Fenomeni culturalmente popolari

Sarebbe corretto che renda giustizia all’universo di anime e manga. È giusto che riferisca quanto abbia influito sulla mia scelta di studiare la lingua giapponese l’interesse che provavo per questa forma di intrattenimento. Mentirei a me stesso se negassi che questa decisione sia stata condizionata in parte da questa passione, la quale per quel che mi riguarda definirei però prettamente generazionale.

Ebbene, finite le scuole superiori, allorché dovetti decidere come avrei proseguiti gli studi, focalizzai la mia attenzione verso la facoltà di Lingue Orientali dell’Università di Venezia. Assecondai principalmente i miei interessi, mentre secondariamente avevo riflettuto su quale indirizzo potesse offrirmi maggiori opportunità occupazionali al termine del percorso accademico. Sussistevano motivazioni pragmatiche che mi avevano spinto a prediligere questo percorso di studi linguistici, anche se l’interesse per anime e manga aveva giocato un ruolo non trascurabile nella scelta.

Quando poi divenni studente universitario e giunsi ad acquisire una conoscenza più ampia della cultura e delle tradizioni del Giappone, dovetti riconoscere come l’interesse per anime e manga fosse sceso gradualmente, sistemandosi in una posizione più bassa della mia classifica personale di gradimento. Altre forme d’arte ed espressioni culturali estremorientali erano assurte collocandosi in una posizione superiore.

Eppure, quando arrivò il giorno in cui sarei dovuto andare in Giappone per un trimestre di studi concordato con l’università, non avrei dovuto ignorare che l’interesse per anime e manga sarebbe potuto riemergere recuperando terreno. Allorquando avessi messo piede sul suolo nipponico e mi fossi aggirato per la città di Tokyo, nella quale era stato deciso mi sarei stabilito, questa forma di intrattenimento presumibilmente avrebbe reclamata la mia attenzione.

A essere onesti, prima di partire avevo riflettuto sugli aspetti culturali che avrei voluti approfondire, ai quali dare maggiore importanza, poiché mi sarebbero potuti servire per i miei studi. Avevo stilata nella mia mente una lista immaginaria, entro la quale non mi ero preoccupato di far rientrare l’universo di anime e manga, benché avessi il presentimento che non sarei tornato a casa a mani vuote.

Date le mie conoscenze preliminari, non c’era ragione di credere che non sarei riuscito a riconoscere questo variegato universo dalle multiformi rappresentazioni, allorché ci fossi entrato in contatto, ma non avevo un’idea precisa di come si sarebbe presentato ai miei occhi. Al tempo dei miei studi universitari, durante i quali ho analizzata la cultura giapponese sviscerandola nei suoi molteplici aspetti, internet non aveva raggiunto un livello di globalizzazione tale da consentire di figurarmi ciò che mi sarei dovuto aspettare. I mezzi tecnologici non erano così preparati a offrirmi la possibilità di soddisfare curiosità in merito a questo preciso ambito attraverso una dettagliata documentazione fotografica. Ero conscio però che l’impatto con quest’universo culturale squisitamente “pop” avrebbe potuto influenzare l’atteggiamento che avrei tenuto nei suoi confronti.

Esemplificando il mio pensiero, sarei potuto rimpatriare con qualche fumetto, con qualche action figure o con qualche altro ammennicolo appartenente a questo particolare universo. Avrei potuta interpretare e giustificare l’acquisizione di forme espressive di tal fatta come la costituzione di un bagaglio culturale, il quale nel concreto speravo non incidesse sul peso effettivo del bagaglio che sarebbe stato caricato nella stiva dell’aereo per esser portato a casa.

Ebbene, accadde proprio che non fui capace di rimanere indifferente ad alcuni fenomeni caratteristici che si coalizzarono tra loro per suggestionarmi. In altre parole, non riuscii a fare a meno di acquisire qualche oggetto tangibile che appartenesse all’universo di anime e manga.

D’altronde, mi sarebbe bastato entrare in qualsivoglia konbini (convenient store) per notare come mini-action figure di diversi personaggi presi da anime e manga fossero oggetto di qualche offerta promozionale di qualche prodotto dozzinale in vendita in questi esercizi commerciali aperti ventiquattrore su ventiquattro. Ricordo che una volta mi accadde di comprare per curiosità una Pepsi al gusto melone. La rinomata bevanda regalava in quel periodo un modellino piccino di un personaggio di One Piece. In un’altra occasione mi capitò che all’interno di un pacchetto di merendine fosse inserita una carta collezionabile di Evangelion.

Per non parlare della volta in cui in un famoso konbini ho partecipato a un takarakuji: una lotteria a tema che si rinnovava periodicamente e proponeva un anime diverso ogniqualvolta veniva indetta. Nel mio caso capitò che fosse stata organizzata a tema Lupin III. Pescai un biglietto vincente e ottenni una action figure dettagliata di Fujko Mine che impenna nella sua motocicletta, con una caratterizzazione tale da rimandare a una delle prime se non la prima serie in assoluto di Lupin III.

Ricordo quanto un mio compagno di studi avesse insistito per acquisirla, financo a offrirmi dei soldi affinché gliela cedessi in vendita, dal momento che avrebbe voluto aggiungerla alla sua nutrita collezione di action figure; per cui potrei affermare che il suo livello di sensibilità nei confronti degli allettamenti di questo variegato universo fosse decisamente elevato, al punto da apparire un ottimo accumulatore seriale di action figure di tutti i generi.

Che dire poi dei gachapon. Il loro costo contenuto è invitante e crea spesso e volentieri dipendenza. Chiunque (anche coloro i quali non si definirebbero degli otaku) potrebbe permettersi in vita sua di comprarne almeno uno (anche coloro i quali si ritengono acquirenti occasionali). I dispenser che li forniscono li si possono trovare in ogni dove: sale giochi, ristoranti, karaoke, e numerosi altri esercizi commerciali.

Ancora oggi mi chiedo se sia possibile resistere alla tentazione di acquistare un portachiavi di un personaggio di un qualunque anime o manga nel caso in cui in tasca si abbia una moneta da cento o duecento yen. La spesa è esigua, per cui basta un attimo: si infila la moneta nell’apposito alloggiamento, si gira la manovella e il portachiavi che attira l’interesse e stimola il desiderio è subito nelle mani di chi sia invogliato ad aggiudicarselo.

A onor del vero, devo confessare che mi è capitato alcune volte di essere stato invogliato all’acquisto, per cui posseggo alcuni gachapon, i quali fanno la loro apprezzabile figura sistemati su alcune mensole in qualità di soprammobili. Del resto, capita di rintracciare dispenser del genere anche in Italia, ma il mercato non è così rilevante come lo è in Giappone.

Mi è capitato di recarmi sovente in libreria, sia in quelle tradizionali sia in quelle collocate all’interno dei depaato (department store). In quest’ultimo caso, si tratta di librerie di grandi dimensioni, anche sviluppate su più piani, che spesso ne dedicano uno interamente ai manga.

Onestamente sarebbe un po’ ingeneroso pervenire a un confronto diretto con quelle che chiamiamo fumetterie nel nostro Paese, sulla base della dimensione oggettiva dei locali predisposti e anche basandosi sulla disponibilità dei titoli reperibili al loro interno, i quali difficilmente si possono trovare in Italia per non essere stati ancora pubblicati. Quando mi è capitato di farvi visita, sono rimasto sbalordito dalla quantità di manga disponibili, le cui categorie erano rigorosamente ripartite in diverse sezioni in base al genere e all’età del potenziale acquirente.

Ci sono avventori che vorrebbero uscire dalle librerie con quanti più manga possibili immaginabili. Tuttavia, qualora ci sia l’intenzione solo di leggerli, ma non di acquistarli, si possono frequentare alcuni kissaten organizzati per essere dei manga caffè. Queste particolari caffetterie dispongono di cabine in cui ci si può rinchiudere a leggere a tempo indeterminato qualsiasi tipo di manga disponibile, a condizione che si ordini una consumazione.

Un altro modo per leggere manga (gratuitamente) potrebbe essere quello di accaparrarsi una rivista stampata con carta riciclata, abbandonata sopra le cappelliere all’interno dei vagoni della metropolitana. Ovviamente sto facendo un po’ di ironia, prendendo in ischerzo la questione, lungi da me dare un suggerimento simile a chicchessia.

Tornando a esser seri, affermerei come florido sia anche il mercato dei manga usati. Li si possono reperire in condizioni ottimali a un prezzo competitivo. Pare che il giapponese medio, che ne fruisce e che poi decide di liberarsene rivendendoli, li maneggi generalmente con estrema cura. Si possono trovare titoli non più in commercio in edizioni ristampate, che potrebbero fare gola ad alcuni collezionisti o a semplici lettori interessati a determinati argomenti.

Rimanendo nel campo dell’usato, mi è capitato poi di fare visita al Mandarake (Mandrake), quello che potrei definire il paradiso dell’usato di ogni collezionista di oggettistica riguardante l’universo di anime e manga. Oltre a non esser stato in grado di resistere all’acquisto di un modellino di un personaggio di Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco), indubbiamente usato ma in condizioni perfette, ho assistito a compravendite tali da farmi strabuzzare gli occhi fin fuori dalle orbite.

All’interno del Mandarake vi è una concentrazione ragguardevole di otaku maniacali. Chi conosce bene questa singolare realtà sa perfettamente di cosa sto parlando. Qualora ci si voglia addentrare in specifici locali adibiti alle compravendite, si diventa subito spettatori di cose alle quali persone normali appartenenti al genere umano farebbero fatica a credere.

Potrei affermare che recarsi al Mandarake sia un’esperienza a suo modo formativa, per capire a che deriva possa giungere un certo tipo di passione soggiogante alcuni personaggi discutibili in carne e ossa. Sono stato testimone di situazioni sbalorditive e mi assumo la responsabilità di quanto riferito. A ogni buon conto, qualsiasi avventore, conscio di avere un semplice trasporto genuino verso anime e manga e interessato solamente a vivere un’esperienza alternativa, difficilmente uscirebbe da quel luogo a mani vuote.

In conclusione, trovandomi ripetutamente al cospetto di fenomeni culturalmente popolari presenti quasi dappertutto, ho lasciato che l’universo di anime e manga volentieri mi attirasse a sé, durante la mia permanenza nel Paese del Sol Levante.

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