Il Suonatore di Liuto (prima parte)

Dopo aver letto quell’articolo di giornale, mi ero sentito come svuotato, spersonalizzato. Era come se dovessi ritrovare il me stesso che era andato via via perdendosi senza che riuscissi a rendermene conto. L’inesorabile conseguenza fu che tornai indietro nel tempo con la memoria, per ricomporre i pezzi di quella storia particolare e riconsiderare su un diverso piano e sotto una nuova luce l’intera vicenda.

Ricordo come quel giorno fossi in casa e mi stessi impegnando alla ricerca della giusta ispirazione per un racconto con cui avrei voluto partecipare a un concorso letterario. Mi stavo augurando che qualche stimolo potesse accorrere in mio aiuto, allorquando, sul far della sera, mi accorsi di come Anselmo, il mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte, fosse rincasato, fischiettando, di ottimo umore. Arguii che dovesse aver concluso un buon affare.

Me ne sarei rallegrato con lui. Tuttavia, conoscendolo piuttosto bene, avrei usata prudenza nei confronti di un entusiasmo che si sarebbe potuto rivelare contagioso. Mi era già capitato di cedere a una qualche sua suggestione, la quale purtroppo con il trascorrere del tempo si era rivelata semplicemente un abbaglio. Ad ogni modo, Anselmo recava con sé sottobraccio un quadro di medie dimensioni.

Talvolta ne portava a casa qualcuno che non era riuscito a vendere, nonostante si impegnasse a esaltare i pregi dei quadri appartenenti alla sua collezione: alcuni di indubbio valore, altri dal gusto discutibile, rivedibili, i quali tutti assieme senza alcuna distinzione stavano accumulando polvere in casa, in una sorta di stillicidio che si sarebbe potuto prolungare in perpetuo.

Coinvolto in una tale situazione, l’unica speranza che ancora nutrivo era che ad Anselmo la sua favella potesse tornare utile, prima o poi, a convincere potenziali acquirenti in cerca di un buon affare. Non di rado, infatti, il suo atteggiamento implorante si rivela controproducente per i suoi affari, condensato in un’opera di convincimento che si stava rivelando sempre più complicata per i suoi scopi. Alla fin fine era innegabile che avrebbe dovuto piazzare qualche quadro, se non avesse voluto che lo sconforto rischiasse di abbattere le sue ambizioni.

Guglielmo, l’altro nostro amico nonché inquilino aspirante musicista professionista, invece non aveva fatto ancora ritorno a casa. Era uscito di primo mattino per cercare un luogo tranquillo dove potersi esercitare a suonare senza distrazioni. Solitamente non osservava precisi orari di rientro, per cui non ci saremmo dovuti preoccupare nel caso di una sua eventuale sparizione. Del resto, ci si aspettava potesse badare a sé stesso, da adulto qual era.

Mi dedicai ad osservare il quadro che Anselmo aveva appoggiato al muro del corridoio, allineato agli altri, cercando di mostrarmene interessato, e ipotizzai, come capitava che facessi in situazioni del genere, che anche questa discutibile opera d’arte potesse rimanere a lungo invenduta in casa nostra, pronta ad attirare strati di polvere per il tempo a venire. La prospettiva di un ulteriore accumulo non era particolarmente attraente.

Ebbene, il quadro raffigurava un suonatore di liuto, dipinto nella sua figura intera, imperante nella sua postura canonica. Era stato rappresentato nel bel mezzo di una statica esibizione privata, nell’atto di pizzicare le corde del suo strumento con un plettro d’osso, a beneficio di un potenziale pubblico selezionato. Accanto a sé, alla sua sinistra, erano collocati un tavolino con sopra solo un bicchiere vuoto e un leggio con sopra uno spartito.

A voler essere onesti, non ero così sicuro che mi avrebbe fatto piacere divenire suo spettatore, qualora ve ne fosse stata l’occasione, calandomi in una dimensione icastica che riproducesse una realtà verosimile, e speravo soprattutto che il suonatore non mi volesse annoverare tra i suoi estimatori.

Mentre così osservavo il quadro, mi adoperavo per dissimulare la mia perplessità attraverso un’espressione che non rischiasse di contrariare il mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte. Non era escluso che avessimo un’opinione diversa a riguardo di quell’opera d’arte. Ad ogni modo, poiché mi vide così assorto a fissare il quadro, immaginò erroneamente ne fossi interessato, per cui si predispose a darmi qualche informazione sintetica a riguardo.

Si trattava di un’opera recente di un pittore contemporaneo da poco deceduto, la quale si sarebbe dovuta ispirare alla pittura fiamminga, nello stile e soprattutto nelle intenzioni dell’artista che l’aveva realizzata. Notai però quanto i risultati apparissero incerti a un’attenta analisi. Anselmo non avrebbe potuto che convenirne con me, se fosse stato sinceramente critico davanti a un esemplare della sua collezione.  

Mi soffermai con l’occhio indagatore sulla raffigurazione nel suo insieme. A dir la verità, l’opera in sé non aveva una particolare attrattiva, ma nell’atto di osservarla scrupolosamente, con l’intento di ricavarne dei lati positivi che riuscissero a conferirle dignità, finii inevitabilmente per incrociare lo sguardo fiero del suonatore di liuto, il quale pareva non darsi cura che il suo spettatore potesse risentirsi dell’improntitudine che traspariva dal suo volto.

Benché si trattasse di una raffigurazione pittorica riprodotta nella sua drammatica staticità, l’unico personaggio che vi era rappresentato con il suo atteggiamento presuntuoso mi dava già sui nervi. Era evidente che l’autore del quadro avesse voluto renderlo orgoglioso delle sue abilità musicali. Tuttavia, lo spettatore che si fosse soffermato sull’espressione del volto non avrebbe potuto che considerare il suo possessore esageratamente superbo.

Qualche attimo dopo, sollevai il mio sguardo e lo rivolsi ad Anselmo. Volevo cercare di capire se davvero confidasse di vendere a qualcuno quel quadro mediocre dalle caratteristiche irritanti. Persino la cornice avrebbe rivaleggiato con la qualità modesta dell’opera. Intuita la mia perplessità, che alla fin fine non aveva potuto che palesarsi davanti ai suoi occhi, il mio amico mercante d’arte mi confessò candidamente che non era intenzionato a venderlo; in realtà si trattava di un regalo per Guglielmo, il nostro amico nonché inquilino aspirante musicista professionista.

Guglielmo suonava il violino e ultimamente era entrato in crisi. Aveva cominciato a nutrire dubbi sul suo talento musicale e se ne lamentava apertamente. Tutt’al più che alcuni giorni dopo avrebbe dovuto sostenere un importante saggio, al cospetto di famosi musicisti ed esperti del settore, il quale avrebbe potuto aprirgli le porte di una luminosa carriera come violinista, qualora l’esibizione avesse avuto successo. Aveva ricevuti diversi elogi in tempi recenti, che lo avevano comprensibilmente inorgoglito, quale risposta positiva al suo talento, ma gli stessi elogi lo avevano portato a riflettere se ritenersene davvero meritevole.

Si era chiesto se le lodi ricevute non fossero fasulle e se non stesse sopravvalutando le sue abilità musicali. Ci aveva rimuginato a tal punto che pensieri ominosi l’avevano spinto a riconsiderarle. Doveva essere subentrato un fortissimo problema di autostima che rischiava di frustrare tutto l’impegno che aveva profuso per raggiungere il suo obiettivo. Pareva a forte rischio di abbandonare l’ambizione di una carriera nella musica. Sarebbe stato un vero peccato se fosse accaduto.

Tendeva a esercitarsi caparbiamente, ma il suo disfattismo era divenuto palese. Di riflesso anche il nostro umore ne avrebbe potuto risentire, qualora non avessimo trovata la soluzione ideale al problema. Considerata la situazione complicata che avrebbe rischiato di minare persino il nostro quieto vivere, Anselmo era stato mosso a compassione e aveva pensato potesse far piacere a Guglielmo ricevere qualcosa che gli ricordasse i suoi obiettivi.

Anselmo nutriva la speranza che il quadro del suonatore di liuto potesse sortire un effetto positivo sul nostro amico musicista, che stava vivendo una situazione difficile, alla quale era necessario porre rimedio in qualche modo; nonostante quel che gli aveva raccontato il gallerista dal quale aveva acquisito il quadro in questione nascondesse un’insidia latente rivolta a chi si fosse mostrato superstizioso.

Incuriosito da quanto accennatomi da Anselmo in merito a una storia che sembrava racchiudere un alone di mistero, volli saperne di più nello specifico e lo esortai perciò a raccontarmi diffusamente nei particolari di cosa si trattasse. Fui prontamente messo a parte di una storia singolare, riportatami tale e quale a come gli era stata riferita.

Tempo addietro una famiglia facoltosa, composta da un padre, una madre e una figlia adolescente suonatrice di violino, aveva acquistato il quadro in questione, trovandolo di proprio gradimento. Incontrando il loro apprezzamento, i genitori lo avevano comprato a una mostra per farne regalo alla figlia. Speravano in cuor loro che il soggetto evocativo potesse stimolarla nell’apprendimento dello strumento con il quale si esercitava quotidianamente, affinché il suo rendimento migliorasse. Finora ad allora il profitto era stato piuttosto scarso, benché in lei fosse riscontrabile del talento.

Contrariamente però a quanto auspicato dai genitori che si sarebbero creduti lungimiranti nella loro presunzione, ciò che accadde fu esattamente l’opposto di quanto si sarebbero augurati. La ragazzina cominciò tutto d’un tratto ad avere in odio lo strumento, accelerando la manifestazione di un disinteresse latente, che pareva stesse covando segretamente in lei.

Il quadro era stato appeso a una parete della stanza della musica della loro magione, per assolvere alla funzione che ne aveva determinato l’acquisto. La presenza persistente sembrava che all’inizio avesse agito positivamente su di lei, al di là dell’interesse che la ragazzina avesse potuto fingere con l’intenzione di mostrarsi riconoscente verso ciò che aveva ricevuto.

Si esercitava perciò nella stanza della musica al cospetto del quadro che le era stato donato e in un primo momento si erano notati dei miglioramenti. Tuttavia, la situazione degenerò con il passare del tempo. Il violino scomparve improvvisamente senza un perché e la ragazzina sconfortata, manifestando un atteggiamento scostante, non ne volle più sapere di averne un altro, come del resto non avrebbe più voluto avere a che fare con la musica in generale.

I genitori furono costretti a rivedere i loro giudizi e a cambiare di conseguenza idea in merito alle loro iniziali convinzioni, per cui giunsero a imputare la colpa di questi cambiamenti imprevisti al quadro che doveva aver lanciato qualche sortilegio alla figlia. Decisero quindi di sbarazzarsene, destinandolo alla galleria d’arte dell’amico di Anselmo.

Ricevutolo in dono senza che si fosse dovuto impegnare in una contrattazione, il gallerista aveva cominciato a sondare se vi fossero state persone interessate all’acquisto. La storia singolare che i genitori non si erano fatti alcun problema a riferirgli avrebbe rischiato però di condizionare un’eventuale vendita, nel caso in cui i particolari si fossero diffusi nell’ambiente. Per quanto saggiamente Anselmo si fosse preoccupato di tacere le vicissitudini della ragazzina, ciò che aveva temuto si era effettivamente avverato, per cui dovette desistere e tenersi per sé il quadro incriminato.

Presumibilmente i genitori della ragazzina dovevano aver riferita la storia ad altre persone, per cui la nomea del quadro si era fatta automaticamente scomoda e aveva di conseguenza dissuaso potenziali acquirenti dal volersi assicurare il quadro in questione, per una cifra che sarebbe stata per questo motivo magari decisamente irrisoria.

Il gallerista aveva deciso allora di liberarsene; avrebbe regalato il quadro a qualcuno che non si fosse fatto suggestionare da quella storia singolare. Sarebbe arrivato persino a distruggerlo, se non avesse trovato qualcuno che avesse accettato di buon grado la sua donazione. Sentiva di provare un po’ di angoscia, benché non si considerasse superstizioso. Il quadro avrebbe avute le ore contate se Anselmo non si fosse risolto per salvarlo dalla dissoluzione.

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