Zuccherose tentazioni per munizioni (seconda parte) 2/4

Dopo aver raccontata a mia moglie per la prima volta quella vicenda incredibile, a riguardo della quale non si era mai presentata in passato l’occasione di metterla a parte, tornai a riconsiderare l’atteggiamento che tenni in quella circostanza. Pur avendo moralmente e interiormente condannato l’atto scellerato di cui ero stato testimone involontario, avrei dovuto attivarmi a livello pratico, avvertendo chi di dovere di quanto fosse fuori controllo il mio vicino di casa, al fine di prevenire che si ripresentasse una situazione del genere, che rischiasse di mettere in pericolo altre persone. Adottai invece una condotta riprovevolmente pusillanime, non assunsi alcuna iniziativa in tal senso che mi mostrasse quel poco volenteroso.

Mi sarebbe bastato fare un colpo di telefono, ma forse immaginavo che la detonazione a salve avrebbe esortato qualcun altro che non fossi io a chiamare le forze dell’ordine, magari qualcuno che non avesse assistito in prima persona alla scena e avesse sentito solamente il rumore dello sparo a salve. Deliberai di lasciare a qualcun altro una tale incombenza. Nessuno però agli effetti si fece prendere dal panico a tal punto da risolversi per una telefonata mirata a quello scopo ben preciso. Per fortuna, almeno, non accadde che altri bambini o ragazzini transitassero nei paraggi, per far visita al mio vicino di casa già completamente impazzito, soggiogato dalla follia, fuori dai gangheri per una quisquilia, alterato per un nonnulla.

Orbene, non accaddero più fatti sconcertanti degni di rilievo per quella serata particolare; non si presentarono né ragazzini desiderosi di ricevere qualche dolciume né esponenti delle forze dell’ordine, a far visita al mio vicino, avvertiti da qualche persona scrupolosa che era rimasta intimorita dal colpo a salve.

Per quanto mi riguarda personalmente, ero rimasto tranquillo a casa per il resto della serata. Se la memoria non m’inganna, non avevo ricevuto alcun invito per partecipare a una festa a tema, ma dopo ciò che era accaduto, mi sarebbe passata la voglia solamente di mettere il becco fuori di casa, figurarsi risolversi per andarsene in giro, consapevole che si sarebbe potuto palesare qua e là qualche altro individuo intemperante, che non gradisse apertamente un certo modo di festeggiare.  

A mia parziale discolpa, c’è da dire però che per tutti gli anni che trascorsero da quel fatto stigmatizzabile in realtà mi capitò più volte di volermi assumere la responsabilità di segnalare la pericolosità del mio vicino, il quale rifuggiva la socialità e manifestava atteggiamenti pericolosi per l’incolumità altrui, anche se poi arrivato il momento di realizzare nel concreto il mio proposito, tornavo irrimediabilmente pusillanime, omertoso, condizionato da una serie infinita di riflessioni che mi mettevano in guardia su ciò che avrei potuto subire, avvertendomi che sarei potuto divenire oggetto di ripercussioni a danno della mia persona. Non era escluso che il mio vicino potesse rivalersi su di me qualora lo avessi denunciato e nel tal caso il fucile avrebbe potuto non essere caricato a salve.

Ad ogni modo, non accadde per fortuna che si ripresentassero negli anni seguenti episodi del genere, come quello risalente a quella serata di festa, che avrebbero indotto quel vecchio pazzo a mostrare comportamenti simili al precedente. Chiaramente non capitò più che venissero ragazzini a fargli visita, durante la notte di Halloween, avanzando richieste che avrebbero causata una reazione deprecabile. La voce doveva essersi sparsa un po’ dappertutto, a tal punto che il nostro condominio fu totalmente evitato dalla nostrana gioventù in festa.

Mia moglie rimase visibilmente attonita davanti al racconto che avevo appena concluso, al quale in tutti quegli anni di convivenza non avevo mai accennato, ma preferì non scomporsi e si impegnò invece ad afferrare il nesso che collegava il fatto di quella serata particolare, risalente a una decina d’anni prima, con ciò che era accaduto pochi minuti fa fuori casa nostra, al di là del muro che circoscriveva le nostre abitazioni (la nostra e quella del nostro vicino) e le delimitava dallo spazio pubblico.

Dopo aver preparato il terreno affinché potesse godere di una miglior comprensione dei fatti appena occorsi sul marciapiedi di là dal muro, le descrissi cos’era accaduto nel dettaglio in quei frangenti freschi di giornata, facendo però prima riferimento all’incontro fortuito che avvenne quella stessa mattina, successiva alla notte di Halloween di quell’anno corrente.

Essendo il giorno di Ognissanti, ricordai a mia moglie, quasi ce ne fosse bisogno, poiché non era trascorsa che mezza giornata, come fossimo usciti e avessimo individuato sul muro che delimitava la proprietà del nostro vicino un murale realizzato con stencil e bomboletta spray di colore nero.

Il murale in questione riproduceva un uomo con un fucile che sparava caramelle, distinguibili nella forma e sospese a ventaglio in un aere immortalato in un istante eterno, fuoriuscite dalla canna del fucile, congelate nell’immobilità che travalica spazio e tempo, nell’atto di cadere al suolo, se non si fossero distinte a completamento di questa bizzarra riproduzione una moltitudine di mani bramose, dilatate e pronte ad afferrarle e ad arraffarle, a prolungamento di un assembramento tumultuoso di braccia protese in alto, le quali spuntavano dal basamento del muretto che si congiungeva al marciapiede sul quale stavamo camminando, per raggiungere la nostra automobile, con la quale saremmo andati al cimitero a salutare i nostri cari defunti, come si usa fare in giorni come quello odierno, che si ricollegano a una tale ricorrenza.

Ci fermammo a mezza via, fronteggiando con il nostro sguardo esterrefatto ma interessato il disegno riprodotto con abile maestria e senza alcuna sbavatura nei contorni impeccabilmente delineati. Doveva esser stato realizzato quella notte stessa il murale, poiché il giorno prima non ne avevamo notata la presenza. Da casa nostra non si era sentito alcun rumore insolito. Tuttavia, non era escluso che l’autore avesse agito in silenzio, avendo potuto presumere il padrone di casa avesse il sonno leggero e si potesse svegliare per il trambusto delle operazioni che si stavano svolgendo per realizzare quel murale; proprio sul suo muro, che delimitava la sua proprietà dallo spazio pubblico, consistente nel marciapiedi che vi passava accanto, sul quale poggiavamo i piedi. Rumori equivoci non dovevano essercene stati e l’autore stesso non doveva esser stato avvistato da anima viva che potesse metterlo eventualmente nei guai, per l’azione all’apparenza illecita che stava compiendo.

Naturalmente non doveva aver agito in tutta tranquillità, il rischio di esser scoperto era elevato; ma da quanto si poteva dedurre dal risultato ottenuto ciò non sembrava averlo minimamente disturbato, condizionando il suo lavoro, che era stato realizzato e ultimato alla perfezione.

L’autore doveva aver agito in silenzio, un silenzio urbano, confuso tra i rumori di città, come silenziosa era la provocazione messa in atto, che non ebbi alcun problema a interpretare come una sorta di rappresaglia postuma per i fatti occorsi in occasione di quel famoso Halloween di un decennio prima.

Ovviamente lì per lì non feci menzione a mia moglie quella mattina del perché un simile murale fosse stato realizzato sul muro del nostro vicino. L’impegno morale che si traduceva nel far visita ai nostri cari defunti reclamava la priorità su una scoperta fortuita che ci riguardava marginalmente. La questione non poteva che interessare solo il nostro vicino a livello personale, il quale avrebbe dovuto fare i conti con un murale che sicuramente sarebbe stato oggetto della sua disapprovazione, anche se non sapevamo in quale forma e in che misura si sarebbe irritato, allorché fosse pervenuto alla medesima imprevista scoperta. Non sapevamo invero se si sarebbe limitato a delle semplici ingiurie o se invece si sarebbe spinto all’estremo sfigurandolo.

Ora che mia moglie era venuta a conoscenza dei fatti risalenti a quella notte di Halloween, per come erano accaduti o, meglio, per come glieli avevo narrati esponendo la mia versione, benché avesse potuto chiedermi per strada mentre ci stavamo avviando in cimitero se avessi qualche idea a riguardo dell’origine di quel murale, giunsi a raccogliere l’impressione che anche lei aveva compresa la natura provocatoria di una vendetta attuata per ripicca, la quale commentò quanto si fosse palesata però tardiva agli effetti.

Mia moglie, dopo una tale esposizione dei fatti, che avrebbe potuto collegare all’esperienza passata che rimandava alla festa di Halloween di un decennio prima, aveva ora con sé a sua disposizione tutti gli strumenti necessari per capire cos’era accaduto lì fuori nei minuti precedenti, per comprendere correttamente la situazione occorsa in quello stesso marciapiede, dove avevamo conferito con quel signorotto in ammirazione del murale, proprio quella stessa mattina di Ognissanti, in tarda mattinata, proprio quando si stava avvicinando l’ora del pranzo.

Arrivò alla mia stessa conclusione: ovvero che l’autore del murale si sarebbe potuto identificare in uno dei ragazzini che avevano subito quell’affronto imprevisto; gli stessi ragazzini che erano stati messi in pericolo dalla detonazione del fucile di quel vecchio pazzo, ancorché lo sparo si fosse rivelato a salve. Il risentimento maturato a seguito di quell’attacco improvviso e irriflessivo non doveva essersi sopito e aveva portato a quel risultato “artistico”, che aveva il pregio almeno di mostrarsi studiatamente riuscito, per il significato che si proponeva di esprimere, dal momento che non vi era insito nel murale alcun sentimento rancoroso che lo connotasse e che lasciasse presagire l’evenienza di qualcosa di peggio che si potesse scatenare in un futuro prossimo, o remoto nel tempo, una qualche vendetta postuma della quale non se ne sarebbe sentita la necessità.

Immaginammo entrambi che si trattasse uno di quei ragazzini ormai cresciuti e divenuto magari artista di strada ad aver realizzato quel murale particolarmente evocativo, per prendersi bonariamente gioco del nostro vicino, il quale alla vista di quella rappresentazione icastica si sarebbe potuto anche irritare, per uno scherzo che all’evidenza lo ridicolizzava; tuttavia, avrebbe potuto anche finire per accettare di esser così deriso, se ciò comportava che non accadesse null’altro di peggio che lo riguardasse in prima persona.

Pur trovandoci convinti che fosse stato uno di quei ragazzini fattosi buontempone (o vandalo, nel caso in cui gli si voglia dare un’interpretazione più intransigente) ammettemmo nondimeno che potessero esserci dei dubbi sulla paternità di quel murale, come ci spinse a pensare un signorotto che al nostro ritorno dal cimitero ci incrociò sul marciapiedi che stavamo percorrendo per rincasare e che, pur assorto in contemplazione di quella riproduzione stravagante, particolarmente colpito dall’intrinseco significato di quel disegno evocativo, ci fermò al momento di rientrare in casa nei pressi del cancelletto d’ingresso, richiamando su di sé la nostra attenzione, desideroso di acquisire ulteriori informazioni, le quali non si sa perché auspicava potessimo fornirgli.

Lascia un commento