Mi auguravo che non si fosse allontanato troppo. Un leggero stordimento accompagnava la mia ricerca ostinata. Ero stato tramortito, ma mi ero rimesso in forze meravigliandomi della mia capacità di recupero. Ero convinto che il mio socio infedele si stesse aggirando nei dintorni. Davvero non poteva essere andato molto lontano. Invero non doveva essere trascorso molto tempo dacché ero svenuto. Non poteva essersela svignata con l’automobile, poiché questa continuava a stazionare dove l’avevamo parcheggiata in precedenza. Quella di svolare via in macchina sarebbe stata la scelta più ovvia verso la quale propendere, ma chissà perché il mio socio aveva optato per una via di fuga alternativa. Non poteva che trovarsi nei dintorni e molto probabilmente appiedato, a meno che non avesse trovato qualche mezzo di trasporto che lo avesse proiettato il più lontano possibile rispetto alle sue gambe.
Per quanto mi sembrasse alquanto improbabile che avesse elaborata una via di fuga articolata e imprevedibile, nondimeno trovarsi nei pressi di un bosco ignoto avrebbe potuto ispirargli una certa originalità di pensiero. Qualora non avesse voluto avventurarsi nel bosco, avrebbe potuto ripercorrere a ritroso la strada che avevamo fatta per arrivare. Il mio socio fedifrago non era di certo un’aquila, ma difficilmente avrebbe commesso l’errore di scapicollarsi a valle, considerata la posizione strategica e privilegiata nella quale mi sarei trovato nel caso in cui in breve tempo fossi rinvenuto dallo svenimento. Avrei subito instradato il mio sguardo facendolo scivolare verso il basso, attraverso la serpentina di viabilità che zigzagava digradando lungo la morbida erta che portava a valle, e l’avrei beccato di sicuro! Avrei presa la macchina qui accanto e me lo sarei andato a prendere, quel bastardo! Ma non accadde nulla di tutto ciò, ed è per questo che presi la via del bosco.
Ora che guardingo mi addentravo nella boscaglia, districandomi nel bel mezzo della vegetazione che ostacolava il mio passaggio, non mi ero ancora abituato all’idea che avesse osato ingannarmi, ma d’altronde, quando si manifesta la risoluzione estrema di latitare nell’intrigo, ogni sentiero mendace è percorribile. Considerato ciò, avrei potuto autocommiserarmi essendo partecipe di questa deriva, ma in un frangente del genere e date le tempistiche, non me lo sarei potuto permettere. A onore del vero ero partito con le migliori intenzioni, deciso a dividere i proventi della refurtiva in parti uguali. Avrei potuto perdonargli il fatto di aver pensato lo potessi fregare (legittimo), era escluso invece che lo perdonassi per aver interpretato questo pensiero con tale violenza da tradurlo decisamente in atto con le maniere forti. L’oggetto contundente che mi aveva procurato un dolore lancinante alla testa mi aveva altresì fatto uscire dai gangheri. Era fuor di dubbio che mi sarei dovuto abituare velocemente all’idea di essere stato vittima di un affronto così sordido che aveva completamente dissolto quel sentimento di fiducia reciproca che ci aveva accompagnato finora. A caldo mi sarei voluto vendicare nella maniera peggiore, ma ero abbastanza consapevole che con il trascorrere del tempo i miei pensieri nefasti si sarebbero ammorbiditi e, qualora me lo fossi trovato di fronte, non sarei stato poi così sicuro di essere animato dalla stessa rabbia che stavo provando in questo preciso momento.
Mi ero inoltrato nel bosco preoccupandomi di attutire il trepestio dei miei passi per non rivelare la mia presenza. Non era escluso che il mio socio si fosse appartato e mi stesse attendendo per un agguato. Poteva trovarsi dappertutto. Affidandomi alle mie capacità uditive tentavo di discernere i rumori alieni rappresentati dai presunti movimenti del mio socio (purché non vi fosse qualcun altro) da quelli propri della vita silvestre. Chiusi gli occhi e mi fermai per un momento in un luogo adombrato per meglio captare i rumori e per meglio potermi concentrare su quelli che più mi interessavano alla disperata ricerca di qualcosa che mi potesse guidare verso la sua presenza. Era una pratica tanto ridicola quanto infruttuosa. Ciò che sarebbe risultato apparentemente più produttivo era cercare tracce fresche sul terreno che l’umidità del sottobosco poteva aver conservate. Persuasomi che dovesse aver architettato la sua via di fuga coscienziosamente, ritenni che avesse imboccato il sentiero in principio, per poi far perdere le sue tracce, deviando dal percorso originario, ma in quale punto di preciso? In un punto dove le sue tracce sarebbero rimaste, rapprendendosi per diverso tempo, o si sarebbero dissolte nel breve periodo?
Camminavo speditamente in completa tensione fisica ed emotiva, di qua e di là, senza una meta precisa. Mi industriavo per rilevare tracce fresche o ascoltavo i rumori silvani che mi circondavano alla ricerca di qualche suono prodotto dall’uomo, ma senza risultati concreti che mi facessero propendere verso una direzione ipotetica. Avevo percorso per un breve tragitto il sentiero che si inoltrava nel bosco e che aveva il suo cominciamento ai piedi del casolare nel quale ci eravamo dati convegno dopo la rapina. Mi ero dovuto per forza convincere che la mia strategia si allineasse almeno quel poco con quel che aveva escogitato il traditore. Non mi ero mai dovuto trovare nella condizione di dover pensare come lui, ma era giunto il momento di farlo, o almeno tentare.
La coltre di foglie che ricopriva il terreno all’intorno non era di per sé in grado di attenuare l’agitazione che mi sommoveva dall’interno. A un tratto ebbi il desiderio di fermarmi, quasi indotto dal bisogno di interpretare l’accostamento opprimente degli eventi. Avevo altresì il fiato mozzo. Provavo una collera enorme per l’affronto subito, ma mantenevo nondimeno un’esigua speranza di essere caduto in fallo accusando il mio socio ingiustamente. In un secondo momento avevo cercato di convincermi ci fosse stato un equivoco, ma era difficile trovare garanzie che potessero supportare questo assunto.
Mi fermai d’un tratto sentendo o forse intuendo di sentire un rumore seppur fievole. Trattenni il fiato per un istante e lo scaraventai fuori con un ruggito silente. Non volevo farmi sentire. Il collo mi s’irrigidì fino al parossismo finché i muscoli facciali tornarono a rilassarsi. Avevo accartocciato le mani in pugni per confinare la rabbia e le avevo ficcate nelle tasche dei pantaloni. Le unghie esitavano a lacerare la pelle delle palme, ma avvertivo che non avrebbero tardato a provocare una leggera fitta scavando liberamente nell’epidermide. Le cuciture delle tasche sembravano allentarsi, sforzate dalla pressione esercitata dalle braccia tese verso il basso.
Accanto a me c’era un albero dietro al quale mi nascosi per sfuggire alla presunta sorgente dalla quale era sopraggiunto alle mie orecchie quel flebile rumore. Avevo ancora le mani affondate nelle tasche. Trovai una moneta nel fondo di una di esse. La afferrai e la scagliai con rabbia verso quella sorgente, senza aver inquadrato un bersaglio preciso, in un punto indefinito, immerso nella foschia aleggiante nell’aria e inframmezzo all’intrico dei rami. Era un gesto quasi istintivo che speravo mi aiutasse pure a scaricare la tensione.
Sentii qualcuno guaire imprecando a pochi passi da me. Poi uno sparo smorzato a terra. Ero disorientato, ma mi armai del giusto coraggio. Senza esitazione mi scagliai verso la sorgente che stava assumendo i contorni umani di un individuo di mezza età. L’intrico dei rami che ci separava non rappresentò un grosso impedimento. Istintivamente mi convinsi di aver preso la giusta decisione. Mi avventai alle spalle di quell’uomo che appena gli fui a contatto mi si era appena girato di fronte. Dall’impatto scivolò sul terreno, ed io con lui, e andò a sbattere con la testa su una roccia affiorante dal terreno e nascosta dal muschio. Appena la testa cozzò sulla roccia sul suo volto aleggiava un’espressione dolorosamente incredula. Un’incredulità che si dipinse anche sul mio volto nel momento in cui riconobbi in quell’uomo il ricettatore con il quale avremmo dovuto avere lo scambio proprio quel pomeriggio. Un odore di cordite si innalzava dalla terra. Il sangue colava dalla testa dell’uomo reclamando la terra.
Mi alzai spaventato dalla maschera orrorifica che gli si era impressa in faccia. Non era certo l’epilogo che avevo previsto. In realtà quando di puro istinto mi ero avventato alle sue spalle, non avevo stimato che potesse accadere l’imponderabile. Lo sparo mi aveva azionato come una molla. Mi sarebbe bastato solo metterlo fuori combattimento per proteggere la mia incolumità, ed invece l’avevo ammazzato. Tuttavia, le mie considerazioni pietistiche nei confronti della buonanima che avevo avviato all’altro mondo furono subito suscettibili di rivalutazione e ridimensionamento. La figura supina a braccia distese rivelava che l’idea di offendere era stata presa seriamente in considerazione. Dalla sua mano destra spuntava una rivoltella che nonostante l’impatto con il terreno rimaneva saldamente tra le sue grinfie, quasi a fare da monito a coloro i quali lo avessero voluto sfidare anche da morto. Qualsiasi fosse stata la sua attitudine nell’aldilà, mi preoccupai di non dargliene pensiero appropriandomi di quello che ritenevo non gli sarebbe più servito. La situazione sembrava farsi particolarmente ingarbugliata, ma non serviva fare un’escursione perigliosa nella più fervida fantasia per capire che qualcuno aveva voluto incastrarmi di proposito.
Ora che avevo una pistola tra le mie mani potevo sentirmi più al sicuro. Cercai di ragionare in modo semplice e lineare; avviai con scarsa passione un ragionamento da ladruncoli incalliti ma poco brillanti d’acume che si sollazzano a fare il doppio gioco e pensano di escogitare un piano più ingegnoso del piano originario spocchiosamente certi che non sarà mai smascherato dalla vittima dell’intrigo.
Perciò attesi. Attesi anche se la compagnia di un cadavere mi avrebbe messo a disagio. Come recita il proverbio cinese avrei dovuto solo attendere. Il ricettatore avrà sicuramente dato appuntamento al mio malavveduto socio, indegno di qualsiasi epiteto, in questo luogo preciso, discreto, poco frequentato, ubertoso. Mi bastava attendere, benché subito mi sovvenne che il traditore avrebbe dovuto essersi trovato largamente in anticipo sulla tabella di marcia, a meno che non si stesse organizzando per imbastire delle contromisure che lo potessero tutelare.
Le mie sicurezze stavano lentamente sgretolandosi e in un istante mi sentii privo di difesa, catapultato in una posizione svantaggiata. Stavo forse diventando paranoico? Trasformato da cacciatore in preda? Stavo ribaltando il mio ragionamento pratico, riconsiderando e rivalutando una qualche astuzia che il mio socio, insospettabilmente avveduto, non era assurdo pensare potesse aver escogitata.
Ero nel bel mezzo di questa burrascosa procella interiore allorché un trillo argentino mi riportò difilato alla realtà dei fatti. Vidi una fonte luminosa fare capolino da una tasca del giubbino smanicato del fu-ricettatore. Il display del suo smartphone si era illuminato. Lo sfilai dalla tasca. Gli era appena arrivato un messaggio da una persona salvata con la denominazione “figlia”, che enunciava un semplice: “dove sei?”.
Il termine “figlia” in una visione tradizionale rimanda ad un’associazione automatica con la persona che di fatto ricopre universalmente questo ruolo. Il che mi fece supporre che sussistesse una coincidenza; non si poteva mai sapere però cosa frullasse nella testa di individui degenerati del genere. Senonché, da quel che avevo memoria, una figlia il tizio doveva pure avercela. Ricordai di averla vista di sfuggita ad un precedente abboccamento e, da quel che avevo percepito, doveva esserci un qualche affetto che li collegasse ad una qualche effettiva parentela. Presi quindi per assodato fosse realmente sua figlia a scrivergli il messaggio.
Dovendo per forza di cose procedere con le mie riflessioni in un’unica direzione, ritenni quindi che la figlia dovesse avere a che fare in qualche modo con la faccenda ed in qualche modo dovesse trovarsi all’interno del bosco. Era cresciuta ormai e non era peregrino pensare che avesse sposato ben volentieri il mestiere del padre. L’unico modo per saperlo era leggere i messaggi precedenti che presumibilmente avrebbero potuto avvalorare i miei sospetti, ma senza password non avrei potuto sbloccare il sistema ed accedere ai servizi. Provai a colpo sicuro una delle banalità per eccellenza: i numeri di nascita. Cercai un documento all’interno del giubbino smanicato del ricettatore, digitai i numeri corrispondenti e feci centro. Dai messaggi ebbi la conferma di essere stato raggirato da una combutta disdicevole. Tra i messaggi c’era una posizione risalente a pochi minuti prima. L’inganno mi si era palesemente rivelato e alimentava un desiderio di rivalsa che non mi era proprio, ma che date le circostanze non mi restava che condividerlo ed accettarlo.
Mi diressi verso la posizione indicatami dal navigatore. Non ero molto distante dalla meta, ma avrei dovuto comunque procedere con assoluta circospezione. Sentii voci sguaiate in lontananza, mentre mi avvicinavo ad una radura. Era improbabile che fosse, o fossero, la persona che cercavo. La posizione non corrispondeva a quella impressa sullo schermo. Preoccupandomi di non farmi notare, feci capolino per accertarmi della situazione e vidi due ragazzotti che stavano giocando a frisbee con particolare entusiasmo e trasporto fanciullesco. Avrei dovuto aggirare la radura onde evitare di essere scorto, ma avrei allungato troppo il tragitto. Decisi che sarei corso all’altro capo della radura il più velocemente possibile. I due giovani erano troppo impegnati nel loro svago per badare a me, e se anche mi avessero notato, avrebbero avute delle difficoltà a procedere ad un riconoscimento nella malaugurata ipotesi mi fossi fatto beccare. La tremenda consapevolezza di essere responsabile della morte di un uomo non mi faceva stare di certo tranquillo.
Presi una decisione repentina ed uscii allo scoperto. Correvo a perdifiato per ridurre la distanza che mi separava dall’altra parte della radura nel minor tempo possibile. A metà strada percepii fin troppo distintamente una fitta lancinante all’occhio sinistro. Barcollai qua e là disorientato, finché l’istinto mi portò a spianare l’arma che avevo ancora in mano e non mi ero preoccupato di occultare. Avvertii uno scalpiccio frenetico in avvicinamento e una voce indistinta che pareva voler richiamare la mia attenzione. Fu questione di un attimo durante il quale, spianata l’arma, inciampai sul frisbee, all’evidenza responsabile del mio momentaneo accecamento. Per fortuna non persi l’equilibrio e riacquistata totalmente la vista adocchiai l’oggetto in questione. Sentii voci allarmate in allontanamento mentre recuperavo il frisbee che mi avrebbe fatto piacere riconsegnare ai due ragazzi, i quali però si erano subitaneamente dileguati. Decisi allora di appropriarmi del loro oggetto di svago. Avrebbe potuto fungere da oggetto contundente, ne avevo giusto avuto un assaggio sgradevole, l’ennesimo.
Era accaduto proprio come all’interno del casolare ai piedi del bosco.
Dopo la rapina alla gioielleria, avevamo concordato che ci saremmo riuniti in quella struttura. L’idea di darsi appuntamento in un luogo del genere ad un’ora diurna ancorché vi fosse la garanzia che non si aggirasse anima viva nei paraggi, mi aveva lasciato perplesso. Era stato il mio socio a definire i dettagli, io da parte mia mi ero incautamente fidato dei suoi agganci. Era il primo colpo che avremmo condotto assieme, ma le sue referenze erano “eccellentissime”, a detta di chi aveva garantito sulla sua affidabilità. Sicuramente “eccellentissime” per sbarazzarsi dei propri compagni di merenda, nel qual caso io, ma poi perché arrischiarsi così fino in fondo? Se avesse voluto sbarazzarsi di me, mi avrebbe potuto ammazzare, non gli era mai capitato? Probabile. Neppure a me a dire il vero. Ma ora che mi era più o meno capitato, avrei avuto degli scrupoli morali a premere il grilletto qualora mi fossi sentito in pericolo? Speravo non mi dovesse capitare in questa nuova forma. Non mi sarei voluto trovare nell’imbarazzante situazione di dover riconsiderare la mia etica professionale.
Il mio socio inqualificabile mi aveva colpito con un oggetto contundente particolarmente pesante. Riavutomi dallo stordimento, avevo rovistato dappertutto alla ricerca dell’arnese che mi aveva colpito. Cercavo un oggetto dalla solida consistenza che era stato brandito allo scopo di stordirmi. Tuttavia, quando realizzai che nella più probabile delle ipotesi doveva essersene sbarazzato, non avendo trovato uno strumento che avrei potuto supporre fosse stato utilizzato contro di me, decisi che avrei cambiato obiettivo della mia ricerca e mi concentrai sul mio socio, al quale dedicai la mia esclusiva attenzione.
Mi stavo sempre più avvicinando alla meta. Ero abbastanza certo che fossero lì assieme nel vero luogo convenuto. Li trovai proprio lì tutti e due infatti. Lei appollaiata su un albero con un libro in una mano ed un lecca-lecca nell’altra, in attesa del padre che sarebbe dovuto giungere a breve e si sarebbe dovuto sbarazzare del mio socio, che presumibilmente si era convinto di avermi messo fuori gioco e al quale era stato detto di questa dilazione temporale, ma di non preoccuparsi perché era tutto sotto controllo, immaginavo; lui con i piedi poggiati a terra che quindi credeva alle parole della ragazza condite di una certa malizia e incomprensibilmente pareva sentirsi al sicuro pur avendo il bottino tra le mani tremebonde; io che, inquadrato l’oggetto del desiderio tra le sue mani, mi sarei potuto far ingolosire a tal punto da trascurare ogni esitazione al momento di premere il grilletto.
Nella mia posizione privilegiata anche in questo caso potevo colpire in piena coscienza, ma di vittime sulla coscienza non sapevo se me la sentivo di averne ancora. Nella mano destra tenevo la pistola del ricettatore che ormai incollatasi alla mia mano pareva essere un tutt’uno con essa; nella mano sinistra invece avevo ancora il frisbee dei due ragazzi. La pistola con una mira discreta poteva uccidere, il frisbee con un’ottima mira poteva fare centro (talvolta anche una pessima mira poteva andare bene).
Vedevo il mio socio cominciare ad agitarsi con irreprimibile insofferenza. Era normale che la provasse, più il tempo passava più sarebbe potuta occorrere una situazione spiacevole che sicuramente avrebbe preferito evitare. Io non ero morto e lui doveva esserne conscio. Provavo un sottile e morboso piacere a vederlo così agitato, nei momenti che precedono l’evento nefasto. Perché una risoluzione l’avevo già presa, l’unica possibile, l’unica inevitabile.
Ebbene sì, avrei fatto secco il mio socio e poi avrei provato a colpire con il frisbee la ragazza appollaiata sull’albero per farla cadere. Se avessi sbagliato mira avrei potuto spararle addosso per farla scendere e prima che potesse mettere i piedi a terra le sarei stato appresso e mi sarei fatto dare anche il denaro pattuito per lo scambio; e se non lo avesse avuto con sé? Che fare poi? Beh, l’avrei potuta imbavagliare e legare ad un albero per poi decidere il da farsi, in un luogo nascosto dalla gente e magari mi sarei dovuto persino mascherare per non farmi riconoscere. Meno male che avevo la mia classica maschera da rapina che mi aveva accompagnato così fedelmente finora.
Sparai al mio socio e lo feci secco al primo colpo, crollò a terra con un tonfo. Mi rivelai alla ragazza che prese a scendere freneticamente dall’albero. Le lanciai addosso il frisbee, mirando alla testa, e la colpii all’altezza della tempia. Perse l’equilibrio e rovinò a terra. Tentò di ricomporsi e riaversi velocemente dal dolore, ma io le ero già appresso. Spianai la pistola e gliela misi in quella sua bocca che aveva aperto dallo stupore. “Chi sei?”, mi chiese, con gli occhi strabuzzati; le risposi pacatamente, “Sono il Dio Cervo della Principessa Mononoke!”.
