, se vogliamo chiamarlo così, che mi avevano appena fatto. Oltreché per la “deliziosa permanenza” che mi era stato dato modo sin lì di gustare.

Ero ancora all’interno della loro vettura, quando li ringraziai. Così facendo mi accommiatai da loro con qualche frase di circostanza che in questi casi fa sempre bene il suo dovere e mi apprestai a scendere dalla vettura. Come detto, speravo di essermi liberato di loro, ma invece mi accorsi che la moglie era accorsa scendendo dalla vettura assieme a me e aveva fatto cenno al marito di aspettarla sul ciglio della strada, ché sarebbe tornata di lì a poco.

Non capivo cosa volesse ancora da me. I soldi per il servizio li aveva avuti e da me non avrebbe avuto alcunché d’altro. La tariffa per il trasporto gliel’avevo pagata profumatamente e non le avrei sganciato null’altro. Mi erano oscuri i motivi per cui seguitasse ad infastidirmi con la sua presenza. La vidi seguirmi in direzione della corriera. Mi stava a lato ma a rispettosa distanza, per fortuna. Tuttavia, più cercava di appressarsi a me più io mi allontanavo, provando autentica malcelata repulsione.

Mentre mi dirigevo verso il vano portabagagli sulla fiancata, la vidi avvicinarsi al conducente del mezzo che stava in piedi accanto allo sportellone d’entrata. Questi, che non pareva avere l’aria di voler parlare con nessuno (si stava facendo giustamente i fatti suoi), per una forma di rispetto si mise ad ascoltare con noncuranza quello che la donna aveva da dirgli.

Mentre riponevo i miei bagagli, notai con la coda dell’occhio che la pensionante mi indicava con opportuna discrezione. Entrambi mi stavano guardando. Era chiaro che la donna aveva preso a parlare di me con il conducente (chissà perché poi?), ma non capivo se le importasse che io li avessi visti che rivolgevano il loro sguardo verso di me o che io sentissi o meno i loro discorsi. Il tono alto della sua voce stridula e gracchiante, che tradiva la discrezione con la quale mi stava indicando, riusciva infatti a distinguersi dal borbottio del motore in avviamento, ed io compresi abbastanza agevolmente cosa gli stesse comunicando.

Il conducente doveva aver compreso inequivocabilmente dalle mie fattezze che ero straniero. La pensionante allora aveva voluto raccomandarsi che fossi trattato con particolare riguardo proprio per questo motivo. Mi sembrava superfluo che si preoccupasse di sottolineare la mia condizione di straniero al conducente, poiché questi mi avrebbe trattato come avrebbe trattato qualsiasi passeggero, né più né meno. Perché mai avrei dovuto esser tenuto in maggior considerazione rispetto agli altri passeggeri?

Era chiaro che così facendo voleva dimostrarmi che si sarebbe dedicata completamente a me sino alla fine, ma sapevo quanto la sua disponibilità verso di me non fosse affatto genuina. Forse nella tariffa di viaggio per il mio trasporto in stazione che le avevo giocoforza elargita era compreso anche questo tipo di comportamento falsamente servizievole. Il suo atteggiamento untuoso aveva sorpassato ogni limite, era divenuto intollerabile. Per fortuna che tra poco me la sarei levata dai piedi.

Ero sicuro che le parole della donna non avrebbero sortito alcun effetto sul conducente. Era ovvio che l’avesse ascoltata per educazione e con scarso interesse. Certo, avrei provato un po’ di imbarazzo, poiché non avrei potuto sapere che idea si fosse fatta di me il conducente, dopo quello che aveva sentito. Probabilmente non gli fregava niente di quello che aveva sentito e le mie erano solo paranoie. Al di là di tutto, anche se si fosse fatta di me un’idea negativa (magari una sorta di bambinone borioso bisognoso di attenzioni), perché mai me ne sarebbe dovuto fregare qualcosa?

Dopo aver finito di parlare con il conducente, venne da me per quello che ovviamente era un commiato definitivo. Mi ribadì il piacere che aveva avuto ad ospitarmi nella sua umile pensione, mi comunicò che sarebbe stata felice di ospitarmi di nuovo, qualora avessi deciso di tornare a Kyoto, più altre cose simili sullo stesso tenore. Io invece non potevo affermare di aver avuto lo stesso piacere, ma del resto neppure lei in cuor suo, ero convinto, pensava le cose che mi aveva comunicate con finto trasporto.

Si girò e se ne andò. Con passo caracollante raggiunse la vettura e ripartì con il marito. Ormai non avrebbe avuto più a che fare con la mia vita, non ci sarebbe stato più spazio per lei nella mia esistenza, e quindi avrei fatto presto e meglio a scordarmela completamente.

Tuttavia, non avrei potuto fare a meno di tornare a riconoscere che senza il suo intervento provvidenziale sarei stato irrimediabilmente perduto. La sua disponibilità, sollecitata da una lauta ricompensa, era stata fondamentale nel mio destino. Se non mi avesse fatto il favore di accompagnarmi in stazione, le cose terribili, che avevo immaginate mi sarebbero potute accadere, anzi, si sarebbero avverate sicuramente. Mi immaginai nuovamente, ma ora in modo molto più rilassato dopo lo scampato pericolo, lo scenario che si sarebbe potuto svolgere e pensai più che mai a quanto fondamentale fosse stato il suo intervento, nonostante avessi dovuto corrisponderle una cifra in denaro esagerata perché questo favore mi fosse fatto.

Certo avevo dovuto pagarla per il passaggio che mi aveva dato e in un primo momento la cosa mi aveva leggermente irritato. Tuttavia, ora che avrei potuto rielaborare i dati dell’intera vicenda e giudicarli con spirito critico, non avrei potuto fare a meno di pensare che il denaro che avevo investito fosse da considerarsi come un’ammenda per gli errori che avevo commessi e per il mio scellerato ed irresponsabile ed improvvido comportamento.

Mi restava qualche minuto prima che la corriera partisse. Sentivo il sudore che mi si appiccicava ai vestiti. Mi detersi il viso con un fazzoletto. Ero particolarmente assetato. Mi diressi verso un kombini per comprare qualcosa da bere. Avrei fatto in tempo questa volta. D’altronde immaginavo che dopo le raccomandazioni fatte dalla pensionante, il conducente, sapendo che sarei dovuto salire su quel mezzo, non mi avrebbe lasciato a terra. Sarebbe stato il colmo se la corriera fosse partita mentre stavo facendo la spesa al kombini, dopo tutto quello che era successo.

Comprai un litro di tè e ne bevvi più della metà ad ampie sorsate, mentre ritornavo verso la corriera. Salii sul mezzo e quando fui al suo interno, cercai il mio posto, lo trovai e mi ci sedetti. Il tutto poteva dirsi finalmente concluso, le mie peripezie, le mie vicissitudini, questa anabasi (o calvario) era terminata con un lieto fine. Riacquistai la tranquillità temporaneamente perduta e tanto agognata. Ero tornato a respirare normalmente ed era già una grande conquista, data l’angoscia che avevo patita sinora.

La corriera partì con uno sbuffo, ed io pensai che forse lassù qualcuno mi volesse davvero bene.

Il giorno dopo arrivai in mattinata a Tokyo, dopo aver trascorso in viaggio un’intera notte in corriera. Durante il viaggio di ritorno non accadde nulla di particolare, per fortuna. Pur non riuscendo a dormire, il viaggio riuscì nondimeno ad infondermi quel poco di tranquillità della quale avevo proprio bisogno.

Lascia un commento