Il padre scultore artista del legno scoppiò allora in un pianto fragoroso e si coprì il volto dalla vergogna, immaginando la moglie lo stesse osservando da qualche parte lì attorno, benché per l’appunto fosse sua moglie e potesse comprendere agevolmente le sue debolezze. La moglie continuava infatti a rimanere in giardino. Si era messa convenientemente in disparte per evitare un suo coinvolgimento. Non aveva smesso di rimanergli accanto con le buone intenzioni, cercando il momento giusto per rabbonirlo, per portarlo a più miti consigli, giungendo però alla conclusione che sarebbe stato saggio al contrario non intromettersi, per non alterare ancor di più il suo umore. Finora il marito non si era accorto della sua presenza silenziosa, troppo impegnato a convincere i figli a scendere da quella maledetta casa sull’albero.
Il marito aveva una scure ai suoi piedi e la moglie non avrebbe saputo indovinare se ne avrebbe avuto ancora bisogno, se le forze sarebbero tornate a sostenerlo, indugiando nei suoi sciagurati propositi. Sebbene gli fosse caduta di mano e lui stesso si trovasse ora in una condizione di profonda prostrazione fisica e morale tradottasi in un pianto dolente, la moglie non cercò di consolarlo dal dolore improvviso che lo aveva sommosso. Avrebbe potuto avvicinarglisi, ma le sarebbe stato impossibile prevedere come avrebbe potuto reagire. Immaginò allora che il marito sarebbe riuscito da solo a trovare il modo di ammortizzare il dolore con il tempo o magari sarebbe riuscito a riassorbirlo per viverlo con più serenità nella sua nuova condizione.
Il marito sembrava essere scosso da fremiti violenti che lo avevano portato a provare una profonda sofferenza. Fu soggiogato da una sconfinata mestizia che gli parve familiare. Si sentì trascinato dalle sue gambe verso il muro esterno della sua abitazione, al quale aderì con la sua schiena, sedendosi sopra all’acciottolato che formava il vialetto che percorreva le mura esterne. Vi rimase così, singhiozzante, fino a sera, quando tutto d’attorno si fece più buio e quella scatola lignea cominciò ad apparirgli come un grosso alveare avvinghiato a quell’enorme arbusto; o come una fiaschetta appesa al tronco, del quale accostamento sorrise tra le lacrime, mentre il suo sguardo veniva catturato dallo scintillio della lama della scure lasciata a terra ai piedi dell’albero.
Sicuramente non sarebbe andato a riprenderla per tornare a riprendere i suoi propositi abortiti al primo tentativo concreto. Avrebbe atteso che scendessero da sé i suoi due figli; li avrebbe perdonati e avrebbe fatto sì di rimediare in qualche modo al danno causato alla scultura lignea di Apollo e Dafne che avevano deturpata. Avrebbe trovato un modo per consegnarla in condizioni presentabili o almeno accettabili al suo committente, sperando che la potesse apprezzare nella sua nuova versione. Si sarebbe industriato ad apportare qualche variante che non svalutasse la bellezza complessiva della scultura.
Avrebbe fatto in modo, in un qualche modo che si sarebbe ingegnato di escogitare, di farsi perdonare dai figli per la sua sfuriata e per la reazione inconsulta che lo aveva spinto a tagliare a metà di netto il loro cupido, qualora fosse stato necessario dare loro delle spiegazioni in merito, così da fare ammenda pure con la propria coscienza. Avrebbe loro assegnata una scultura di cupido da realizzare ex novo, ma non sarebbe tornato ad assillarli perché si impegnassero con più profitto, come spesso era capitato in passato; riconosceva infatti di aver esercitata su di loro forse un po’ troppa pressione. Si sarebbe mostrato paziente stavolta, avrebbe comprese le loro incertezze, i loro dubbi irrisolti o irrisolvibili. Li avrebbe assistiti di certo nei momenti di pausa dal suo lavoro, dal momento che avrebbero dovuto riprodurre la loro scultura lignea di Cupido daccapo, per accelerare di fatto il processo creativo che era convinto avrebbe creata al contempo un’eccellente sinergia tra di loro.
Un bagliore improvviso, promanante dalla lama della scure lasciata a terra lo riscosse facendogli strabuzzare e sgranare gli occhi a sufficienza da consentirgli di notare una pianta di edera che, sin da quando si era accasciato a terra e gli occhi avevano cominciato a velarsi di lacrime, non aveva affatto notata davanti a sé. La pianta d’edera rilasciava un colore luminoso che tentava di rendersi opportunamente identificabile nel buio della notte; si arrampicava partendo dal terreno sottostante ai piedi dell’albero e si avvinghiava al tronco dal notevole diametro, fino a raggiungere quasi la sua sommità, confondendosi con le fronde lussureggianti del massiccio arbusto, cariche di foglie che di simile potevano vantare un colore oscurato dalla notte. Il nuovo insieme, così formatosi davanti ai suoi occhi, mentre i suoi pensieri l’avevano allontanato dal mostrarsene consapevole, era avvolto dall’oscurità, la quale pareva unificare ogni sagoma che si trovava d’attorno.
Si sollevò da terra e avvertì come nuove energie, fin prima vagheggiate solamente per un attimo quale fuggevole impressione, lo stessero supportando gagliardamente proprio in quel momento. La pianta di edera che aveva attirata così magneticamente la sua attenzione gli ispirò tosto un’intuizione che rappresentava un’ipotetica soluzione al suo problema. Pensò che in qualche modo sarebbe riuscito ad arrampicarsi sull’edera. Avrebbe sfruttate le nuove energie che si era stupito lo avessero così velocemente ritemprato, proprio così d’un tratto, e sarebbe riuscito così a salire, magari non così agevolmente, ma si era convinto che ce l’avrebbe fatta a raggiungere la casa sull’albero, all’interno della quale i suoi figli si erano rifugiati.
Dalla loro posizione sopraelevata i suoi due figli dovevano aver inteso il padre pentirsi per il suo comportamento sconcertante. Il dispiacere era stato espresso a mezzo di parole amareggiate, per cui dovevano averlo visto abbandonarsi ad un pianto irrefrenabile, che pareva esprimere quanto si fosse realmente pentito di averli così ripresi. Tuttavia, come il padre scultore artista del legno se ne sarebbe potuto rendere conto dal solo percepire l’immobilità della notte attorno a lui, i suoi due figli tendevano a continuare a mostrarsi timorosi e riluttanti al più a scendere dalla casa sull’albero, certamente per paura di essere di nuovo ripresi ferocemente dalla sua incontenibile irascibilità.
Ormai però il rancore che lo aveva animato sin prima era stato soffocato dalle lacrime versate durante l’attesa di vederli scendere dalla casa sull’albero, verso la quale ora sarebbe salito, con l’ausilio provvidenziale della pianta d’edera avvinghiata al tronco. Sentiva di averli perdonati completamente, e perciò non sarebbe tornato indietro sui suoi improvvidi passi. Non avrebbe riconsiderato di mostrarsi rancoroso fino al parossismo con loro. Si era ormai persuaso che non ce ne sarebbe stato bisogno. Si sarebbe mosso verso di loro con i suoi passi fiduciosi stavolta; sarebbe salito sull’albero e li avrebbe tranquillizzati sulle sue intenzioni, convinto che i suoi figli avrebbero comprese le ragioni per cui si era comportato in modo così feroce con loro.
Si sarebbe sicuramente dimostrato ben disposto nei loro confronti, dopo aver meditato in quei termini lungo tutta la serata, immerso nei suoi molteplici pensieri. La rabbia, che il pianto aveva fatta scivolare via lungo le gote attraverso il flusso delle lacrime, non si sarebbe più ripresentata; se ne era ormai persuaso definitivamente. Ora non gli restava altro da fare che tornare ai piedi dell’albero ed arrampicarvisi, appendendosi alla pianta di edera che gli avrebbe fornito un ottimo sostegno durante la salita.
