Il patto felino

Beatamente disteso sopra il tatami della mia camera da letto, mi trastullo con la totale libertà della quale sto godendo in questo momento. Sento di potermi ritenere fortunato, poiché avrò la casa a mia completa disposizione per l’intera serata. Ho programmato di trascorrerla rasserenato nell’animo, conscio di essermi liberato della presenza dei due individui con i quali divido l’appartamento in cui viviamo qui in Giappone, nonché le relative spese d’obbligo. Ero riuscito a invitare entrambi a cercare altrove il loro nido d’amore, dove poter miagolare senza correre il rischio di importunare qualcuno o di esser importunati.

Sono immobilizzato nella mia posizione supina di placido rilassamento, restio a compiere movimenti, ma a un tratto sento sopraggiungere borborigmi provenienti dallo stomaco: sarebbe il caso che lo faccia smettere di brontolare. Sollevatomi quindi dal tatami con notevole sforzo di volontà, mi adopero per andare a prepararmi qualcosa da mangiare. Senza accorgermene, mi sono trascinato verso un orario in cui si è soliti cenare.

Ricordo di aver comprato ieri della tempura e perciò mi avvio fiducioso in direzione del frigorifero. Frattanto prendo la decisione di abbinare il mio succulento acquisto del giorno prima a una scodella di udon con cui ho la sensazione si possa sposare egregiamente. Lo scenario desolante che mi si presenta davanti agli occhi però, ispezionando l’interno illuminato, che sollecita un ammiccamento prolungato, mi indispettisce parecchio. Non riesco a individuare il mio pasto. Dev’essere già stato consumato.

Immediatamente il sospetto ricade sui miei coinquilini: probabilmente con l’intento di volermi fare un dispetto devono avermi sottratto il pasto prima di uscire. Sembra non sia bastato loro avermi convinto ad assentarmi da casa per qualche ora in serate prestabilite al fine di lasciar loro maggiore intimità. Avevano assunto un comportamento incommentabile, disdicevole, sebbene tempo addietro avessimo convenuto che avrebbero potuto accoppiarsi in mia assenza per due serate a settimana e io mi ero sempre trovato ben disposto a fare loro il piacere di liberarli della mia presenza. Quest’oggi mi ero mostrato irremovibile: se avessero voluto miagolare indisturbati, sarebbero stati loro a uscire di casa stasera, sarebbero stati loro a dover rispettare i patti.

Ripenso a come ci avessero provato poco fa, prima di uscire, a blandirmi per guadagnare una serata extra. Non mi ero mostrato accondiscendente e perciò se ne erano andati via mestamente a miagolare altrove, verso il loro nido d’amore surrogato. Magari si erano nascosti in qualche anfratto in penombra, risparmiato dalle luminarie circostanti, le quali qui in Giappone e specialmente a Tokyo con la loro invasiva presenza tendono a non preoccuparsi di apparire discrete.

Data la situazione imprevista, mi impegno a reprimere la collera pensando a qualche frivolezza. Non mi sarebbe dispiaciuto trasformarmi in un bakeneko dei racconti fantastici: uno di quei gatti indemoniati che zampetta con passo felpato, sinuosamente avvolto nel buio, con i suoi inquietanti occhietti a fessura che perforano la notte, scrutando l’oscurità d’attorno. Mutato in tali sembianti, sarei potuto andare a spaventarli con il favore delle tenebre, per vendicarmi di questo scherzetto infantile che mi priva della mia cena; tutt’al più che non vi è alcuna clausola nel nostro patto che reciti di non poter attuare una vendetta personale. Avrei avuta perciò ragione di restituirla a tempo debito. Qualora ne avessi avuta l’intenzione, avrei provato a pareggiare i conti con loro. Avrei tentato di rifarmi in qualche modo del pasto che si erano sbafati.

Torno a ripensare a cosa mettere sotto i denti e non trovo altra soluzione se non uscire di casa per procacciarmi la cena. I borborigmi stanno salendo d’intensità. Non ho però voglia di prendere dell’altro sushi in offerta al supermercato. Mi capita talvolta di farci un pensierino verso ora di cena, quando arriva il momento in cui l’improbabilità di poterlo vendere tutto, trattandosi di cibo che deperirebbe se si arrivasse al giorno successivo, spinge i commercianti a offrirlo a metà prezzo, sperando quindi di non doverlo buttare via al termine del giorno stesso. Mi stuzzica invece l’idea di prospettarmi qualcosa che si possa scaldare o che sia predisposto alla cottura, ma che non sia troppo dozzinale, come i noodles istantanei o come qualche altra “pietanza” da konbini. Pervengo allora a un’altra idea allettante e valuto che è giunta l’ora di utilizzare la tessera segnapunti del mio locale di ramen prediletto. Devo usufruirne prima che si esaurisca la sua validità. Si sta avvicinando infatti la data di scadenza programmata da quanto stabilito dall’iniziativa promozionale. Potrò così ordinare a mio piacimento un piatto di tsukemen gratuito a seguito dei pasti accumulati fino ad ora.

Decido di recarmici subito. L’idea di poter consumare dello tsukemen bollente non potrebbe non allinearsi meglio con i miei bollenti spiriti, anche se vorrei che la mia irritazione scemasse al pensiero di una tale gratificazione culinaria, al più sapendo con certezza di poterla ottenere gratuitamente. È una fortuna che il mio locale preferito non disti molto dal nostro stabile. Solo alcuni chilometri ci separano. Scendo perciò di sotto, per mettermi in sella alla mia mamachari: la bicicletta da donna con cestino che avevo acquistata a un prezzo conveniente da un risaikuru. Tuttavia, quando arrivo nei pressi del pergolato allungato che protegge la rastrelliera lungo la quale sono allineate le biciclette del condominio in cui vivo, un moto di dispetto torna ineludibilmente a scuotere la mia tranquillità, alla vista di come alcune biciclette fossero cadute e ne avessero interessate altre che si erano anch’esse distese a terra, creando un effetto domino.

Cerco di dominare la rabbia che torna a montarmi dentro. Individuo senza possibilità d’errore la mia bicicletta incastrata lì in mezzo e sento che vista la situazione farò fatica a riacquistare la tranquillità sulla quale ritenevo di fare affidamento per quella serata. Se fossi d’umore migliore mi impegnerei a rimettere le cose a posto. Potrei provare ad accomodare le altre biciclette nella loro posizione originaria, ripristinando quello che doveva essere il contesto precedente, prima della catastrofe a catena, non così inconsueta quando ci si trova al cospetto di una teoria infinita di biciclette. Tuttavia, sento che il mio stato d’animo attuale non mi aiuterebbe nell’impresa, per cui dovrò limitarmi a estrarre la mia bicicletta da quel groviglio, nonostante un po’ mi dispiaccia non rimediare al disastro. Tento di impegnarmi alla bell’e meglio, grossomodo con discreto successo. L’aria intrisa di abbondante umidità, seppure in un orario serotino, mi ha fatto sudare copiosamente e il desiderio di riempire la mia pancia si fa ancor più incalzante.

Riesco infine a recuperare la mia mamachari. Inforco la bicicletta emettendo un sospiro liberatorio e mi trovo a coprire in brevissimo tempo la poca distanza che mi separa dal locale. Trovo l’ambiente interno particolarmente affollato, con diversi avventori abituali ai quali faccio un cenno di saluto amichevole. Facendo errare lo sguardo qua e là riesco a trovare un posto libero localizzato in un cantuccio. Si trova mestamente addossato al muro, al termine del lungo bancone che circonda la cucina a vista, caratterizzante la più parte dei locali impostati su questo particolare genere di architettura d’interni.

Su invito caloroso dei dipendenti, mi decido a occupare il posto libero prima che ci pensi qualcun altro. Mi siedo compostamente e attendo di poter ordinare il pasto che ho già impostato nella mia mente. Il mio immaginario me lo ha già proposto durante il tragitto che mi ha portato al locale, per cui non appena mi si chiede cosa desideri torno con i miei pensieri nel mondo reale con già la risposta pronta e faccio subito la mia ordinazione.

In attesa del piatto di tsukemen, sposto la mia attenzione altrove e mi concentro sugli avventori che popolano il locale. Intorno a me, come d’abitudine, si sta liberando dalle bocche dei clienti pasteggianti una sinfonia di risucchi. Dalle bacchette gli spaghettini avvolti dal brodo ascendono alla bocca producendo rumori che tentano di sincronizzarsi a vicenda, cercando insistentemente un’armonia comune. Subito il pensiero mi riporta a mia madre, la quale quand’ero piccolo non trascurava mai di ammonirmi di non fare rumore con la bocca quando mangiavo, e favorisce così la comparsa di uno di quei soliti sorrisi che tento di nascondere alla clientela ogni qual volta mi capita di assistere a questi peculiari “concerti” di risucchi.

Cerco di evitare che mi possano notare. Non vorrei che si risentano con me. Se alcuni avventori riuscissero ad accorgersi di quanto mi sto divertendo alla faccia loro, benché l’espressione aleggiante sul mio volto possa suggerire come sia sovrappensiero, sicuramente non mi comprenderebbero appieno e mostrerebbero sconcerto, finanche a spazientirsi; mi considererebbero magari una persona insolente che li voglia canzonare senza alcuna vergogna. Ne avrebbero ben donde e non li potrei di certo biasimare per questo.

Decido allora di mettere maggior giudizio nel mio atteggiamento contegnoso e mi predispongo a farmi gli affaracci miei per non rischiare di indispettire la clientela del locale. Cambio obiettivo e rimugino su quale tipo di vendetta potrei attuare ai danni dei miei coinquilini dispettosi. Sento di essere nel mio pieno diritto di rivalermi su di loro a mio piacimento e a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo a mia disposizione.

Mentre penso quale possa ritenersi la soluzione migliore per i miei fini, arriva la mia cena: preceduta da una scia di vapore allettante, si presenta fumigante ai miei occhi estasiati. Il personale è stato celere a preparare il piatto di tsukemen. Consumo il mio pasto voracemente, mettendo per un po’ da parte i miei propositi vendicativi. Dopo essermi lautamente rifocillato e aver notificata al gestore la gratuità della mia cena, mi congedo complimentandomi con il personale e mi dirigo verso l’esterno per recuperare la mia bicicletta.

Rifletto qualche istante se non sia il caso di differire il mio ritorno a casa ed estendere quindi la mia serata per svagarmi un po’. Potrei trarre vantaggio da questa nuova prospettiva, per capire se dentro di me nel mio animo vi sia da qualche parte un’inclinazione al perdono nei confronti dei miei coinquilini. Tuttavia, pur volendo passare mentalmente in rivista intrattenimenti appetibili che potrebbero fare al caso mio, dei quali potrei usufruire in solitaria, mi riduco a individuare solo luoghi deprimenti come le sale dei pachinko. Finisco quindi per non mostrare alcuna esitazione a mettermi sulla via di casa, inforcando di nuovo la mia bicicletta. Sarebbe stata dura che indulgendo in tali passatempi potessi ammorbidirmi.

Sulla strada del ritorno un poliziotto mi intima di fermarmi, per verificare se la mia mamachari sia davvero mia, se io ne sia il vero possessore con tanto di registrazione identificativa. Probabilmente non avendo molto da fare e scorgendo in me un forestiero, ha deciso di sottoporre la mia bicicletta all’ennesimo controllo. Dal momento che il tasso di criminalità in una città come Tokyo non è molto alto, pare che i poliziotti non si trovino impegnati di solito con mansioni troppo gravose e si adoperino magari con altre meno gravose ma parimenti dignitose, come aiutare una vecchietta ad attraversare la strada oppure recuperare un gattino impaurito sopra un albero. Ecco, perché non erano andati a scovare i miei coinquilini, invece di fermarmi per l’ennesima volta?

Conclusa la prassi del controllo, riprendo la strada verso casa, augurandomi di non dover imbattermi in altre seccature che mi rovinino l’umore già guastatosi ma al contempo parzialmente rallegratosi dopo il pasto consumato poco prima. Mi fermo davanti alla rastrelliera delle biciclette messe in fila e noto come la fila stessa sia stata impeccabilmente ripristinata. Qualche volenteroso si era reso disponibile per l’ingrato compito, a beneficio di tutto il condominio. Torno a sentirmi un po’ in colpa per non averci pensato io stesso. Avevo lasciato a qualcun altro una tale incombenza. Preferisco non rischiare di sentirmi mortificato e mi autoconvinco che la prossima volta sarò io ad assumermi oneri e onori, perché sono sicuro che ci sarà una prossima volta.

Mi avvicino ancor di più e noto come vi siano anche le biciclette dei miei due coinquilini e ciò mi procura enorme irritazione. Dovevano aver atteso che me ne andassi per tornare sui loro passi. Devono trovarsi dentro casa in questo momento. Infilo la bicicletta nella rastrelliera, senza curarmi se possa nuovamente cadere assieme alle altre, e corro su per le scale verso il nostro appartamento.

Mi fermo davanti alla porta e non mi inganno nel sentire dall’interno provenire dei miagolii. Mi sento così infuriato che prenderei a calci la porta d’ingresso, ma decido saggiamente di recuperare le chiavi, nonostante le mani mi prudano. Le trovo e lentamente faccio per aprire. Mi muterò in ninja, muovendomi silenziosamente all’interno. Mi preoccuperò di non fare rumore, entrerò, riempirò una pentola di acqua calda e la lancerò addosso ai miei coinquilini, che fino a quel momento saranno ignari della mia presenza.

Mi accingo ad aprire con la chiave. Completo l’operazione senza far rumore. Con troppa tensione addosso decido però all’ultimo che sarebbe preferibile che vada a prendermi qualcosa da bere per schiarirmi le idee. Faccio per dirigermi al primo distributore disponibile. Prima però faccio tappa presso la rastrelliera e termino il lavoro che ho lasciato a metà: chiudere con il lucchetto la mia mamachari. Mi accuccio, preoccupandomi di non urtare una bicicletta qualsiasi che potrebbe innescare l’effetto domino, ma ovviamente mi mostro maldestro e con un movimento inconsulto ne faccio cadere alcune. Dal trambusto che ne segue vedo uscire due gattini impauriti. All’istante mi sovviene un’idea che reputo brillante e in un lampo riesco ad afferrarli per la collottola.

Torno a salire le scale con passo felpato. Le mani occupate non mi serviranno ad aprire la porta di casa che ho lasciata appoggiata poco fa al battente. Entrerò cauto e lancerò loro addosso i due gattini. Davanti alla porta affino l’udito, ma non carpisco alcun movimento all’interno, nessun miagolio, se non quello delle due bestiole che ho in mano.

Mi mostro esitante a varcare la soglia. I due gattini in mio possesso hanno preso ad agitarsi con le zampette. Mi graffiano entrambi le mani. Sono costretto a mollare la presa. Tento di reprimere invano un urlo di dolore, mentre li vedo fuggire celeri giù dalle scale. Mi sto massaggiando le mani doloranti, allorché vedo subito dopo provenire dalle scale e mettere piede sul pianerottolo i miei due coinquilini che mi guardano perplessi mentre seguito a imprecare senza soluzione di continuità.

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