Un trauma innocuo

Quando il freddo arriva nelle stagioni che lo accompagnano, insetti quali le cimici trovano abitualmente riparo in case riscaldate. Me le ritrovo svolazzanti nella mia stanza, con le loro alette che producono un rumore simile a quello di un elicottero in miniatura. Corrispondendo alla mia attitudine imbelle e rispettosa di ogni esistenza, non è mio costume eliminarle, a maggior ragione considerato che, qualora mi ci adoperassi, il fetore che emanerebbero una volta ammazzate risulterebbe insopportabile.

Mi toccherebbe sopportarlo negli attimi precedenti il sonno, istanti in cui rimarrei in camera sdraiato sul mio letto, sperando di addormentarmi placidamente. Se inavvertitamente dovessi schiacciarle, dovrei attendere che l’odore sgradevole si dissolva nell’aria. Tale processo potrebbe durare alcuni minuti, durante i quali sarei obbligato ad attendere con il naso tappato il momento giusto per coricarmi.

Dal momento che non è mia intenzione eliminarle, ci conviverei mio malgrado, assecondando la longevità di questi insetti. Qualora si pervenga a un confronto ipotetico con un essere umano, la loro aspettativa di vita non è poi così lunga, per cui accade spesso e poco volentieri che mi imbatta in cimici che hanno già tirato le cuoia da sé.

Capita che le individui morte stecchite, raggomitolate e accartocciate su sé stesse, con le zampette incrociate tra di loro adagiate sul ventre e il dorso oscillante poggiante sul pavimento. Poiché accade che le rintracci già spirate nei luoghi più disparati, immagino come mestamente si ritirino in qualche cantuccio a defungere in silenzio nel momento in cui percepiscono come la loro vita sia giunta pressoché al termine.

Osservando come solitamente si abbandonino alla morte riproducendo quella emblematica postura, la mia fervida immaginazione potrebbe persino ammettere che si materializzi dal nulla una bara in miniatura che possa offrire loro un giaciglio per l’eterno riposo. Potrebbe apparire come un sarcofago che conterrebbe il loro cadavere rinsecchito. Sicuramente si configurerebbe come una soluzione più dignitosa rispetto all’aspirapolvere che utilizzo per pulire il pavimento.

L’elettrodomestico le risucchia all’interno di un apposito sacco, ricoperte dalla polvere che le amalgama con altra sporcizia promiscua. Il sacco al quale sono destinate è paragonabile a una fossa comune, per cui non è necessario che le si pianga organizzando un funerale. In realtà risulterebbe improbabile che venga celebrato, pure nel caso in cui esistano delle bare in miniatura e si possano riprodurre nel mondo degli invertebrati gli stessi riti che scandiscono la nostra esistenza.

Sorvolando su queste fantasiose elucubrazioni compassionevoli, elaborate a beneficio di questo racconto (difficilmente provo emozioni simili quando utilizzo l’aspirapolvere allo scopo di risucchiarle), riporterei invece un’esperienza onirica che mi è capitato di vivere recentemente, con la complicità inopportuna di questi animaletti rumorosi e invadenti.

L’intera rappresentazione partorita dall’incoscienza riconosce come fonte di ispirazione la presenza costante di cimici che svolazzano in ogni dove e si poggiano dappertutto per poi morire, persino sopra il mio cuscino, allorquando mi sono ormai coricato e mi impegno a prendere sonno con gli occhi ancora socchiusi. La scena reale potrebbe aver ispirata la fabbricazione di un prodotto dell’inconscio, che non saprei se definire sogno o incubo, sulla base di una raffigurazione generale composita.

Gregor Samsa si era ritrovato quella mattina fatidica a provare enorme vergogna a mostrarsi al cospetto dei suoi familiari in quei sembianti decisamente inaspettati. Non avrebbe saputa dare loro una spiegazione della sua metamorfosi. Si era rinchiuso nella sua stanza a riflettere sulla sua condizione, per trovare una soluzione, senza però ottenere alcun risultato apprezzabile.

Io invece mi ero ritrovato a provare enorme repulsione a dover poggiare i piedi a terra, avendo notato come il pavimento fosse interamente cosparso di cimici defunte. Convinto dalla dimensione inconscia entro la quale ero stato catapultato a credere che stessi vivendo un fatto reale, durai molta fatica a tollerare il ribrezzo che mi pervase facendomi rabbrividire, ma poi arrivai a persuadermi che stavo subendo un trauma innocuo, per cui bastò che mi risvegliassi e mi capacitassi di come il pavimento fosse semplicemente listellato di palchetti e pronto ad accogliere le piante dei miei piedi nudi.

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