L’arcano che affiora in superficie

Qualora volessi usare un eufemismo per introdurre la mia narrazione, potrei affermare come il risveglio non fosse stato dei migliori. Un’aggressione onirica doveva avermi assalita durante la notte. Sentivo di esserne uscita fisicamente provata: la pelle era percorsa da un velo scivoloso di madore sottile che denunciava la mia prostrazione appiccicandosi al mio pigiama. Mi ero alzata da letto da alcuni minuti e mi sentivo un po’ frastornata per essermi prestata a un supplizio che speravo non avrebbe condizionata la mia giornata appena iniziata e che per l’appunto cominciava sotto i peggiori auspici.

Poiché sentivo di aver recuperata la consapevolezza di poter gestire i miei ragionamenti, sicura o quasi che fosse tutto finito, avevo tirato il fiato di fronte alla convinzione di aver scampato il pericolo di subire un trauma che avrebbe necessitato di una spiegazione convincente. Avrei potuto dimenticare tutto, sarebbe stata la scelta migliore; eppure, l’urgenza di comprendere cosa fosse successo non mi avrebbe abbandonato durante lo svolgimento delle mie abituali azioni quotidiane.

Permaneva una leggera apprensione che mi confermava che avevo trascorsa una nottata movimentata. L’inconscio aveva partorito mio malgrado un simil-incubo che mi aveva lanciati segnali suscettibili d’interpretazione, tant’è che mi ritrovai sovrappensiero a meditare su quel che mi era accaduto durante la notte, per capire come mai mi avesse così sordidamente presa di mira.

Provai a concentrarmi sulle operazioni abituali che svolgevo prima di affrontare la giornata, sperando che il mio interesse verso una comprensione dettagliata dei fatti di quella notte scemasse inesorabilmente. Una leggera apprensione accompagnava lo svolgimento quasi automatico delle mie azioni mattutine. Mentre mi lavavo e vestivo, mi ero impegnata ad allontanare pensieri funesti dalla mia frenetica attività mentale. Ci ero quasi riuscita, finché non arrivò il momento di fare colazione, il che mi diede ancora da pensare.

Rassegnata ad accogliere un interesse intrinseco per la faccenda, sollecitata dalla mia natura curiosa, mentre mi preparavo per uscire di casa provai a investire del tempo per trovare una chiave di lettura adeguata che servisse al caso. In mattinata avevo in programma di ritrovarmi con la mia amica Costanza per un appuntamento informale rigorosamente al femminile. Avevamo pianificato di darci convegno in una caffetteria in centro città. Ero contenta di reincontrarla dopo un po’ che non ci vedevamo.

Con scarso successo mi ero adoperato affinché i pensieri che turbinavano nella mia mente non condizionassero i preparativi prima di lasciare l’abitazione. Era ingiustificabile che potessi ritardare solamente perché mi ero concentrata a capire cosa il simil-incubo avesse voluto comunicarmi di così importante. Mi ero sempre dimostrata precisa nel rispettare eventuali orari di ritrovo, per cui non sarei potuta venire meno a una forma di rispetto alla quale cercavo sempre di uniformarmi.

Avvinta da un’incontenibile curiosità, mentre mi impegnavo a trattenere nella mente gli aspetti salienti che avevano connotata l’esperienza onirica che avevo appena vissuta, incredibilmente realizzai che avrei potuto provare dispiacere nel caso in cui avessi consegnato all’oblio la narrazione inconscia che mi aveva intrattenuta durante la notte, nonostante lo spavento che mi ero presa al cospetto di una fine che mi sarebbe apparsa indecorosa nonché ingloriosa.

Ero conscia del fatto che avrei potuto conservare alcuni frammenti significativi di quel simil-incubo, ma altri si sarebbero persi nella dimenticanza, qualora non mi fossi concentrata a dovere al fine di raggiungere il mio obiettivo. Prima di lasciare la mia abitazione, avrei dovuto forse trascrivere da qualche parte almeno i punti essenziali di quell’esperienza onirica. Avrei potuto adoperare un foglio di carta qualsiasi, o magari un qualche altro supporto a portata di mano, ma avrei rischiato di attardarmi con le suddette operazioni, se mi fossi dedicato a una ricerca spasmodica di oggetti che avessero quella funzione. Non sarebbe valsa la pena impegnarsi a tal punto, spendere del tempo ulteriore per compiere un’operazione del genere, per compiacere la mia sete di curiosità, la quale bramava frequentemente un appagamento adeguato alle sue richieste.

Per comprendere il significato di alcuni aspetti della faccenda, avrei dovuto attivare un processo estremamente laborioso d’interpretazione conservativa, il quale invero si svolgeva spessissimo nella mia mente, a seguito dei sogni o degli incubi o dei simil-sogni nei quali venivo sistematicamente collocata dal mio inconscio, ma purtroppo gli esiti si erano sempre rivelati insoddisfacenti. Purtroppo, mi duole rammentare che la maggior parte delle volte mi capitava di dimenticare inesorabilmente ciò che sognavo.

Il simil-incubo, che si era presentato nel lasso di tempo in cui si suole dormire, si era inesorabilmente estinto in concomitanza con la fine del sonno, il quale per lo spavento occorso pareva avessi intenzionalmente interrotto con il mio risveglio. Riflettendo però su ciò che il mio inconscio aveva fabbricato durante il sonno, decretai che quel prodotto della mia inconsapevole attività mentale mi aveva procurato più sconcerto che angoscia.

Tuttavia, non si era dato il caso mi fossi svegliata di soprassalto in preda al desiderio di analizzare se vi fossero state ulteriori implicazioni che mi avessero riguardato in prima persona. Mi ero premurata di non commettere un errore così grossolano. Avevo usata la giusta cautela, per non apparire troppo coinvolta. Avevo saggiamente atteso il momento propizio per una levata pacifica e indolore. Gli istanti in cui mi ero incontrovertibilmente persuasa che la decisione migliore da prendersi fosse quella di svegliarmi erano coincisi con un’interrogazione inconscia che richiedeva specifiche spiegazioni.

Avrei dovuto capire perché fossi stata gettata dentro un mare di latte, contenuto in una tazza con la quale si è soliti fare colazione, probabilmente da una qualche mano invisibile palesatasi in quel contesto onirico. Per fortuna che quel mare di latte non si era mostrato così agitato da rischiare che vi affogassi dentro. Un intervento tanto invisibile quanto impossibile da individuare doveva aver agito contro la mia persona, rimpicciolitasi alla bisogna, affinché ci finissi dentro senza riuscire ad uscirne. Benché la sostanza si mantenesse calma e piatta in superficie, accusavo notevoli difficoltà ad emergere. Ad ogni modo, non era solo questo aspetto che mi dava da pensare.

Avrei dovuto capire perché non fossi stata capace di nuotare, pur sapendo di poter vantare una simile abilità, acquisita e coltivata sin da quando ero ancora una bambina. In quel lasso di tempo inquantificabile mi ero rassegnata all’idea che mi stavo trovando per davvero in una situazione che difficilmente sarei riuscita ad accettare, immersa in quel preciso contesto, intenta ad annaspare per poter rimanere a galla e non andare a fondo, per cui avrei dovuto per forza di cose trovare una soluzione salvifica, se non avessi voluto soccombere agli imprevedibili sviluppi che sarebbero seguiti.

All’interno di quel contesto immaginifico, creato ad arte, si erano palesate incongruenze tali che mi ero vista costretta ad abbandonare quella dimensione esclusiva. Per fortuna che arrivai a comprendere come il simil-incubo denunciasse difetti di fabbricazione. Sempre ospite di quella dimensione altra, in quegli istanti tormentati ero giunta ahimè a convincermi che sarei potuta affogare circondata da quel biancore avvolgente, il quale non esitava a esercitare una pressione veemente contro il mio corpo, al fine di penetrare in profondità attraverso orifizi che avrebbero permesso alla sostanza in questione di farsi strada al suo interno, cosicché sarebbe stato semplice che fossi consegnato a una fine orrenda, già ampiamente prospettatami in quei momenti particolarmente convulsi.

Sarebbe risultato difficile venire a capo di una spiegazione convincente che potesse soddisfarmi appieno sul motivo per cui mi fossi trovata proprio lì, con l’aggravante di riconoscermi incapace di nuotare. Se avessi svelato l’arcano, avrei potuto seguitare a rimanere spettatrice di una scena surreale, creata ad hoc, poiché avrei saputo che non sussisteva alcun rischio che potesse arrivare la mia fine da un istante all’altro. Se avessi saputo che sarei potuta sopravvivere immersa in quell’ambiente lattiginoso, probabilmente non mi sarei concentrata al fine di svegliarmi.

Solo dopo aver aperti gli occhi e aver scrutata la realtà circostante, corrispondente allo spazio rappresentato della mia camera da letto, avevo realizzato come negli attimi precedenti stessi effettivamente sognando. Non avevo potuto far altro che prendere coscienza di un aspetto con il quale capitava che mi confrontassi con buona regolarità, in altre parole ogniqualvolta succedeva che mi svegliassi dopo esser stata intrattenuta dalle raffigurazioni articolate e feconde dei prodotti inconsci della mia attività creativa sviluppantesi in ambiente onirico.

Quando mi abbandono tra le braccia di Morfeo, coricandomi sopra il letto e sotto le coperte, entro abitualmente in un territorio in cui mi si costringe ad abbassare la guardia sguarnendo le mie difese più o meno efficaci. Terminata la mia esperienza onirica, la quale si svolge durante la notte mentre sto dormendo, so di per certo che, ripresa coscienza delle mie azioni reali, rischierei di dimenticare gli snodi salienti del prodotto del mio inconscio, i quali sono riportati in un copione che viene ideato al momento e prosegue in divenire, permettendo alla storia narrata di svilupparsi in maniera più o meno plausibile, inframezzando il più delle volte colpi di scena ad effetto.

In altre parole, avrei fatto fatica a ricordare lo spavento che mi ero presa e in un certo senso sarebbe stato anche un bene se fosse sopravvenuta la dimenticanza. Eppure, stavolta feci lo sforzo di ricordare, o per lo meno mi impegnai a non dimenticare gli aspetti essenziali del simil-incubo che avevo vissuto quella notte. Non era escluso che prima o poi mi sarebbero potuti servire per descrivere le mie esperienze oniriche a chi si fosse mostrato interessato, o solamente allo scopo di scrivervi un racconto che avesse la pretesa di risultare interessante a chi si fosse mostrato desideroso di leggerlo per saperne di più.

Compresa in quel simil-incubo, dovevo aver accettata l’idea che sarei potuta affogare in un mare di latte se non avessi trovato un mezzo che potesse accorrere in mio aiuto, sostanzialmente se non avessi semplicemente trovato un modo per poter sopravvivere. Ero stata proiettata in una dimensione ultraterrena, ammantata di un biancore per la maggior parte uniforme. Dovevo esser stata rimpicciolita o forse era solo la tazza ad esser divenuta più grande, al punto da riuscire a imprigionarmi senza offrirmi alcuna possibilità di evasione.

Immersa in quel liquido decisamente familiare, sarei potuta affogare, poiché percepivo quanto sarebbe risultato complicato raggiungere i bordi sopraelevati al fine di riuscire a scavalcarli e prospettarmi così una via di fuga verso la libertà. Se fossi emersa in superficie e avessi tentato di arrampicarmi sulle pareti della tazza, anch’esse bianche e delimitanti i miei orizzonti, le mani avrebbero faticato a trovarvi aderenza. A causa della loro consistenza sarebbero scivolate emettendo uno stridore decisamente intuibile.

Per fortuna che quel latte non si era presentato troppo caldo alle mie percezioni sensoriali, altrimenti avrei dovuto affrontare un altro problema di enorme portata. Continuavo ad annaspare in preda all’agitazione per mantenermi a galla, finché non comparvero attorno a me alcuni appigli dei quali mi avvalsi all’istante, i quali si erano materializzati dal nulla e galleggiando in superficie mi permisero di non sprofondare. Si trattava di una quantità considerevole di cereali di ogni tipo, utilizzabili quali sostegni all’occorrenza, ai quali mi aggrappai risolutamente e così rimasi avvinghiato, per il tempo che dovevo aver atteso prima di svegliarmi, nonostante percepissi come nell’evoluzione dei fatti susseguenti si fosse insinuato un vuoto che la mia memoria faticava a colmare.

Ad ogni buon conto, avevo ottenuti risultati apprezzabili nel ricordo di un’esperienza onirica i cui punti essenziali ero riuscita a trattenere nella mia memoria, ma un tale successo non avrebbe potuto che presentare un rovescio della medaglia: avevo appositamente deciso di non fare colazione a casa e molto probabilmente mi sarebbe passata la voglia di ordinare una consumazione nella caffetteria in cui io e la mia amica ci eravamo date convegno. Non che fossi superstiziosa, ero solo prudente e sentivo che cautelarmi di fronte a situazioni imprevedibili fosse la scelta migliore alla quale potessi rivolgermi per proteggermi da spiacevoli situazioni che avrei preferito non influenzassero la mia modesta esistenza.

Mi scopersi mio malgrado suggestionata da una deriva alla quale non sarei mai voluta giungere. Tuttavia, l’unica cosa di cui mi sarei dovuta seriamente preoccupare era non apparire esageratamente eccentrica con alcuni atteggiamenti esemplari che avrei potuti esibire davanti alla mia amica Costanza, la quale avrebbe potuto anche allarmarsi di fronte a un comportamento che avrebbe reputato stravagante. Avrei dovuto evitare di darle a vedere alcunché che potesse suggerirle che non avessi trascorsa una nottata tranquilla, placidamente circondata dalle braccia immaginarie ma coccolose di Morfeo.

L’unico espediente che avrei potuto adottare in quella mattinata aggregativa per mantenermi ancorata al mondo reale sarebbe stato quello di procrastinare il momento in cui avessi dovuto fronteggiare l’oggetto che stava occupando i miei pensieri dacché mi ero svegliata. Tuttavia, come accennato in precedenza, non sarebbe stata affatto una buona idea tardare all’appuntamento con la mia amica Costanza, poiché quest’ultima si sarebbe anche potuta spazientire per l’attesa imprevista. Sarebbe stato peggio se avessi dovuto sorbirmi dei rimproveri, ancorché bonari e amichevoli da parte sua.

Dovevo convincermi che nessuno mi avrebbe rimpicciolito e mi avrebbe gettato in una tazzina di caffè per diletto; o viceversa, nessuna tazzina si sarebbe ingigantita davanti ai miei occhi, i quali in tal caso avrebbero denunciata evidente incredulità. Era ovvio che le mie dimensioni corporee sarebbero rimaste immutate, inalterate, tali e quali a quelle che per sicurezza avevo verificate guardandomi allo specchio dell’anta dell’armadio in camera da letto, mentre provavo il vestito migliore per l’incontro programmato.

Ad ogni buon conto, era assurdo che potesse aggirarsi silente nei paraggi della caffetteria una forza invisibile che avesse il potere di rimpicciolirmi e non attendesse altro soggetto all’infuori di me verso il quale operare i suoi sordidi malefici. Non era poi così improbabile che li potesse esercitare al fine di gettarmi dentro la tazzina in cui alloggiava il contenuto liquido, con il quale probabilmente mi sarei pesantemente ustionata stavolta, diversamente da quanto accaduto nel simil-incubo della notte precedente.

Non era affatto escluso potessi arrivare a perire per questa sciagurata contingenza, date le temperature troppo elevate che mi avrebbero corrosa l’epidermide. Si configuravano due terribili previsioni inaccettabili: sarei potuta affogare dentro il caffè (perché sicuramente non avrei ordinato del latte), impossibilitata a nuotare per raggiungere la superficie; oppure sarei spirata per il troppo calore che mi incendiava le membra, sprofondando per poi adagiarmi sul fondo.

Se fossi divenuta mio malgrado minuscola, me la sarei vista brutta di sicuro e non ci sarebbe stata alcuna speranza per me di esser tratta in salvo da una mano amica. Ero convinta che i miei pensieri disfattisti avessero un solido fondamento in casi come questo. La mia “amica” Costanza per giunta avrebbe anche potuto stringere un patto con entità a me aliene e consegnarmi malevolmente a un destino inclemente.

Ultimati i preparativi, i quali includevano l’aver indossato un abito nero della miglior foggia, scelto di proposito per l’occasione, ma soprattutto al fine di fare bella figura e trasferire l’attenzione di chicchessia verso di esso, che fosse un cameriere o un avventore, così da mettersi in netto contrasto con il biancore del latte, non mi sarebbe rimasto altro da fare che uscire di casa e raggiungere la mia amica alla caffetteria.

Mi trasferii sulla soglia e chiusi a chiave il portone della mia abitazione, pronta a incamminarmi verso la mia destinazione designata. La caffetteria del nostro ritrovo non distava molto infatti da casa mia. Eppure, guardandomi attorno circospetta, mi sovvenne il sospetto di non esser propriamente tornata nel mondo reale con la mia figura intera in carne ed ossa. Chi avrebbe potuto rendersi conto, se non io, che stessi ancora sognando, che mi stessi inconsapevolmente aggirando in un paesaggio onirico ricavato ad hoc dal mio inconscio. Provai a darmi qualche pizzicotto sul braccio per capire se la mia persona, accusando dolore, seppur di lieve entità, potesse considerarsi inserita a tutti gli effetti nel mondo reale, ma non arrivai a trarre nessuna conclusione degna di nota.

Era possibile che Morfeo mi stesse trattenendo a sé controvoglia, come ospite a lui gradito di una dimensione altra che avrei dovuto impreziosire con la mia assidua presenza, tant’è che contestualmente l’amica che avrei incontrata di lì a poco non avrebbe potuto esser altro che un personaggio immaginario, il quale come me era comparso sulla scena e si era presentato al cospetto del mio inconscio nelle vesti che gli erano state proposte e che doveva perciò aver accettate, magari perché le erano state imposte.

Presi a chiedermi allora cosa avesse avuto di così importante da comunicarmi questo personaggio immaginario a cui avevo assegnato il nome: “Costanza”, il quale doveva esser stato deciso a monte che avrebbe assunte sembianze femminili, prima di esser calato nella mia dimensione onirica, per conferire appositamente con me. Allorquando ci ritrovammo seduti attorno al tavolino della caffetteria, il personaggio in questione mi rivelò ciò di cui avrei potuto sospettare fin dall’inizio, qualora mi fossi dimostrato più accorto.

Ebbene, ero stato trasformato in una donna, per un motivo che non mi fu dato sapere, poiché il mio interlocutore aveva deciso all’improvviso di evaporare dalla scena, lasciandomi in sospeso con l’illusione di ottenere spiegazioni più dettagliate che non avrei mai acquisite. La mia amica immaginaria di nome Costanza, dopo avermi trasmessa l’informazione che appresi facendo fatica a crederci, si era dissolta assieme al contesto nel quale ci trovavamo; prima che potessi terminare la domanda che curioso le rivolsi, mirata ad ottenere una risposta illuminante, la quale negli istanti immediatamente successivi avrei invano seguitato ad attendere, mentre venivo circondato dall’ennesimo biancore avviluppante e rilucente, propagantesi attorno a me all’infinito.

Sarei potuto soccombere all’angoscia, se il contesto nel quale mi trovavo non fosse mutato nel breve periodo. Quasi fosse capitato che qualcuno avesse accolte le mie suppliche incessanti, mi ritrovai catapultato all’interno della mia abitazione, dalla quale poco prima me ne ero uscito per raggiungere un’entità che non avrei saputo come classificare, alla quale il mio inconscio doveva aver affibbiato quel nome evocativo, probabilmente per assolvere a un compito specifico. Tuttavia, rimanevo pur sempre calato in quella dimensione inconscia, dalla quale non avrei saputo come uscire, per riacquisire le mie sembianze maschili.

Se avessi dovuto rimanervi ad oltranza in quella dimensione, avrei potuto prendere ad ottimizzare il mio tempo indagando i motivi per i quali era stata presa nei miei confronti quella decisione. Assimilata l’informazione, uscita dalla bocca di “Costanza”, ero riuscito a prendere coscienza della mia identità di genere e ciò non avrebbe potuto che rappresentare un traguardo importante. Al di là di tutto ciò che era occorso fino a quel momento, quel che più stimolava le mie riflessioni era che il mio lato femminile era venuto a galla allo scopo di svelare l’arcano.

Lascia un commento