Il guanto dimenticato (racconto sospeso dallo sviluppo incerto) 2/2

Decisi di prendere il mio tempo per prendere una decisione definitiva e irrevocabile. Feci la scelta che mi sembrò più appropriata. Dovevo essere assolutamente certo che si stesse trattando di un richiamo all’avventura; un richiamo al quale non avrei potuto che rispondere affermativamente.

Non fu una decisione difficile da prendere. Per convenienza mi sarei recato appositamente in zona in un giorno qualsiasi che avrei dedicato a questa missione (era chiaramente la decisione migliore), agli effetti e di fatto un giorno in cui non vi fosse lezione all’università; avrei realizzato solo lì nei pressi del guanto di sfida se davvero non fossi uscito di senno, immaginando potesse materializzarsi davanti ai miei occhi un duellante in carne e ossa che si fosse trovato pronto a raccogliere la mia sfida.

Se davvero fosse accaduta un’eventualità del genere, ero consapevole che non mi sarei dovuto presentare impreparato al cospetto del mio avversario. Analizzando meticolosamente le mie propensioni, così com’ero attualmente, al momento non vi sarebbe stata partita; la sconfitta sarebbe stata inesorabile, pronosticabile senza alcun margine di errore. Eppure, non vi era dubbio che una soluzione fosse a portata di mano e avrei potuto e dovuto scovarla solo addentrandomi nella mia più fervida immaginazione.

Chissà perché poi giunsi a persuadermi che sarei stato investito da una forza sovrumana, la quale mi avrebbe assistito nel caso in cui avessi accettata la disfida del mio opponente. Era inevitabile che dovesse andare così, anche perché altrimenti ero quasi sicuro che sarei stato perduto e avrei dovuto soccombere, accettando il mio triste destino; solo in un mondo creato per l’occasione però, che fosse stato riprodotto per rassomigliare il più fedelmente possibile al mio. Se avessi subìta o meno una sconfitta, terribile o meno che si fosse registrata, sarei stato più che sicuro di rinascere nel mio di mondo; era chiaro che sarei tornato illeso dal viaggio fallimentare che avrei intrapreso, senza aver subite chissà quali conseguenze, nefaste, rovinose per la mia incolumità, la quale principalmente mi stava a cuore preservare. 

Pur essendo desideroso che si avverassero accadimenti stimolanti che potessero rendere intrigante e movimentata la mia giornata, sarei dovuto nondimeno rimanere saldamente con i piedi per terra, pure nel caso in cui mi fossi scoperto a incappare in una delusione cocente, inesplicabile e inenarrabile, la quale non era peregrino credere che si sarebbe potuta scontrare con le mie più che discutibili convinzioni sull’esistenza di personaggi immaginari. Avrebbe potuto infatti anche darsi che non dovesse succedere nulla di ciò di cui ho abbondantemente parlato sinora.  

Il giorno in cui deliberai che avrei intrapresa la missione che avevo in mente da lungo tempo, precisamente dacché avevo cominciato a osservare con sempre più interesse dall’interno dell’autobus l’oggetto che nessuno aveva ancora deciso di accaparrarsi (se ne erano guardati bene), il guanto di sfida di buona fattura dai significati reconditi, mi impegnai a non ammettere alcun ripensamento, soprattutto dell’ultima ora, a maggior ragione se mi fossi trovato di fronte il mio rivale, agguerrito più che mai, materializzatosi in un lampo davanti ai miei occhi, giunto da un altro mondo per affrontarmi in singolar tenzone.

Sentivo di esser riuscito a trovare nei recessi del mio animo il coraggio necessario per intraprendere una simile missione, il quale certamente mi avrebbe sostenuto allorché mi fossi misurato con il mio avversario, accettando la disfida che mi sarebbe stata lanciata in prima persona.

Osservai dentro di me come fosse impensabile che mi potessi mostrare in difetto davanti a situazioni inimmaginabili per una qualsiasi persona assennata, che si sarebbe allora dovuta ricredere al cospetto di eventualità alle quali fino al giorno prima non avrebbe dato alcun credito.

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