La salma mummificata nella formaldeide venne “risvegliata” dopo tre anni, come stabilito dalla tradizione nativa del villaggio topograficamente riconoscibile con il nome Hidup, appartenente alla Tana Toraja dell’isola di Sulawesi in Indonesia.
La riesumazione fu accolta dagli abitanti del villaggio con profonda e atavica reverenza, come ormai avveniva da tempi immemori in onore dei defunti, i quali divenuti antenati avrebbero vegliato, onnipresenti con il loro spirito, sul benessere dell’intero villaggio che li aveva celebrati e perdurava nell’adoperarvisi con ammirevole e instancabile costanza, persino in un mondo enormemente trasformato e modernizzato qual è quello odierno che condiziona la nostra effettiva ritualità.
Roh non riusciva a spiegarsi quale motivo spingesse nutrite folle di turisti occidentali a visitare i villaggi di Tana Toraja per assistere alle cerimonie e ai riti dei nativi del luogo. Si chiedeva cosa ci trovassero le varie comitive di turisti che giungevano fino al loro villaggio, ad esempio, nella riesumazione di un cadavere e nel conseguente cambiamento degli abiti che lo avevano accompagnato nell’aldilà e che si erano deteriorati a causa della decomposizione corporea. Non se lo sarebbe saputo spiegare, considerato quanto fosse limitato il suo universo cognitivo in merito alle eventuali differenze culturali esistenti con gli occidentali. Dal momento che agli altri abitanti del villaggio non sembrava dare fastidio la presenza di un pubblico più o meno interessato che assistesse più o meno partecipe ai loro riti, Roh aveva dovuto per forza di cose adattarsi a questa tendenza dilagante che richiamava turisti più o meno curiosi. Costoro, per la maggior parte, rimanevano affascinati dall’esoticità dei luoghi nativi di Roh, che ai loro occhi conservavano tradizioni non sempre comprensibili.
La cerimonia del Ma’Nene è un rituale che fa seguito al funerale vero e proprio e si rinnova abitualmente per ogni antenato una sola volta. Questa “rinascita” si manifesta a una precisa cadenza, la quale nel villaggio di Hidup si conta in tre anni successivi al parimenti solenne e tripartito rituale dell’esequie.
Capita allora che i turisti si facciano incuriosire da questa caratteristica cerimonia indigena di provvisoria rinascita nella morte, che affonda le sue radici al tempo che precedette l’approdo dei missionari cristiani nell’isola di Sulawesi assieme al loro discutibile intento di fare proselitismo tra i nativi.
La cerimonia del Ma’Nene rende perciò alcuni di essi più curiosi e temerari di altri che propenderebbero per rimanere più cauti e riservati. I più coraggiosi si mostrerebbero fortemente appassionati di quelli che potrebbero considerare fenomeni esotici e dei quali potrebbero non avere invero alcuna cognizione, ma che li affascinano per l’intrinseco mistero soggiacente ad alcune pratiche caratteristiche che ne sono l’espressione originaria.
Durante la cerimonia si è diffusa la tendenza di farsi immortalare con i resti mummificati dell’antenato riesumato in occasione del rituale. Tra i più curiosi e temerari si possono ritrovare tipi di individui a caccia di selfie macabri e grotteschi con l’antenato di turno, approntato per essere messo in posa. Non è difficile imbattersi in turisti che compulsivamente indulgono in questo vezzo dal gusto discutibile, senza però la particolare inquietudine che deriverebbe dal trovarsi accanto a un cadavere mummificato per una foto ricordo con uno sconosciuto.
I nativi hanno preferito non porre il veto davanti alla proliferazione indiscriminata di turisti a caccia di selfie. Un osservatore esterno particolarmente sensibile alla sacralità di una qualsiasi cerimonia, che faccia parte di una qualsiasi comitiva di turisti o che si trovi per caso a passare nei pressi dello spazio sacro di una tongkonan, la classica abitazione Toraja con il tetto a forma di sella, è molto probabile che ricaverebbe una macabra e drammatica impressione dal quadretto così formatosi davanti ai suoi occhi. La posa ridicola che alcuni turisti assumerebbero, ponendosi accanto allo sconosciuto defunto mummificato in formaldeide, che hanno scelto precipuamente come loro compagno di viaggio per il tempo di una foto, potrebbe anche indignarlo.
Lupo non si era posto alcun problema con i selfie che aveva realizzati in serie per suo diletto, ma aveva fatto anche di peggio e gli incubi di notte erano tornati a perseguitarlo. Aveva trafugata una delle statuette tau tau allineate sulla facciata di una rupe funeraria che, estasiato, aveva ammirata durante la visita al villaggio di Hidup, situato nella Tana Toraja. Il suo bisogno di esoticità non si era esaurito solamente con la costituzione di una collezione di selfie in compagnia di redivivi riesumati come attori principali della cerimonia Ma’Nene, ma aveva sentito il forte impulso ad essere appagato ulteriormente.
La concitazione creatasi a seguito dell’affollamento lungo la rupe accanto alla quale si doveva transitare, dove si trovavano allineate compostamente le statuette tau tau, gli offrì il destro per assicurarsene una, effigiante un antenato qualsiasi in forma stilizzata. Avvinto dalla bramosia verso le amenità che lo circondavano, pensò che non avrebbe commesso altro che un peccato veniale se si fosse appropriato di una qualsiasi delle innumerevoli statuette che erano collocate sulla rupe che gli stava a fianco. Adocchiò una statuetta di modeste dimensioni, disposta a pochi passi di distanza. Si guardò attorno circospetto e, nel momento in cui vi passò accanto, con gesto fulmineo la afferrò e se la intascò di soppiatto. Sperava di non aver dato nell’occhio. Tuttavia, il sospetto di esser stato colto sul fatto lo rese apprensivo, mettendolo subito in allarme, dal momento che intravide di sfuggita o gli parve di intravedere oppure immaginò di accorgersi che qualcuno lo stesse fissando nel bel mezzo del marasma che si era creato attorno a lui. Tuttavia, si ricordò solo di un cipiglio rivoltogli a mo’ di rimprovero per la riprovevole azione appena commessa, proveniente da un volto che avrebbe giurato fosse brunito, per cui non era escluso che si trattasse di un nativo.
Qualche giorno dopo se ne tornò in patria, portando con sé la statuetta tau tau, la quale alla dogana avevano addirittura scambiata erroneamente per un souvenir.
Ora che si trovava a casa sua da alcuni giorni, disteso sul letto, sopra il materasso e sotto le coperte che lo ricoprivano quasi del tutto, pregava nella speranza che gli incubi non venissero a tormentarlo pure quella notte, qualora fosse stato in grado di addormentarsi.
Da quando si era appropriato della statuetta tau tau di una persona deceduta e ormai divenuta spirito, erano trascorse diverse nottate, durante le quali incubi ricorrenti lo avevano assillato senza dargli requie, per poi diventare ancor più spaventosi dacché era rimpatriato, per le notti che seguirono e che si augurava non si sarebbero susseguite a lungo. Gli capitava di svegliarsi nottetempo in preda all’angoscia. Non riusciva a sostenere l’orrore suscitatogli dalla visione grottesca di un esercito di figuri mascherati che seguitava imperterrito a terrorizzarlo con ogni artifizio. Riusciva a ottenere tregue salvifiche ma non risolutive solamente per quel che concerneva le attività diurne, durante le quali sentiva di poter esser lasciato in pace. Era giunto a sospettare che fosse il possessore di quel cipiglio ammonitore ad avergli scagliata addosso quella turba mascherata al fine di farlo ammattire. Non poteva che esser “Lui”, ma non avrebbe saputo come ritrovarlo per restituirgli il tau tau che aveva sottratto con deprecabile destrezza. In cuor suo avrebbe sperato che una eventuale restituzione potesse porre termine alla continua riproposizione dei suoi terribili incubi.
Cercò di addormentarsi, sforzandosi di concepire pensieri rassicuranti. Ci riuscì incredibilmente e incredibilmente trascorse una nottata relativamente tranquilla. Gli incubi che parevano non volerlo abbandonare, per quella notte non si erano ripresentati, il che avrebbe potuto considerarsi una svolta, magari decisiva. Se lo augurava vivamente.
L’indomani la madre venne a svegliarlo alle otto di mattina. Lupo notò che zoppicava leggermente da un piede. Tra le mani aveva il suo tau tau distrutto. Vi era inciampata sopra mentre camminava in salotto e lo aveva purtroppo calpestato, spezzandolo in due di netto. Mortificata, si scusò per il danno procurato, adducendo però in sua difesa l’attenuante che non si sarebbe mai aspettata che l’oggetto si trovasse proprio in quella stanza.
Lupo inquadrò perplesso il comodino accanto al letto, dove immaginava avesse appoggiata la statuetta e, come prevedibile, non la trovò lì sopra. Per completezza d’informazione, la madre ebbe cura di riferirgli che alla porta c’era un ragazzo che diceva di conoscerlo e che ella stessa non aveva mai visto prima in vita sua.
