Il reperto che ha mutato prospettiva

Immaginavo che quella giornata non fosse diversa da altre che avevo trascorse in fondo al mare. Si erano accumulati numerosi anni di inattività e di placida immobilità, senza colpo ferire. Nessun incontro con alcun essere umano aveva turbata la mia quiete.

Come appresi in seguito, allorché venni adeguatamente istruito sulla faccenda occorsa ai tempi di Napoleone e della sua campagna nel Mar Adriatico, erano trascorsi quasi due secoli da quando l’imbarcazione sulla quale prestavo servizio era stata abbattuta nei pressi di Punta Tagliamento. Purtroppo, un’amnesia mi impediva di ricordare esattamente cosa accadde il giorno in cui cessai di assolvere al compito per il quale ero stato costruito. Sembrava che il brigantino Mercurio fosse stato distrutto da una cannonata proveniente da un veliero della flotta britannica, ma poteva anche darsi che fosse saltata in aria la santabarbara dell’imbarcazione per un caso fortuito. Fatto sta che il veliero affondò durante la Battaglia di Grado, il giorno 22 febbraio 1812. Fui ritrovato casualmente solo nel 2001. Perciò ero rimasto adagiato sul fondale marino per un cospicuo lasso di tempo, che tradotto in anni non mi era stato possibile conteggiare.

Il giorno del mio ritrovamento era accaduto che, senza alcun preavviso, avessi intravisto qualcosa che si stava avvicinando prepotentemente al mio sito, procedendo speditamente verso il basso. Quel qualcosa prendeva forma a mano a mano che si avvicinava al fondale. Solo quando la sagoma si fece distinta, aumentando di volume, mi resi perfettamente conto di come un rampone mi avesse accidentalmente afferrato e procedesse a trascinarmi, finché non risalì con il bottino appena recuperato. In quegli istanti, prima di tornare a vedere la luce del sole, non ero certo di cosa avesse in serbo per me il destino venturo.

In quei brevi attimi ero rimasto in fremente attesa, sperando di non esser ripescato. Era chiaro quanto fosse impossibile per me elaborare alcun movimento ragionato, per sottrarmi a un incontro che avrei voluto francamente evitare, non sapendo esattamente a cosa sarei andato incontro. Ero stato costruito con l’intenzione di dover sottostare al controllo altrui; la mia natura non prevedeva che elaborassi movimenti in autonomia: ero una carronata, un cannone navale, un pezzo d’artiglieria ad avancarica, a canna corta e a corta gittata.

Ebbene, mi era già successo in passato di avere a che fare con gli esseri umani. Erano proprio loro ad avermi costruito, creato appositamente per adempiere a una finalità precisa. Rabbrividii all’idea (e non certo a causa della temperatura dell’acqua, alla quale mi ero già abituato) di un incontro che sarebbe potuto risultare spiacevole, riportandomi in un attimo a un passato burrascoso, lontano nel tempo, con il quale avevo fatti ripetutamente i conti durante quel lungo intervallo di tempo, finché non ero arrivato a ravvedermi e a condannare gli ordini che ero stato obbligato a eseguire.

Dare ricovero all’interno della mia bocca da fuoco agli abitanti del mare che si aggiravano di frequente nei pressi del mio sito, durante il tempo trascorso fino al momento del mio ritrovamento, aveva mutata la mia indole, trasformandola in una pacifica inclinazione verso una presa di posizione speranzosa. Riconobbi quasi subito, con mio enorme sollievo, come gli umani che mi avevano ritrovato avessero ben altre intenzioni nei miei confronti, per quel che concerneva quella vecchia carronata, che reputarono ormai inutilizzabile, a partire dai marinai del motopeschereccio che mi aveva ripescato.

Gli esseri umani che si interessarono al mio caso, come a quello di altri reperti che in seguito furono recuperati in fondo al mare lì attorno, sparpagliati e distribuiti in un sito di dimensioni estese, avevano concertato che fosse ormai tempo che abbandonassi la mia dimora sul fondale marino. Mi trovarono un’altra sistemazione, che risultò affine a quella studiata per il precedente servizio reso sul ponte del brigantino Mercurio, sennonché la differenza sostanziale riguardava la funzione che da quel momento in poi avrei dovuta svolgere. Assieme ad altri reperti archeologici di vario genere, che furono rinvenuti in quel sito e recuperati in seguito al mio ritrovamento, mi dovevo predisporre a raccontare una storia passata, lontana nel tempo, risalente a numerosi anni or sono, che rimandava proprio alla Battaglia di Grado e a quel fatidico 22 febbraio 1812.

Ebbene, fu evidente sin da subito che non avrei adempiuto ai compiti che mi erano stati assegnati in passato. Nessuno mi avrebbe utilizzato per fini bellicosi, a prescindere che riuscissi ancora a svolgere la funzione per la quale era stato costruito. Una tale decisione incontrovertibile non poté che procurarmi enorme sollievo, tant’è che la mia anima metallica finì per rasserenarsi di fronte a un futuro che sarebbe stato dedicato a una saggia opera di divulgazione.  

In passato ero stato particolarmente convinto della correttezza dei miei compiti, i miei orizzonti erano stati stabiliti da una progettazione finalizzata a costruire strumenti d’offesa, elaborati meticolosamente dai miei creatori e manipolati alla bisogna per le necessità del caso, qualora fossero occorse battaglie navali, per cui sarebbe stato fondamentale il mio utilizzo. Ebbi vita breve nell’adempimento delle mie funzioni, ma sento di non rammaricarmene. Pare che i tempi siano cambiati per alcune persone, ma sfortunatamente non per altre. Altri strumenti ahimè mi hanno sostituito, ma questa è un’altra storia.  

Nel museo che mi ospita la volontà è che si racconti la storia di un lontano passato. È stato escogitato tutt’altro per me, da persone appassionate di archeologica, animate da intenzioni didascaliche, decisamente più nobili. Sono diventato a tutti gli effetti un pezzo da museo, collocato in una stanza alquanto ampia, all’interno della quale si racconta la storia del brigantino Mercurio, l’imbarcazione sulla quale per breve tempo prestai servizio durante la Battaglia di Grado.

La nuova collocazione che mi hanno assegnata non mi dispiace affatto. Dopo avermi ripulito dalle concrezioni marine che in tutti quegli anni di permanenza sul fondale si erano formate sullo strato superficiale della mia struttura costitutiva, ricoprendomi in gran parte e procurandomi un fastidioso prurito, mi hanno trovata una sistemazione appropriata. Benché mi abbiano installato sopra una ricostruzione della prua della mia vecchia imbarcazione, non posso che compiacermi di come questa risoluzione sia stata presa solamente a scopo didattico, con l’intento di istruire persone interessate alla mia storia.

Diversi frequentatori del Museo Nazionale di Archeologia del Mare di Caorle mi vengono a trovare o, meglio, ci vengono a trovare, poiché posso godere della compagnia di altri reperti risalenti a un lontano passato a noi familiare, che ci accomuna, la cui memoria ci unisce indissolubilmente. Tali reperti sono organizzati all’interno di espositori che ripercorrono la storia di esistenze stroncate anzitempo da eventi infausti. Si potrebbe inoltre menzionare attività interattive che ravvivano l’esperienza museale. Aggiungerei che, nell’ampia stanza in cui mi trovo attualmente, mi capita sovente, nei momenti di tranquillità, di confrontarmi con i miei amici reperti, compagni e complici della mia trascorsa esistenza, recuperati dal fondale marino, i quali hanno viaggiato assieme a me e annoverano nei loro ricordi la stessa traumatica esperienza.

Potrei compiacermi persino di aver apprese, dalla bocca di alcune guide che accompagnano i turisti durante visite periodiche e/o programmate, informazioni risalenti al nostro passato comune (che non saprei se definire glorioso), mio e dei miei preziosi compagni di avventure e disavventure. Accanto a me, c’è persino uno schermo piatto, posto in posizione obliqua; propone a ripetizione un video istruttivo che spiega il mio dettagliato utilizzo. Tendo a non farci caso. Il desiderio di un cambiamento radicale di vita mi spinge a ignorarlo di proposito, per non riportare a galla ricordi nefasti, che preferirei rimanessero in fondo al mare.

Diversamente dal passato, nessuno mi considera più uno strumento d’offesa da utilizzare per uno scopo ben preciso. Quotidianamente incontro nuovi visitatori, assetati di conoscenza, il cui fine è solo l’apprendimento, i quali mi e ci osservano incuriositi, proprio come i marinai che per caso mi hanno ritrovato sul fondale marino.

Ultimamente mi capita di conferire con qualche opera di Shepard Fairey. Alcuni suoi lavori sono stati appesi ai muri che circondano il luogo in cui mi trovo. Mi rallegra l’idea che viaggiamo entrambi sulla stessa lunghezza d’onda. Mi occorrerebbe più tempo per confrontarmi con lui. Ad ogni modo, cercherò di ottimizzare il tempo a nostra disposizione. Trattandosi di una mostra temporanea, non abbiamo molto tempo per parlare della deriva verso la quale sta andando a scagliarsi questo nostro mondo dai valori (forse?) irrecuperabili.

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