Ogni qual volta mi capita di recarmi a far visita ai miei genitori, il ritorno alla casa in cui ho vissuto da quando sono nato prima che decidessi di intraprendere una vita indipendente si associa al ricordo di uno dei periodi più spensierati della mia esistenza. Dovrei andare a ritroso nel tempo per individuarlo con precisione.
Ritenendo che la mia perlustrazione retrospettiva possa conseguire un successo, confiderei di rivedermi assieme agli altri bambini del condominio, intenti a confabulare o a giocare a pallone nel parcheggio pubblico del nostro complesso residenziale, il quale io e i miei coetanei siamo soliti chiamare da sempre la “Piazzetta”.
La Piazzetta era un luogo di ritrovo ideale. Respiravamo una corroborante atmosfera aggregativa. Specialmente nel periodo estivo ci si dava convegno per trascorrere assieme le nostre giornate. Eravamo soliti propendere per quelle con un clima più mite. Ci si arrangiava però anche nei giorni più assolati a escogitare passatempi con i quali divertirsi, anche se la capacità di sopportazione nei riguardi del clima atmosferico avrebbe messo a dura prova la costanza con la quale cercavamo di mantenere il nostro entusiasmo inalterato. Per alcuni mesi non ci saremmo più dovuti preoccupare delle occupazioni quotidiane che ci avevano visto impegnati durante il periodo scolastico. Disponevamo di più tempo libero con cui poterci ricreare.
La Piazzetta si presenta come uno spazio moderatamente ampio incluso all’interno di una realtà condominiale di dimensioni contenute. In origine era stata progettata per assolvere alla funzione di parcheggio. Davanti allo sguardo trasognato di noi bambini, bramosi di interagire attraverso il gioco, si mostrava però in una veste differente. Le avevamo assegnata una funzione che più si attagliava ai nostri desideri: l’avevamo eletta a luogo d’interazione tra coetanei, dove i maschi talvolta si intrattenevano a giocare a pallone. D’altronde sarebbe stato difficile rintracciare altrove un luogo alternativo che rispecchiasse le peculiarità della nostra Piazzetta.
Con l’avere più volte l’occasione di far visita ai miei genitori durante gli anni che trascorsero da quel periodo della mia infanzia mi ero reso conto di come il suo aspetto fosse rimasto pressoché invariato dai tempi in cui ci davamo convegno. Rispetto al nostro passato fanciullesco posteggiano regolarmente più automobili in Piazzetta. Gli adulti continuano a beneficiare della sua funzione principale. Complessi abitativi di recente costruzione hanno portato il parcheggio a mostrarsi sempre più affollato.
Sono riuscito a trovare spazio sufficiente per parcheggiare. Occupo diligentemente il mio posto. Esco poi dalla mia vettura e abbraccio con sguardo affettuoso la Piazzetta. Il ricordo si fa nostalgico e mi rende un po’ malinconico. Osservo lo strato uniforme d’asfalto di fronte a me: pare essersi deteriorato negli anni attraverso la sua estensione, nonostante si sia provveduto alla sua manutenzione. Le numerose abitazioni tutt’attorno hanno modificati i loro connotati: esibiscono facciate al passo con i tempi, ma continuano a occhieggiare con lo stesso atteggiamento tanto curioso quanto discreto di una volta.
Mi sento esortato a ripopolare la Piazzetta di forme di vita conosciute durante gli anni della mia infanzia. Mi figuro le sagome materializzate dei miei amici che vi giocano allegramente, trafelate e sudate, ma ancora colme di inesauribili energie, mentre gridolini appassionati si diffondono nell’aria giungendomi carezzevoli all’orecchio.
Le sagome poi si dissolvono, svaniscono d’un tratto, e io non vedo più nessuno in Piazzetta, per cui mi faccio ancor più malinconico. Mi sento tristemente rassegnato di fronte all’evidenza. Il paradiso d’asfalto risalente al tempo in cui eravamo bambini non sembra più attirare nuove generazioni che potrebbero riproporre le medesime abitudini dilettevoli, inserendovi magari varianti creative e innovative di loro invenzione. Le abitazioni costruite di recente e il conseguente aumento di vetture potrebbero aver dissuaso qualche giovane imberbe dalla frequentazione di questo luogo di ritrovo generazionale. La sicurezza rimane sempre al primo posto nel caso in cui si abbia a che fare con un minore, ma forse sono solo i tempi a essere cambiati e non le precauzioni che sarebbe consigliabile adottare.
Non scorgendo qua e là proprio nessuno riempire di entusiasmo questo luogo fattosi ormai desolato, se non per le vetture che vi si trovano a occupare apatiche il proprio posto, sento forte il desiderio di riformarmi davanti agli occhi le sagome dei miei amici. Vorrei che mi si riportasse al tempo in cui eravamo bambini, per rivivere momenti significativi del nostro passato collettivo che potrei ora solamente rievocare.
Torno allora a raffigurarmi i miei amici come bambini. Li ringiovanisco all’occorrenza affinché mi suscitino della spontanea tenerezza. Attorno a loro non vi sono più abitazioni di recente costruzione e neppure autovetture che riempiono il parcheggio. La Piazzetta è quindi agibile per giocare a pallone. Stanno impegnandosi a mettere in mostra i loro virtuosismi e continueranno finché le energie glielo consentiranno o qualcuno non li verrà a chiamare perché tornino a casa.
Il rischio però che il pallone finisca in casa altrui è sempre alto, benché ci si preoccupi di usare prudenza per evitare questa spiacevole evenienza. Bisogna sperare infatti che il condomino di turno sia disponibile a restituirlo per continuare a giocare. Perché al contrario c’è anche chi detesta il loro passatempo. Nel caso in cui il pallone finisca all’interno della proprietà di qualche persona intransigente, è molto probabile che il condomino si indispettisca e se lo tenga per ripicca. Magari potrebbe anche bucarlo, consapevole di aver subito un affronto inammissibile. Anche se qualche bambino andasse gentilmente a reclamarlo e a scusarsi, da solo o con un genitore, non sarebbe automatico che lo restituisca, nemmeno di fronte a suppliche accorate. Di conseguenza è bene fare molta attenzione a dove si calcia il pallone.
Ci si deve preoccupare anche di non colpire le automobili parcheggiate in Piazzetta. Nella foga agonistica persiste il pericolo di cozzarci contro persino con la propria persona, benché ci si sforzi di usare prudenza al fine di eluderne l’effettiva presenza. Fanali e finestrini sono a rischio di divenire un bersaglio involontario. Scansare o scartare le automobili evitando di provocare qualche danno è uno scrupolo necessario che si tiene in grande considerazione, sebbene a volte capiti che giustificate lamentele arrivino all’orecchio di qualche bambino colpevole di averlo arrecato.
È preferibile allora usare palloni leggeri, di plastica o di spugna, anziché quelli di cuoio, che potrebbero far più male a cose o a persone, specialmente quando piove; ma si fanno male anche in altro modo i bambini, rovinando a terra sull’asfalto, ad esempio sbucciandosi un ginocchio o un gomito. Tra di loro c’è chi si disinfetterebbe l’abrasione superficiale ricoperta di granelli d’asfalto con la saliva, per poi riprendere stoicamente a giocare come se nulla fosse.
Vedo le sagome dei miei amici correre per fare goal in porte improvvisate con sassi di dimensioni variabili a formare i pali. Ricordo come fosse complicato prendere le giuste misure, contando i passi della stessa ampiezza, affinché le porte corrispondessero in lunghezza; si sperava soprattutto che una vettura non avesse parcheggiato di fronte a dove avremmo dovuto collocare la nostra porta immaginaria.
Me ne vado per la mia strada, gravato da un’opprimente melanconia che approverebbe una sopraggiungente mestizia, lasciando i miei esuberanti amici bambini al loro gratificante passatempo. Però seguito a fantasticare, perché non voglio che spariscano dal loro luogo di ritrovo. Qualcuno provvederà a chiamarli, come accadeva ai nostri tempi fanciulleschi. In lontananza si era soliti sentire distintamente la voce tonante delle rispettive madri annunciare il pasto in tavola. Ho come l’impressione che per associazione potrei sentire anch’io mia madre reclamare la mia presenza perché è pronta la cena.
