Amasaki Riya era consapevole che non avrebbe potuto vivere il resto dei suoi giorni all’ombra del disonore per non essere ancora riuscito a vendicare la morte del padre. Era accaduto tempo addietro che il genitore fosse perito di morte violenta per mano di un samurai appartenente a una casata rivale, a seguito di un acceso diverbio sfociato in un duello improvvisato.
Riya aveva assistito in prima persona all’efferato delitto. Rimase profondamente segnato da questo episodio, che temprò il suo spirito guerriero non ancora del tutto sviluppato. Aveva subito un colpo micidiale, che però avrebbe finito per fortificarlo, bruciando le tappe della sua crescita interiore. Avrebbe raggiunta la consapevolezza della missione che avrebbe dovuta intraprendere, allorché avesse raggiunta la maggiore età, in un futuro che si preannunciava destinato in parte alla riparazione dell’affronto subìto.
Pur essendosi trovato nella condizione di spettatore, ne aveva sofferto enormemente, anche perché l’assassino del padre aveva voluto risparmiargli la vita. Considerate le premesse, non sarebbe mai venuto meno al dovere che la tradizione moralmente gli imponeva, soprattutto ora che poteva affermare di sentirsi pronto a vendicarne la morte.
Ricordava quel giorno come se fosse ieri. Gli occhi di bambino avevano registrata la scena tremenda alla quale poté solo assistere impotente. Stava passeggiando assieme al padre in una zona appartata del suo quartiere, allorché un samurai di una fazione opposta incrociò il loro cammino. Il suo nome era Iwabuchi Den’uchi. Quest’ultimo era animato dal desiderio di discutere di una questione cogente assieme al padre, ma si era presentato con una tale aggressività che l’atmosfera in breve tempo scintillò di un bagliore di lame affilate.
La coppia era rimasta disorientata dalla nuova presenza, che aveva preso ad apostrofarli rudemente, tant’è che il padre non riuscì a rimanere indifferente alla piega presa dagli eventi. Non avrebbe voluta accettare alcuna provocazione. Sapeva che la sua dignità non avrebbe potuta sopportare l’offesa, ne sarebbe rimasta di sicuro oltraggiata. Si vide perciò costretto dalle circostanze a rispondere per le rime all’insolenza del rude aggressore, che aveva preso ad accalorarsi, fronteggiandolo truce, con l’aria di volerlo sfidare da tempo. Den’uchi doveva aver reputato che il luogo appartato potesse essergli amico per uno scontro, finanche a divenire teatro di una singolar tenzone improvvisata.
Riya a distanza di tempo rammentava quale fosse il motivo principale che aveva scatenato la disfida: l’amore per una donna che lavorava in un quartiere di piacere. Raccogliendo particolari dal loro alterco, era riuscito solo quel giorno a realizzare come il padre se ne fosse innamorato da tempo, a tal punto da frequentare assiduamente il quartiere di Yoshiwara dove lavorava, rinomato per le numerose case di piacere ivi presenti. Da quando sua madre era deceduta, il padre doveva aver intrattenuta questa “relazione” particolare, a lui segreta, tant’è che il genitore aveva preferito tenersela per sé, mostrandosi opportunamente riservato sull’argomento.
Quel giorno invece il samurai rivale non si fece alcuno scrupolo a portare subito il discorso sul motivo per cui entrambi avevano sviluppata una viva ostilità reciproca, la quale rappresentava la degenerazione della loro accesa rivalità, formatasi persino prima che ci si mettesse di mezzo una donna. Il preconcetto avrebbe voluto che l’appartenenza a diverse fazioni che confliggevano apertamente tra loro sviluppasse e alimentasse una forte rivalità e di fatto l’assunto in sé non veniva smentito affatto. Nonostante i due rampolli da piccoli avessero mantenuto un rapporto serenamente cordiale, dacché erano entrati a servizio presso due diversi signori, ai quale le loro famiglie prestavano opera di vassallaggio, furono giocoforza indotti a conformarsi al pensiero corrente, che li avrebbe considerati avversari ostili per la loro sola appartenenza a fazioni che rivaleggiavano tra loro.
La rivalità si trasferì ai due giovani samurai e si trasformò in un’ostilità rafforzata dallo spirito di competizione che giustificava la loro intenzione di aggiudicarsi la donna contesa. La discussione dai toni accesi proruppe allora in un diverbio ancor più acceso, che sfociò infine in un duello nel quale trovò la morte il padre di Riya.
Riya era diventato maggiorenne e avrebbe potuta ora attuare la sua vendetta da sé, senza avvalersi di un sukedachi, un aiutante che esaudisse il suo desiderio di riparazione definitiva, incaricato per procura dell’esecuzione materiale. Il suo signore non gli avrebbe negato un periodo di congedo a tempo indefinito per la sua ricerca, l’identificazione dell’avversario e la richiesta scritta di un legittimo duello, lo hatashiai. Avrebbe così dimostrato come la pietà filiale nei confronti del padre non fosse venuta mai meno nel suo animo risoluto.
La preservazione dell’onore a qualsiasi costo veniva prima di tutto, nell’ambiente guerriero dell’epoca, permeato da un pensiero di ispirazione confuciana. In periodo Edo esisteva una forma di vendetta, il katakiuchi, ammessa dalla legge dettata dalla consuetudine, il fubunritsu. Ogni caso specifico di vendetta veniva accuratamente valutato. Se autorizzato dall’alto, il proposito veniva notificato tramite l’iscrizione in appositi registri, la pratica del chōzuke, la quale si era diffusa nell’ambiente del buke, la nobiltà di spada, per risolvere i casi di omicidio tra membri appartenenti al ceto guerriero.
Riya acquisì il benestare del proprio signore e cominciò la sua impegnativa ricerca. Non si sarebbe dato pace finché non avesse ottenuta la giusta riparazione all’offesa subìta, fermamente deciso a vendicare la morte del padre, per riabilitare così l’onore della sua famiglia. L’assassino non era stato perseguito dalla legge per il delitto commesso. Il ceto guerriero godeva di quest’immunità, cosicché il dovere morale di infliggere la punizione definitiva all’omicida spettava ai parenti del defunto.
La protezione della casata nella quale prestava servizio tenne Den’uchi per diverso tempo lontano da eventuali pericoli, finché proprio al suo signore non fu intimato di compiere seppuku, il suicidio rituale. Era stato lo Shōgun in persona a richiederlo espressamente, come riparazione onorevole per un’aggressione irresponsabile ai danni di un alto funzionario dell’imperatore. Il Figlio del Cielo si era invece mantenuto silente sull’accaduto, ma in cuor suo doveva aver approvata la deliberazione del capo militare. Den’uchi, a seguito del seppuku del suo signore, avrebbe dovuto seguirlo, come attendente, assieme ai suoi compagni d’armi, nella morte attraverso il junshi, ma preferì farsi rōnin. In seguito, non potendo più frequentare case di piacere nella sua nuova condizione, riuscì a riscattare la donna amata, in compagnia della quale avrebbe così iniziata una nuova vita.
La donna percepiva come avesse dissipati gli anni migliori tra le pareti di quella casa di piacere, entro le cui mura aveva lasciato che a malincuore la sua bellezza sfiorisse, incidendo fatalmente sul suo fascino. Sapeva come anche la proprietaria concordasse sul suo decadimento, per cui non si stupì che non avesse provato dispiacere per la loro separazione. Di sicuro non l’avrebbe rimpianta in futuro. Priva dell’attrattiva d’un tempo, colei che fu donna di piacere si era allora rassegnata a una vita riservata, confidando nell’uomo che le stava accanto.
Durante la sua ricerca, Riya venne a sapere che la donna era però deceduta qualche mese dopo aver lasciata la casa di piacere, ma non riuscì a raccogliere informazioni sul motivo della morte. Sicuramente avrebbe soddisfatta questa curiosità qualora avesse trovato l’assassino del padre. Non dovette peregrinare a lungo che riuscì finalmente a farsi indicare il luogo in cui avrebbe potuto scovare il suo rivale. Si rallegrò quando seppe che non si era allontanato molto dalla capitale. Viveva in un villaggio a poca distanza dall’agglomerato urbano della città di Edo; era un luogo anonimo, senza particolare attrattiva, praticamente invisibile a chi capitava di passaggio. La sua dimora consisteva in una capanna diruta che lo ospitava assieme a un bambino.
Riya invitò formalmente il suo rivale a scontrarsi con lui. Gli inviò una lettera che riportava la richiesta esplicita di un duello ufficiale. Propose come luogo una foresta nei dintorni della città di Edo. L’avversario accettò lo hatashiai.
Riya si era preoccupato preventivamente di individuare un luogo che non fosse prossimo a uno spazio sacro delimitato da shimenawa. Non si sarebbe dato il caso che ci finissero dentro malavvedutamente durante lo scontro. Le autorità non glielo avrebbero permesso.
Nell’attesa del duello che avrebbe potuto restituire alla sua casata l’onore perduto, compreso nelle sue riflessioni, Riya avrebbe sperato che il suo avversario non lo mettesse in difficoltà, portandosi appresso, il giorno concordato per il duello, il bambino che gli era stato garantito fosse il figlio avuto dalla relazione con colei che Den’uchi aveva riscattato tempo addietro dalla casa di piacere di Yoshiwara. Riya pervenne a una deduzione che gli infuse profonda inquietudine, allorché considerò come la donna fosse deceduta solo alcuni mesi dopo l’omicidio del padre. Quale sarebbe stata la decisione opportuna da prendere?
Avrebbe dovuto fornire una risposta che includesse entrambi? Il matagataki, le faide ripetitive, non erano consentite. Il dilemma lo attanagliò. Si chiese se il presentimento che riteneva fondato l’avrebbe reso esitante davanti al suo avversario. Occupò il tempo che gli rimaneva nella ricerca di una soluzione definitiva al problema, finché non arrivò il momento di prepararsi per il duello da sempre anelato. Purtroppo, non era ancora riuscito a risolversi su come si sarebbe dovuto comportare in un simile frangente, che lo avrebbe riportato in un istante al suo passato di bambino privato del padre.
