Se penso all’estate, ricordo con piacere il periodo in cui da piccolo trascorrevo le mie vacanze in montagna in compagnia della mia famiglia. Io e mia sorella eravamo contenti che arrivassero le due settimane di permanenza tra i monti, nella misura in cui sapevamo che avremmo apprezzati i momenti piacevoli che ci sarebbero stati concessi, aggregandoci alla nostra solita compagnia estiva, con la quale solevamo passare la maggior parte delle nostre giornate.
Potevamo a grandi linee contare sulla presenza dei suoi membri, nonostante anno dopo anno si accusassero defezioni o si assommassero nuovi elementi al gruppo, magari estemporanei, per la durata di un anno soltanto. Durante i mesi successivi alle nostre vacanze sarebbe stato infatti complicato tenerci in contatto per avere una conferma che ci saremmo rivisti pure l’anno seguente. Alla nostra età i mezzi tecnologici di comunicazione odierna non erano ancora così diffusi, tutt’al più che sarebbe stato impensabile vederli tra le mani di un qualche bambino, per cui al termine delle nostre vacanze ci promettevamo solennemente che l’anno successivo ci saremmo rivisti, genitori permettendo.
Chiaramente sapevamo che i nostri genitori in qualità di tutori avrebbero decisa la meta delle vacanze senza interpellarci. Ci saremmo dovuti adeguare per forza, ma nondimeno ci confortava l’idea che fossero frequentatori abituali del luogo, per cui le probabilità di rivedersi con i nostri amici sarebbero state altissime. Ci separavamo allora con l’idea che i nostri genitori sarebbero tornati in vacanza in montagna anche l’anno seguente.
Le mie vacanze estive andarono avanti per diversi anni suonando su questo spartito, per buona parte della mia infanzia, finché anche i miei genitori non decisero di apportare una variazione al tema e propendere quindi per mete di viaggio alternative. I tempi erano maturi per un cambiamento, per una sorta di rottura nei confronti di una tradizione consolidatasi nel tempo financo a divenire un’abitudine, per cui vennero esplorate altre destinazioni estemporanee.
Per me e per mia sorella queste nuove destinazioni rappresentarono una sorta di transizione temporale obbligata, prima di riuscire ad ottenere il diritto di decidere indipendentemente sull’organizzazione delle nostre vacanze, considerato quanto fosse fisiologicamente comprensibile pretenderlo, giunta un’età in cui i giovani in genere sentono vivo il desiderio di separarsi dai propri genitori, almeno per l’intervallo di una vacanza, durante il quale godere della libertà che sono riusciti a conquistarsi con il loro processo di crescita e maturazione personale.
L’organizzazione delle vacanze mie e di mia sorella divenne nostra prerogativa ai tempi della nostra tarda adolescenza, nonché per gli anni che seguirono della nostra prima giovinezza responsabile. Il bisogno di aggregazione non sarebbe stato così forte come in passato, per cui non avremmo avuta la necessità di instaurare nuovi rapporti duraturi, tutt’al più che saremmo giunti a destinazione con il nostro gruppo di amici che frequentavamo per la maggiore, che aveva sostituito i nostri genitori quale compagno di viaggio bastante a se stesso, benché invero fosse piacevole talvolta intrattenersi a parlare assieme a nuove persone conosciute in loco.
Con il trascorrere degli anni notavo allora come i rapporti con persone estemporanee conosciute in luoghi occasionali fossero diventati effimeri. Ognuno sarebbe tornato, com’era ovvio, alla propria vita di tutti i giorni nel proprio ambiente familiare al termine della vacanza in questione, e avrebbe solo ricordato qualche istante piacevole in compagnia di un turista del quale aveva dimenticato il nome appena l’aveva conosciuto per scambiarci solamente qualche parola.
Quindi non potrei neppure affermare di esser sicuro che gli amici delle mie vacanze d’infanzia sui monti si ricordino ancora oggi come mi chiamo o solamente si ricordino della mia esistenza, o solamente si ricordino che eravamo un gruppo coeso, vivace e spensierato, dal momento che è trascorso fin troppo tempo dal completo smembramento della nostra compagnia, ma posso presumere che nella loro rievocazione nostalgica vi sia posto per la costituzione immaginaria di episodi significativi che hanno caratterizzato il nostro rapporto ai tempi della nostra infanzia.
Sono sempre più convinto allora che l’esistenza di questo gruppo sia stato un fatto generazionale, che ha connotato il periodo della nostra infanzia. La nostra spensieratezza ci aveva resi tutti amici e non teneva conto di alcun pregiudizio, sebbene in cuor nostro sapevamo che prima o poi ci saremmo separati per sempre, ma preferivamo non pensare all’inevitabile futuro che ci avrebbe trovati divisi e soggetti ad un cambiamento naturale. Le decisioni imposteci dai nostri genitori sulla variazione delle nostre destinazioni di viaggio aveva favorito un processo di maturazione irreversibile.
Qualora i nostri genitori avessero deciso infatti per un’altra destinazione, ci saremmo dovuti dire addio per sempre, ma talvolta non lo sapevamo e dovevamo sperare di poterci rivedere l’anno dopo, finché magari non avessimo deciso da noi come comportarci, nel caso in cui i nostri interessi fossero cambiati nel tempo a tal punto da allontanarci definitivamente. Il nostro arrivederci aveva quindi il sapore dell’incertezza, poiché le promesse rivolteci dai nostri genitori avrebbero potuto essere disattese.
