Il piatto di pastasciutta al pomodoro

Durante il periodo in cui soggiornai in Giappone per un viaggio studio, la famiglia che mi offrì ospitalità un giorno mi affidò un compito di grande responsabilità. Avevo accettato su loro richiesta di preparare un piatto di pasta al pomodoro per la Festa della Mamma.

In onore della madre della mia famiglia ospitante fu deciso che il compito di preparare il pranzo sarebbe stato trasferito ad altri per quella giornata a lei dedicata. Si pensò di ricorrere alle mie discutibili abilità culinarie. Poiché ero italiano, mi fu richiesto un classico piatto di pasta al pomodoro.

In un primo momento mi ero trovato interdetto di fronte a una richiesta che risuonò al mio orecchio quasi come una velata esortazione. Non mi sarei potuto però rifiutare di accogliere il loro invito, benché non fossi del tutto sicuro del risultato.

Non mi sarei trovato però a operare da solo. A peggiorare o a migliorare la situazione ci si mise pure la candidatura volontaria del figlio maggiore dei tre, che si offrì di affiancarmi in qualità di assistente. Sebbene non ne avessi bisogno, non potei fare a meno di reclutarlo.

Quel che avrei potuto temere era la qualità dei prodotti che avremmo utilizzato. Potendo osservare la marca riportata nella confezione, mi risultò del tutto sconosciuta. Sarebbe stata un’ardua impresa determinare che tipo di pasta erano andati a pigliare in termini di qualità. Avrei potuto solo sperare che facesse al caso nostro. Persino la salsa di pomodoro che avevano acquistata preconfezionata e pronta per esser scaldata constatai come non fosse di mia conoscenza.

Ci affidammo al destino, sperando fosse clemente. Ci mettemmo alacremente all’opera, io e il mio fido assistente. Al figlio, mio aiutante volenteroso ma comprensibilmente inesperto, affidai la preparazione del sugo. Avrebbe dovuto solo scaldarlo. L’amalgama era stato rimestato a dovere, ma il fuoco era stato impostato a un livello troppo alto e il sugo ne aveva risentito, si era raggrinzito e si era appiccicato al fondo della pentola, il quale purtroppo non si presentava antiaderente.

Impegnato a svolgere la mia parte del lavoro, mi ero accorto colpevolmente tardi del danno. Quasi in simultanea aveva richiamata la mia attenzione pure il ragazzino, perplesso di fronte al suo stesso operato. Lo affiancai, lo tranquillizzai e gli impartii istruzioni su come continuare a procedere: gli dissi di abbassare la fiamma, aggiungere un po’ d’olio e continuare a mescolare per qualche minuto, per capire se la quantità di sugo recuperabile fosse sufficiente per tutti. Non tutto era andato perduto, qualcosa si sarebbe pur salvato.

Al contempo, però, avevo trascurato di controllare la pasta che stava bollendo da un bel po’. Concentrato a salvare il salvabile dalla pentola in cui parte del sugo si era rappreso e parte abbrustolito, avevo allungato mio malgrado il tempo di cottura. La pasta che subito scolai, presagendo l’errore imperdonabile, risultò ahimé scotta a un controllo accurato.

Anche il sugo si sarebbe potuto dire a modo suo “pronto”. Il ragazzino lo versò sulla pasta che avevo adagiato su un recipiente di grandi dimensioni. Rimasi sconfortato, osservando il piatto così composto. Non ci restava che portare in tavola il risultato del nostro fallimento. Immaginavo come sarebbe stato accolto il frutto del nostro lavoro. Si realizzò per me una cocente sconfitta, considerato come avessi desiderato solamente fare una figura decente al cospetto della mia famiglia ospitante.

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