Gente crossmediale

Gente crossmediale

Di Francesco Pellegrini

Henry andò a trovarla subito dopo il vernissage. Passetti affrettati vennero ad aprirgli. Sally spalancò il portone con un sorriso raggiante, che subito smorzò, con espressione di esitante stupore. Henry rimase leggermente disorientato da questa accoglienza enigmatica, ma la riacquistata allegrezza della sua fidanzata sembrò fugare ogni sospetto. Con sé recava una sportina colorata ma non sufficientemente diafana da intuirne precisamente il contenuto. Si richiuse adagio il portone alle spalle. Rimase con la giacca addosso.  

“Ti sei annoiata tutto questo tempo?”, le domandò Henry con un bonario sorriso affettuoso mentre la seguiva in salotto.

“Ho letto un libro in attesa del tuo ritorno…”, rispose con aria annoiata e un po’ indispettita, e quale prova a sostegno delle sue parole accennò con gesto vago al libro sopra al comodino accanto al divano. Si divertiva talvolta a stuzzicarlo e a farlo sentire un po’ in colpa.

“Era un libro appassionante?”, chiese Henry fingendo interesse.

“Sicuramente più appassionante del tuo maledetto vernissage!”, sbottò Sally di rimando, fingendo sussiego; con sommo compiacimento diede una risposta tanto sbrigativa quanto risentita e, voltandosi, raggiunse il divano lì appresso e si mise a sedere incrociando le braccia in un atteggiamento di irritato contegno. Lo stava fissando sfidandolo con sguardo fiero.

“Lo sai che non potevo venire meno a una promessa. Mi reputo un uomo d’onore. Come tu ben sai, una promessa è pur sempre una promessa. Non ho grande stima per le opere del mio collega, ma trattasi pur sempre di un collega con il quale preferisco continuare a mantenere un buon rapporto. Mai venire meno alle convenienze!”, cercò Henry di riallineare la conversazione sui giusti binari della comprensione reciproca.

Sally fece per dire la sua, ma fu bloccata appena provò ad aprir bocca. L’intervento di Henry non era ancora terminato. Lo riprese e si preparò ad ampliarlo con l’intenzione di mitigare la sua scontrosità, della quale egli stesso reputava di esserne l’artefice, e farle tornare perciò un po’ di buon umore.

“Se vuoi ti racconto com’era la mostra… Dunque, non hai idea di cosa si sia inventato questa volta… Sculture sullo stile neoclassico… Cioè le sculture possedevano la plasticità dei movimenti di ispirazione neoclassica, ma ciò che le differenziava dalle loro illustri predecessore, qualora volessimo conferire a queste vili epigoni una parvenza di dignità artistica, era che al posto della testa avevano il vecchio tubo catodico delle televisioni di una volta. Non che fosse originale la trovata in sé, ma è l’interazione con queste statue in simil marmo che mi ha colpito. Pensa che con un’applicazione da cellulare prendevano vita. Ne ho risvegliata una per provare. Con una funzione specifica si apriva verso l’interno del tubo catodico una specie di tendina a forma di calotta del tipo simile alle visiere dei caschi delle motociclette. L’interno era cavo e racchiudeva un grammofono che si azionava con una funzionalità impostata nella relativa applicazione… Alla prima nota musicale la statua si animava a bomba facendo schizzare qua e là i suoi arti infissi a dei perni concentrati all’interno dell’anima materica. Ovviamente le membra della statua rimanevano sospese da terra con la medesima struttura attaccata a un palo che poggiava su un piedistallo e terminava su per il culo della statua…”, terminò la sua esposizione con questa osservazione perentoria. Aveva provato piacere a dilungarsi con particolari dettagliati e pittoreschi, convinto che l’espressione interessata e divertita di Sally non fosse solo di facciata e lo stesse ad ascoltare genuinamente coinvolta.

“Che porcheria!”, osservò opportunamente divertita e rafforzò il suo verdetto con un’espressione di disgusto, “Hai fatto acquisti vedo…”, alluse strizzando l’occhio alla sportina che Henry seguitava a tenere in mano.

“Ah sì, ho comprato un catalogo sull’opera omnia di Gian Lorenzo Bernini alla libreria della mostra.”, confessò tirando fuori il volume ponderoso dalla sportina e fece per allungarglielo pensando volesse darci un’occhiata.

Sally ritenne preferibile restare al gioco gratificando le sue spontanee manifestazioni di entusiasmo. Si alzò perciò dal divano e allungando il braccio intese raccogliere l’invito. Henry le porse il volume della monografia su Gian Lorenzo Bernini, al quale diede una scorsa sfogliandolo con quel minimo d’interesse che credeva di saper simulare.

“Anche tu con questa fissazione su Gian Lorenzo Bernini, va bene che sei uno scultore, va bene che anche tuo fratello lo è, va bene che non si sa chi sia il più bravo fra voi due… Oddio, forse un’idea ce l’avrei…”, dichiarò Sally e a quest’ultima osservazione si lasciò sfuggire un risolino con il quale voleva affettuosamente motteggiarlo. Fece allora per voltarsi verso Henry che accolse benevolmente l’illazione e aprì il volto ad un’espressione comprensiva.

“Spiritosa…”, mugugnò.

“Anche lui era al vernissage?”, domandò Sally alludendo al fratello.

“Sì.”, affermò.

“È rincasato?”, chiese Sally con noncuranza.

“No, credo sia ancora dentro al bagno della struttura…Se non l’hanno ancora trovato, s’intende…”.

Lo fissò con sguardo enigmatico.

“È morto…L’ho ammazzato!”, ammise, fingendo di provare un rimorso inesistente. Si produsse in un volto affranto che gli parve efficacemente studiato ad arte.

Fu un attimo e l’espressione del suo volto divenne così inquietante che le gelò il sangue nelle vene senza potercisi raccapezzare. Rimase pietrificata, mentre un ghigno sardonico di puro e autentico compiacimento aleggiò tra le labbra di Henry.

“Non è che ai tempi corresse buon sangue tra i due fratelli artisti e tra di loro ci si mise pure l’amore per una nobildonna di nome Costanza Bonarelli. Entrambi si invaghirono perdutamente di questa donna maritata. Cosicché avvenne un giorno che Gian Lorenzo notò il fratello Luigi uscire da casa Bonarelli mentre veniva congedato dalla nobildonna. Gian Lorenzo la sorprese da lontano sulla soglia, scarmigliata e discinta, tanto da non poter evitare di pensare che tra i due si fosse consumato l’adulterio. Con l’intento di fargliela pagare cara inseguì il fratello fornicatore per tutta l’Urbe pretendendo soddisfazione in un misto di furibonda gelosia e inveterato rancore. La sua ira venne ahimè placata prima che potesse uccidere il fratello.”

“Tu sei pazzo, non ho alcuna relazione con tuo fratello! Almeno, non l’avevo…”, eruppe Sally, sforzando la sua voce soggiogata dal terrore finché questa le si affievolì spegnendosi in un singulto. Si sentiva in trappola, in balia di un uomo che non aveva mai conosciuto in questa nuova terribile versione. Il libro con cui avrebbe potuto difendersi le cadde dalle mani tremanti. Rabbrividiva rimanendo immobile mentre Henry aveva preso ad avvicinarsi con ancora in mano la sportina colorata ma non sufficientemente diafana, nella quale però si intuiva ci fosse qualcosa di pesante che sinora non aveva catturata la sua attenzione.

“Troppe umiliazioni ho dovuto subire per colpa di mio fratello e del suo straordinario talento che tutti gli riconoscevano! Mi rincresce, ma gli ho scolpito l’unica fine che si meritasse. Gli ho immerso la testa nella latrina mentre si trovava immerso nel suo mondo fluttuante tra le marionette impazzite di quel mediocre… L’Arte e le sue immersioni che ti lasciano a volte senza fiato!”, sentenziò perentorio con voce impostata e a questa sua esternazione esplose in una risata selvaggia.

“Cos’hai ancora dentro quel sacchetto?”, pronunciò questa domanda con voce tremula, raccogliendo quel po’ di coraggio che le riusciva, presagendo la rivelazione di qualcosa di tremendo. Indicò debolmente l’oggetto in questione e il relativo contenuto, sebbene già presentisse che la risposta avrebbe confermati i suoi timori.

Henry rallentò volutamente le operazioni per torturare ancora di più Sally, che ai suoi occhi non poteva avere vie di scampo e che invece si ingegnava per trovarne tentando di allontanarsi a piccoli passi e tastando lo spazio attorno a sé in cerca di ostacoli che le ostruissero la fuga. Riteneva di poter approfittare dell’espletamento delle operazioni alle quali Henry si stava dedicando per mettere più distanza tra loro due, nella speranza di trovare una via di fuga confacente.

Henry fu però celere a tirare fuori l’oggetto meritevole della tremenda curiosità di Sally. Terminò le operazioni discretamente prima che questa avesse completamente liberato il campo dietro a sé in previsione di una fuga. Ebbene, l’oggetto meritevole di questa tremenda curiosità era un capestro con nodo scorsoio. Henry prese a vantarsi della realizzazione del nodo fai da te in un’atmosfera che si era fatta via via più surreale. La follia lo aveva decisamente avvinto e l’odore del sangue reclamava ancora soddisfazione. Tuttavia, stavolta non si sarebbe macchiato le mani in prima persona.

Henry aumentò il passo tenendo davanti a sé il capestro che doveva pesare parecchio. Sally lo assecondò e si mise a scappare prendendo ad aumentare sempre di più la distanza che li separava l’uno dall’altra, sennonché era costretta a descrivere un moto circolatorio attorno alla stanza affannandosi per sfuggirgli.

“Coraggio, fatti ammazz… suicidare!”, era l’incoraggiamento straziante che le rivolgeva.

Nella sua incommensurabile follia prese a rincorrerla tagliandole potenziali vie di fuga attorno al salotto. Arrivarono trafelati ad una situazione d’attesa con il tavolo dei cocktail che si frapponeva consentendo loro di tirare il fiato. Trovandosi ora a un’opportuna distanza di sicurezza e protetta dal tavolo che li divideva, Sally aveva afferrata una bottiglia di whisky e si sarebbe impegnata in una strenua difesa brandendo l’unico strumento d’offesa che in quella stanza e nella sua posizione aveva reputato efficace e maneggevole.

Senza preavviso Henry si trovò spiazzato da questa nuova evoluzione dei fatti. Sally ovviamente avrebbe venduta cara la pelle. Era stato sciocco non averci pensato prima. Era stata una qualche sensazione di dominio totale ad averlo persuaso che qualsiasi persona si sarebbe piegata alla sua volontà.

Poiché si era risolto per l’impiccagione quale forma di suicidio artatamente inscenata, avrebbe voluto che il corpo di Sally non riportasse segni d’offesa o colluttazione che svelassero la realtà dei fatti per come si erano svolti. Chi di dovere avrebbe infatti smascherata di sicuro la mistificazione.

Accadde che Sally si vedesse costretta dalla piega degli eventi a difendersi attraverso l’offesa. Brandendo la bottiglia che aveva in mano e che sperava di tirargli in testa se lo avesse avuto a tiro, si sentì moderatamente protetta per provare a rintuzzare un attacco. Era abbastanza sicura che Henry non sarebbe riuscito a metterle la corda al collo prima di sentire l’urto violento della bottiglia sulla sua testa. Si preparò a caricare prendendo una leggera rincorsa, ma per sua sfortuna inciampò sulla monografia su Gian Lorenzo Bernini che le era caduta prima sul pavimento. Con il cervelletto andò fatalmente ad urtare sullo spigolo del tavolo per i cocktail e cadde esanime a terra. Una provvidenziale ironia impietosa era accorsa in aiuto di Henry.

Controllò che Sally fosse spirata e maledisse in cuor suo che la ferita riportata fosse quella mortale. Era inevitabile che si potesse ferire nella concitazione e sarà altrettanto inevitabile che si evinca il motivo della morte. Non ci sarebbero cascati anche se avesse finto un suicido per impiccagione. Avrebbe potuto avvelenarla, ma non si erano presentate le condizioni e comunque l’avrebbero scoperto lo stesso. Arrivato a questo punto rimase sui suoi proponimenti. Avrebbe pur sempre buttato un po’ di fumo negli occhi alle autorità, rifletteva nella sua candida ingenuità.

Si trovava ora nella spiacevole situazione in cui le sue sole forze sarebbero risultate insufficienti per portare a termine il suo proposito. La sua rabbia raddoppiò sapendo di essersi dovuto aspettare a buon diritto un apporto esterno. Qualcuno che lo aiutasse a tirare quella maledetta corda! Aveva infatti usata la struttura del lampadario come carrucola e sperava di tirare su con le sue sole forze Sally, il cui collo era già circondato dal nodo scorsoio. Nell’esaltazione schiumava famelico come una belva incarognita.

Sentì sferragliare appresso all’uscio. Qualcuno stava armeggiando con le chiavi per entrare dal portone d’ingresso. Non aveva nulla con cui difendersi e pochissimo tempo per decidersi per un nascondiglio. Adocchiò un angolo in penombra formato dal muro e da una cristalliera e vi si accoccolò. La corda appesa alla struttura scivolò gradatamente a terra per fermarsi a mezza via. La vide scendere inesorabilmente finché la sua attenzione fu richiamata da passi cadenzati in avvicinamento che si accompagnavano a una voce squillante con la quale il possessore non aveva esitato ad annunciarsi appena varcata la soglia.

Il possessore della voce squillante davanti ai suoi occhi assunse le sembianze del sicario che aveva assoldato per eliminare definitivamente anche l’ultimo dei conoscenti a lui più prossimi che avesse contribuito a condannarlo a una vita di costanti e reiterate umiliazioni professionali. Henry riconobbe la figura nota e tirò un sospiro di sollievo. Si sentì rincuorato benché sapesse che prima o poi avrebbe dovuto aspettarsi una tale visita. Tardiva, appunto.

Uscì dal nascondiglio e fece per avvicinarsi al sicario per accoglierlo con il trasporto della riacquistata tranquillità. Tuttavia, non sapendo come il sicario avrebbe interpretate quelle effusioni, valutò preferibile ricomporsi e passare dalla forma direttamente alla sostanza. Si avvicinò al centro del salotto ai piedi della defunta, rimanendole a debita distanza.

“Avresti potuto avvertirmi che avresti tardato. Missione compiuta?”, lo redarguì benevolmente per poi assicurarsi che avesse fatto il suo dovere.

“Missione compiuta!”, rispose laconico il sicario. Non aggiunse altro, nonostante sapesse che Henry lo avrebbe tempestato di domande supplementari. Prese a servirsi della sua imperturbabilità come arma di difesa, oltreché di un pugnale che si trovava a rimbalzare e roteare nella sua mano destra. Magari entrambi avrebbero funzionato da deterrente per prevenire il suo cliente dal voler setacciare segreti professionali inaccessibili. Il suo cliente però era in quel momento divertito da alcuni particolari della sua mise dei quali il sicario stesso non pareva provare imbarazzo.

“Potresti andarci piano con quel pugnale, qualcuno potrebbe farsi male…”, lo ammonì con poca convinzione.

“Non si preoccupi, ho una certa abilità con questi affari!”, rispose con noncuranza il sicario.

“E quel cuscino che hai in mano?”.

“Pensavo di rimanere a dormire qui stasera.”.

“E quel cappello da cowboy che hai in testa? Non è carnevale…”.

“Mi serve per entrare nel personaggio.”.

“Quale personaggio?”, insistette Henry.

“Il mio personaggio!”, rispose recisamente il sicario.

Henry decise di non insistere per evitare di irritarlo. Rispettava le stravaganze altrui, se non offendevano il comune senso estetico. Fu comprensivo e considerò molto divertente la mise con la quale il sicario si era presentato e ci rise sopra quel poco. Loschi presagi avrebbero potuto allertarlo se un certo senso di onnipotenza non si fosse già insinuato in lui.

Si stava beando del suo stato euforico ormai convintosi del suo successo finale. Stava provando enorme entusiasmo per aver raggiunta la consapevolezza che d’ora in avanti avrebbe potuto camminare fieramente a testa alta senza sentirsi sbeffeggiato da chicchessia. Avrebbe voluto che anche il sicario partecipasse al suo entusiasmo con egual trasporto, sebbene fosse conscio di quanto fosse impensabile che il sicario provasse un entusiasmo paragonabile al suo. Il disinteresse indotto dal mestiere non lo portava a sentirsi moralmente coinvolto in questa faccenda sfociata in un’allucinante follia di esaltazione crudele, pur avendone contribuito in parte alla realizzazione. Non poteva avere nulla da rimproverarsi, poiché aveva solo compiuto il prostrante dovere che il suo lavoro gli imponeva.

“Non contavo che passassi più di qui per oggi. Cercavo di sbrigarmela da me, ma come puoi vedere ho bisogno di rinforzi. Dovresti aiutarmi a tirare la corda. Così, come una carrucola… In due ce la possiamo fare! Dobbiamo sbrigarci, abbiamo aspettato già abbastanza!”, pronunciò risolutamente il suo impegno e formulò al sicario una richiesta di collaborazione per portare a termine quella orribile incombenza.

Senza attendere risposta e considerando che sarebbe stata affermativa, tornò appresso a Sally; aveva appena ripreso il capestro saldamente tra le sue mani e girandosi verso il sicario gli si rivolse per sollecitarlo. Henry lo vedeva ancora nella stessa posizione, bloccato a terra con le gambe divaricate.

“Se vuoi puoi usare il pugnale che hai in mano per sfregiarla, visto che non la puoi più ammazzare…”, ironizzò con sguardo allusivo e rise del suo crudele sarcasmo.

Il sicario sembrò non prestare attenzione all’esternazione di Henry e non colse neppure l’ironia mordace e sottesa che si richiamava a quello che poc’anzi si è raccontato. Piuttosto il suo sguardo errava qua e là. Di volta in volta si voltava visibilmente inquieto all’indirizzo dell’ingresso. Henry si fece prudentemente sospettoso. Il sicario comprese che il suo cliente si era messo in allerta. Cercò allora di salvare le apparenze dimostrando di volersi dirigere verso l’ingresso per chiudere a chiave il portone.

“Dove stai andando?”.

“A chiudere a chiave il portone.”.

“Come mai?”.

“Vuole forse che entri qualcuno in casa mentre impicca al lampadario quella donna?”.

“Indipendentemente che tu lo chiuda a chiave o meno, il portone non si apre dall’esterno.”.

Il sicario si voltò in un baleno e gli lanciò il pugnale che aveva in mano. Istintivamente Henry prese il libro di Bernini che trovò a portata di mano e che dapprima aveva provvidenzialmente riappoggiato sull’altro tavolino accanto a quello dei cocktail. Con gesto fulmineo si riparò dall’offesa intuendo in una frazione di secondo la traiettoria del pugnale. Il pugnale si conficcò sul dorso e la lama vi rimase infitta discretamente in profondità. Simultaneamente il sicario estrasse la pistola dalla fondina che aveva al petto. Non era escluso fosse una Colt.

“Mio fratello?”.

“No, troppo facile. L’altro.”.

“Sapevo di non potermi fidare!”.

“Se l’avesse saputo si sarebbe equipaggiato meglio. Ad esempio, io sono venuto qui ben fornito. Non mi domanda questo aggeggio a cosa mi serve?”.

“Ti potrei chiedere a cosa ti è servito…”.

“… e io potrei dirle a cosa mi servirà! In più le posso dire che questo abbinamento è stato appositamente selezionato da me medesimo per l’occasione. Non le sembro Lee Van Cleef in ‘Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo’?”, chiese il sicario incoraggiando l’ammirazione dell’uomo che aveva sotto tiro e che probabilmente avrebbe risposto affermativamente così da prendere tempo per studiare qualche stratagemma.

Henry trovò ingiusto il doversi trovare nella stessa situazione in cui si era trovata poco prima la sua vittima. Tutt’al più che nel suo caso il suo attuale aguzzino aveva una pistola in mano ed Henry sapeva quanto la sapesse utilizzare bene.

“Mi sono anche fatto crescere i baffi per entrare ancora di più nel personaggio, non nota come mi stanno bene?”.

“Le vorrei recitare l’intera scena tratta da ‘Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo’ che ho presa ad ispirazione dopo aver saputo che anche il marito della sua amante desiderava farla fuori. Tuttavia, le risparmierò quella che nella sua prostrazione inerme sarebbe sicuramente una tortura.”.

Schermandosi con il cuscino gli si avvicinò lemme lemme. Sapeva quanto la sua preda mostrandosi arrendevole conoscesse il suo destino inclemente. Quando si trovarono alla distanza di un alito di vento il sicario premette il cuscino sul muso di Henry e lo trascinò addosso al muro. Puntò la pistola silenziata in mezzo al cuscino. Rideva sguaiatamente.

“Adios, amigo!”, e sparò.

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