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La fotografia
Non era certo la fine che avevo in mente. Ahimè, non potrò più attuare i miei progetti futuri. O per lo meno dovrò adattarli alle nuove contingenze. Riconosco però di non potermi lamentare del mio attuale accomodamento. In fin dei conti mi trattano bene. Ciò di cui potrei lamentarmi invece è il motivo per cui mi trovo in questo posto. È ovvio che dovrei prendermela solamente con me stesso. Mi sono comportato in modo imprudente, commettendo un errore imperdonabile. Le mie azioni irriflessive mi sono risultate fatali.
Qualche tempo fa mi accadde di riuscire a sopravvivere alla maledizione lanciatami da Sadako: “morirai in sette giorni!”. Il ritornello fin troppo conosciuto mi spinse a sfidare la sorte. Confidavo sulla mia immunità di fronte all’influsso malefico dell’entità oltremondana che tante vittime aveva mietuto. Il sortilegio non sortì alcun effetto su di me. Sadako patì una sconfitta che la lasciò incredula, mentre io fui ricompensato per il mio coraggio.
Mai avrebbe pensato di capitolare davanti a un essere umano. Eppure, non avrebbe potuto negare l’evidenza. Mi ero mostrato imperturbabile al momento del confronto. La sua esibizione inquietante non mi aveva atterrito. Prontamente avevo spento il televisore, impedendole di tornare nel suo mondo. In seguito, distrussi la videocassetta dalla quale era uscita, prevenendo il rischio che potesse rientravi con qualche artifizio. Sapevo come d’ora in avanti non avrebbe avuto un posto in cui andare. Sarebbe stato difficile reperire una videocassetta oggigiorno, figuriamoci di quel tipo. Persino per me era stato complicato rintracciare un videoregistratore funzionante. Avrei quindi potuto impiegarla come ritenevo opportuno.
Le avrei assegnato un nuovo compito, benché fossi conscio che avrebbe potuto provare risentimento nei miei confronti, reputandolo ingrato. Ciononostante, non aveva alternativa; era stata sconfitta e non avrebbe potuto far altro se non accettare la mia proposta, per quanto indecente si fosse mostrata: la costrinsi a diventare la mia governante.
In un primo momento la considerò un’umiliazione. Con l’incedere inesorabile del tempo sembrò però adattarsi suo malgrado alla nuova condizione di asservimento. Dovette per forza di cose conformarsi alle nuove disposizioni. D’altronde, ai vinti si riservano sempre mansioni sgradevoli. Ad ogni modo, riconobbi come il risentimento nei miei confronti con il passare del tempo si fosse ammorbidito, finché arrivai a sentirmi confortato all’idea che avesse accettato il ruolo che le avevo assegnato. Si era rassegnata a riconoscere che il suo maleficio non aveva funzionato con me. La punizione che le avevo inflitto era stata inevitabile, per quanto le fosse dispiaciuto subirla.
Trascorsero alcune settimane di convivenza, durante le quali mi ero mantenuto vigile al fine di prevenire un agguato ai miei danni da parte della mia nuova fantesca. Non era peregrino immaginare che prima o poi si sarebbe potuta vendicare su di me per averla assoggettata al mio volere. In questo clima incerto, non mi sarei perciò dovuto trovare impreparato.
Accadde allora che una sera come tante altre ricevessi una telefonata al numero di casa del mio apparecchio fisso. Lo lasciai squillare per un po’ prima di accingermi a prendere in mano la cornetta. Ero placidamente seduto in poltrona e stavo guardando un film denotando parziale interesse. Avevo precisa cognizione di chi fosse il mio prossimo interlocutore all’altro capo del telefono. Cercai di convincermi che un’eventuale conversazione non mi avrebbe infastidito.
“Pronto…”, risposi svogliato, presentendo il tono di voce di chi mi aveva appena contattato.
“Ciaaao Ssspaaauraaacchiooo!!!”, rispose la voce familiare.
“Ah, ti sei ripreso in fretta, noto, almeno dalla voce, che sembra la stessa di sempre. Dopo il nostro ultimo incontro, immaginavo che ti saresti ritirato per un po’ di tempo, e invece ti sento rimesso a nuovo, mi compiaccio per la tua capacità di recupero…”, ironizzai, attendendo una sua reazione, e invece mi arrivò all’orecchio il solito discorso.
“Ti piacciono i film horror?”, replicò, ignorando la mia provocazione.
“Come no, e lo sai, in questo momento però sto guardando un film comico, perché mi sento di buon umore… E non è il caso quindi che ricominci ad attaccare con la solita tiritera trita e ritrita… dovresti essere più originale… Ad ogni modo non ho alcuna voglia di rovinarmi la serata con te…”, informai Ghost Face del mio stato attuale di assoluta tranquillità, che non avrei avuto alcuna intenzione di turbare.
Stavo così bene stravaccato sulla mia poltrona, che non avevo alcuna intenzione di confrontarmi con Ghost Face anche quella sera, considerato come finora l’avessi spuntata sempre io. Ormai i suoi trucchi non mi ingannavano più, l’avrei scovato in ogni dove.
“Lo sai che devo rispettare un copione… Non potrei esimermi dal recitare questa parte introduttiva, tanto più che un po’ mi diverto… E comunque non sei tu a interessarmi per questa sera, ti chiamavo invece per una cortesia…”, confessò Ghost Face, lasciandomi intendere che non avrebbe mai rinunciato al suo personaggio, ogni qual volta gli fosse capitato di entrare in azione. Aveva addirittura abbassato la voce sull’ultima parola, probabilmente per la vergogna che provava a doversi umiliare con una richiesta che pareva intenzionato a rivolgermi.
“Di che si tratta?”, lo sollecitai.
“Ebbene mi servirebbe una fotografia del volto di quella stracciona che sei riuscito ad addomesticare dopo aver resistito alla sua maledizione e che tieni ora in casa come donna delle pulizie…”, enunciò la sua richiesta, che un po’ mi sorprese.
“Come lo sai che la tengo in casa come governante?”, domandai, meravigliato che fosse informato sugli sviluppi degli ultimi tempi.
“Io sono dappertutto… E so tutto… E ho orecchie ovunque… Dovresti saperlo!”, rispose, con voce canzonatoria.
“Va bene, potrei anche esaudire la tua richiesta… Ma sono curioso, per cui ti chiederei cosa ci dovresti fare… Non potrei credere a quello che sto pensando in questo momento… Ha una faccia orrenda, assolutamente priva di attrattiva!”, espressi candidamene la mia opinione, preoccupandomi che la mia voce non avesse assunto toni derisori in merito ai suoi gusti discutibili.
“Spiritoso… Ovviamente non ci devo far nulla di quel che immagini… Devo solo capire se il suo volto mi potrebbe terrorizzare, nel momento in cui decidessi di giocare a nascondino con lei…”, espose il suo proposito, che fece sorgere in me un certo sconcerto.
“Non credo che ti servirebbe a granché, a me non ha fatto alcun effetto la sua faccia…”, ammisi onestamente.
“Ah, l’hai vista in faccia, quindi?”, domandò, curioso.
“Eccome, mi ha fatto pure le linguacce per cercare di terrorizzarmi, ma senza alcun effetto… Almeno, mi guardo allo specchio ogni giorno…”, dichiarai, cercando di fargli capire quanto fosse inutile la sua richiesta.
“Non ti ha mostrata la sua vera faccia!”, intervenne, così, di colpo, con questa rivelazione.
“Ma smettila, che ne vuoi sapere tu, la vedo ogni giorno e non mi fa alcun effetto…”.
“Ti sta solo fregando… E quando te ne accorgerai, sarà troppo tardi… Fidati di me!”, espresse il suo sospetto a cuore aperto.
“E dovrei fidarmi di un individuo subdolo come te? Vuoi solo cercare di privarmi della mia governante con i tuoi stupidi giochetti… È questo che vuoi!”, sbottai, manifestandogli la mia diffidenza.
“Vedrai se non ho ragione… Del resto, che ti costa esaudire la mia richiesta… Guarda, se mi fai questo favore, sono disposto a lasciarti in pace per sempre. Ho sempre vittime sacrificabili a disposizione sulle quali contare!”.
“Ok, quando dovrei farle questa fotografia, non dirmi proprio adesso?”.
“Esatto!”.
“Ma è impegnata a fare a maglia il mio berretto per l’inverno, in questo momento… Non posso certo scomodarla per una sciocchezza del genere…”.
“Ora o mai più! Rimango in linea!”.
“Devo mettermi a cercare la macchina fotografica, immagino che ci vorrà un po’ di tempo…”, addussi una scusa plausibile.
“Puoi sempre usare il cellulare per scattarne una e inviar…”, ma si bloccò sul più bello.
“Non ho il tuo numero, chiaramente… E so che non me lo darai…”.
“Merda… Che fare?”.
“E lo chiedi a me? Rinuncia, è la cosa migliore!”.
“No! Hai una Polaroid?”, domandò Ghost Face, deciso. Insospettabilmente ne possedevo una e avrei voluto mentire spudoratamente in un primo momento, ma poi decisi che per il mio quieto vivere avrei fatto meglio ad esaudire la sua richiesta.
“Sì, ne ho una…”.
“Bene, falle una foto con quella, ma fai attenzione a non fissarla mentre la scatti… Inquadra Sadako solo con la macchina fotografica ma a occhi chiusi, per precauzione, siamo intesi? Non farti fregare! Dille poi di ritornare alle sue occupazioni, e non metterti a fissare l’immagine che comparirà… La voglio vedere prima io!”, mi espresse le sue raccomandazioni con voce concitata.
“Sì, va bene… E poi che ci faccio, tu dove sei?”, gli risposi, comunicandogli che mi sarei fatto questo scrupolo, anche se mi pareva eccessivo.
“Sono qui sotto, dentro la cabina telefonica… Come sempre…”.
“Ah, già, giusto… Va bene, allora te la lancio dal terrazzo, siamo intesi?”.
Ghost Face fu d’accordo con me. Terminammo la nostra bizzarra conversazione. Riagganciai. Mi sollevai dalla mia poltrona per andare a prendere la polaroid. Recuperatala, chiamai Sadako e le comunicai la mia richiesta. Con mia enorme sorpresa fu lieta di accoglierla. Scattata la fotografia, non la guardai, come suggeritomi, e mi affacciai invece al cornicione della finestra del soggiorno. Richiamai l’attenzione di Ghost Face, che si era rintanato nel classico appostamento che gli era più congeniale.
Gli lanciai la fotografia. Caduta che fu, andò a recuperarla da terra. La guardò e crollò subito al suolo. Lo stavo osservando, ma non mi feci condizionare dal suo atteggiamento teatrale. Immaginai mi volesse incastrare con quella pantomima inscenata di proposito.
Scesi in strada. Mi avvicinai al corpo disteso di Ghost Face e recuperai la fotografia che era caduta a terra, capovolta lì accanto. La girai e vidi ciò che vi era impresso.
Con una semplice fotografia Sadako ci aveva ingannati entrambi! Si era presa la sua rivincita!
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Il ruggito
Ogni qual volta mi capita di tornare indietro nel tempo, ripenso volentieri a un aneddoto significativo della mia prima giovinezza. Mi viene difficile dimenticarlo e perciò tuttora lo conservo gelosamente nei miei ricordi, considerato quanto rimasi soggiogato dallo stupore davanti allo spettacolo al quale assistenti, semmai il termine spettacolo possa ritenersi confacente in quella determinata occasione che avrò il piacere di raccontarvi.
Ebbene, ricordo che ai tempi della scuola media inferiore avevo preso a coltivare la passione per i fumetti. Apprezzavo in particolare un manga (nello specifico) che andava per la maggiore in quegli anni (metà 90′), tanto da vantare un grande seguito pure in TV con il relativo anime, e del quale mi ero impegnato a collezionare i numeri pubblicati in serie, cercando altresì di provare a recuperare gli arretrati, nonostante la mia giovane età e le mie scarse informazioni a riguardo dei luoghi in cui me li sarei potuti procurare. Il manga in questione era Dragonball.
Ad ogni modo, possedevo alcuni numeri della serie già avviata e bene o male avrei potuto affermare di conoscere la storia precedente, avendo seguito lo anime in tv, che si era poi interrotto, ma tutto sommato un’idea della storia ce l’avevo, almeno fintanto da poter comprendere come si sarebbe sviluppata nel prosieguo.
Per poter quindi avanzare nella lettura, a scuola avevo conosciuto chi avrebbe potuto farmi la cortesia di prestarmi il suo albo, per poterlo leggere dopo che lo aveva letto lui e prima però che uscisse nella mia edicola di fiducia, nel quartiere in cui vivevo. Evidentemente la tal persona, la cui passione avrebbe potuto corrispondere alla mia, se lo procurava nella fumetteria specializzata in materia che si trovava in centro città, ma al tempo non avrei potuto saperlo. Avrei avuta contezza dell’esistenza di questo luogo fornitissimo di fumetti di ogni genere solo successivamente, qualche tempo dopo, di sicuro al termine della scuola media inferiore.Accade quindi un giorno che mi trovassi a scuola, non ricordo con precisione se durante la ricreazione oppure in pausa pranzo, che anticipava il rientro scolastico pomeridiano in uno dei due giorni della settimana che erano stati stabiliti per la sfera di indirizzo del mio (e nostro) programma di studi. Forse doveva proprio trattarsi di un rientro pomeridiano. Ad ogni buon conto, mi capitò di incrociare il possessore del nuovo numero di Dragonball. Ero abbastanza sicuro che lo avesse già acquistato, magari proprio in fumetteria, poiché parlandone lo aveva già letto e per di più lo aveva con sé in quel momento. Mi impegnai allora a ispirargli tutta la fiducia necessaria per far sì che mi prestasse il nuovo numero di Dragonball. Lo riempii di rassicurazioni sugli scrupoli che mi sarei fatti a prendermi cura del volume del suo manga e mi dedicai in seguito alla sua lettura, ovvero durante l’orario della lezione di educazione musicale.
Ricordo con assoluta precisione che non possedevo lo strumento musicale con il quale avremmo fatta lezione, una pianola elementare, per cui dovevo aver pensato, magari non proprio saggiamente, di poter leggere il volume del manga liberamente, mentre gli altri si sarebbero invece dedicati a suonare il loro strumento, durante la lezione. Ero già conscio che il nostro insegnante l’avrebbe tenuta a prescindere che ci fossero studenti sprovvisti del relativo strumento musicale.
Ahimè a causa della mia sbadataggine, disgraziatamente ricorrente, lo avevo dimenticato e forse o, meglio, era sicuramente per questo motivo che avevo chiesto l’albo in prestito al suo lettore appassionato. Sapendo che non avrei potuto esibire le mie discutibili doti musicali durante la lezione, ne avrei approfittato per immergermi nella lettura, ma senza mostrarmi troppo spudorato. Non dovevo assolutamente farmi notare. Di certo in quell’occasione particolare cercai di adoperare discrezione, mostrandomi opportunamente circospetto al fine di non essere scoperto. Tuttavia, non a sufficienza, come ebbi il dispiacere di constatare.Ebbene, mentre i miei compagni di classe stavano partecipando attivamente alla lezione, suonando a turno e al meglio delle loro possibilità il loro strumento, il mio insegnante di educazione musicale, che si era messo a girovagare per la classe con le braccia dietro la schiena, canticchiando i motivi che gli giungevano all’orecchio, si era portato silenziosamente alle mie spalle, senza che me ne avvedessi. Pur avendo promesso a me stesso che mi sarei dimostrato accorto, lo avevo perso sciaguratamente di vista. Avevo commesso un errore imperdonabile e in quel momento me lo trovavo dietro le spalle, con la sua ombra che mi sovrastava, essendo io seduto e lui in piedi.
Purtroppo la lettura del nuovo albo di Dragonball mi aveva coinvolto a tal punto che avevo abbassate le mie difese finanche a sguarnirle, troppo preso dalle avvincenti peripezie dei suoi personaggi, che al tempo incontravano il mio gusto (e anche più tardi), descritte nella storia illustrata che scorreva davanti ai miei occhi rapiti. Ero giunto al punto in cui Goku si trasforma in uno scimmione gigantesco davanti alla luna piena, quando ebbi come l’impressione che il mio insegnante di educazione musicale, fermatosi alle mie spalle, si fosse interessato così tanto alla storia illustrata da essersi sporto in avanti per vederci meglio, ma non ricordo esattamente se la sua vicinanza mi avesse portato a percepire il suo fiato sul collo.
O probabilmente fu proprio perché mi stava alitando alle spalle che mi voltai lentamente, a dirla tutta in maniera abbastanza timorosa, quando in un primo momento non mi ero per nulla avveduto della sua presenza. L’ombra del mio insegnante di educazione musicale, del resto, non doveva essere poi così evidente. Pur ricoprendo la mia persona seduta e assorta nella sua lettura coinvolgente, i suoi contorni, ricavati dalla sua figura delineata goffamente sul pavimento dell’aula erano diluiti e smussati dalla luce che penetrava attraverso i finestroni allineati su una delle pareti della nostra classe.
Eppure mi voltai, molto lentamente, consapevole di come vi fosse qualcuno alle mie spalle, il quale non avrebbe potuto manifestarsi che come il mio insegnante. Chi altri? Benché non avesse ancora proferita parola in quei brevi attimi, per redarguirmi davanti al mio comportamento inammissibile, mostrato sfacciatamente proprio durante la sua lezione, mentre invece i miei compagni si esibivano a turno, accompagnati dal proprio strumento musicale. Come accennato in precedenza, il mio invece lo avevo dimenticato, ed era già una manchevolezza rimarchevole, alla quale si assommava il mio comportamento spudorato e spensierato, quello che avrebbe potuto considerarsi un affronto indirettamente (o forse direttamente) rivolto al mio insegnante.
Ebbene, pur non sentendomi richiamato al dovere a mezzo di un rimprovero, scaturito fuori dalla sua bocca e rivelatomi attraverso la sua voce inequivocabile, mi voltai per appurare con i miei occhi se fosse realmente lui.Era lui…Chiaramente… E quando mi vide, e immagino fu sicuro che gli stessi dedicando la dovuta attenzione, si esibì riproducendo la caratteristica mimica dello scimmione disegnato nel fumetto, con le braccia allargate e le mani le cui dita erano ampiamente separate tra loro a formare un artiglio, il busto inarcato in avanti, orgogliosamente impettito, ma soprattutto emise il verso dello stesso scimmione, dopo averne lette e assimilate e memorizzate le onomatopeiche lettere, riportate all’interno del balloon sospeso accanto alla sua emblematica raffigurazione su carta.
Rimasi allibito, basito, esterrefatto, e potrei aggiungere anche altri termini che riescano a descrivere lo stato d’animo in cui mi trovavo di fronte alla sua inaspettata esternazione, che si mostrava come un’interpretazione personale della raffigurazione. Rimasi semplicemente sorpreso. Assieme ai miei compagni di classe (e non solo), ritenevamo il nostro insegnante di educazione musicale una persona eccentrica, bizzarra, ma non certo al punto da dimostrare la sua stravaganza in un modo che non avrebbe potuta ammettere alcuna vergogna.
Non ricordo esattamente che impressione avesse fatto ai miei compagni quell’insolito siparietto, ma non potrei negare che ne avessero un po’ sorriso, che di fatto è quel che feci io stesso, dopo aver atteso il termine della lezione, e aver rielaborato dentro di me l’episodio per potermi lasciare andare a riderne liberamente, ripensando al tipo di volto deformato dalla pretesa di riprodurre fedelmente il ruggito dello scimmione del fumetto, quando invece, considerato il suo nome, avrei potuto pensare che dalle sue fauci spalancate sarebbe fuoriuscito un ruggito che mi avrebbe dovuto ricordare invece un animale preistorico.
Forse in secondo momento ripensai alla fortuna che avevo avuta a non essere rimproverato dal mio insegnante di educazione musicale, per il mio comportamento riprovevole, per l’affronto che gli avevo mosso contro, con il mio atteggiamento spregiudicato, e che avrebbe potuto interpretare malevolmente, benché sapessi, come i miei compagni di classe, della sua indole acquiescente, non propriamente avvezza ai rimproveri.L’avevo scampata bella ed ero riuscito persino a riderne su.
Non so se sono riuscito altresì a rendere l’idea di quanto la scena mi avesse suscitati sia un subitaneo sconcerto che una certa ilarità successiva, raccontandone lo svolgimento a voi lettori, interessati alle mie vicende personali, che ho avuto piacere a condividere e che spero abbiate apprezzate.
Ciò invece di cui potrei essere abbastanza certo è che non provai più l’azzardo di dedicarmi ad altro che non fosse seguire la lezione o fare finta di seguirla.
Pur essendo giovane e spensierato ero consapevole che non avrei potuta tentare la sorte una seconda volta. L’eccentricità fin troppo manifesta del mio insegnante di educazione musicale mi aveva salvato per quella volta, ma non vi era alcun tipo di indizio che mi avrebbe portato a credere che in un’altra occasione non mi avrebbe inflitta la giusta punizione, riportando all’occorrenza una nota (di demerito) sul registro di classe. -
La Tana dei redivivi
La salma mummificata nella formaldeide venne “risvegliata” dopo tre anni, come stabilito dalla tradizione nativa del villaggio topograficamente riconoscibile con il nome Hidup, appartenente alla Tana Toraja dell’isola di Sulawesi in Indonesia.
La riesumazione fu accolta dagli abitanti del villaggio con profonda e atavica reverenza, come ormai avveniva da tempi immemori in onore dei defunti, i quali divenuti antenati avrebbero vegliato, onnipresenti con il loro spirito, sul benessere dell’intero villaggio che li aveva celebrati e perdurava nell’adoperarvisi con ammirevole e instancabile costanza, persino in un mondo enormemente trasformato e modernizzato qual è quello odierno che condiziona la nostra effettiva ritualità.
Roh non riusciva a spiegarsi quale motivo spingesse nutrite folle di turisti occidentali a visitare i villaggi di Tana Toraja per assistere alle cerimonie e ai riti dei nativi del luogo. Si chiedeva cosa ci trovassero le varie comitive di turisti che giungevano fino al loro villaggio, ad esempio, nella riesumazione di un cadavere e nel conseguente cambiamento degli abiti che lo avevano accompagnato nell’aldilà e che si erano deteriorati a causa della decomposizione corporea. Non se lo sarebbe saputo spiegare, considerato quanto fosse limitato il suo universo cognitivo in merito alle eventuali differenze culturali esistenti con gli occidentali. Dal momento che agli altri abitanti del villaggio non sembrava dare fastidio la presenza di un pubblico più o meno interessato che assistesse più o meno partecipe ai loro riti, Roh aveva dovuto per forza di cose adattarsi a questa tendenza dilagante che richiamava turisti più o meno curiosi. Costoro, per la maggior parte, rimanevano affascinati dall’esoticità dei luoghi nativi di Roh, che ai loro occhi conservavano tradizioni non sempre comprensibili.
La cerimonia del Ma’Nene è un rituale che fa seguito al funerale vero e proprio e si rinnova abitualmente per ogni antenato una sola volta. Questa “rinascita” si manifesta a una precisa cadenza, la quale nel villaggio di Hidup si conta in tre anni successivi al parimenti solenne e tripartito rituale dell’esequie.
Capita allora che i turisti si facciano incuriosire da questa caratteristica cerimonia indigena di provvisoria rinascita nella morte, che affonda le sue radici al tempo che precedette l’approdo dei missionari cristiani nell’isola di Sulawesi assieme al loro discutibile intento di fare proselitismo tra i nativi.
La cerimonia del Ma’Nene rende perciò alcuni di essi più curiosi e temerari di altri che propenderebbero per rimanere più cauti e riservati. I più coraggiosi si mostrerebbero fortemente appassionati di quelli che potrebbero considerare fenomeni esotici e dei quali potrebbero non avere invero alcuna cognizione, ma che li affascinano per l’intrinseco mistero soggiacente ad alcune pratiche caratteristiche che ne sono l’espressione originaria.
Durante la cerimonia si è diffusa la tendenza di farsi immortalare con i resti mummificati dell’antenato riesumato in occasione del rituale. Tra i più curiosi e temerari si possono ritrovare tipi di individui a caccia di selfie macabri e grotteschi con l’antenato di turno, approntato per essere messo in posa. Non è difficile imbattersi in turisti che compulsivamente indulgono in questo vezzo dal gusto discutibile, senza però la particolare inquietudine che deriverebbe dal trovarsi accanto a un cadavere mummificato per una foto ricordo con uno sconosciuto.
I nativi hanno preferito non porre il veto davanti alla proliferazione indiscriminata di turisti a caccia di selfie. Un osservatore esterno particolarmente sensibile alla sacralità di una qualsiasi cerimonia, che faccia parte di una qualsiasi comitiva di turisti o che si trovi per caso a passare nei pressi dello spazio sacro di una tongkonan, la classica abitazione Toraja con il tetto a forma di sella, è molto probabile che ricaverebbe una macabra e drammatica impressione dal quadretto così formatosi davanti ai suoi occhi. La posa ridicola che alcuni turisti assumerebbero, ponendosi accanto allo sconosciuto defunto mummificato in formaldeide, che hanno scelto precipuamente come loro compagno di viaggio per il tempo di una foto, potrebbe anche indignarlo.
Lupo non si era posto alcun problema con i selfie che aveva realizzati in serie per suo diletto, ma aveva fatto anche di peggio e gli incubi di notte erano tornati a perseguitarlo. Aveva trafugata una delle statuette tau tau allineate sulla facciata di una rupe funeraria che, estasiato, aveva ammirata durante la visita al villaggio di Hidup, situato nella Tana Toraja. Il suo bisogno di esoticità non si era esaurito solamente con la costituzione di una collezione di selfie in compagnia di redivivi riesumati come attori principali della cerimonia Ma’Nene, ma aveva sentito il forte impulso ad essere appagato ulteriormente.
La concitazione creatasi a seguito dell’affollamento lungo la rupe accanto alla quale si doveva transitare, dove si trovavano allineate compostamente le statuette tau tau, gli offrì il destro per assicurarsene una, effigiante un antenato qualsiasi in forma stilizzata. Avvinto dalla bramosia verso le amenità che lo circondavano, pensò che non avrebbe commesso altro che un peccato veniale se si fosse appropriato di una qualsiasi delle innumerevoli statuette che erano collocate sulla rupe che gli stava a fianco. Adocchiò una statuetta di modeste dimensioni, disposta a pochi passi di distanza. Si guardò attorno circospetto e, nel momento in cui vi passò accanto, con gesto fulmineo la afferrò e se la intascò di soppiatto. Sperava di non aver dato nell’occhio. Tuttavia, il sospetto di esser stato colto sul fatto lo rese apprensivo, mettendolo subito in allarme, dal momento che intravide di sfuggita o gli parve di intravedere oppure immaginò di accorgersi che qualcuno lo stesse fissando nel bel mezzo del marasma che si era creato attorno a lui. Tuttavia, si ricordò solo di un cipiglio rivoltogli a mo’ di rimprovero per la riprovevole azione appena commessa, proveniente da un volto che avrebbe giurato fosse brunito, per cui non era escluso che si trattasse di un nativo.
Qualche giorno dopo se ne tornò in patria, portando con sé la statuetta tau tau, la quale alla dogana avevano addirittura scambiata erroneamente per un souvenir.
Ora che si trovava a casa sua da alcuni giorni, disteso sul letto, sopra il materasso e sotto le coperte che lo ricoprivano quasi del tutto, pregava nella speranza che gli incubi non venissero a tormentarlo pure quella notte, qualora fosse stato in grado di addormentarsi.
Da quando si era appropriato della statuetta tau tau di una persona deceduta e ormai divenuta spirito, erano trascorse diverse nottate, durante le quali incubi ricorrenti lo avevano assillato senza dargli requie, per poi diventare ancor più spaventosi dacché era rimpatriato, per le notti che seguirono e che si augurava non si sarebbero susseguite a lungo. Gli capitava di svegliarsi nottetempo in preda all’angoscia. Non riusciva a sostenere l’orrore suscitatogli dalla visione grottesca di un esercito di figuri mascherati che seguitava imperterrito a terrorizzarlo con ogni artifizio. Riusciva a ottenere tregue salvifiche ma non risolutive solamente per quel che concerneva le attività diurne, durante le quali sentiva di poter esser lasciato in pace. Era giunto a sospettare che fosse il possessore di quel cipiglio ammonitore ad avergli scagliata addosso quella turba mascherata al fine di farlo ammattire. Non poteva che esser “Lui”, ma non avrebbe saputo come ritrovarlo per restituirgli il tau tau che aveva sottratto con deprecabile destrezza. In cuor suo avrebbe sperato che una eventuale restituzione potesse porre termine alla continua riproposizione dei suoi terribili incubi.
Cercò di addormentarsi, sforzandosi di concepire pensieri rassicuranti. Ci riuscì incredibilmente e incredibilmente trascorse una nottata relativamente tranquilla. Gli incubi che parevano non volerlo abbandonare, per quella notte non si erano ripresentati, il che avrebbe potuto considerarsi una svolta, magari decisiva. Se lo augurava vivamente.
L’indomani la madre venne a svegliarlo alle otto di mattina. Lupo notò che zoppicava leggermente da un piede. Tra le mani aveva il suo tau tau distrutto. Vi era inciampata sopra mentre camminava in salotto e lo aveva purtroppo calpestato, spezzandolo in due di netto. Mortificata, si scusò per il danno procurato, adducendo però in sua difesa l’attenuante che non si sarebbe mai aspettata che l’oggetto si trovasse proprio in quella stanza.
Lupo inquadrò perplesso il comodino accanto al letto, dove immaginava avesse appoggiata la statuetta e, come prevedibile, non la trovò lì sopra. Per completezza d’informazione, la madre ebbe cura di riferirgli che alla porta c’era un ragazzo che diceva di conoscerlo e che ella stessa non aveva mai visto prima in vita sua.
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La Piazzetta
Ogni qual volta mi capita di recarmi a far visita ai miei genitori, il ritorno alla casa in cui ho vissuto da quando sono nato prima che decidessi di intraprendere una vita indipendente si associa al ricordo di uno dei periodi più spensierati della mia esistenza. Dovrei andare a ritroso nel tempo per individuarlo con precisione.
Ritenendo che la mia perlustrazione retrospettiva possa conseguire un successo, confiderei di rivedermi assieme agli altri bambini del condominio, intenti a confabulare o a giocare a pallone nel parcheggio pubblico del nostro complesso residenziale, il quale io e i miei coetanei siamo soliti chiamare da sempre la “Piazzetta”.
La Piazzetta era un luogo di ritrovo ideale. Respiravamo una corroborante atmosfera aggregativa. Specialmente nel periodo estivo ci si dava convegno per trascorrere assieme le nostre giornate. Eravamo soliti propendere per quelle con un clima più mite. Ci si arrangiava però anche nei giorni più assolati a escogitare passatempi con i quali divertirsi, anche se la capacità di sopportazione nei riguardi del clima atmosferico avrebbe messo a dura prova la costanza con la quale cercavamo di mantenere il nostro entusiasmo inalterato. Per alcuni mesi non ci saremmo più dovuti preoccupare delle occupazioni quotidiane che ci avevano visto impegnati durante il periodo scolastico. Disponevamo di più tempo libero con cui poterci ricreare.
La Piazzetta si presenta come uno spazio moderatamente ampio incluso all’interno di una realtà condominiale di dimensioni contenute. In origine era stata progettata per assolvere alla funzione di parcheggio. Davanti allo sguardo trasognato di noi bambini, bramosi di interagire attraverso il gioco, si mostrava però in una veste differente. Le avevamo assegnata una funzione che più si attagliava ai nostri desideri: l’avevamo eletta a luogo d’interazione tra coetanei, dove i maschi talvolta si intrattenevano a giocare a pallone. D’altronde sarebbe stato difficile rintracciare altrove un luogo alternativo che rispecchiasse le peculiarità della nostra Piazzetta.
Con l’avere più volte l’occasione di far visita ai miei genitori durante gli anni che trascorsero da quel periodo della mia infanzia mi ero reso conto di come il suo aspetto fosse rimasto pressoché invariato dai tempi in cui ci davamo convegno. Rispetto al nostro passato fanciullesco posteggiano regolarmente più automobili in Piazzetta. Gli adulti continuano a beneficiare della sua funzione principale. Complessi abitativi di recente costruzione hanno portato il parcheggio a mostrarsi sempre più affollato.
Sono riuscito a trovare spazio sufficiente per parcheggiare. Occupo diligentemente il mio posto. Esco poi dalla mia vettura e abbraccio con sguardo affettuoso la Piazzetta. Il ricordo si fa nostalgico e mi rende un po’ malinconico. Osservo lo strato uniforme d’asfalto di fronte a me: pare essersi deteriorato negli anni attraverso la sua estensione, nonostante si sia provveduto alla sua manutenzione. Le numerose abitazioni tutt’attorno hanno modificati i loro connotati: esibiscono facciate al passo con i tempi, ma continuano a occhieggiare con lo stesso atteggiamento tanto curioso quanto discreto di una volta.
Mi sento esortato a ripopolare la Piazzetta di forme di vita conosciute durante gli anni della mia infanzia. Mi figuro le sagome materializzate dei miei amici che vi giocano allegramente, trafelate e sudate, ma ancora colme di inesauribili energie, mentre gridolini appassionati si diffondono nell’aria giungendomi carezzevoli all’orecchio.
Le sagome poi si dissolvono, svaniscono d’un tratto, e io non vedo più nessuno in Piazzetta, per cui mi faccio ancor più malinconico. Mi sento tristemente rassegnato di fronte all’evidenza. Il paradiso d’asfalto risalente al tempo in cui eravamo bambini non sembra più attirare nuove generazioni che potrebbero riproporre le medesime abitudini dilettevoli, inserendovi magari varianti creative e innovative di loro invenzione. Le abitazioni costruite di recente e il conseguente aumento di vetture potrebbero aver dissuaso qualche giovane imberbe dalla frequentazione di questo luogo di ritrovo generazionale. La sicurezza rimane sempre al primo posto nel caso in cui si abbia a che fare con un minore, ma forse sono solo i tempi a essere cambiati e non le precauzioni che sarebbe consigliabile adottare.
Non scorgendo qua e là proprio nessuno riempire di entusiasmo questo luogo fattosi ormai desolato, se non per le vetture che vi si trovano a occupare apatiche il proprio posto, sento forte il desiderio di riformarmi davanti agli occhi le sagome dei miei amici. Vorrei che mi si riportasse al tempo in cui eravamo bambini, per rivivere momenti significativi del nostro passato collettivo che potrei ora solamente rievocare.
Torno allora a raffigurarmi i miei amici come bambini. Li ringiovanisco all’occorrenza affinché mi suscitino della spontanea tenerezza. Attorno a loro non vi sono più abitazioni di recente costruzione e neppure autovetture che riempiono il parcheggio. La Piazzetta è quindi agibile per giocare a pallone. Stanno impegnandosi a mettere in mostra i loro virtuosismi e continueranno finché le energie glielo consentiranno o qualcuno non li verrà a chiamare perché tornino a casa.
Il rischio però che il pallone finisca in casa altrui è sempre alto, benché ci si preoccupi di usare prudenza per evitare questa spiacevole evenienza. Bisogna sperare infatti che il condomino di turno sia disponibile a restituirlo per continuare a giocare. Perché al contrario c’è anche chi detesta il loro passatempo. Nel caso in cui il pallone finisca all’interno della proprietà di qualche persona intransigente, è molto probabile che il condomino si indispettisca e se lo tenga per ripicca. Magari potrebbe anche bucarlo, consapevole di aver subito un affronto inammissibile. Anche se qualche bambino andasse gentilmente a reclamarlo e a scusarsi, da solo o con un genitore, non sarebbe automatico che lo restituisca, nemmeno di fronte a suppliche accorate. Di conseguenza è bene fare molta attenzione a dove si calcia il pallone.
Ci si deve preoccupare anche di non colpire le automobili parcheggiate in Piazzetta. Nella foga agonistica persiste il pericolo di cozzarci contro persino con la propria persona, benché ci si sforzi di usare prudenza al fine di eluderne l’effettiva presenza. Fanali e finestrini sono a rischio di divenire un bersaglio involontario. Scansare o scartare le automobili evitando di provocare qualche danno è uno scrupolo necessario che si tiene in grande considerazione, sebbene a volte capiti che giustificate lamentele arrivino all’orecchio di qualche bambino colpevole di averlo arrecato.
È preferibile allora usare palloni leggeri, di plastica o di spugna, anziché quelli di cuoio, che potrebbero far più male a cose o a persone, specialmente quando piove; ma si fanno male anche in altro modo i bambini, rovinando a terra sull’asfalto, ad esempio sbucciandosi un ginocchio o un gomito. Tra di loro c’è chi si disinfetterebbe l’abrasione superficiale ricoperta di granelli d’asfalto con la saliva, per poi riprendere stoicamente a giocare come se nulla fosse.
Vedo le sagome dei miei amici correre per fare goal in porte improvvisate con sassi di dimensioni variabili a formare i pali. Ricordo come fosse complicato prendere le giuste misure, contando i passi della stessa ampiezza, affinché le porte corrispondessero in lunghezza; si sperava soprattutto che una vettura non avesse parcheggiato di fronte a dove avremmo dovuto collocare la nostra porta immaginaria.
Me ne vado per la mia strada, gravato da un’opprimente melanconia che approverebbe una sopraggiungente mestizia, lasciando i miei esuberanti amici bambini al loro gratificante passatempo. Però seguito a fantasticare, perché non voglio che spariscano dal loro luogo di ritrovo. Qualcuno provvederà a chiamarli, come accadeva ai nostri tempi fanciulleschi. In lontananza si era soliti sentire distintamente la voce tonante delle rispettive madri annunciare il pasto in tavola. Ho come l’impressione che per associazione potrei sentire anch’io mia madre reclamare la mia presenza perché è pronta la cena.
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Il Suonatore di Liuto (terza e ultima parte)
Il giorno dopo, sin dalla mattina che seguì, Guglielmo si esercitò come al solito. Mancavano due giorni al saggio di musica e non mostrava alcuna agitazione in previsione dell’evento programmato. Da quando il quadro con il suonatore di liuto era stato appeso nella stanza della musica, non si sentiva più angustiato. Non usciva più durante il giorno da casa per cercare un luogo ideale in cui esercitarsi. Contrariamente alle nostre sensazioni e previsioni, Guglielmo ne aveva tratto un effetto benefico. Aveva recuperata fiducia nelle sue capacità, per cui non avremmo potuto che rallegrarci per il miglioramento evidente del suo umore.
Arrivò la sera e poi la notte, la terza. Misi la sveglia per precauzione, anche se di fatto non sarebbe servito. Non ero riuscito a chiudere occhio. Ero rimasto in fremente attesa di ciò che sarebbe potuto accadere. L’eventualità di pervenire a una spiegazione logica mi aveva tenuto sveglio fino al momento in cui fosse stato il caso che mi dirigessi verso la stanza della musica. Mi sentivo risoluto ma al contempo inquieto. Ero seriamente preoccupato per la sorte di Guglielmo, dopo lo spettacolo al quale avevo assistito in occasione delle mie incursioni precedenti in una dimensione che avrei definito squisitamente paranormale.
L’ipotesi che fosse stato stregato o che lo spirito del suonatore di liuto si fosse impossessato di lui mi allarmava. Lo sguardo fiero del soggetto sornione raffigurato nel quadro non mi suggeriva nulla di buono. Eppure, sembrava finora che Guglielmo avesse affrontata la nuova sfida con entusiasmo, il che presentava lati evidentemente positivi. Non riuscivo però ad abbandonare l’idea che qualcosa di terrificante stesse attendendo il momento propizio per rivelarsi.
Vi era poi un altro aspetto non indifferente della questione che mi sconcertava ed era che il mio amico musicista non aveva accusata alcuna sonnolenza durante i giorni precedenti, nonostante fosse rimasto sveglio a suonare ininterrottamente per tutta la notte, come avevo potuto verificare con i miei occhi, semmai ciò a cui avessi assistito avesse avuta corrispondenza con la realtà vera e propria.
Mi ripresentai presso la porta più o meno alla stessa ora in cui mi ero svegliato le due nottate precedenti. Per mia fortuna continuavo a trovarla socchiusa. I due soggetti davanti a me avevano riguadagnate le loro posizioni originarie, ma non stavano suonando i loro rispettivi strumenti. Guglielmo aveva in mano il liuto del soggetto del quadro, dal quale si liberava una musica celestiale.
Mi meravigliai che sapesse suonare uno strumento tanto vetusto con tale abilità. Non potevo credere vi si fosse esercitato in passato, per cui doveva esser stato un qualche potere soprannaturale ad avergli conferito un talento specifico per quello strumento. Tornai a dormire con la sensazione che avrei avuto bisogno di una quarta incursione nella loro dimensione per formarmi un’idea definitiva. La notte successiva sarebbe stata l’ultima prima del saggio di musica e avrei dovuto approfittarne.
Rimasi sveglio finché non arrivò l’ora in cui sarebbe stato opportuno che mi presentassi davanti alla porta che immetteva nella stanza della musica. Diversamente dal solito, a metà strada avvertii una certa concitazione provenire dall’interno. Mi affacciai timoroso alla porta rimasta nuovamente socchiusa, per guardare cosa stesse succedendo e capire i motivi di quel trambusto. Vidi Guglielmo scuotere il quadro appeso al muro, inveendo in direzione del soggetto della raffigurazione.
Mi precipitai all’interno della stanza e mi accorsi che Anselmo era dietro di me. Probabilmente svegliato anch’egli dal trambusto. Bloccammo Guglielmo prima che facesse rovinare a terra il quadro e cercammo di capire cosa lo avesse portato ad alterarsi in quel modo. Prima di poterlo interrogare, scorgemmo che il suonatore di liuto aveva con sé tra le mani, compreso nella rappresentazione, anche il violino del nostro amico. Il motivo della collera di Guglielmo ci fu subito chiaro. Arrivò il momento in cui dovetti rivelare ad Anselmo quel che era accaduto le notti precedenti, mentre Guglielmo si era spostato in un angolo, sconfortato, a deprimersi per la sottrazione del suo strumento.
Cercammo di capire cosa avremmo potuto escogitare per farci restituire il violino. Il bicchiere vuoto sopra il tavolino ci suggerì che tipo di personalità l’autore del quadro avesse conferita al suo soggetto. Avremmo provato ad avvinazzarlo per bene e per il bene del nostro amico musicista, che il giorno dopo avrebbe dovuto sostenere un importante saggio e non avrebbe potuto e dovuto farsi prendere dallo sconforto a un passo dalla meta.
Il suonatore di liuto accettò l’offerta alcolica, allungò un braccio, uscendo dal quadro con il bicchiere saldamente in mano. Gli versammo del vino, fino all’orlo, che ingollò d’un fiato. Tornò subito dopo ad allungare il braccio chiedendo il bis. Avremmo esaudito il suo desiderio finché non si fosse scolata tutta la bottiglia. Ne portammo un paio in più per precauzione. Il suonatore terminò in breve tempo la prima bottiglia, ma continuava a chiedere da bere. Aprimmo una seconda bottiglia, che pure si scolò, ed anche una terza, la quale finì invece per metà, prima di assopirsi disteso sul tavolo.
Lo avevamo messo fuori gioco per avere campo libero. Eravamo pronti per entrare in azione. Preoccupandoci di non far rumore, recuperammo il violino con successo. Entrai nel quadro con le mani che cominciarono a ispezionarlo. Frugai finché non afferrai il violino. Stavo per ritirare la mano dal quadro, allorché mi sovvenne un pensiero stupendo, per cui arraffai con l’altra mano il liuto; il suonatore dormiente lo aveva incautamente abbandonato ai suoi piedi. Sostenuto da una gestualità silenziosa, mi ero adoperato egregiamente per recuperare il violino di Guglielmo. In più, per ripicca, mi ero impossessato del liuto che tra le mani appariva di una concretezza stupefacente.
Tornammo a dormire, ma solo dopo aver informato Guglielmo, il quale nel frattempo era rimasto rincantucciato in un angolo a struggersi per le conseguenze che la sottrazione avrebbe comportato e per mille suoi altri motivi, che avevamo recuperato il violino, nonché sottratto il liuto, per ritorsione. Avrebbe potuto farci quel che voleva. Il giorno dopo, verso tarda mattinata, Guglielmo avrebbe sostenuto il suo esame. Ora che avevamo recuperato il suo prezioso strumento, il nostro amico musicista avrebbe potuto dormire sonni tranquilli per qualche ora. Ci aspettavamo che il giorno successivo avrebbe fatto un figurone.
Il giorno fatidico, Guglielmo mi mostrò l’abbigliamento che aveva selezionato per l’occasione. Mi parve alquanto anacronistico. Si era messi addosso i vestiti del suonatore di liuto. Per un attimo temetti che l’avesse spogliato, vedendolo così addormentato, ma non avevo granché intenzione di sapere che astuzia avesse escogitato a tal fine, come non avrei voluto che se ne andasse in giro conciato a quel modo, con il rischio di farsi deridere.
Non avevo idea dell’accoglienza che avrebbe avuta il suo abbigliamento davanti agli esaminatori, ma potevo immaginare che lo avrebbero considerato un tipo un po’ eccentrico. Sarebbe stato meglio presentarsi in modo più consono per l’occasione, ma forse Guglielmo doveva aver inteso il suo abbigliamento come parte integrante della sua prossima esibizione al cospetto di una prestigiosa giuria.
Mi rallegrai nel vedere l’ottimismo con il quale si stava avviando verso il conservatorio di musica, mulinando la custodia del suo violino nella mano destra. Doveva aver dormito saporitamente le ore successive al misfatto. Dopo averlo congedato facendogli i migliori auguri, mi diressi verso la stanza della musica, vi entrai e osservai il quadro incriminato. Il personaggio contenutovi era sparito, mentre solo gli arredi erano rimasti parte integrante della rappresentazione. Me ne meravigliai e presi successivamente a spaziare con lo sguardo attraverso la stanza, quasi avessi un presentimento. Trovai infatti rincantucciato in un angolo il violino di Guglielmo.
Guglielmo non tornò a casa né quel giorno né i giorni a venire. Ci preoccupammo al punto che chiamammo la polizia affinché si attivasse per ritrovare il nostro amico incomprensibilmente scomparso da un giorno all’altro. Neppure al saggio si era presentato. Dopo ricerche infruttuose fummo costretti a rassegnarci all’idea che non lo avremmo più potuto riabbracciare.
Almeno finché un articolo di giornale non ci ridiede un po’ di speranza. Parlava di artisti di strada ed era accompagnato da una fotografia in cui era immortalato un personaggio vestito con lo stesso abbigliamento anacronistico del suonatore di liuto, il quale il nostro amico si era messo addosso l’ultima volta che lo avevamo visto con i nostri occhi uscire di casa per recarsi al saggio.
Notammo come la persona raffigurata nella fotografia di repertorio a corredo dell’articolo assomigliasse innegabilmente al nostro amico musicista. La posa assunta era quella caratteristica del quadro in cui il suonatore imbracciava e suonava il suo liuto, con lo sguardo orgoglioso di chi andava fiero delle sue capacità musicali. Doveva aver trovato il luogo ideale che andava sempre cercando.
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Il Suonatore di Liuto (seconda parte)
Dopo una tale rivelazione, mi chiesi come avrebbe potuto sortire un effetto positivo su Guglielmo la presenza di un quadro del genere. Anselmo non ci mise molto a notare quanto la storia mi avesse sconcertato, tant’è che provò a rassicurarmi affermando che si trattava di una semplice suggestione. Secondo lui non sussisteva alcuna connessione tra il quadro e le scelte già indirizzate della ragazzina, la quale era fisiologico che, con il trascorrere del tempo e l’assunzione di una maggiore indipendenza, avesse deciso da sé sulla prosecuzione o meno della propria attività musicale.
Chissà perché, riflettendo su quanto raccontatomi, mi trovai però ad essere di tutt’altro avviso. A differenza del mio amico non ero poi così sicuro che il quadro non avesse avuta alcuna implicazione nella decisione di rinunciare a suonare da parte della ragazzina. Non ero affatto convinto che il quadro non avesse influito in modo negativo su di lei. Doveva aver giocato un ruolo rilevante, tale da spingerla ad abbandonare la sua attività musicale. Sospettavo che il quadro avesse fatta la sua parte nella scelta della giovane musicista e mi sarei dovuto a ragione preoccupare per questo.
Ad ogni modo, Anselmo aggiunse che, se anche si fosse dato il caso che il quadro avesse influito negativamente su Guglielmo, per lo meno noi due ne avremmo potuto trarre vantaggio. Se il quadro avesse fatto lo stesso effetto al nostro amico, agendo negativamente su di lui allo stesso modo che nei confronti della ragazzina, avremmo potuto sperare che il nostro quieto vivere, a seguito della decisione di smettere di suonare, potesse beneficiare della sua rinuncia.
Era chiaro come Anselmo stesse scherzando e non volesse che Guglielmo rinunciasse definitivamente alla sua passione per la musica. Era impensabile che potessimo fargli uno sgarbo, prendendoci gioco di lui con questo artifizio. Tuttavia, il ragionamento del mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte non era del tutto scorretto. Alla fin fine, se Guglielmo non fosse stato in grado di ottenere dei buoni risultati con la musica, per noi sarebbe stato preferibile che smettesse di tediarci o addirittura di infastidirci con le sue lamentele ricorrenti; per cui non ci saremmo dovuti preoccupare se il quadro avesse influito negativamente su di lui. Avremmo solamente reso meno dolorosa la sua agonia e magari il nostro comportamento non sarebbe stato così riprovevole al punto che ce ne saremmo potuti pentire.
Al termine di queste considerazioni, a conti fatti, avremmo dovuto evitare che riflessioni sul paranormale potessero condizionare il nostro pensiero. Per quel che mi riguarda, mi sarebbe convenuto rimanere con i piedi per terra e propendere per assecondare il mio amico Anselmo, allineandomi con l’idea che il quadro non avrebbe avuto alcun effetto su Guglielmo, il quale avrebbe di fatto ricevuto un semplice regalo, che per cortesia non avrebbe potuto disprezzare e gli sarebbe potuto servire magari d’ispirazione.
Decidemmo di comune accordo che il luogo ideale dove appenderlo fosse uno dei muri della stanza della musica, a imitazione dei suoi precedenti proprietari; perché anche in casa nostra era stata organizzata una stanza destinata allo scopo, probabilmente più piccola, ma la funzione alla quale assolveva era pressoché la stessa.
Al suo ritorno a casa verso ora di cena, Guglielmo trovò il quadro già appeso al muro. Intenzionati a fargli una sorpresa, non lo avvertimmo subito della novità e ci raccogliemmo nella stanza della musica assieme a lui allorché se ne accorse, per osservare la sua reazione. Sembrò apprezzare il regalo dell’amico mercante d’arte e sostenne che gli sarebbe servito da stimolo per migliorarsi. Mi meravigliai di questa esternazione, che dimostrava insolito ottimismo da parte sua. Mi sarei rallegrato con lui se avesse tratto un qualche beneficio da quell’opera di modesto valore.
Considerata l’accoglienza positiva mostrata da Guglielmo per il quadro, ci risolvemmo di non menzionargli la storia che poco prima Anselmo mi aveva raccontata. Non mi pareva il caso di smorzare il suo entusiasmo, a maggior ragione non sapendo se avessi potuto ritenerlo suggestionabile.
Nonostante si fosse esercitato tutto il giorno e dovesse sentirsi comprensibilmente stanco, contrariamente a qualsiasi aspettativa, estrasse il suo strumento e si mise a suonare con foga inusitata. Andò avanti così a oltranza per tutta la sera, senza mettere nulla sotto i denti. Io e Anselmo andammo a dormire che ancora suonava forsennato, con la speranza che potesse smettere a breve e non decidesse perciò di proseguire fino a notte fonda, così da permetterci di prendere sonno.
Durante la notte vissi l’esperienza traumatica di un incubo angosciante. La ragazzina della storia che mi era stata raccontata distruggeva rabbiosamente il suo violino e ringhiava in direzione dei genitori, i quali atterriti non avrebbero saputo come reagire di fronte a un’espressione del volto trasfigurata orribilmente da una ferocia spropositata. Atterrito, dovetti svegliarmi di soprassalto per porre fine a quell’indicibile tormento.
Avevo sudato copiosamente e mi sentivo sitibondo, per cui pensai saggiamente di avviarmi in cucina a prendere una bottiglia d’acqua fresca per dissetarmi. A metà del corridoio, la lama sottile di una timida luce soffusa, proveniente dalla stanza della musica, fendeva il passaggio. La curiosità mi soggiogò e rivolsi la mia attenzione alla porta socchiusa che immetteva all’interno. Non sentendo il suono del violino, immaginavo che il nostro amico musicista avesse smesso finalmente di suonare. Magari stava riponendo nella custodia il suo strumento prima di andare a dormire.
Usando prudenza gettai un occhio all’interno della stanza della musica e lo rivolsi direttamente a una candela appoggiata a un tavolino, la quale diffondeva la sua luce con un’intensità tale da abbracciare una porzione cospicua dello spazio circostante. Una lugubre penombra percorreva invece i muri e si insinuava negli anfratti della stanza. Irradiato dalla luce proveniente dalla fiamma della candela che aveva accanto, Guglielmo suonava virtuosamente il suo violino. Aveva lo sguardo rivolto al quadro avvolto nella penombra.
Rimasi sbalordito davanti alla scena alla quale assistetti. Mi ero concentrato sul suonatore di liuto, il quale davanti ai miei occhi viveva di vita propria all’interno del quadro. Ne seguivo i movimenti e lo sentivo pizzicare lo strumento tra le sue mani esperte. Non mi sarei potuto ingannare davanti allo spettacolo che mi si offriva alla vista, seppur appannata dal sonno.
Guglielmo fronteggiava orgogliosamente il collega musicista. Non gli era da meno per quel che riguardava la qualità dell’esibizione. L’archetto scivolava sulle corde del violino, generando un suono melodioso, che dapprima in corridoio non mi era stato dato modo di apprezzare. Sarebbe stato impossibile sentirlo al di fuori di quella stanza. Percorrendo ogni angolo, riempiva solamente la stanza della musica all’interno della quale diffondeva le sue note armoniose; non riusciva a uscire da quelle pareti, quasi vi fosse trattenuto da una forza sconosciuta.
Un’entità invisibile e impalpabile doveva aver pervaso lo spazio interno della stanza. Doveva aver risvegliato il soggetto del quadro affinché suonasse assieme a Guglielmo. Rimasi alcuni minuti a osservare meravigliato e al contempo estasiato la loro esibizione, prestando attenzione a non farmi notare per non disturbarli e non rompere così l’incanto, finché non me ne tornai a dormire. Tornando a ritroso verso la camera da letto mi chiesi se non stessi per caso sognando.
Il giorno seguente, mi giunse all’orecchio il suono melodioso del violino che mi servì da sveglia. Poiché lo sentivo valicare le mura della stanza della musica cercai di autoconvincermi che la notte precedente avevo solamente sognato. Per associazione d’idee dovevo aver vissuta un’altra esperienza onirica, susseguita all’incubo che aveva visto per protagonista la ragazzina imbestialita dell’aneddoto che mi era stata raccontato.
Era probabile che Guglielmo avesse ripreso le sue esercitazioni di mattina presto, in previsione del saggio imminente e la sera precedente se ne fosse andato a dormire a tarda ora. Mi affacciai all’interno della stanza della musica e lo vidi suonare con ammirevole ardore. Lo sguardo non era più rivolto al quadro.
Mi tranquillizzai, ma avrei dovuto indagare per capire se davvero ciò a cui avevo assistito la notte precedente fosse stato frutto della mia immaginazione. Avrei dovuto agire in solitaria per saperne di più. Non me la sentivo ancora di mettere a parte Anselmo della mia scoperta, figuriamoci coinvolgerlo se avessi avuto un piano che meritasse di essere messo in atto.
La notte successiva mi svegliai per andare in bagno. Pensavo che Guglielmo se ne fosse già andato a dormire da un bel po’, anche se a un orario successivo al nostro. Tuttavia, constatai come la luce che fuoriusciva dalla porta della stanza della musica lasciata semiaperta mi inducesse a pensarla diversamente. Dopo essermi recato in bagno per espletare le mie funzioni corporali, allungai il mio itinerario e qualche minuto dopo ero appresso alla porta a controllare la situazione.
Sbirciai all’interno preoccupandomi di non dare nell’occhio. Lo spettacolo che stavolta mi si offrì però era diverso da quello a cui assistetti la notte precedente. I due interpreti stavano sì esercitandosi assieme, ma avevano scambiata la loro collocazione nel contesto. Il suonatore di liuto era al centro della stanza della musica, mentre Guglielmo era all’interno del quadro. Entrambi suonavano il loro rispettivo strumento. Pure quella notte una candela era stata accesa e tendeva a mantenere in penombra il nuovo soggetto animato della rappresentazione. Stentavo a credere a quel che avevo di fronte, persino dopo essermi stropicciati gli occhi ed essermi dato qualche schiaffo per capire se non stessi dormendo in piedi.
Dovetti convincermi che non stavo sognando. Tornai a dormire dopo essermi accertato che non mi stavo ingannando e mi ripromisi di tenere per me anche quest’altro episodio. Avrei attesa la nottata successiva per approfondire l’arcano. Al terzo indizio avrei sperato in una prova rivelatrice. Stavolta però avrei fatto in modo di svegliarmi di proposito.
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Il Suonatore di Liuto (prima parte)
Dopo aver letto quell’articolo di giornale, mi ero sentito come svuotato, spersonalizzato. Era come se dovessi ritrovare il me stesso che era andato via via perdendosi senza che riuscissi a rendermene conto. L’inesorabile conseguenza fu che tornai indietro nel tempo con la memoria, per ricomporre i pezzi di quella storia particolare e riconsiderare su un diverso piano e sotto una nuova luce l’intera vicenda.
Ricordo come quel giorno fossi in casa e mi stessi impegnando alla ricerca della giusta ispirazione per un racconto con cui avrei voluto partecipare a un concorso letterario. Mi stavo augurando che qualche stimolo potesse accorrere in mio aiuto, allorquando, sul far della sera, mi accorsi di come Anselmo, il mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte, fosse rincasato, fischiettando, di ottimo umore. Arguii che dovesse aver concluso un buon affare.
Me ne sarei rallegrato con lui. Tuttavia, conoscendolo piuttosto bene, avrei usata prudenza nei confronti di un entusiasmo che si sarebbe potuto rivelare contagioso. Mi era già capitato di cedere a una qualche sua suggestione, la quale purtroppo con il trascorrere del tempo si era rivelata semplicemente un abbaglio. Ad ogni modo, Anselmo recava con sé sottobraccio un quadro di medie dimensioni.
Talvolta ne portava a casa qualcuno che non era riuscito a vendere, nonostante si impegnasse a esaltare i pregi dei quadri appartenenti alla sua collezione: alcuni di indubbio valore, altri dal gusto discutibile, rivedibili, i quali tutti assieme senza alcuna distinzione stavano accumulando polvere in casa, in una sorta di stillicidio che si sarebbe potuto prolungare in perpetuo.
Coinvolto in una tale situazione, l’unica speranza che ancora nutrivo era che ad Anselmo la sua favella potesse tornare utile, prima o poi, a convincere potenziali acquirenti in cerca di un buon affare. Non di rado, infatti, il suo atteggiamento implorante si rivela controproducente per i suoi affari, condensato in un’opera di convincimento che si stava rivelando sempre più complicata per i suoi scopi. Alla fin fine era innegabile che avrebbe dovuto piazzare qualche quadro, se non avesse voluto che lo sconforto rischiasse di abbattere le sue ambizioni.
Guglielmo, l’altro nostro amico nonché inquilino aspirante musicista professionista, invece non aveva fatto ancora ritorno a casa. Era uscito di primo mattino per cercare un luogo tranquillo dove potersi esercitare a suonare senza distrazioni. Solitamente non osservava precisi orari di rientro, per cui non ci saremmo dovuti preoccupare nel caso di una sua eventuale sparizione. Del resto, ci si aspettava potesse badare a sé stesso, da adulto qual era.
Mi dedicai ad osservare il quadro che Anselmo aveva appoggiato al muro del corridoio, allineato agli altri, cercando di mostrarmene interessato, e ipotizzai, come capitava che facessi in situazioni del genere, che anche questa discutibile opera d’arte potesse rimanere a lungo invenduta in casa nostra, pronta ad attirare strati di polvere per il tempo a venire. La prospettiva di un ulteriore accumulo non era particolarmente attraente.
Ebbene, il quadro raffigurava un suonatore di liuto, dipinto nella sua figura intera, imperante nella sua postura canonica. Era stato rappresentato nel bel mezzo di una statica esibizione privata, nell’atto di pizzicare le corde del suo strumento con un plettro d’osso, a beneficio di un potenziale pubblico selezionato. Accanto a sé, alla sua sinistra, erano collocati un tavolino con sopra solo un bicchiere vuoto e un leggio con sopra uno spartito.
A voler essere onesti, non ero così sicuro che mi avrebbe fatto piacere divenire suo spettatore, qualora ve ne fosse stata l’occasione, calandomi in una dimensione icastica che riproducesse una realtà verosimile, e speravo soprattutto che il suonatore non mi volesse annoverare tra i suoi estimatori.
Mentre così osservavo il quadro, mi adoperavo per dissimulare la mia perplessità attraverso un’espressione che non rischiasse di contrariare il mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte. Non era escluso che avessimo un’opinione diversa a riguardo di quell’opera d’arte. Ad ogni modo, poiché mi vide così assorto a fissare il quadro, immaginò erroneamente ne fossi interessato, per cui si predispose a darmi qualche informazione sintetica a riguardo.
Si trattava di un’opera recente di un pittore contemporaneo da poco deceduto, la quale si sarebbe dovuta ispirare alla pittura fiamminga, nello stile e soprattutto nelle intenzioni dell’artista che l’aveva realizzata. Notai però quanto i risultati apparissero incerti a un’attenta analisi. Anselmo non avrebbe potuto che convenirne con me, se fosse stato sinceramente critico davanti a un esemplare della sua collezione.
Mi soffermai con l’occhio indagatore sulla raffigurazione nel suo insieme. A dir la verità, l’opera in sé non aveva una particolare attrattiva, ma nell’atto di osservarla scrupolosamente, con l’intento di ricavarne dei lati positivi che riuscissero a conferirle dignità, finii inevitabilmente per incrociare lo sguardo fiero del suonatore di liuto, il quale pareva non darsi cura che il suo spettatore potesse risentirsi dell’improntitudine che traspariva dal suo volto.
Benché si trattasse di una raffigurazione pittorica riprodotta nella sua drammatica staticità, l’unico personaggio che vi era rappresentato con il suo atteggiamento presuntuoso mi dava già sui nervi. Era evidente che l’autore del quadro avesse voluto renderlo orgoglioso delle sue abilità musicali. Tuttavia, lo spettatore che si fosse soffermato sull’espressione del volto non avrebbe potuto che considerare il suo possessore esageratamente superbo.
Qualche attimo dopo, sollevai il mio sguardo e lo rivolsi ad Anselmo. Volevo cercare di capire se davvero confidasse di vendere a qualcuno quel quadro mediocre dalle caratteristiche irritanti. Persino la cornice avrebbe rivaleggiato con la qualità modesta dell’opera. Intuita la mia perplessità, che alla fin fine non aveva potuto che palesarsi davanti ai suoi occhi, il mio amico mercante d’arte mi confessò candidamente che non era intenzionato a venderlo; in realtà si trattava di un regalo per Guglielmo, il nostro amico nonché inquilino aspirante musicista professionista.
Guglielmo suonava il violino e ultimamente era entrato in crisi. Aveva cominciato a nutrire dubbi sul suo talento musicale e se ne lamentava apertamente. Tutt’al più che alcuni giorni dopo avrebbe dovuto sostenere un importante saggio, al cospetto di famosi musicisti ed esperti del settore, il quale avrebbe potuto aprirgli le porte di una luminosa carriera come violinista, qualora l’esibizione avesse avuto successo. Aveva ricevuti diversi elogi in tempi recenti, che lo avevano comprensibilmente inorgoglito, quale risposta positiva al suo talento, ma gli stessi elogi lo avevano portato a riflettere se ritenersene davvero meritevole.
Si era chiesto se le lodi ricevute non fossero fasulle e se non stesse sopravvalutando le sue abilità musicali. Ci aveva rimuginato a tal punto che pensieri ominosi l’avevano spinto a riconsiderarle. Doveva essere subentrato un fortissimo problema di autostima che rischiava di frustrare tutto l’impegno che aveva profuso per raggiungere il suo obiettivo. Pareva a forte rischio di abbandonare l’ambizione di una carriera nella musica. Sarebbe stato un vero peccato se fosse accaduto.
Tendeva a esercitarsi caparbiamente, ma il suo disfattismo era divenuto palese. Di riflesso anche il nostro umore ne avrebbe potuto risentire, qualora non avessimo trovata la soluzione ideale al problema. Considerata la situazione complicata che avrebbe rischiato di minare persino il nostro quieto vivere, Anselmo era stato mosso a compassione e aveva pensato potesse far piacere a Guglielmo ricevere qualcosa che gli ricordasse i suoi obiettivi.
Anselmo nutriva la speranza che il quadro del suonatore di liuto potesse sortire un effetto positivo sul nostro amico musicista, che stava vivendo una situazione difficile, alla quale era necessario porre rimedio in qualche modo; nonostante quel che gli aveva raccontato il gallerista dal quale aveva acquisito il quadro in questione nascondesse un’insidia latente rivolta a chi si fosse mostrato superstizioso.
Incuriosito da quanto accennatomi da Anselmo in merito a una storia che sembrava racchiudere un alone di mistero, volli saperne di più nello specifico e lo esortai perciò a raccontarmi diffusamente nei particolari di cosa si trattasse. Fui prontamente messo a parte di una storia singolare, riportatami tale e quale a come gli era stata riferita.
Tempo addietro una famiglia facoltosa, composta da un padre, una madre e una figlia adolescente suonatrice di violino, aveva acquistato il quadro in questione, trovandolo di proprio gradimento. Incontrando il loro apprezzamento, i genitori lo avevano comprato a una mostra per farne regalo alla figlia. Speravano in cuor loro che il soggetto evocativo potesse stimolarla nell’apprendimento dello strumento con il quale si esercitava quotidianamente, affinché il suo rendimento migliorasse. Finora ad allora il profitto era stato piuttosto scarso, benché in lei fosse riscontrabile del talento.
Contrariamente però a quanto auspicato dai genitori che si sarebbero creduti lungimiranti nella loro presunzione, ciò che accadde fu esattamente l’opposto di quanto si sarebbero augurati. La ragazzina cominciò tutto d’un tratto ad avere in odio lo strumento, accelerando la manifestazione di un disinteresse latente, che pareva stesse covando segretamente in lei.
Il quadro era stato appeso a una parete della stanza della musica della loro magione, per assolvere alla funzione che ne aveva determinato l’acquisto. La presenza persistente sembrava che all’inizio avesse agito positivamente su di lei, al di là dell’interesse che la ragazzina avesse potuto fingere con l’intenzione di mostrarsi riconoscente verso ciò che aveva ricevuto.
Si esercitava perciò nella stanza della musica al cospetto del quadro che le era stato donato e in un primo momento si erano notati dei miglioramenti. Tuttavia, la situazione degenerò con il passare del tempo. Il violino scomparve improvvisamente senza un perché e la ragazzina sconfortata, manifestando un atteggiamento scostante, non ne volle più sapere di averne un altro, come del resto non avrebbe più voluto avere a che fare con la musica in generale.
I genitori furono costretti a rivedere i loro giudizi e a cambiare di conseguenza idea in merito alle loro iniziali convinzioni, per cui giunsero a imputare la colpa di questi cambiamenti imprevisti al quadro che doveva aver lanciato qualche sortilegio alla figlia. Decisero quindi di sbarazzarsene, destinandolo alla galleria d’arte dell’amico di Anselmo.
Ricevutolo in dono senza che si fosse dovuto impegnare in una contrattazione, il gallerista aveva cominciato a sondare se vi fossero state persone interessate all’acquisto. La storia singolare che i genitori non si erano fatti alcun problema a riferirgli avrebbe rischiato però di condizionare un’eventuale vendita, nel caso in cui i particolari si fossero diffusi nell’ambiente. Per quanto saggiamente Anselmo si fosse preoccupato di tacere le vicissitudini della ragazzina, ciò che aveva temuto si era effettivamente avverato, per cui dovette desistere e tenersi per sé il quadro incriminato.
Presumibilmente i genitori della ragazzina dovevano aver riferita la storia ad altre persone, per cui la nomea del quadro si era fatta automaticamente scomoda e aveva di conseguenza dissuaso potenziali acquirenti dal volersi assicurare il quadro in questione, per una cifra che sarebbe stata per questo motivo magari decisamente irrisoria.
Il gallerista aveva deciso allora di liberarsene; avrebbe regalato il quadro a qualcuno che non si fosse fatto suggestionare da quella storia singolare. Sarebbe arrivato persino a distruggerlo, se non avesse trovato qualcuno che avesse accettato di buon grado la sua donazione. Sentiva di provare un po’ di angoscia, benché non si considerasse superstizioso. Il quadro avrebbe avute le ore contate se Anselmo non si fosse risolto per salvarlo dalla dissoluzione.
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Rievocando amicizie estive
Se penso all’estate, ricordo con piacere il periodo in cui da piccolo trascorrevo le mie vacanze in montagna in compagnia della mia famiglia. Io e mia sorella eravamo contenti che arrivassero le due settimane di permanenza tra i monti, nella misura in cui sapevamo che avremmo apprezzati i momenti piacevoli che ci sarebbero stati concessi, aggregandoci alla nostra solita compagnia estiva, con la quale solevamo passare la maggior parte delle nostre giornate.
Potevamo a grandi linee contare sulla presenza dei suoi membri, nonostante anno dopo anno si accusassero defezioni o si assommassero nuovi elementi al gruppo, magari estemporanei, per la durata di un anno soltanto. Durante i mesi successivi alle nostre vacanze sarebbe stato infatti complicato tenerci in contatto per avere una conferma che ci saremmo rivisti pure l’anno seguente. Alla nostra età i mezzi tecnologici di comunicazione odierna non erano ancora così diffusi, tutt’al più che sarebbe stato impensabile vederli tra le mani di un qualche bambino, per cui al termine delle nostre vacanze ci promettevamo solennemente che l’anno successivo ci saremmo rivisti, genitori permettendo.
Chiaramente sapevamo che i nostri genitori in qualità di tutori avrebbero decisa la meta delle vacanze senza interpellarci. Ci saremmo dovuti adeguare per forza, ma nondimeno ci confortava l’idea che fossero frequentatori abituali del luogo, per cui le probabilità di rivedersi con i nostri amici sarebbero state altissime. Ci separavamo allora con l’idea che i nostri genitori sarebbero tornati in vacanza in montagna anche l’anno seguente.
Le mie vacanze estive andarono avanti per diversi anni suonando su questo spartito, per buona parte della mia infanzia, finché anche i miei genitori non decisero di apportare una variazione al tema e propendere quindi per mete di viaggio alternative. I tempi erano maturi per un cambiamento, per una sorta di rottura nei confronti di una tradizione consolidatasi nel tempo financo a divenire un’abitudine, per cui vennero esplorate altre destinazioni estemporanee.
Per me e per mia sorella queste nuove destinazioni rappresentarono una sorta di transizione temporale obbligata, prima di riuscire ad ottenere il diritto di decidere indipendentemente sull’organizzazione delle nostre vacanze, considerato quanto fosse fisiologicamente comprensibile pretenderlo, giunta un’età in cui i giovani in genere sentono vivo il desiderio di separarsi dai propri genitori, almeno per l’intervallo di una vacanza, durante il quale godere della libertà che sono riusciti a conquistarsi con il loro processo di crescita e maturazione personale.
L’organizzazione delle vacanze mie e di mia sorella divenne nostra prerogativa ai tempi della nostra tarda adolescenza, nonché per gli anni che seguirono della nostra prima giovinezza responsabile. Il bisogno di aggregazione non sarebbe stato così forte come in passato, per cui non avremmo avuta la necessità di instaurare nuovi rapporti duraturi, tutt’al più che saremmo giunti a destinazione con il nostro gruppo di amici che frequentavamo per la maggiore, che aveva sostituito i nostri genitori quale compagno di viaggio bastante a se stesso, benché invero fosse piacevole talvolta intrattenersi a parlare assieme a nuove persone conosciute in loco.
Con il trascorrere degli anni notavo allora come i rapporti con persone estemporanee conosciute in luoghi occasionali fossero diventati effimeri. Ognuno sarebbe tornato, com’era ovvio, alla propria vita di tutti i giorni nel proprio ambiente familiare al termine della vacanza in questione, e avrebbe solo ricordato qualche istante piacevole in compagnia di un turista del quale aveva dimenticato il nome appena l’aveva conosciuto per scambiarci solamente qualche parola.
Quindi non potrei neppure affermare di esser sicuro che gli amici delle mie vacanze d’infanzia sui monti si ricordino ancora oggi come mi chiamo o solamente si ricordino della mia esistenza, o solamente si ricordino che eravamo un gruppo coeso, vivace e spensierato, dal momento che è trascorso fin troppo tempo dal completo smembramento della nostra compagnia, ma posso presumere che nella loro rievocazione nostalgica vi sia posto per la costituzione immaginaria di episodi significativi che hanno caratterizzato il nostro rapporto ai tempi della nostra infanzia.
Sono sempre più convinto allora che l’esistenza di questo gruppo sia stato un fatto generazionale, che ha connotato il periodo della nostra infanzia. La nostra spensieratezza ci aveva resi tutti amici e non teneva conto di alcun pregiudizio, sebbene in cuor nostro sapevamo che prima o poi ci saremmo separati per sempre, ma preferivamo non pensare all’inevitabile futuro che ci avrebbe trovati divisi e soggetti ad un cambiamento naturale. Le decisioni imposteci dai nostri genitori sulla variazione delle nostre destinazioni di viaggio aveva favorito un processo di maturazione irreversibile.
Qualora i nostri genitori avessero deciso infatti per un’altra destinazione, ci saremmo dovuti dire addio per sempre, ma talvolta non lo sapevamo e dovevamo sperare di poterci rivedere l’anno dopo, finché magari non avessimo deciso da noi come comportarci, nel caso in cui i nostri interessi fossero cambiati nel tempo a tal punto da allontanarci definitivamente. Il nostro arrivederci aveva quindi il sapore dell’incertezza, poiché le promesse rivolteci dai nostri genitori avrebbero potuto essere disattese.
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La tua Arte (ottava e ultima parte)
Dopo aver rimessa la scultura lignea nella sua posizione originaria e dopo aver così riflettuto per qualche istante sulle sue manchevolezze e sulla loro eventuale riparazione, uscì dallo studio per recarsi finalmente in camera da letto. Riconsiderò per un momento se fosse stato il caso di rimandare l’annuncio all’indomani. Come dapprima aveva pensato, era possibile che la moglie stesse già dormendo; tutt’al più che le varie operazione compiute fino a quel momento dovevano avergli rubato diverso tempo, per cui era ipotizzabile che l’ora si fosse fatta decisamente tarda.
Arrivò di fronte alla porta della loro camera matrimoniale. La trovò chiusa… Ma ovviamente non a chiave. Passando di stanza in stanza aveva potuto apprezzare il silenzio più assoluto e lo stesso silenzio tendeva a conservarsi anche ora che stava per aprire la porta che immetteva all’interno della loro camera.
La aprì, accese la luce e si guardò attorno inquieto. I suoi occhi andarono a fissarsi su due completini che si trovavano sopra ad una sedia imbottita messa in angolo. Si erano impolverati tantissimo rimanendo all’aria aperta per troppo tempo. Se ne era accorto anche ora, tant’è che gli sovvenne di aver riflettuto a lungo su cosa avrebbe potuto farci ed alla fine si era deciso a farne dono ad una copia di sua conoscenza che era in attesa di un parto gemellare. Dal momento che a lui non sarebbero più serviti ritenne fosse la decisione migliore da prendersi. Avrebbe così fatto un regalo azzeccatissimo a questa coppia di sua conoscenza, la quale immaginava lo avrebbe gradito molto.
Si voltò, intuendo la presenza di qualcuno alle sue spalle. Immaginava che fosse la moglie ad essere entrata dal cortile così di soprassalto, all’improvviso, senza che avesse potuto presentirlo nel momento in cui aveva messi gli occhi sui completini adagiati sopra la sedia imbottita messa in angolo. Ricordava come a lei piacesse sempre scherzare con lui e giocare ad una sorta di nascondino, che rispondeva a regole precise ed esclusive che avevano stilate assieme di concerto dacché si erano conosciuti.
Credeva perciò di aver notata un’ombra dietro di sé e avrebbe quasi voluto convincersene. La porta finestra della loro camera matrimoniale dava all’esterno ed era stata tenuta leggermente aperta per lasciare che la corrente d’aria penetrasse all’interno almeno un po’, trasformandosi in un salubre venticello che avrebbe così sferzata l’umidità ristagnante in quella stanza. Sapeva che avrebbe dovuto adoperarsi per arieggiare anche le altre stanze della casa che erano rimaste chiuse da tempo, ma non vi aveva ancora provveduto. Il suo infiacchimento fisico aveva condizionato e minato persino la sua buona volontà, la quale in altri frangenti non avrebbe elusa per nulla, assumendosi le sue responsabilità, com’era sempre capitato finora. Ad ogni modo doveva esser stata solo una folata di vento ad essere penetrata all’interno; per un attimo aveva gonfiata come una vela la tenda appesa alla porta finestra, la quale si era sinuosamente sollevata, per poi ritornare alla sua posizione originaria.
Il padre scultore artista del legno aveva seguito con la coda dell’occhio l’intero processo con il cuore in tumulto. Si girò lentamente alle sue spalle; si voltò all’indietro subito dopo aver intravista la tenda scendere a perpendicolo, sfiorando così il pavimento della loro camera matrimoniale; e nessun altro movimento si sarebbe potuto avvertire attorno a lui. Si avvicinò allora al mobile comprensivo di specchio che gli stava di fronte addossato al muro, dentro al quale marito e moglie erano soliti riporre i loro indumenti.
Così appressatosi, abbassò automaticamente lo sguardo, che si concentrò subito su di un foglietto impolverato che si trovava proprio al centro del ripiano del mobile in questione; un ripiano spoglio di qualsiasi soprammobile o ammennicolo che si potesse ritenere evocativo di tempi che se ne erano andati e ormai non sarebbero più tornati indietro. Dal suo punto di vista invece, il marito scultore artista del legno, lui sì però, in un certo senso, sarebbe potuto tornare indietro a suo piacimento a ritrovare la moglie nell’unica manifestazione laconica dei suoi pensieri che considerasse come un riassunto conciso della sua stessa vita, conservata in poche parole organizzate e assemblate abilmente, tra gli svolazzi della sua raffinata calligrafia.
“Anche se ti sono sfuggita per lungo tempo, so per certo che il tuo Amore per me sarà Eterno,
La tua Arte(misia).
Lesse mentalmente queste semplici parole di una potenza evocativa straordinaria per lui, le quali aveva lette e rilette ormai innumerevoli volte, per lungo tempo. Teneva gli occhi incollati davanti a questo foglietto consunto che era stato vergato esibendo una grafia scevra da qualsiasi accenno di incertezza e avvertì distintamente che qualche altra lacrima sarebbe tornata a reclamare di sgorgare dai suoi occhi arrossati dal pianto precedente. Non avrebbe sollevato lo sguardo per osservarsi allo specchio che gli stava di fronte. Aveva timore che l’espressione sopraffatta dal dolore che era sicuro gli si fosse dipinta in volto lo potesse annichilire completamente.
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La tua Arte (settima parte)
Si avvicinò adagio alla parete che gli si poneva davanti. Più si avvicinava più i raggi lunari parevano intensificare la loro luminosità, finché di fatto non investirono la statua quasi del tutto appena si trovò ai suoi piedi. Si trattava della sua statua di Apollo e Dafne; la scultura lignea alla quale stava lavorando e che avrebbe dovuta consegnare a breve al suo committente. Non era consapevole se fosse o meno una sua impressione, ma gli parve che i raggi lunari andassero ad intensificarsi prevalentemente all’altezza dei due volti della scultura. Il suo sguardo fu invitato perciò ad osservare precipuamente l’espressione di entrambi i volti di Apollo e Dafne che erano stati illuminati da una nuova luce proveniente dall’esterno.
Notò fin troppo distintamente come entrambe le espressioni dei due volti fossero le stesse che aveva loro amorevolmente impresse prima che i suoi due figli le alterassero. Non riusciva a capacitarsi se si trattasse invero di un miracolo. Si sentì euforico per l’improvvisa scoperta, sebbene sapesse in cuor suo che avrebbe dovuto sospettare che vi fosse qualche mistificazione in atto, magari con il preciso intento di irriderlo, che però difficilmente sarebbe riuscito a svelare, così su due piedi. Non sarebbe riuscito di fatto a capire se lo avessero davvero ingannato o se invece fosse stato benedetto per una qualche sua buona azione, tanto da ricevere un premio così importante, del quale non sapeva se ritenere di esserne meritevole. La gioia improvvisa ed imprevista si era fatta debordante ed aveva messe a riposo le eventuali sensazioni che avrebbero potuto metterlo in allarme, prendendo il totale sopravvento sulle sue azioni.
Avrebbe dovuto trovare il modo ora di calare a terra la statua di Apollo e Dafne. Non vedeva l’ora di farla vedere alla moglie. Sperava non si fosse già coricata, benché ormai dovesse esser già trascorsa la mezzanotte da diverso tempo. Non aveva un orologio con sé e non sarebbe perciò riuscito con i suoi sensi a capacitarsi di che ore della notte fossero. Poco male. Avrebbe fatto subito un tentativo in camera da letto; l’avrebbe svegliata di sicuro, ma era troppo contento per rimandare la rivelazione della sua incredibile scoperta. Sperava infatti che potesse rallegrarsene assieme a lui…
… Ma prima doveva trovare il modo di far scendere la scultura lignea di Apollo e Dafne a terra. La scultura avrebbe dovuto toccare il suolo senza danneggiarsi. Si ingegnò allora al meglio delle sue possibilità, finché non trovò una soluzione praticabile al suo singolare problema. Cercò la scala a corda che portava alla casetta e che i suoi due figli dovevano aver levata via dai suoi ancoraggi. Sperava non gli avessero fatto lo scherzo di essersene appropriati, privandolo della disponibilità di un attrezzo utile per il suo scopo. Per fortuna la trovò arrotolata in un cantuccio. Era interamente ricoperta da una spesso strato di polvere. La ripulì alla bell’e meglio e si predispose a mettere in atto il suo proposito, uscendo verso la veranda antistante alla casetta, prestando particolare attenzione a trasportare all’esterno, saldamente tra le mani, la scultura lignea alla quale si era così dedicato e che pensava non potesse tornare mai più come prima. Avrebbe provato allora a legarla nel miglior modo possibile all’estremità inferiore della scala a corda, che avrebbe poi calata adagio a terra, sperando che il nodo reggesse finché la statua non avesse toccato il prato del cortile.
Per un attimo considerò l’idea di fare tutto in estrema tranquillità l’indomani, data l’ora divenuta tarda, oltreché data l’incertezza per l’esito della sua idea, sulla quale pareva ad ogni modo seriamente confidare. Tuttavia, la straordinarietà dell’avvenimento lo mise subito in allarme sulle possibili conseguenze di un eventuale abbandono della scultura lignea, che sarebbe rimasta incustodita per tutta la notte all’interno della casetta. Tornò a sospettare allora che i suoi due figli gli stessero giocando un brutto scherzo e che quindi avrebbe fatto meglio a calarsi assieme alla statua per evitare che gliela potessero sottrarre nel cuore della notte e tornare a farci chissà cosa. Benché conservasse in sé la reale intenzione di riconciliarsi con i suoi due figli, il dubbio che lo stessero ingannando faceva fatica ad abbandonarlo.
Un pensiero buono però reclamò la sua intima considerazione. Non era escluso che i suoi due figli fossero andati a dormire nel frattempo. Si augurava allora che il sonno potesse portare loro sogni lieti che facessero dimenticare loro il profondo dispiacere che dovevano aver provato di fronte alla sua feroce reprimenda. Se lo sarebbe augurato per davvero, dopo tutto ciò che era successo tra loro e che necessitava di spiegazioni convincenti da parte sua, che era sicuro sarebbe stato in grado di fornire a tempo debito. Sarebbe stato un epilogo accettabile, dopo tutto. Domani sarebbe stato chiaramente un altro giorno per tutti e tre. Ad ogni modo, avrebbe pensato in un secondo momento ai suoi due figli, i quali poteva solo immaginare che si fossero dissolti o dileguati nell’oscurità precedentemente al suo arrivo. Ora si doveva solamente concentrare affinché l’esecuzione della sua idea fosse impeccabile.
Dosò le forze necessarie al fine di calare dolcemente a terra la scultura lignea ed ottenne ciò che voleva. Per fortuna la statua non la si sarebbe potuta considerare troppo pesante, per cui riuscì a mettere in atto abilmente il suo iniziale proposito. Il nodo resistette a sufficienza da consentire alla statua di atterrare dolcemente al suolo senza subire alcun danno. Si calò anche lui di seguito alla sua scultura e provò a trascinarla lentamente, con la giusta cautela, all’interno della casa.
Si diresse prima nel suo studio però. Mentre procedeva lentamente, prendendosi qualche pausa nell’incedere durante il tragitto, trasportando con sé la statua lignea con i suoi personaggi che erano tornati ad avere entrambi l’espressione che aveva loro donata, pensò per un attimo che avrebbe potuto trovare l’altra copia con le espressioni alterate dai figli. Rigettò quest’idea, persuaso che non si sarebbe dato il caso, sebbene avesse appena vissuta una situazione incredibile che avrebbe potuto portarlo a credere a qualsiasi altra cosa che di surreale ne vantasse le caratteristiche. Quella che aveva tra le mani era proprio la scultura lignea di Apollo e Dafne che aveva scolpita lui stesso; non si sarebbe potuto ingannare.
Ad ogni modo mise piede nel suo studio. Come principalmente si era aspettato, non trovò la statua di Apollo e Dafne, che ricordava di aver lasciata nella sua solita posizione, anche dopo che i figli l’avevano danneggiata e dopo essersi quindi persuaso che non sarebbe tornata mai più come prima. Vi trovò solo la lima che era caduta nei pressi della posizione originaria che aveva occupata la statua in precedenza. L’ennesima scoperta lo convinse perciò di essere stato benedetto da una sorta di miracolo del quale non riusciva a comprenderne la natura.
Ricollocò la scultura lignea di Apollo e Dafne nel suo posto originario. Recuperò poi la lima da terra e la ripose tra i suoi utensili. A qualche metro di distanza stava il Cupido che aveva tagliato a metà e che nel frattempo non era tornato a ricongiungersi nella sua forma precedentemente intatta. Avvertì allora come la sua euforia stesse scemando per lasciare il posto ad una preoccupante mestizia. Non era tempo però di riconsiderare i suoi errori e cedere allo sconforto dopo la scoperta incredibile avvenuta nella casetta. Era certo che i suoi figli avrebbero compresi i suoi sbagli. Si persuadeva che non avrebbero provato risentimento a lungo nei suoi confronti per ciò che aveva fatto di riprovevole verso di loro; la totalità delle sue azioni sragionate che avevano portato allo stato dei fatti attuale. Non poteva credere quindi che non avrebbero accolto di buon grado il suo desiderio di riappacificazione.
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La tua Arte (sesta parte)
Arrivato accanto al tronco dell’albero, il padre scultore artista del legno aveva notato come la pianta d’edera che lo avviluppava, così vicina a lui, emanasse un colore verde smeraldo dalle variopinte tonalità, le quali gli trasmisero una corroborante sensazione di rilassatezza che di sicuro lo avrebbe agevolato nell’ascesa. Si sentiva così in forze da non sembrare affatto spaventato dalla prospettiva di arrampicarsi a mani nude sopra l’albero per raggiungere la scatola lignea che vi era appesa come un marsupio. Avrebbe potuto confidare in più sulla solidità che la pianta di edera della quale ne aveva appena saggiata la consistenza gli ispirava. Fissato come obiettivo la casetta in legno che ospitava i suoi figli reclusisi dentro, si predispose ad ascendere per raggiungerla. Ce l’avrebbe messa tutta allora per provare a riappacificarsi con i suoi due figli che aveva così severamente redarguiti.
Convintosi del suo proposito, non ebbe alcun’altra esitazione di fronte alla missione che avrebbe dovuta compiere. Ghermì alcuni degli innumerevoli rami ricoperti di fogliame che costituivano la pianta d’edera e vi si issò. La salita alla casa sull’albero non fu delle più agevoli, ma riuscì risoluto nell’impresa, prendendosi giustamente il suo tempo. La tensione che la sfida gli aveva insinuata aveva fatto guizzare i suoi muscoli, mettendo a dura prova la sua capacità di sopportazione al dolore, senza però portarlo a varcarne la soglia. Confidò, ricambiato dal destino a lui clemente, nelle forze che lo stavano sostenendo nella sua nobile missione rappacificatoria e soprattutto nella solidità della pianta i cui rami non gli si spezzarono miracolosamente tra le dita, finché raggiunse infine il tetto della casetta. Vi penzolò per qualche secondo, stringendosi nervosamente con le mani al bordo, per poi lasciarsi cadere sulla piccola veranda antistante, proprio di fronte alla porta che immetteva all’interno di quella scatola lignea.
Fece un ultimo per richiamarli dall’esterno affinché uscissero loro stessi, ma non ebbe risposta. Si predispose allora ad entrare all’interno della casetta. Si trovava di fronte alla porta d’ingresso in quel momento, e si rese conto solo allora, osservandola dopo diverso tempo dalla sua assenza, di non aver mai pensato di attrezzarla con qualche chiavistello o catenaccio che la potesse chiudere dall’interno.
Il padre scultore artista del legno si compiacque di quella che in altri contesti e situazioni avrebbe considerata come sua negligenza e non ebbe perciò alcuna difficoltà ad abbassare la maniglia e ad entrare agevolmente nell’unico locale che costituiva la struttura di quel fabbricato in legno. L’oscurità in quell’ambiente chiuso si era fatta più densa, ma i raggi lunari tendevano a penetrarvi timidamente lo stesso, attraverso le finestrelle riquadrate poste subito ai lati della porta.
Il padre scultore artista del legno spaziò con lo sguardo davanti a sé, ma non riuscì ad intuire la presenza dei suoi due figli. Nonostante l’ambiente interno fosse di dimensioni ridotte, l’oscurità non lo avrebbe ad ogni modo aiutato a riconoscerli al primo istante, tutt’al più che riteneva potessero essere andati a rintanarsi in un angolo risparmiato dai raggi lunari che filtravano debolmente dentro la casetta attraverso le due finestrelle riquadrate.
Aveva pensato dapprima che si sarebbe potuto presentare il rischio che lo cogliessero di sorpresa sfuggendogli di soppiatto da sotto il naso. Avrebbero potuto allora aggirarlo per evadere da quella casetta, se non li avesse notati all’istante. Lo avrebbero potuto fare in piena libertà; si sarebbero di fatto issati sopra il tetto e di conseguenza avrebbero usata la pianta d’edera per calarsi a terra. Avrebbero dovuta esplorare questa nuova possibilità per forza di cose e si sarebbero quindi avvinghiati alla rigogliosa e solida pianta rampicante che aveva sostenuto loro padre in precedenza. Purtroppo per loro due, non avrebbero fatto in tempo a recuperare la scala a corda con la quale scendere a terra per poter scappare proprio da lui che avrebbe invece voluto riconciliarsi definitivamente con loro. Nonostante le promesse che fin prima aveva rivolte loro a riguardo di un suo pentimento di fronte alla sua reazione irruente, pensò che ai suoi figli non sarebbe sembrato verosimile che si fosse così ravveduto in breve tempo. Non era escluso allora che avessero dubitato della sua effettiva sincerità e se ne fossero fuggiti di soppiatto.
Rimase per qualche istante fermo sulla soglia, mentre aveva preso a sondare con lo sguardo indagatore l’ambiente interno per capire se davvero i suoi due figli fossero ancora dentro l’unico ampio locale che costituiva l’intera struttura. Ripassò ogni cantone affinando la vista il più possibile; tuttavia, non avvertendone la presenza, dovette rendersi conto alla fine di come dovessero essergli già sfuggiti. Si chiese allora come fossero riusciti ad evadere financo a far sì che non se ne accorgesse minimamente. Aveva fissata la casetta sull’albero per tutta la serata fino ad allora, ancorché attraverso le lacrime che gli avevano appannata la vista e che quindi lo avrebbero potuto confondere, ma non aveva notati i suoi due figli calarsi a terra e fuggire chissà dove. In un tale frangente non avrebbe potuto far altro che maledire l’oscurità per averlo così ignominiosamente ingannato; naturalmente se le sue supposizioni fossero corrisposte al vero.
Ci avrebbe pensato sicuramente più tardi, poiché la sua attenzione, come una calamita avvinta da un indomito magnetismo, fu attirata irresistibilmente da una statua che scoperse trovarsi leggermente in penombra. Non l’aveva notata subito, sebbene l’avesse fronteggiata dacché era entrato, e neppure qualche istante dopo, dal momento che la sua attenzione si era esclusivamente concentrata sull’individuazione di un qualche movimento che potesse rivelargli la presenza dei figli, i quali invece parevano essersi dissolti misteriosamente. Notò quindi la statua solo dopo aver scandagliato meticolosamente con i suoi occhi indagatori l’ambiente circostante, dal momento che quella che si rivelò trattarsi di una scultura in legno pareva confondersi in una condizione di semioscurità, rimanendo sullo sfondo della parete che stava appoggiata al tronco dell’albero.
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La tua Arte (quinta parte)
Il padre scultore artista del legno scoppiò allora in un pianto fragoroso e si coprì il volto dalla vergogna, immaginando la moglie lo stesse osservando da qualche parte lì attorno, benché per l’appunto fosse sua moglie e potesse comprendere agevolmente le sue debolezze. La moglie continuava infatti a rimanere in giardino. Si era messa convenientemente in disparte per evitare un suo coinvolgimento. Non aveva smesso di rimanergli accanto con le buone intenzioni, cercando il momento giusto per rabbonirlo, per portarlo a più miti consigli, giungendo però alla conclusione che sarebbe stato saggio al contrario non intromettersi, per non alterare ancor di più il suo umore. Finora il marito non si era accorto della sua presenza silenziosa, troppo impegnato a convincere i figli a scendere da quella maledetta casa sull’albero.
Il marito aveva una scure ai suoi piedi e la moglie non avrebbe saputo indovinare se ne avrebbe avuto ancora bisogno, se le forze sarebbero tornate a sostenerlo, indugiando nei suoi sciagurati propositi. Sebbene gli fosse caduta di mano e lui stesso si trovasse ora in una condizione di profonda prostrazione fisica e morale tradottasi in un pianto dolente, la moglie non cercò di consolarlo dal dolore improvviso che lo aveva sommosso. Avrebbe potuto avvicinarglisi, ma le sarebbe stato impossibile prevedere come avrebbe potuto reagire. Immaginò allora che il marito sarebbe riuscito da solo a trovare il modo di ammortizzare il dolore con il tempo o magari sarebbe riuscito a riassorbirlo per viverlo con più serenità nella sua nuova condizione.
Il marito sembrava essere scosso da fremiti violenti che lo avevano portato a provare una profonda sofferenza. Fu soggiogato da una sconfinata mestizia che gli parve familiare. Si sentì trascinato dalle sue gambe verso il muro esterno della sua abitazione, al quale aderì con la sua schiena, sedendosi sopra all’acciottolato che formava il vialetto che percorreva le mura esterne. Vi rimase così, singhiozzante, fino a sera, quando tutto d’attorno si fece più buio e quella scatola lignea cominciò ad apparirgli come un grosso alveare avvinghiato a quell’enorme arbusto; o come una fiaschetta appesa al tronco, del quale accostamento sorrise tra le lacrime, mentre il suo sguardo veniva catturato dallo scintillio della lama della scure lasciata a terra ai piedi dell’albero.
Sicuramente non sarebbe andato a riprenderla per tornare a riprendere i suoi propositi abortiti al primo tentativo concreto. Avrebbe atteso che scendessero da sé i suoi due figli; li avrebbe perdonati e avrebbe fatto sì di rimediare in qualche modo al danno causato alla scultura lignea di Apollo e Dafne che avevano deturpata. Avrebbe trovato un modo per consegnarla in condizioni presentabili o almeno accettabili al suo committente, sperando che la potesse apprezzare nella sua nuova versione. Si sarebbe industriato ad apportare qualche variante che non svalutasse la bellezza complessiva della scultura.
Avrebbe fatto in modo, in un qualche modo che si sarebbe ingegnato di escogitare, di farsi perdonare dai figli per la sua sfuriata e per la reazione inconsulta che lo aveva spinto a tagliare a metà di netto il loro cupido, qualora fosse stato necessario dare loro delle spiegazioni in merito, così da fare ammenda pure con la propria coscienza. Avrebbe loro assegnata una scultura di cupido da realizzare ex novo, ma non sarebbe tornato ad assillarli perché si impegnassero con più profitto, come spesso era capitato in passato; riconosceva infatti di aver esercitata su di loro forse un po’ troppa pressione. Si sarebbe mostrato paziente stavolta, avrebbe comprese le loro incertezze, i loro dubbi irrisolti o irrisolvibili. Li avrebbe assistiti di certo nei momenti di pausa dal suo lavoro, dal momento che avrebbero dovuto riprodurre la loro scultura lignea di Cupido daccapo, per accelerare di fatto il processo creativo che era convinto avrebbe creata al contempo un’eccellente sinergia tra di loro.
Un bagliore improvviso, promanante dalla lama della scure lasciata a terra lo riscosse facendogli strabuzzare e sgranare gli occhi a sufficienza da consentirgli di notare una pianta di edera che, sin da quando si era accasciato a terra e gli occhi avevano cominciato a velarsi di lacrime, non aveva affatto notata davanti a sé. La pianta d’edera rilasciava un colore luminoso che tentava di rendersi opportunamente identificabile nel buio della notte; si arrampicava partendo dal terreno sottostante ai piedi dell’albero e si avvinghiava al tronco dal notevole diametro, fino a raggiungere quasi la sua sommità, confondendosi con le fronde lussureggianti del massiccio arbusto, cariche di foglie che di simile potevano vantare un colore oscurato dalla notte. Il nuovo insieme, così formatosi davanti ai suoi occhi, mentre i suoi pensieri l’avevano allontanato dal mostrarsene consapevole, era avvolto dall’oscurità, la quale pareva unificare ogni sagoma che si trovava d’attorno.
Si sollevò da terra e avvertì come nuove energie, fin prima vagheggiate solamente per un attimo quale fuggevole impressione, lo stessero supportando gagliardamente proprio in quel momento. La pianta di edera che aveva attirata così magneticamente la sua attenzione gli ispirò tosto un’intuizione che rappresentava un’ipotetica soluzione al suo problema. Pensò che in qualche modo sarebbe riuscito ad arrampicarsi sull’edera. Avrebbe sfruttate le nuove energie che si era stupito lo avessero così velocemente ritemprato, proprio così d’un tratto, e sarebbe riuscito così a salire, magari non così agevolmente, ma si era convinto che ce l’avrebbe fatta a raggiungere la casa sull’albero, all’interno della quale i suoi figli si erano rifugiati.
Dalla loro posizione sopraelevata i suoi due figli dovevano aver inteso il padre pentirsi per il suo comportamento sconcertante. Il dispiacere era stato espresso a mezzo di parole amareggiate, per cui dovevano averlo visto abbandonarsi ad un pianto irrefrenabile, che pareva esprimere quanto si fosse realmente pentito di averli così ripresi. Tuttavia, come il padre scultore artista del legno se ne sarebbe potuto rendere conto dal solo percepire l’immobilità della notte attorno a lui, i suoi due figli tendevano a continuare a mostrarsi timorosi e riluttanti al più a scendere dalla casa sull’albero, certamente per paura di essere di nuovo ripresi ferocemente dalla sua incontenibile irascibilità.
Ormai però il rancore che lo aveva animato sin prima era stato soffocato dalle lacrime versate durante l’attesa di vederli scendere dalla casa sull’albero, verso la quale ora sarebbe salito, con l’ausilio provvidenziale della pianta d’edera avvinghiata al tronco. Sentiva di averli perdonati completamente, e perciò non sarebbe tornato indietro sui suoi improvvidi passi. Non avrebbe riconsiderato di mostrarsi rancoroso fino al parossismo con loro. Si era ormai persuaso che non ce ne sarebbe stato bisogno. Si sarebbe mosso verso di loro con i suoi passi fiduciosi stavolta; sarebbe salito sull’albero e li avrebbe tranquillizzati sulle sue intenzioni, convinto che i suoi figli avrebbero comprese le ragioni per cui si era comportato in modo così feroce con loro.
Si sarebbe sicuramente dimostrato ben disposto nei loro confronti, dopo aver meditato in quei termini lungo tutta la serata, immerso nei suoi molteplici pensieri. La rabbia, che il pianto aveva fatta scivolare via lungo le gote attraverso il flusso delle lacrime, non si sarebbe più ripresentata; se ne era ormai persuaso definitivamente. Ora non gli restava altro da fare che tornare ai piedi dell’albero ed arrampicarvisi, appendendosi alla pianta di edera che gli avrebbe fornito un ottimo sostegno durante la salita.
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Il katakiuchi, la vendetta legalizzata
Amasaki Riya era consapevole che non avrebbe potuto vivere il resto dei suoi giorni all’ombra del disonore per non essere ancora riuscito a vendicare la morte del padre. Era accaduto tempo addietro che il genitore fosse perito di morte violenta per mano di un samurai appartenente a una casata rivale, a seguito di un acceso diverbio sfociato in un duello improvvisato.
Riya aveva assistito in prima persona all’efferato delitto. Rimase profondamente segnato da questo episodio, che temprò il suo spirito guerriero non ancora del tutto sviluppato. Aveva subito un colpo micidiale, che però avrebbe finito per fortificarlo, bruciando le tappe della sua crescita interiore. Avrebbe raggiunta la consapevolezza della missione che avrebbe dovuta intraprendere, allorché avesse raggiunta la maggiore età, in un futuro che si preannunciava destinato in parte alla riparazione dell’affronto subìto.
Pur essendosi trovato nella condizione di spettatore, ne aveva sofferto enormemente, anche perché l’assassino del padre aveva voluto risparmiargli la vita. Considerate le premesse, non sarebbe mai venuto meno al dovere che la tradizione moralmente gli imponeva, soprattutto ora che poteva affermare di sentirsi pronto a vendicarne la morte.
Ricordava quel giorno come se fosse ieri. Gli occhi di bambino avevano registrata la scena tremenda alla quale poté solo assistere impotente. Stava passeggiando assieme al padre in una zona appartata del suo quartiere, allorché un samurai di una fazione opposta incrociò il loro cammino. Il suo nome era Iwabuchi Den’uchi. Quest’ultimo era animato dal desiderio di discutere di una questione cogente assieme al padre, ma si era presentato con una tale aggressività che l’atmosfera in breve tempo scintillò di un bagliore di lame affilate.
La coppia era rimasta disorientata dalla nuova presenza, che aveva preso ad apostrofarli rudemente, tant’è che il padre non riuscì a rimanere indifferente alla piega presa dagli eventi. Non avrebbe voluta accettare alcuna provocazione. Sapeva che la sua dignità non avrebbe potuta sopportare l’offesa, ne sarebbe rimasta di sicuro oltraggiata. Si vide perciò costretto dalle circostanze a rispondere per le rime all’insolenza del rude aggressore, che aveva preso ad accalorarsi, fronteggiandolo truce, con l’aria di volerlo sfidare da tempo. Den’uchi doveva aver reputato che il luogo appartato potesse essergli amico per uno scontro, finanche a divenire teatro di una singolar tenzone improvvisata.
Riya a distanza di tempo rammentava quale fosse il motivo principale che aveva scatenato la disfida: l’amore per una donna che lavorava in un quartiere di piacere. Raccogliendo particolari dal loro alterco, era riuscito solo quel giorno a realizzare come il padre se ne fosse innamorato da tempo, a tal punto da frequentare assiduamente il quartiere di Yoshiwara dove lavorava, rinomato per le numerose case di piacere ivi presenti. Da quando sua madre era deceduta, il padre doveva aver intrattenuta questa “relazione” particolare, a lui segreta, tant’è che il genitore aveva preferito tenersela per sé, mostrandosi opportunamente riservato sull’argomento.
Quel giorno invece il samurai rivale non si fece alcuno scrupolo a portare subito il discorso sul motivo per cui entrambi avevano sviluppata una viva ostilità reciproca, la quale rappresentava la degenerazione della loro accesa rivalità, formatasi persino prima che ci si mettesse di mezzo una donna. Il preconcetto avrebbe voluto che l’appartenenza a diverse fazioni che confliggevano apertamente tra loro sviluppasse e alimentasse una forte rivalità e di fatto l’assunto in sé non veniva smentito affatto. Nonostante i due rampolli da piccoli avessero mantenuto un rapporto serenamente cordiale, dacché erano entrati a servizio presso due diversi signori, ai quale le loro famiglie prestavano opera di vassallaggio, furono giocoforza indotti a conformarsi al pensiero corrente, che li avrebbe considerati avversari ostili per la loro sola appartenenza a fazioni che rivaleggiavano tra loro.
La rivalità si trasferì ai due giovani samurai e si trasformò in un’ostilità rafforzata dallo spirito di competizione che giustificava la loro intenzione di aggiudicarsi la donna contesa. La discussione dai toni accesi proruppe allora in un diverbio ancor più acceso, che sfociò infine in un duello nel quale trovò la morte il padre di Riya.
Riya era diventato maggiorenne e avrebbe potuta ora attuare la sua vendetta da sé, senza avvalersi di un sukedachi, un aiutante che esaudisse il suo desiderio di riparazione definitiva, incaricato per procura dell’esecuzione materiale. Il suo signore non gli avrebbe negato un periodo di congedo a tempo indefinito per la sua ricerca, l’identificazione dell’avversario e la richiesta scritta di un legittimo duello, lo hatashiai. Avrebbe così dimostrato come la pietà filiale nei confronti del padre non fosse venuta mai meno nel suo animo risoluto.
La preservazione dell’onore a qualsiasi costo veniva prima di tutto, nell’ambiente guerriero dell’epoca, permeato da un pensiero di ispirazione confuciana. In periodo Edo esisteva una forma di vendetta, il katakiuchi, ammessa dalla legge dettata dalla consuetudine, il fubunritsu. Ogni caso specifico di vendetta veniva accuratamente valutato. Se autorizzato dall’alto, il proposito veniva notificato tramite l’iscrizione in appositi registri, la pratica del chōzuke, la quale si era diffusa nell’ambiente del buke, la nobiltà di spada, per risolvere i casi di omicidio tra membri appartenenti al ceto guerriero.
Riya acquisì il benestare del proprio signore e cominciò la sua impegnativa ricerca. Non si sarebbe dato pace finché non avesse ottenuta la giusta riparazione all’offesa subìta, fermamente deciso a vendicare la morte del padre, per riabilitare così l’onore della sua famiglia. L’assassino non era stato perseguito dalla legge per il delitto commesso. Il ceto guerriero godeva di quest’immunità, cosicché il dovere morale di infliggere la punizione definitiva all’omicida spettava ai parenti del defunto.
La protezione della casata nella quale prestava servizio tenne Den’uchi per diverso tempo lontano da eventuali pericoli, finché proprio al suo signore non fu intimato di compiere seppuku, il suicidio rituale. Era stato lo Shōgun in persona a richiederlo espressamente, come riparazione onorevole per un’aggressione irresponsabile ai danni di un alto funzionario dell’imperatore. Il Figlio del Cielo si era invece mantenuto silente sull’accaduto, ma in cuor suo doveva aver approvata la deliberazione del capo militare. Den’uchi, a seguito del seppuku del suo signore, avrebbe dovuto seguirlo, come attendente, assieme ai suoi compagni d’armi, nella morte attraverso il junshi, ma preferì farsi rōnin. In seguito, non potendo più frequentare case di piacere nella sua nuova condizione, riuscì a riscattare la donna amata, in compagnia della quale avrebbe così iniziata una nuova vita.
La donna percepiva come avesse dissipati gli anni migliori tra le pareti di quella casa di piacere, entro le cui mura aveva lasciato che a malincuore la sua bellezza sfiorisse, incidendo fatalmente sul suo fascino. Sapeva come anche la proprietaria concordasse sul suo decadimento, per cui non si stupì che non avesse provato dispiacere per la loro separazione. Di sicuro non l’avrebbe rimpianta in futuro. Priva dell’attrattiva d’un tempo, colei che fu donna di piacere si era allora rassegnata a una vita riservata, confidando nell’uomo che le stava accanto.
Durante la sua ricerca, Riya venne a sapere che la donna era però deceduta qualche mese dopo aver lasciata la casa di piacere, ma non riuscì a raccogliere informazioni sul motivo della morte. Sicuramente avrebbe soddisfatta questa curiosità qualora avesse trovato l’assassino del padre. Non dovette peregrinare a lungo che riuscì finalmente a farsi indicare il luogo in cui avrebbe potuto scovare il suo rivale. Si rallegrò quando seppe che non si era allontanato molto dalla capitale. Viveva in un villaggio a poca distanza dall’agglomerato urbano della città di Edo; era un luogo anonimo, senza particolare attrattiva, praticamente invisibile a chi capitava di passaggio. La sua dimora consisteva in una capanna diruta che lo ospitava assieme a un bambino.
Riya invitò formalmente il suo rivale a scontrarsi con lui. Gli inviò una lettera che riportava la richiesta esplicita di un duello ufficiale. Propose come luogo una foresta nei dintorni della città di Edo. L’avversario accettò lo hatashiai.
Riya si era preoccupato preventivamente di individuare un luogo che non fosse prossimo a uno spazio sacro delimitato da shimenawa. Non si sarebbe dato il caso che ci finissero dentro malavvedutamente durante lo scontro. Le autorità non glielo avrebbero permesso.
Nell’attesa del duello che avrebbe potuto restituire alla sua casata l’onore perduto, compreso nelle sue riflessioni, Riya avrebbe sperato che il suo avversario non lo mettesse in difficoltà, portandosi appresso, il giorno concordato per il duello, il bambino che gli era stato garantito fosse il figlio avuto dalla relazione con colei che Den’uchi aveva riscattato tempo addietro dalla casa di piacere di Yoshiwara. Riya pervenne a una deduzione che gli infuse profonda inquietudine, allorché considerò come la donna fosse deceduta solo alcuni mesi dopo l’omicidio del padre. Quale sarebbe stata la decisione opportuna da prendere?
Avrebbe dovuto fornire una risposta che includesse entrambi? Il matagataki, le faide ripetitive, non erano consentite. Il dilemma lo attanagliò. Si chiese se il presentimento che riteneva fondato l’avrebbe reso esitante davanti al suo avversario. Occupò il tempo che gli rimaneva nella ricerca di una soluzione definitiva al problema, finché non arrivò il momento di prepararsi per il duello da sempre anelato. Purtroppo, non era ancora riuscito a risolversi su come si sarebbe dovuto comportare in un simile frangente, che lo avrebbe riportato in un istante al suo passato di bambino privato del padre.
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La tua Arte (quarta parte)
La moglie che nel frattempo era rimasta ad osservarlo a distanza di sicurezza, cercando nondimeno di comprenderne i pensieri, che dall’espressione avrebbe creduti in perpetuo conflitto tra loro, senza però volerlo riscuotere dal suo universo riflessivo, si fece coraggio e si avvicinò al marito che era rientrato per un attimo nello studio e aveva preso ad osservare la scultura lignea di Apollo e Dafne ponendovisi di fronte. Notò come non riuscisse a levare gli occhi di dosso da entrambi quei due volti che i suoi figli avevano irrimediabilmente alterati.
La moglie si preoccupò allora di non fare rumore mentre avanzava all’interno dello studio del marito. Gli si pose alle spalle. Non avrebbe voluto riscuoterlo però dai suoi pensieri, con il rischio che potesse irritarsi ancor di più, sebbene fosse conscia che non avrebbe potuto adirarsi anche con lei. La sua nobile intenzione consisteva nel volerlo pacificare solo con la sua presenza onnipervasiva. Sperava di potergli rasserenare l’animo sconquassato dal danno imprevisto che i figli avevano incautamente procurato. Il marito infatti era tornato a rianalizzarlo con lo sguardo scrutatore.
Era innegabile che i suoi due figli avessero irrimediabilmente alterata l’espressione dei due volti di Apollo e Dafne. Un’espressione straziante che sembrava accomunarli entrambi e che parve riflettersi sul volto del marito, che continuava a fissare i volti deturpati della scultura e che perciò ne aveva acquisite, nella sua stessa fisionomia, le singolari caratteristiche. Vi si erano traferite, aderendovi completamente. La moglie allora non avrebbe incontrata alcuna difficoltà a riconoscere, pure impercettibilmente dalla sua posizione, quanto il volto del marito si fosse alterato, assumendo quella precipua connotazione dolorosa impressa su ambedue i volti della scultura lignea.
La moglie avrebbe potuto credere che il marito volesse solamente emulare con la sua mimica facciale l’espressione straziante dei due volti lignei della scultura per cercare di comprendere se al suo cliente sarebbe potuta parimenti piacere questa nuova versione. Immaginava il marito volesse farglielo intendere, ma ovviamente non si sarebbe ingannata a credere che il marito si sarebbe abbandonato a questa stravaganza, dal momento che avvertì distintamente quanto l’atmosfera attorno a loro non suggerisse che il suo animo si potesse rasserenare facilmente trovando una soluzione di comodo.
La moglie avrebbe voluto fermarlo ad un certo punto dal proposito che prese ad animare le sue nuove mosse. Riscuotendosi all’improvviso dalla sua immobilità, il marito la rese spettatrice involontaria di attimi di alacre turbolenza, che si susseguirono senza soluzione di continuità agli attimi che poco prima le erano sembrati inesauribili, durante i quali il marito era rimasto immoto a scrutare la scultura e i suoi due volti in particolare, sforzandosi di riprodurre sul suo di volto la loro analoga espressione alterata. Tuttavia, era consapevole che non ci sarebbe riuscita. Si sentiva invero impotente di fronte a lui e ai suoi imprevedibili mutamenti d’umore.
Il marito era corso subito all’interno della rimessa annessa alla loro abitazione e ne aveva tratta fuori una scure opportunamente affilata. Portandola con sé, rientrò nello studio e rivolse la sua attenzione esclusiva all’indirizzo della scultura di cupido, alla quale si stavano dedicando i loro due figli in quella stagione estiva. Il padre scultore artista del legno non esitò un istante con la scultura ancora in lavorazione davanti a sé. La tagliò in due di netto con un fendente preciso, dividendola in due parti quasi uguali. Compiuto il gesto del quale forse si sarebbe pentito in futuro, si precipitò successivamente fuori casa ed attraversando una parte del cortile si portò ai piedi dell’albero imponente che ospitava la casa che aveva dato da poco ricovero ai suoi due figli, rifugiativisi dentro per sfuggire alla sua collera furibonda, la quale, all’evidenza che ne ebbe la moglie osservandone la foga che riversava nella sua azione irruente, pareva per davvero esser tornata ad animarlo vigorosamente, per sostenere le sue nuove discutibili intenzioni.
Le parve improbabile che il marito volesse abbattere l’albero per intero. Anche se lo avesse voluto ardentemente, al sommo della sua collera irriflessa, impiegando tutte le sue forze, non ci sarebbe riuscito. La moglie sapeva infatti come si sentisse troppo indebolito nell’ultimo periodo per poter solamente concepire un’idea simile, considerata poi la circostanza per cui doveva aver investita la maggior parte delle sue energie nel vigoroso rimprovero che aveva scagliato ai figli. Pensò allora che la precisa intenzione del marito fosse solamente quella di esortarli a scendere dalla struttura in legno a forma di grossa scatola rettangolare che aveva dato loro rifugio servendosi della scure quale avvertimento. Avendola con sé, avrebbe potuto lanciare loro una minaccia, quella di utilizzare la scure all’occorrenza, solo nel caso in cui non si fossero decisi con le buone maniere a scendere, ma difficilmente l’avrebbe tradotta in atto. La moglie sperava ardentemente che timori latenti non si avverassero.
Poco prima il marito aveva provato ad invitarli a scendere, ma non aveva sortito alcun effetto. I suoi due figli non avevano fatta pervenire alcuna risposta affermativa al padre, non acconsentendo di fatto a scendere dalla struttura lignea appesa all’albero. Era consapevole purtroppo che sarebbe dovuto tornare persino a minacciarli per farli scendere con le loro gambe. All’inizio provò persino a capire se sarebbe riuscito ad arrampicarsi fino a raggiungere quello scatolone ligneo così solidamente appeso all’albero, ma l’altezza proibitiva della struttura e soprattutto il suo debilitante indebolimento fisico lo avevano dissuaso giocoforza dall’intento, per cui aveva rigettata l’idea sul nascere.
Trovandosi ora subito sotto la struttura lignea rappresentata dalla casa sull’albero, il padre scultore artista del legno fece un ultimo tentativo rivolgendosi ai figli per convincerli a scendere, ma purtroppo anche questo tentativo non andò a buon fine, per cui li dovette successivamente avvertire che avrebbe dovuto per forza di cose abbattere l’albero per farli scendere. Confessò in tutta sincerità che non si sarebbe potuta trovare alcun’altra soluzione, se non quella che aveva loro appena esposta. I due figli così rincantucciati all’interno del loro ricovero non si fecero però convincere dalle minacce che il padre aveva loro rivolte, fortemente irremovibile nelle sue solide intenzioni, e continuavano a rimanere in silenzio. Indugiava infatti nell’aria un silenzio assoluto. Il marito avrebbe creduto potesse venire rotto almeno dal rumore di qualche movimento proveniente dalla casetta sull’albero, che però non gli giunse neppure flebilmente all’orecchio, per quanto avesse chiusi gli occhi per apprezzare meglio le sonorità circostanti.
Il padre allora si convinse definitivamente che non ci sarebbe stato verso di farli scendere se non quello di utilizzare la scure che si era portata appresso e che poc’anzi gli era servita per dare il ben servito ai suoi due figli, tagliando di netto il loro cupido che si era ormai convinto non avrebbero ultimato. Si era ormai persuaso che questa loro ultima presa di posizione non li avrebbe più restituiti alle loro abituali mansioni artistiche e si sarebbe potuta considerare una ritirata definitiva. Non avrebbe potuto ingannarsi con le sue valutazioni in merito alla loro rinuncia. Del resto, avrebbe potuto affermare che ci aveva già pensato lui stesso a frustrare un ipotetico ritorno di fiamma da parte dei figli, quel sacro fuoco dell’arte che sperava non si spegnesse ancora nel loro animo. Ad ogni modo non sarebbero più potuti tornare a lavorare alla loro opera così tagliata a metà di netto dal padre, il quale aveva provata una cocente delusione che si sarebbe forse raffreddata con il trascorrere del tempo.
Non ottenendo alcun risultato dalle sue minacce verbali, si predispose allora ad utilizzare in concreto la scure che si era portato appresso. Il tronco dell’albero che avrebbe dovuto subire la sua collera gli stava accanto, ma si sarebbe limitato ad incidere la corteccia superficialmente per spaventare i suoi due figli. Sollevando l’arnese affilato ad una buona altezza, sentì di aver riacquistato in un baleno il vigore che lo aveva lentamente abbandonato negli ultimi tempi e se ne meravigliò sommamente, compiacendosene, dal momento che gli sarebbe servito per compiere il suo riprovevole gesto. Tuttavia, si trattò solamente di un’impressione momentanea, ispirata dalla determinazione con la quale stava dando seguito al suo proposito, dal momento che la scure gli cadde dalle mani dopo aver menato il primo e unico energico fendente concessogli dalle sue forze, tornate ad abbandonarlo inesorabilmente subito dopo.
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La tua Arte (terza parte)
Gli venne in mente allora che la moglie potesse aver intesi i suoi feroci rimproveri dall’interno della casa. Non era escluso che fra poco sarebbe uscita a chiedergli spiegazioni esaustive per una reazione che sapeva quanto potesse averla spaventata. Sapeva di non essersi mai comportato così prima d’ora nei confronti dei figli; era stato sempre abbastanza severo, ma non era mai trasceso fino a quel punto. Immaginava che la moglie avesse sentito tutto e che si fosse di conseguenza allarmata per una reazione spropositata che lui stesso credeva non le fosse mai capitato di riconoscere così furente in lui.
Il padre scultore artista del legno era sicuro che l’approccio aggressivo che li aveva visti costretti a subire per forza di cose il suo aspro rimprovero avrebbe spinto la moglie a voler parteggiare per i figli e a desiderare che il marito si mostrasse almeno per una volta più accomodante e comprensivo nei loro confronti. Nel momento in cui il marito aveva scatenata la sua collera, la moglie si trovava di fatto all’interno della casa, ma era riuscita ad ogni modo ad intendere la voce tonante del marito, che aveva preso a rimproverare i figli per un qualche errore che immaginava avessero commesso, provenire direttamente dal suo studio di lavoro.
Lo studio era un edificio unico che si trovava in una posizione distaccata rispetto all’abitazione principale, per cui la moglie per raggiungerlo, come avrebbe voluto, sarebbe dovuta per forza passare dal cortile. Dirigendosi allora verso lo studio del marito, trovò il coniuge proprio lì, subito fuori dallo studio, con lo sguardo rivolto in alto, intento ad osservare attentamente, o piuttosto a contemplare, la casetta di legno sull’albero che aveva costruito ormai diverso tempo addietro.
Cercando di ricostruirsi un ipotetico svolgimento degli eventi dei quali era stata inconsapevolmente informata dalle loro voci, la moglie immaginò che alla fine i figli fossero saliti sopra l’albero, rifugiandosi dentro la casetta che vi era appesa, per sfuggire alle feroci reprimende del marito, al quale avrebbe voluto chiedere spiegazioni per il suo comportamento irriflesso, ma appena prese ad avvicinarglisi, notò distintamente come il suo volto avesse preso a rabbonirsi e non osò perciò disturbarlo. Ad ogni modo riusciva a percepire il conflitto interiore che lo stava animando in quel momento, ma non si sarebbe azzardata per una forma di rispetto a metterglisi accanto con il rischio di turbarlo profondamente, benché fosse di fatto sua moglie e non avrebbe dovuto avere alcun timore a far un tentativo per comprendere le sue sofferenze recondite.
Sebbene la moglie sapesse quanto il marito ultimamente non stesse passando un bel momento, allorché ella stessa aveva intesa la voce tonante di lui provenire dallo studio, le era parso, ad una prima considerazione, alquanto esagerato il rimprovero che aveva potuto intendere, rimanendo di fatto attonita, a tal punto che si era risolta giocoforza a voler prendere le parti dei figli, rimproverati severamente per quella che pareva a lei una questione di poco conto, trascurabile ed alla quale si sarebbe potuto trovare un rimedio in qualche modo. Aveva atteso qualche istante prima di uscire in cortile, abbastanza persuasa che si fosse trattato della classica reprimenda educativa impartita dal marito ai figli per i loro errori, prima di capire che il marito aveva esagerato rispetto alle volte precedenti nelle quali si era mostrato sì severo ma non così irruento. Uscita in cortile poi, lo aveva inteso esortare i figli a scendere. Le era parso che si fosse gradatamente rabbonito con il passare dei secondi; era partito con l’odine imposto loro di scendere immediatamente dalla casa sull’albero per arrivare ad un invito cortese a farlo, adducendo fermamente che non si sarebbe risentito per il loro affronto e non avrebbe perciò pensato a qualche punizione da riservare loro.
La madre sapeva quanto il padre scultore artista del legno desiderasse che i figli seguissero le sue orme, che erano state impresse a lungo dalla sua famiglia, e che in un futuro il padre stesso avrebbe voluto che imprimessero anche loro, magari della stessa entità e rilevanza; avrebbe voluto che apprendessero di fatto i segreti dell’arte di scolpire il legno, tramandati di generazione in generazione, per poi rielaborarli in una loro particolare visione personale. Tuttavia, la madre era altresì consapevole che il marito non avrebbe potuto pretendere dai suoi due figli la stessa attitudine per l’arte riconosciuta nei componenti della sua famiglia che lo avevano preceduto. Non era detto per nulla che i suoi figli avessero una propensione naturale per l’arte, come il padre avrebbe in cuor suo desiderato, da artista di vaglia quale si reputava; e proprio perché si reputava un artista di vaglia avrebbe dovuto accorgersi se i figli celassero in loro un particolare talento per l’arte.
Al padre scultore artista del legno dispiaceva in realtà che i suoi due figli non dimostrassero almeno un po’ dell’entusiasmo che lui stesso era riuscito a dimostrare nell’impegno quotidiano, accanto al padre, chiaramente artista lui stesso, nonno dei due figli, che gli aveva impartiti i suoi insegnamenti e lo aveva seguito nei progressi che lo avevano portato a svolgere la sua attuale professione di scultore, per cui aveva conseguito ottimi risultati che erano valsi anche a lui diversi riconoscimenti.
L’intenzione del padre scultore artista del legno sarebbe stata quella allora di tramandare la sua arte ai figli affinché la potessero loro stessi poi tramandare di generazione in generazione, come era avvenuto con lui e come era avvenuto con i suoi avi per svariate generazioni precedenti alla sua nascita. Avrebbe voluto allora approfittare almeno un po’ di quelle vacanze estive che avrebbero consentito ai suoi due figli di avere più tempo libero da dedicare agli esercizi che avrebbe loro assegnati.
Dentro di sé sentiva di non aver rubato troppo tempo ai loro svaghi. Immaginava che i suoi due figli fossero entusiasti di poter migliorare nella loro arte, svolgendo compiti sempre più difficili per i quali era necessario impiegassero la giusta concentrazione. A giudizio del padre avrebbero dovuto approfittare del tempo libero concesso dalle vacanze estive e dedicarsi di fatto ad affinare la loro tecnica personale. Avrebbero avuto più tempo pure per osservarlo nello svolgimento del suo lavoro, per apprendere a mezzo della vista le particolarità della sua tecnica. Avrebbero potuti apprendere comodamente altri insegnamenti che il padre sarebbe stato chiaramente contento di trasmettere loro più liberamente, sapendoli disimpegnati momentaneamente dalla loro abituale quotidianità scolastica, salvo eventuali compiti assegnanti per casa da svolgersi durante le vacanze estive, per i quali si sarebbe potuto pensare a tempo debito.
Il cupido che aveva assegnato loro da scolpire come compito per le vacanze estive, sebbene fosse ancora sbozzato, non aveva un aspetto sgradevole ad un’attenta analisi estetica. Osservandolo con più attenzione, si era compiaciuto di notare che il lavoro procedeva molto bene. Probabilmente i suoi due figli sarebbero riusciti a portarlo a termine per la fine della stagione estiva, prima del loro ritorno tra i banchi di scuola. Tuttavia, non si sarebbe affatto ingannato se avesse scommesso che la loro attitudine verso l’arte sarebbe cambiata drasticamente a seguito di questo episodio emblematico. Ebbe timore che sarebbero potuti arrivare addirittura a rigettare la loro stessa arte, la quale continuava a credere abbisognasse ancora di tempo per esprimersi al meglio.
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La tua Arte (seconda parte)
Non era escluso che potesse andare più o meno com’era andata anche a lui in passato; in altre parole, che si potessero ripetere le stesse situazioni che aveva vissute con suo padre prima di loro. Tuttavia, prima di farli uscire allo scoperto, avrebbe dovuto riconoscere lui stesso in loro l’acquisizione di una giusta maturità artistica con la quale riuscire a padroneggiare efficacemente e brillantemente l’arte che per tutti quegli anni aveva ed avrebbe stimolata in loro. Auspicava che i suoi figli non si dimostrassero mai pienamente soddisfatti del loro lavoro, realizzati nella loro professione artistica. Si augurava che la loro miglior opera potesse essere sempre la prossima. Avrebbe desiderato che la loro arte potesse sempre mostrarsi perfettibile e che non individuassero in essa un punto d’arrivo di comodo che li dissuadesse dal volersi sempre migliorare. Il padre scultore artista del legno allora non aveva mai cercato di discostarsi da questo modo di ragionare che aveva caratterizzata la sua famiglia e che egli stesso si era trovato ad ereditare.
Il padre scultore artista del legno proveniva infatti da un’illustre famiglia di artisti che aveva maneggiata lungamente questa materia in passato, ottenendo notevoli risultati, che avevano portato i suoi membri a conseguire prestigiosi riconoscimenti, dimostrando ampiamente l’eccellenza della loro arte. Si erano susseguite numerose splendide generazioni d’artisti del legno che avevano contribuito a dare lustro a questa famiglia, attraverso i secoli che si erano succeduti fino ai giorni nostri. Le radici affondavano a qualche secolo fa, ed avevano donata linfa vitale all’albero genealogico che vi era cresciuto sopra a dismisura e che raccoglieva tra le sue diramazioni una nutrita schiera di suoi rinomati rappresentanti.
Il padre scultore artista del legno sperava che tra queste note personalità dell’arte si potessero annoverare in un futuro non molto lontano pure i suoi figli, in qualità di ultimi discendenti di questa illustre famiglia ed eredi di quest’arte atavica, la quale loro stessi avrebbero dovuta saper maneggiare ad un livello tale da far sì che corrispondesse a quel che in cuor suo avrebbe desiderato. Il padre scultore artista del legno attendeva allora il giorno che avrebbe potuta ammirare un’opera che dimostrasse che avevano raggiunta finalmente una certa maestria; un qualche manufatto o una scultura vera e propria, modellata dalle loro mani fattesi esperte. Invero, considerata la giovane età dei suoi due figli avrebbe dovuto mostrarsi meno pretenzioso.
Capitò allora che in una giornata estiva qualsiasi il padre scultore artista del legno non avesse abbassate le sue pretese in fatto d’impegno da parte dei suoi due figli ed avesse perciò richiesta la loro collaborazione per il completamento di una scultura che avrebbe dovuto consegnare a breve ad un suo committente. Avrebbero dovuto infatti assisterlo nelle ultime fasi di rifinitura di una scultura raffigurante Apollo e Dafne che gli era stata commissionata tempo addietro. Dal momento che la loro assistenza non richiedeva che svolgessero mansioni troppo impegnative per cui avrebbero dovuta adoperare la maestria che avevano acquisita fino a quel momento, il padre scultore artista del legno sperava che i suoi due figli non trovassero la loro mansione poco gratificante a tal punto da dissuaderli dall’impiegare il doveroso impegno che sarebbe stato auspicabile che dimostrassero davanti ai suoi occhi.
Ultimamente però al padre era capitato di riscontrare quanto poco impegno ci stessero mettendo i suoi figli nei compiti che assegnava loro e che immaginava perciò li considerassero come ingrati. Era fermamente convinto che li avrebbero dovuti accettare nella misura in cui sarebbero arrivati a trarne proficui insegnamenti per raggiungere in un futuro la giusta maturità artistica che li avrebbe portati ad essere padroni della loro arte e perciò a realizzare opere degne di nota. Qualcuno magari in un futuro prossimo avrebbe potuto riconoscere in loro un certo talento nascosto che tendeva ancora solo ad intravedersi. Sperava allora, sempre ardentemente, che si celasse latente in loro questo talento per l’arte e che quindi ritardasse ad uscire allo scoperto.
Perciò arrivò ad irritarsi perché la figlia aveva limato troppo una parte del volto della scultura di Apollo e Dafne, a tal punto che il volto di Dafne ne risultò irrimediabilmente deturpato, assumendo un’espressione straziante. Il padre si accorse subito dell’errore commesso dalla figlia che aveva prestata poca attenzione nel processo di limatura, manifestatosi in un passaggio forse troppo vigoroso, e montò su tutte le furie, financo a riprenderla energicamente per la sua negligenza. Il padre l’accusò allora di aver irrimediabilmente compromessa la perfezione che riteneva di aver conferita alla scultura attraverso l’espressione del volto, alla quale si stavano apportando gli ultimi ritocchi e le ultime definizioni.
Il padre aveva perso il lume della ragione ad aveva preso a rimproverare la figlia, come mai gli era capitato prima d’ora. La figlia era rimasta terrorizzata, senza potersi capacitare di questo scoppio d’ira, e aveva preso a tremare come una foglia di fronte alle sue reprimende. Il fratello era rimasto allibito dalla reazione irruente del padre che si scagliava contro la figlia, e aveva quindi prese le parti della sorella che considerava vittima di un rimprovero per nulla commisurato alla colpa che le era stata imputata, per un errore che si sarebbe anche potuto correggere in qualche modo e che non poteva aver danneggiata e compromessa irreparabilmente la scultura lignea di Apollo e Dafne. Il fratello allora prese la lima che era caduta a terra dalle mani della sorella e modificò l’espressione del volto di Apollo a suo piacimento. Si mostrò determinato così a pareggiare l’equivalente espressione straziante impressa maldestramente dalla sorella sul volto di Dafne. Quello che la sorella aveva fatto involontariamente, il fratello lo fece invece volentieri, per mettersi contro il padre e difendere così la sorella dai suoi feroci rimproveri. Lasciò poi cadere la lima a terra e si mise sulla difensiva, conscio che il padre sarebbe diventato una furia per la portata dell’affronto che gli aveva mosso così spavaldamente; un ulteriore affronto che il padre non avrebbe affatto digerito, proprio come quello immediatamente precedente, e che lo avrebbe portato ad ingigantire la sua collera fino al parossismo estremo, come di fatto accadde.
Notando come il fratello avesse prese le sue difese, la sorella si rianimò subito, armandosi di un coraggio che di fatto non pensava di possedere, e lo assommò quindi a quello del fratello. I due fratelli si sarebbero sostenuti meglio a vicenda e si sarebbero ribellati ad una forma di autorità che ritenevano troppo esagerata. Riuscirono effettivamente a darsi man forte a vicenda. Coalizzatisi assieme, i due fratelli avevano fronteggiato il padre, minacciandolo che avrebbero mollato tutto, non solamente l’assistenza che gli avevano fornita nella realizzazione della scultura di Apollo e Dafne, ma soprattutto il compito assegnato loro per le vacanze estive, le quali avrebbero volute trascorrere in modo leggermente diverso.
Avrebbero voluto che il padre alleggerisse di fatto il loro compito, la scultura che aveva loro assegnata da realizzare, il cui impegno avrebbe dovuto conciliarsi con il bisogno che nutrivano di poter godere di un meritato riposo che ipoteticamente sarebbe dovuto giungere al termine delle loro fatiche scolastiche. Lo avevano anelato da diverso tempo questo periodo di riposo; dopo gli impegni scolastici ai quali avevano dovuto adempiere per forza di cose. Avrebbero sperato allora che il padre non se ne approfittasse del cospicuo lasso di tempo vacanziero che avrebbero avuto a loro disposizione prima di ritornare inesorabilmente tra i banchi di scuola. Il padre invece era stato di tutt’altro avviso e pareva non essersi dato pensiero della loro insofferenza e del loro disagio; stati d’animo demotivanti, che in fin dei conti potevano aver condizionata la sorella a commettere quell’errore di limatura che lo aveva fatto così infuriare.
Tendevano a rimanergli di fronte per tenergli fieramente testa, senza abbassare lo sguardo e senza dare l’impressione di poter cedere moralmente ai suoi rimproveri. Tuttavia, dopo alcuni secondi di stallo durante i quali avevano valutato dal solo osservarne i lineamenti alterati del volto che il loro coraggio non sarebbe stato di per sé sufficiente a fronteggiarlo, e al più non sapendo prevedere quali sarebbero state le conseguenze immediate della loro ribellione nel breve e nel lungo termine, a mezzo magari di qualche punizione che il padre stesso avrebbe potuto riservargli ed infliggergli, cambiarono decisamente strategia e si risolsero per trovare una via di fuga che potesse metterli a distanza di sicurezza dalla collera impetuosa che lo aveva avvinto e che speravano non lo portasse in ultimo a diventare manesco.
I due fratelli si guadarono a vicenda e pareva avessero allineati i loro pensieri nella stessa direzione; una direzione tanto immaginaria quanto concreta, che li avrebbe condotti sopra la casa di legno sull’albero che il padre scultore artista del legno aveva costruita loro in previsione della loro nascita, poiché sperava che in un futuro vi si potessero accomodare placidamente per riflettere su quanto bella fosse la vita, e quindi sostare indefinitamente ad osservare il mondo da un’altra prospettiva. Tradussero perciò il loro nuovo proposito in atto, e scapparono via di corsa. Dal momento che rispondendo a tono ai suoi rimproveri ed alle sue accuse non erano certi di potersi aspettare che riconoscesse il suo errore e la relativa reazione scomposta a tal punto da chieder loro scusa per averli così aggrediti, decisero di fuggire via assieme, cogliendo il padre di sorpresa, senza che si fosse potuto rendere conto o prevedere che avrebbero potuta darsela a gambe levate, giusto nel lasso di tempo che servì a loro due per uscire dalla sua visuale.
Il padre scultore artista del legno accennò qualche passo nella loro direzione, senza però risolversi se rincorrerli o meno, sicché ristette sul nascere dalle sue intenzioni. Rimuginò tra sé e sé. Pensò coscienziosamente che un’altra reazione inconsulta, condizionata dal nuovo comportamento adottato dai suoi due figli che li aveva portati a fuggire da lui per mettersi convenientemente al riparo dalle sue feroci reprimende, sarebbe stata alquanto deleteria, per lui principalmente. Si sarebbe configurata come una mossa invero altamente imprudente, che avrebbe potuto mettere i suoi figli contro di lui, finché avrebbero finito per odiarlo definitivamente. No, magari quello no, non avrebbe voluto pensarci nemmeno per un istante. Sarebbe potuta venire meno la stima ed il rispetto verso di lui che era loro padre, ma non poteva pensare minimamente che i suoi due figli potessero arrivare a provare un sentimento di disprezzo totale nei suoi confronti, magari riuscendo pure a mascherarlo opportunamente ai suoi occhi indagatori.
Si appressò lentamente al vano d’uscita del suo studio, che dava direttamente sul cortile prospicente, dal quale si innalzava l’imponente albero che ospitava la casetta che aveva a suo tempo costruita loro con affabile zelo. Sollevato lo sguardo e rivoltolo fissamente a quella scatola lignea appesa all’albero che aveva appena dato rifugio ai suoi due figli, riconobbe onestamente di aver montata un po’ troppa collera nei loro confronti e si rammaricò alquanto per la sua reazione spropositata.
Con l’avvicinarsi cadenzato al vano d’uscita dello studio, il padre scultore artista del legno aveva notato fin troppo distintamente come i suoi due figli avessero ritirata la scala a corda che serviva per salire sopra la casa di legno; dandogli così ad intendere, come sempre del resto, che si sarebbero voluti raccogliere in loro stessi lì sopra al suo interno e che per il padre collerico non c’era spazio in quel luogo spensierato, il quale non avrebbe dovuto accogliere la sua irreprimibile rabbia. Il padre allora comprese subito di aver esagerato e cercò di riparare alla sua feroce intemperanza chiamandoli a gran voce per invitarli a scendere, con il provare a dare loro ad intendere che si era tranquillizzato e avrebbe trovata una soluzione alternativa al danno procurato. Ad ogni modo prestò particolare attenzione a non umiliarsi di fronte ai figli con il rendersi troppo accondiscendente nei loro confronti. Riuscì infatti ad impedire recisamente che sentimenti troppo concilianti a lui alieni in quel periodo prendessero il sopravvento, su di lui principalmente e sulle sue irremovibili decisioni, che almeno per il momento ammettevano solamente un parziale accomodamento provvisorio con i figli fuggiaschi.
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La tua Arte (prima parte)
Il padre scultore artista del legno aveva rimproverati i suoi due figli per l’ennesima volta e per l’ennesima volta i suoi due figli si erano rifugiati sopra la casa sull’albero che aveva costruita diverso tempo addietro in previsione del loro imminente arrivo.
Al tempo in cui l’opera era in costruzione, la moglie gravida soleva indicarla entusiasticamente ai due gemelli nascituri, lodando l’abilità dell’artista che sarebbe diventato loro padre, nella dolce attesa del lieto evento in cui avrebbe potuto finalmente accoglierli tra le sue braccia.
Non era la prima volta che riprendeva i suoi due figli divenuti adolescenti, ma non immaginava che si sarebbero andati ancora a rifugiare sopra la casa sull’albero. Sperava in cuor suo che non ci sarebbero più saliti alla loro età. I suoi figli, un maschio ed una femmina nati da un parto gemellare, avrebbero dovuto dimostrare per una volta di aver accettata la reprimenda educativa che aveva rivolta loro allo scopo di richiamarli ad una maggior concentrazione nell’adempimento dei compiti loro assegnati, i quali richiedevano la loro solerte assistenza in qualità di aiutanti, durante lo svolgimento del suo lavoro. Tuttavia, in cuor suo pareva essersi reso conto stavolta di aver esagerato ad averli sgridati troppo duramente.
Ormai capitava da diverso tempo che perdesse la pazienza facilmente per un nonnulla, ma non si sarebbe potuto affermare che si scagliasse solamente sui suoi due figli in particolare. L’origine della sua recente irritabilità non la si sarebbe potuta ricercare nella loro attitudine che, a conti fatti, sarebbe stato ingeneroso considerare svogliata, improduttiva. I suoi due figli infatti cercavano in tutti i modi di dimostrarsi diligenti in sua presenza, attivi, impegnandosi al meglio delle loro possibilità.
Il padre scultore artista del legno avrebbe dovuto perciò acquisire la consapevolezza che i suoi figli non rappresentavano un capro espiatorio di qualcosa al quale non avrebbe saputo dare il nome e nemmeno comprendere. Non si sarebbe potuto negare che i motivi che influivano ad alterare il suo umore, turbandolo fintanto ad arrivare ad accanirsi con i suoi due figli, affondassero le radici in un passato gravido di ricordi inaccettabili, che avrebbe fatti fatica a dimenticare, qualora lo avesse desiderato per davvero.
In passato riteneva di essersi sempre mostrato sufficientemente comprensivo quando si trattava di sottolineare lo scarso impegno denotato dai suoi due figli nell’esercizio quotidiano della loro arte. Sperava di convincersi che avessero un qualche talento artistico e che questo potesse venir loro riconosciuto in un futuro prossimo; cioè quando sarebbero stati pronti ad esporre le proprie opere d’arte, e spiegarle per forza di cose, contestualizzarle e persino giustificarle, se vi fosse stato bisogno, al cospetto magari di eventuali cultori o detrattori intransigenti.
Non era escluso che potesse andare più o meno com’era andata anche a lui in passato; in altre parole, che si potessero ripetere le stesse situazioni che aveva vissute con suo padre prima di loro. Tuttavia, prima di farli uscire allo scoperto, avrebbe dovuto riconoscere lui stesso in loro l’acquisizione di una giusta maturità artistica con la quale riuscire a padroneggiare efficacemente e brillantemente l’arte che per tutti quegli anni aveva ed avrebbe stimolata in loro. Auspicava che i suoi figli non si dimostrassero mai pienamente soddisfatti del loro lavoro, realizzati nella loro professione artistica. Si augurava che la loro miglior opera potesse essere sempre la prossima. Avrebbe desiderato che la loro arte potesse sempre mostrarsi perfettibile e che non individuassero in essa un punto d’arrivo di comodo che li dissuadesse dal volersi sempre migliorare. Il padre scultore artista del legno allora non aveva mai cercato di discostarsi da questo modo di ragionare che aveva caratterizzata la sua famiglia e che egli stesso si era trovato ad ereditare.
Il padre scultore artista del legno proveniva infatti da un’illustre famiglia di artisti che aveva maneggiata lungamente questa materia in passato, ottenendo notevoli risultati, che avevano portato i suoi membri a conseguire prestigiosi riconoscimenti, dimostrando ampiamente l’eccellenza della loro arte. Si erano susseguite numerose splendide generazioni d’artisti del legno che avevano contribuito a dare lustro a questa famiglia, attraverso i secoli che si erano succeduti fino ai giorni nostri. Le radici affondavano a qualche secolo fa, ed avevano donata linfa vitale all’albero genealogico che vi era cresciuto sopra a dismisura e che raccoglieva tra le sue diramazioni una nutrita schiera di suoi rinomati rappresentanti.
Il padre scultore artista del legno sperava che tra queste note personalità dell’arte si potessero annoverare in un futuro non molto lontano pure i suoi figli, in qualità di ultimi discendenti di questa illustre famiglia ed eredi di quest’arte atavica, la quale loro stessi avrebbero dovuta saper maneggiare ad un livello tale da far sì che corrispondesse a quel che in cuor suo avrebbe desiderato. Il padre scultore artista del legno attendeva allora il giorno che avrebbe potuta ammirare un’opera che dimostrasse che avevano raggiunta finalmente una certa maestria; un qualche manufatto o una scultura vera e propria, modellata dalle loro mani fattesi esperte. Invero, considerata la giovane età dei suoi due figli avrebbe dovuto mostrarsi meno pretenzioso.
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Il patto felino
Beatamente disteso sopra il tatami della mia camera da letto, mi trastullo con la totale libertà della quale sto godendo in questo momento. Sento di potermi ritenere fortunato, poiché avrò la casa a mia completa disposizione per l’intera serata. Ho programmato di trascorrerla rasserenato nell’animo, conscio di essermi liberato della presenza dei due individui con i quali divido l’appartamento in cui viviamo qui in Giappone, nonché le relative spese d’obbligo. Ero riuscito a invitare entrambi a cercare altrove il loro nido d’amore, dove poter miagolare senza correre il rischio di importunare qualcuno o di esser importunati.
Sono immobilizzato nella mia posizione supina di placido rilassamento, restio a compiere movimenti, ma a un tratto sento sopraggiungere borborigmi provenienti dallo stomaco: sarebbe il caso che lo faccia smettere di brontolare. Sollevatomi quindi dal tatami con notevole sforzo di volontà, mi adopero per andare a prepararmi qualcosa da mangiare. Senza accorgermene, mi sono trascinato verso un orario in cui si è soliti cenare.
Ricordo di aver comprato ieri della tempura e perciò mi avvio fiducioso in direzione del frigorifero. Frattanto prendo la decisione di abbinare il mio succulento acquisto del giorno prima a una scodella di udon con cui ho la sensazione si possa sposare egregiamente. Lo scenario desolante che mi si presenta davanti agli occhi però, ispezionando l’interno illuminato, che sollecita un ammiccamento prolungato, mi indispettisce parecchio. Non riesco a individuare il mio pasto. Dev’essere già stato consumato.
Immediatamente il sospetto ricade sui miei coinquilini: probabilmente con l’intento di volermi fare un dispetto devono avermi sottratto il pasto prima di uscire. Sembra non sia bastato loro avermi convinto ad assentarmi da casa per qualche ora in serate prestabilite al fine di lasciar loro maggiore intimità. Avevano assunto un comportamento incommentabile, disdicevole, sebbene tempo addietro avessimo convenuto che avrebbero potuto accoppiarsi in mia assenza per due serate a settimana e io mi ero sempre trovato ben disposto a fare loro il piacere di liberarli della mia presenza. Quest’oggi mi ero mostrato irremovibile: se avessero voluto miagolare indisturbati, sarebbero stati loro a uscire di casa stasera, sarebbero stati loro a dover rispettare i patti.
Ripenso a come ci avessero provato poco fa, prima di uscire, a blandirmi per guadagnare una serata extra. Non mi ero mostrato accondiscendente e perciò se ne erano andati via mestamente a miagolare altrove, verso il loro nido d’amore surrogato. Magari si erano nascosti in qualche anfratto in penombra, risparmiato dalle luminarie circostanti, le quali qui in Giappone e specialmente a Tokyo con la loro invasiva presenza tendono a non preoccuparsi di apparire discrete.
Data la situazione imprevista, mi impegno a reprimere la collera pensando a qualche frivolezza. Non mi sarebbe dispiaciuto trasformarmi in un bakeneko dei racconti fantastici: uno di quei gatti indemoniati che zampetta con passo felpato, sinuosamente avvolto nel buio, con i suoi inquietanti occhietti a fessura che perforano la notte, scrutando l’oscurità d’attorno. Mutato in tali sembianti, sarei potuto andare a spaventarli con il favore delle tenebre, per vendicarmi di questo scherzetto infantile che mi priva della mia cena; tutt’al più che non vi è alcuna clausola nel nostro patto che reciti di non poter attuare una vendetta personale. Avrei avuta perciò ragione di restituirla a tempo debito. Qualora ne avessi avuta l’intenzione, avrei provato a pareggiare i conti con loro. Avrei tentato di rifarmi in qualche modo del pasto che si erano sbafati.
Torno a ripensare a cosa mettere sotto i denti e non trovo altra soluzione se non uscire di casa per procacciarmi la cena. I borborigmi stanno salendo d’intensità. Non ho però voglia di prendere dell’altro sushi in offerta al supermercato. Mi capita talvolta di farci un pensierino verso ora di cena, quando arriva il momento in cui l’improbabilità di poterlo vendere tutto, trattandosi di cibo che deperirebbe se si arrivasse al giorno successivo, spinge i commercianti a offrirlo a metà prezzo, sperando quindi di non doverlo buttare via al termine del giorno stesso. Mi stuzzica invece l’idea di prospettarmi qualcosa che si possa scaldare o che sia predisposto alla cottura, ma che non sia troppo dozzinale, come i noodles istantanei o come qualche altra “pietanza” da konbini. Pervengo allora a un’altra idea allettante e valuto che è giunta l’ora di utilizzare la tessera segnapunti del mio locale di ramen prediletto. Devo usufruirne prima che si esaurisca la sua validità. Si sta avvicinando infatti la data di scadenza programmata da quanto stabilito dall’iniziativa promozionale. Potrò così ordinare a mio piacimento un piatto di tsukemen gratuito a seguito dei pasti accumulati fino ad ora.
Decido di recarmici subito. L’idea di poter consumare dello tsukemen bollente non potrebbe non allinearsi meglio con i miei bollenti spiriti, anche se vorrei che la mia irritazione scemasse al pensiero di una tale gratificazione culinaria, al più sapendo con certezza di poterla ottenere gratuitamente. È una fortuna che il mio locale preferito non disti molto dal nostro stabile. Solo alcuni chilometri ci separano. Scendo perciò di sotto, per mettermi in sella alla mia mamachari: la bicicletta da donna con cestino che avevo acquistata a un prezzo conveniente da un risaikuru. Tuttavia, quando arrivo nei pressi del pergolato allungato che protegge la rastrelliera lungo la quale sono allineate le biciclette del condominio in cui vivo, un moto di dispetto torna ineludibilmente a scuotere la mia tranquillità, alla vista di come alcune biciclette fossero cadute e ne avessero interessate altre che si erano anch’esse distese a terra, creando un effetto domino.
Cerco di dominare la rabbia che torna a montarmi dentro. Individuo senza possibilità d’errore la mia bicicletta incastrata lì in mezzo e sento che vista la situazione farò fatica a riacquistare la tranquillità sulla quale ritenevo di fare affidamento per quella serata. Se fossi d’umore migliore mi impegnerei a rimettere le cose a posto. Potrei provare ad accomodare le altre biciclette nella loro posizione originaria, ripristinando quello che doveva essere il contesto precedente, prima della catastrofe a catena, non così inconsueta quando ci si trova al cospetto di una teoria infinita di biciclette. Tuttavia, sento che il mio stato d’animo attuale non mi aiuterebbe nell’impresa, per cui dovrò limitarmi a estrarre la mia bicicletta da quel groviglio, nonostante un po’ mi dispiaccia non rimediare al disastro. Tento di impegnarmi alla bell’e meglio, grossomodo con discreto successo. L’aria intrisa di abbondante umidità, seppure in un orario serotino, mi ha fatto sudare copiosamente e il desiderio di riempire la mia pancia si fa ancor più incalzante.
Riesco infine a recuperare la mia mamachari. Inforco la bicicletta emettendo un sospiro liberatorio e mi trovo a coprire in brevissimo tempo la poca distanza che mi separa dal locale. Trovo l’ambiente interno particolarmente affollato, con diversi avventori abituali ai quali faccio un cenno di saluto amichevole. Facendo errare lo sguardo qua e là riesco a trovare un posto libero localizzato in un cantuccio. Si trova mestamente addossato al muro, al termine del lungo bancone che circonda la cucina a vista, caratterizzante la più parte dei locali impostati su questo particolare genere di architettura d’interni.
Su invito caloroso dei dipendenti, mi decido a occupare il posto libero prima che ci pensi qualcun altro. Mi siedo compostamente e attendo di poter ordinare il pasto che ho già impostato nella mia mente. Il mio immaginario me lo ha già proposto durante il tragitto che mi ha portato al locale, per cui non appena mi si chiede cosa desideri torno con i miei pensieri nel mondo reale con già la risposta pronta e faccio subito la mia ordinazione.
In attesa del piatto di tsukemen, sposto la mia attenzione altrove e mi concentro sugli avventori che popolano il locale. Intorno a me, come d’abitudine, si sta liberando dalle bocche dei clienti pasteggianti una sinfonia di risucchi. Dalle bacchette gli spaghettini avvolti dal brodo ascendono alla bocca producendo rumori che tentano di sincronizzarsi a vicenda, cercando insistentemente un’armonia comune. Subito il pensiero mi riporta a mia madre, la quale quand’ero piccolo non trascurava mai di ammonirmi di non fare rumore con la bocca quando mangiavo, e favorisce così la comparsa di uno di quei soliti sorrisi che tento di nascondere alla clientela ogni qual volta mi capita di assistere a questi peculiari “concerti” di risucchi.
Cerco di evitare che mi possano notare. Non vorrei che si risentano con me. Se alcuni avventori riuscissero ad accorgersi di quanto mi sto divertendo alla faccia loro, benché l’espressione aleggiante sul mio volto possa suggerire come sia sovrappensiero, sicuramente non mi comprenderebbero appieno e mostrerebbero sconcerto, finanche a spazientirsi; mi considererebbero magari una persona insolente che li voglia canzonare senza alcuna vergogna. Ne avrebbero ben donde e non li potrei di certo biasimare per questo.
Decido allora di mettere maggior giudizio nel mio atteggiamento contegnoso e mi predispongo a farmi gli affaracci miei per non rischiare di indispettire la clientela del locale. Cambio obiettivo e rimugino su quale tipo di vendetta potrei attuare ai danni dei miei coinquilini dispettosi. Sento di essere nel mio pieno diritto di rivalermi su di loro a mio piacimento e a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo a mia disposizione.
Mentre penso quale possa ritenersi la soluzione migliore per i miei fini, arriva la mia cena: preceduta da una scia di vapore allettante, si presenta fumigante ai miei occhi estasiati. Il personale è stato celere a preparare il piatto di tsukemen. Consumo il mio pasto voracemente, mettendo per un po’ da parte i miei propositi vendicativi. Dopo essermi lautamente rifocillato e aver notificata al gestore la gratuità della mia cena, mi congedo complimentandomi con il personale e mi dirigo verso l’esterno per recuperare la mia bicicletta.
Rifletto qualche istante se non sia il caso di differire il mio ritorno a casa ed estendere quindi la mia serata per svagarmi un po’. Potrei trarre vantaggio da questa nuova prospettiva, per capire se dentro di me nel mio animo vi sia da qualche parte un’inclinazione al perdono nei confronti dei miei coinquilini. Tuttavia, pur volendo passare mentalmente in rivista intrattenimenti appetibili che potrebbero fare al caso mio, dei quali potrei usufruire in solitaria, mi riduco a individuare solo luoghi deprimenti come le sale dei pachinko. Finisco quindi per non mostrare alcuna esitazione a mettermi sulla via di casa, inforcando di nuovo la mia bicicletta. Sarebbe stata dura che indulgendo in tali passatempi potessi ammorbidirmi.
Sulla strada del ritorno un poliziotto mi intima di fermarmi, per verificare se la mia mamachari sia davvero mia, se io ne sia il vero possessore con tanto di registrazione identificativa. Probabilmente non avendo molto da fare e scorgendo in me un forestiero, ha deciso di sottoporre la mia bicicletta all’ennesimo controllo. Dal momento che il tasso di criminalità in una città come Tokyo non è molto alto, pare che i poliziotti non si trovino impegnati di solito con mansioni troppo gravose e si adoperino magari con altre meno gravose ma parimenti dignitose, come aiutare una vecchietta ad attraversare la strada oppure recuperare un gattino impaurito sopra un albero. Ecco, perché non erano andati a scovare i miei coinquilini, invece di fermarmi per l’ennesima volta?
Conclusa la prassi del controllo, riprendo la strada verso casa, augurandomi di non dover imbattermi in altre seccature che mi rovinino l’umore già guastatosi ma al contempo parzialmente rallegratosi dopo il pasto consumato poco prima. Mi fermo davanti alla rastrelliera delle biciclette messe in fila e noto come la fila stessa sia stata impeccabilmente ripristinata. Qualche volenteroso si era reso disponibile per l’ingrato compito, a beneficio di tutto il condominio. Torno a sentirmi un po’ in colpa per non averci pensato io stesso. Avevo lasciato a qualcun altro una tale incombenza. Preferisco non rischiare di sentirmi mortificato e mi autoconvinco che la prossima volta sarò io ad assumermi oneri e onori, perché sono sicuro che ci sarà una prossima volta.
Mi avvicino ancor di più e noto come vi siano anche le biciclette dei miei due coinquilini e ciò mi procura enorme irritazione. Dovevano aver atteso che me ne andassi per tornare sui loro passi. Devono trovarsi dentro casa in questo momento. Infilo la bicicletta nella rastrelliera, senza curarmi se possa nuovamente cadere assieme alle altre, e corro su per le scale verso il nostro appartamento.
Mi fermo davanti alla porta e non mi inganno nel sentire dall’interno provenire dei miagolii. Mi sento così infuriato che prenderei a calci la porta d’ingresso, ma decido saggiamente di recuperare le chiavi, nonostante le mani mi prudano. Le trovo e lentamente faccio per aprire. Mi muterò in ninja, muovendomi silenziosamente all’interno. Mi preoccuperò di non fare rumore, entrerò, riempirò una pentola di acqua calda e la lancerò addosso ai miei coinquilini, che fino a quel momento saranno ignari della mia presenza.
Mi accingo ad aprire con la chiave. Completo l’operazione senza far rumore. Con troppa tensione addosso decido però all’ultimo che sarebbe preferibile che vada a prendermi qualcosa da bere per schiarirmi le idee. Faccio per dirigermi al primo distributore disponibile. Prima però faccio tappa presso la rastrelliera e termino il lavoro che ho lasciato a metà: chiudere con il lucchetto la mia mamachari. Mi accuccio, preoccupandomi di non urtare una bicicletta qualsiasi che potrebbe innescare l’effetto domino, ma ovviamente mi mostro maldestro e con un movimento inconsulto ne faccio cadere alcune. Dal trambusto che ne segue vedo uscire due gattini impauriti. All’istante mi sovviene un’idea che reputo brillante e in un lampo riesco ad afferrarli per la collottola.
Torno a salire le scale con passo felpato. Le mani occupate non mi serviranno ad aprire la porta di casa che ho lasciata appoggiata poco fa al battente. Entrerò cauto e lancerò loro addosso i due gattini. Davanti alla porta affino l’udito, ma non carpisco alcun movimento all’interno, nessun miagolio, se non quello delle due bestiole che ho in mano.
Mi mostro esitante a varcare la soglia. I due gattini in mio possesso hanno preso ad agitarsi con le zampette. Mi graffiano entrambi le mani. Sono costretto a mollare la presa. Tento di reprimere invano un urlo di dolore, mentre li vedo fuggire celeri giù dalle scale. Mi sto massaggiando le mani doloranti, allorché vedo subito dopo provenire dalle scale e mettere piede sul pianerottolo i miei due coinquilini che mi guardano perplessi mentre seguito a imprecare senza soluzione di continuità.
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Gente crossmediale

Di Francesco Pellegrini
Henry andò a trovarla subito dopo il vernissage. Passetti affrettati vennero ad aprirgli. Sally spalancò il portone con un sorriso raggiante, che subito smorzò, con espressione di esitante stupore. Henry rimase leggermente disorientato da questa accoglienza enigmatica, ma la riacquistata allegrezza della sua fidanzata sembrò fugare ogni sospetto. Con sé recava una sportina colorata ma non sufficientemente diafana da intuirne precisamente il contenuto. Si richiuse adagio il portone alle spalle. Rimase con la giacca addosso.
“Ti sei annoiata tutto questo tempo?”, le domandò Henry con un bonario sorriso affettuoso mentre la seguiva in salotto.
“Ho letto un libro in attesa del tuo ritorno…”, rispose con aria annoiata e un po’ indispettita, e quale prova a sostegno delle sue parole accennò con gesto vago al libro sopra al comodino accanto al divano. Si divertiva talvolta a stuzzicarlo e a farlo sentire un po’ in colpa.
“Era un libro appassionante?”, chiese Henry fingendo interesse.
“Sicuramente più appassionante del tuo maledetto vernissage!”, sbottò Sally di rimando, fingendo sussiego; con sommo compiacimento diede una risposta tanto sbrigativa quanto risentita e, voltandosi, raggiunse il divano lì appresso e si mise a sedere incrociando le braccia in un atteggiamento di irritato contegno. Lo stava fissando sfidandolo con sguardo fiero.
“Lo sai che non potevo venire meno a una promessa. Mi reputo un uomo d’onore. Come tu ben sai, una promessa è pur sempre una promessa. Non ho grande stima per le opere del mio collega, ma trattasi pur sempre di un collega con il quale preferisco continuare a mantenere un buon rapporto. Mai venire meno alle convenienze!”, cercò Henry di riallineare la conversazione sui giusti binari della comprensione reciproca.
Sally fece per dire la sua, ma fu bloccata appena provò ad aprir bocca. L’intervento di Henry non era ancora terminato. Lo riprese e si preparò ad ampliarlo con l’intenzione di mitigare la sua scontrosità, della quale egli stesso reputava di esserne l’artefice, e farle tornare perciò un po’ di buon umore.
“Se vuoi ti racconto com’era la mostra… Dunque, non hai idea di cosa si sia inventato questa volta… Sculture sullo stile neoclassico… Cioè le sculture possedevano la plasticità dei movimenti di ispirazione neoclassica, ma ciò che le differenziava dalle loro illustri predecessore, qualora volessimo conferire a queste vili epigoni una parvenza di dignità artistica, era che al posto della testa avevano il vecchio tubo catodico delle televisioni di una volta. Non che fosse originale la trovata in sé, ma è l’interazione con queste statue in simil marmo che mi ha colpito. Pensa che con un’applicazione da cellulare prendevano vita. Ne ho risvegliata una per provare. Con una funzione specifica si apriva verso l’interno del tubo catodico una specie di tendina a forma di calotta del tipo simile alle visiere dei caschi delle motociclette. L’interno era cavo e racchiudeva un grammofono che si azionava con una funzionalità impostata nella relativa applicazione… Alla prima nota musicale la statua si animava a bomba facendo schizzare qua e là i suoi arti infissi a dei perni concentrati all’interno dell’anima materica. Ovviamente le membra della statua rimanevano sospese da terra con la medesima struttura attaccata a un palo che poggiava su un piedistallo e terminava su per il culo della statua…”, terminò la sua esposizione con questa osservazione perentoria. Aveva provato piacere a dilungarsi con particolari dettagliati e pittoreschi, convinto che l’espressione interessata e divertita di Sally non fosse solo di facciata e lo stesse ad ascoltare genuinamente coinvolta.
“Che porcheria!”, osservò opportunamente divertita e rafforzò il suo verdetto con un’espressione di disgusto, “Hai fatto acquisti vedo…”, alluse strizzando l’occhio alla sportina che Henry seguitava a tenere in mano.
“Ah sì, ho comprato un catalogo sull’opera omnia di Gian Lorenzo Bernini alla libreria della mostra.”, confessò tirando fuori il volume ponderoso dalla sportina e fece per allungarglielo pensando volesse darci un’occhiata.
Sally ritenne preferibile restare al gioco gratificando le sue spontanee manifestazioni di entusiasmo. Si alzò perciò dal divano e allungando il braccio intese raccogliere l’invito. Henry le porse il volume della monografia su Gian Lorenzo Bernini, al quale diede una scorsa sfogliandolo con quel minimo d’interesse che credeva di saper simulare.
“Anche tu con questa fissazione su Gian Lorenzo Bernini, va bene che sei uno scultore, va bene che anche tuo fratello lo è, va bene che non si sa chi sia il più bravo fra voi due… Oddio, forse un’idea ce l’avrei…”, dichiarò Sally e a quest’ultima osservazione si lasciò sfuggire un risolino con il quale voleva affettuosamente motteggiarlo. Fece allora per voltarsi verso Henry che accolse benevolmente l’illazione e aprì il volto ad un’espressione comprensiva.
“Spiritosa…”, mugugnò.
“Anche lui era al vernissage?”, domandò Sally alludendo al fratello.
“Sì.”, affermò.
“È rincasato?”, chiese Sally con noncuranza.
“No, credo sia ancora dentro al bagno della struttura…Se non l’hanno ancora trovato, s’intende…”.
Lo fissò con sguardo enigmatico.
“È morto…L’ho ammazzato!”, ammise, fingendo di provare un rimorso inesistente. Si produsse in un volto affranto che gli parve efficacemente studiato ad arte.
Fu un attimo e l’espressione del suo volto divenne così inquietante che le gelò il sangue nelle vene senza potercisi raccapezzare. Rimase pietrificata, mentre un ghigno sardonico di puro e autentico compiacimento aleggiò tra le labbra di Henry.
“Non è che ai tempi corresse buon sangue tra i due fratelli artisti e tra di loro ci si mise pure l’amore per una nobildonna di nome Costanza Bonarelli. Entrambi si invaghirono perdutamente di questa donna maritata. Cosicché avvenne un giorno che Gian Lorenzo notò il fratello Luigi uscire da casa Bonarelli mentre veniva congedato dalla nobildonna. Gian Lorenzo la sorprese da lontano sulla soglia, scarmigliata e discinta, tanto da non poter evitare di pensare che tra i due si fosse consumato l’adulterio. Con l’intento di fargliela pagare cara inseguì il fratello fornicatore per tutta l’Urbe pretendendo soddisfazione in un misto di furibonda gelosia e inveterato rancore. La sua ira venne ahimè placata prima che potesse uccidere il fratello.”
“Tu sei pazzo, non ho alcuna relazione con tuo fratello! Almeno, non l’avevo…”, eruppe Sally, sforzando la sua voce soggiogata dal terrore finché questa le si affievolì spegnendosi in un singulto. Si sentiva in trappola, in balia di un uomo che non aveva mai conosciuto in questa nuova terribile versione. Il libro con cui avrebbe potuto difendersi le cadde dalle mani tremanti. Rabbrividiva rimanendo immobile mentre Henry aveva preso ad avvicinarsi con ancora in mano la sportina colorata ma non sufficientemente diafana, nella quale però si intuiva ci fosse qualcosa di pesante che sinora non aveva catturata la sua attenzione.
“Troppe umiliazioni ho dovuto subire per colpa di mio fratello e del suo straordinario talento che tutti gli riconoscevano! Mi rincresce, ma gli ho scolpito l’unica fine che si meritasse. Gli ho immerso la testa nella latrina mentre si trovava immerso nel suo mondo fluttuante tra le marionette impazzite di quel mediocre… L’Arte e le sue immersioni che ti lasciano a volte senza fiato!”, sentenziò perentorio con voce impostata e a questa sua esternazione esplose in una risata selvaggia.
“Cos’hai ancora dentro quel sacchetto?”, pronunciò questa domanda con voce tremula, raccogliendo quel po’ di coraggio che le riusciva, presagendo la rivelazione di qualcosa di tremendo. Indicò debolmente l’oggetto in questione e il relativo contenuto, sebbene già presentisse che la risposta avrebbe confermati i suoi timori.
Henry rallentò volutamente le operazioni per torturare ancora di più Sally, che ai suoi occhi non poteva avere vie di scampo e che invece si ingegnava per trovarne tentando di allontanarsi a piccoli passi e tastando lo spazio attorno a sé in cerca di ostacoli che le ostruissero la fuga. Riteneva di poter approfittare dell’espletamento delle operazioni alle quali Henry si stava dedicando per mettere più distanza tra loro due, nella speranza di trovare una via di fuga confacente.
Henry fu però celere a tirare fuori l’oggetto meritevole della tremenda curiosità di Sally. Terminò le operazioni discretamente prima che questa avesse completamente liberato il campo dietro a sé in previsione di una fuga. Ebbene, l’oggetto meritevole di questa tremenda curiosità era un capestro con nodo scorsoio. Henry prese a vantarsi della realizzazione del nodo fai da te in un’atmosfera che si era fatta via via più surreale. La follia lo aveva decisamente avvinto e l’odore del sangue reclamava ancora soddisfazione. Tuttavia, stavolta non si sarebbe macchiato le mani in prima persona.
Henry aumentò il passo tenendo davanti a sé il capestro che doveva pesare parecchio. Sally lo assecondò e si mise a scappare prendendo ad aumentare sempre di più la distanza che li separava l’uno dall’altra, sennonché era costretta a descrivere un moto circolatorio attorno alla stanza affannandosi per sfuggirgli.
“Coraggio, fatti ammazz… suicidare!”, era l’incoraggiamento straziante che le rivolgeva.
Nella sua incommensurabile follia prese a rincorrerla tagliandole potenziali vie di fuga attorno al salotto. Arrivarono trafelati ad una situazione d’attesa con il tavolo dei cocktail che si frapponeva consentendo loro di tirare il fiato. Trovandosi ora a un’opportuna distanza di sicurezza e protetta dal tavolo che li divideva, Sally aveva afferrata una bottiglia di whisky e si sarebbe impegnata in una strenua difesa brandendo l’unico strumento d’offesa che in quella stanza e nella sua posizione aveva reputato efficace e maneggevole.
Senza preavviso Henry si trovò spiazzato da questa nuova evoluzione dei fatti. Sally ovviamente avrebbe venduta cara la pelle. Era stato sciocco non averci pensato prima. Era stata una qualche sensazione di dominio totale ad averlo persuaso che qualsiasi persona si sarebbe piegata alla sua volontà.
Poiché si era risolto per l’impiccagione quale forma di suicidio artatamente inscenata, avrebbe voluto che il corpo di Sally non riportasse segni d’offesa o colluttazione che svelassero la realtà dei fatti per come si erano svolti. Chi di dovere avrebbe infatti smascherata di sicuro la mistificazione.
Accadde che Sally si vedesse costretta dalla piega degli eventi a difendersi attraverso l’offesa. Brandendo la bottiglia che aveva in mano e che sperava di tirargli in testa se lo avesse avuto a tiro, si sentì moderatamente protetta per provare a rintuzzare un attacco. Era abbastanza sicura che Henry non sarebbe riuscito a metterle la corda al collo prima di sentire l’urto violento della bottiglia sulla sua testa. Si preparò a caricare prendendo una leggera rincorsa, ma per sua sfortuna inciampò sulla monografia su Gian Lorenzo Bernini che le era caduta prima sul pavimento. Con il cervelletto andò fatalmente ad urtare sullo spigolo del tavolo per i cocktail e cadde esanime a terra. Una provvidenziale ironia impietosa era accorsa in aiuto di Henry.
Controllò che Sally fosse spirata e maledisse in cuor suo che la ferita riportata fosse quella mortale. Era inevitabile che si potesse ferire nella concitazione e sarà altrettanto inevitabile che si evinca il motivo della morte. Non ci sarebbero cascati anche se avesse finto un suicido per impiccagione. Avrebbe potuto avvelenarla, ma non si erano presentate le condizioni e comunque l’avrebbero scoperto lo stesso. Arrivato a questo punto rimase sui suoi proponimenti. Avrebbe pur sempre buttato un po’ di fumo negli occhi alle autorità, rifletteva nella sua candida ingenuità.
Si trovava ora nella spiacevole situazione in cui le sue sole forze sarebbero risultate insufficienti per portare a termine il suo proposito. La sua rabbia raddoppiò sapendo di essersi dovuto aspettare a buon diritto un apporto esterno. Qualcuno che lo aiutasse a tirare quella maledetta corda! Aveva infatti usata la struttura del lampadario come carrucola e sperava di tirare su con le sue sole forze Sally, il cui collo era già circondato dal nodo scorsoio. Nell’esaltazione schiumava famelico come una belva incarognita.
Sentì sferragliare appresso all’uscio. Qualcuno stava armeggiando con le chiavi per entrare dal portone d’ingresso. Non aveva nulla con cui difendersi e pochissimo tempo per decidersi per un nascondiglio. Adocchiò un angolo in penombra formato dal muro e da una cristalliera e vi si accoccolò. La corda appesa alla struttura scivolò gradatamente a terra per fermarsi a mezza via. La vide scendere inesorabilmente finché la sua attenzione fu richiamata da passi cadenzati in avvicinamento che si accompagnavano a una voce squillante con la quale il possessore non aveva esitato ad annunciarsi appena varcata la soglia.
Il possessore della voce squillante davanti ai suoi occhi assunse le sembianze del sicario che aveva assoldato per eliminare definitivamente anche l’ultimo dei conoscenti a lui più prossimi che avesse contribuito a condannarlo a una vita di costanti e reiterate umiliazioni professionali. Henry riconobbe la figura nota e tirò un sospiro di sollievo. Si sentì rincuorato benché sapesse che prima o poi avrebbe dovuto aspettarsi una tale visita. Tardiva, appunto.
Uscì dal nascondiglio e fece per avvicinarsi al sicario per accoglierlo con il trasporto della riacquistata tranquillità. Tuttavia, non sapendo come il sicario avrebbe interpretate quelle effusioni, valutò preferibile ricomporsi e passare dalla forma direttamente alla sostanza. Si avvicinò al centro del salotto ai piedi della defunta, rimanendole a debita distanza.
“Avresti potuto avvertirmi che avresti tardato. Missione compiuta?”, lo redarguì benevolmente per poi assicurarsi che avesse fatto il suo dovere.
“Missione compiuta!”, rispose laconico il sicario. Non aggiunse altro, nonostante sapesse che Henry lo avrebbe tempestato di domande supplementari. Prese a servirsi della sua imperturbabilità come arma di difesa, oltreché di un pugnale che si trovava a rimbalzare e roteare nella sua mano destra. Magari entrambi avrebbero funzionato da deterrente per prevenire il suo cliente dal voler setacciare segreti professionali inaccessibili. Il suo cliente però era in quel momento divertito da alcuni particolari della sua mise dei quali il sicario stesso non pareva provare imbarazzo.
“Potresti andarci piano con quel pugnale, qualcuno potrebbe farsi male…”, lo ammonì con poca convinzione.
“Non si preoccupi, ho una certa abilità con questi affari!”, rispose con noncuranza il sicario.
“E quel cuscino che hai in mano?”.
“Pensavo di rimanere a dormire qui stasera.”.
“E quel cappello da cowboy che hai in testa? Non è carnevale…”.
“Mi serve per entrare nel personaggio.”.
“Quale personaggio?”, insistette Henry.
“Il mio personaggio!”, rispose recisamente il sicario.
Henry decise di non insistere per evitare di irritarlo. Rispettava le stravaganze altrui, se non offendevano il comune senso estetico. Fu comprensivo e considerò molto divertente la mise con la quale il sicario si era presentato e ci rise sopra quel poco. Loschi presagi avrebbero potuto allertarlo se un certo senso di onnipotenza non si fosse già insinuato in lui.
Si stava beando del suo stato euforico ormai convintosi del suo successo finale. Stava provando enorme entusiasmo per aver raggiunta la consapevolezza che d’ora in avanti avrebbe potuto camminare fieramente a testa alta senza sentirsi sbeffeggiato da chicchessia. Avrebbe voluto che anche il sicario partecipasse al suo entusiasmo con egual trasporto, sebbene fosse conscio di quanto fosse impensabile che il sicario provasse un entusiasmo paragonabile al suo. Il disinteresse indotto dal mestiere non lo portava a sentirsi moralmente coinvolto in questa faccenda sfociata in un’allucinante follia di esaltazione crudele, pur avendone contribuito in parte alla realizzazione. Non poteva avere nulla da rimproverarsi, poiché aveva solo compiuto il prostrante dovere che il suo lavoro gli imponeva.
“Non contavo che passassi più di qui per oggi. Cercavo di sbrigarmela da me, ma come puoi vedere ho bisogno di rinforzi. Dovresti aiutarmi a tirare la corda. Così, come una carrucola… In due ce la possiamo fare! Dobbiamo sbrigarci, abbiamo aspettato già abbastanza!”, pronunciò risolutamente il suo impegno e formulò al sicario una richiesta di collaborazione per portare a termine quella orribile incombenza.
Senza attendere risposta e considerando che sarebbe stata affermativa, tornò appresso a Sally; aveva appena ripreso il capestro saldamente tra le sue mani e girandosi verso il sicario gli si rivolse per sollecitarlo. Henry lo vedeva ancora nella stessa posizione, bloccato a terra con le gambe divaricate.
“Se vuoi puoi usare il pugnale che hai in mano per sfregiarla, visto che non la puoi più ammazzare…”, ironizzò con sguardo allusivo e rise del suo crudele sarcasmo.
Il sicario sembrò non prestare attenzione all’esternazione di Henry e non colse neppure l’ironia mordace e sottesa che si richiamava a quello che poc’anzi si è raccontato. Piuttosto il suo sguardo errava qua e là. Di volta in volta si voltava visibilmente inquieto all’indirizzo dell’ingresso. Henry si fece prudentemente sospettoso. Il sicario comprese che il suo cliente si era messo in allerta. Cercò allora di salvare le apparenze dimostrando di volersi dirigere verso l’ingresso per chiudere a chiave il portone.
“Dove stai andando?”.
“A chiudere a chiave il portone.”.
“Come mai?”.
“Vuole forse che entri qualcuno in casa mentre impicca al lampadario quella donna?”.
“Indipendentemente che tu lo chiuda a chiave o meno, il portone non si apre dall’esterno.”.
Il sicario si voltò in un baleno e gli lanciò il pugnale che aveva in mano. Istintivamente Henry prese il libro di Bernini che trovò a portata di mano e che dapprima aveva provvidenzialmente riappoggiato sull’altro tavolino accanto a quello dei cocktail. Con gesto fulmineo si riparò dall’offesa intuendo in una frazione di secondo la traiettoria del pugnale. Il pugnale si conficcò sul dorso e la lama vi rimase infitta discretamente in profondità. Simultaneamente il sicario estrasse la pistola dalla fondina che aveva al petto. Non era escluso fosse una Colt.
“Mio fratello?”.
“No, troppo facile. L’altro.”.
“Sapevo di non potermi fidare!”.
“Se l’avesse saputo si sarebbe equipaggiato meglio. Ad esempio, io sono venuto qui ben fornito. Non mi domanda questo aggeggio a cosa mi serve?”.
“Ti potrei chiedere a cosa ti è servito…”.
“… e io potrei dirle a cosa mi servirà! In più le posso dire che questo abbinamento è stato appositamente selezionato da me medesimo per l’occasione. Non le sembro Lee Van Cleef in ‘Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo’?”, chiese il sicario incoraggiando l’ammirazione dell’uomo che aveva sotto tiro e che probabilmente avrebbe risposto affermativamente così da prendere tempo per studiare qualche stratagemma.
Henry trovò ingiusto il doversi trovare nella stessa situazione in cui si era trovata poco prima la sua vittima. Tutt’al più che nel suo caso il suo attuale aguzzino aveva una pistola in mano ed Henry sapeva quanto la sapesse utilizzare bene.
“Mi sono anche fatto crescere i baffi per entrare ancora di più nel personaggio, non nota come mi stanno bene?”.
“Le vorrei recitare l’intera scena tratta da ‘Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo’ che ho presa ad ispirazione dopo aver saputo che anche il marito della sua amante desiderava farla fuori. Tuttavia, le risparmierò quella che nella sua prostrazione inerme sarebbe sicuramente una tortura.”.
Schermandosi con il cuscino gli si avvicinò lemme lemme. Sapeva quanto la sua preda mostrandosi arrendevole conoscesse il suo destino inclemente. Quando si trovarono alla distanza di un alito di vento il sicario premette il cuscino sul muso di Henry e lo trascinò addosso al muro. Puntò la pistola silenziata in mezzo al cuscino. Rideva sguaiatamente.
“Adios, amigo!”, e sparò.
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Un peluche, si sarà imboscato da qualche parte…
Describe an item you were incredibly attached to as a youth. What became of it?
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L’attore perché ti permette di diventare per un breve periodo una persona diversa
Quale professione ammiri di più e perché?
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Incensi
Se dovessi aprire un negozio, cosa venderesti?
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Epocale
Quale cambiamento, grande o piccolo, vorresti che il tuo blog portasse nel mondo?
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Una serata in trattoria
Rimarrà indelebile nella memoria il ricordo della serata che ho trascorsa assieme ai miei amici di un tempo. L’occasione per una rimpatriata tra fedelissimi si è presentata alcuni giorni fa. Impegni permettendo, eravamo riusciti a trovare un giorno utile che potesse andare bene per tutti. Siamo stati contenti di rivederci per poterci finalmente stringere in un abbraccio caloroso dal retrogusto nostalgico.
Per motivi giustificabili dal corso di ogni esistenza, alcuni anni prima le nostre strade si erano comprensibilmente separate. Diversi anni erano passati senza che avessimo avuto modo di riunire il nostro gruppo storico. Se ne avessi la seria intenzione, potrei quantificare gli anni inesorabilmente accumulatisi uno dopo l’altro, ma rischierei di divenire esageratamente malinconico. Preferirei perciò evitare l’infelice e inappropriato conteggio.
Per celebrare il nostro ritrovo avevamo scelto come ambiente in cui cenare la trattoria del quartiere in cui vivevamo al tempo della nostra giovinezza. Ci sembrava il giusto luogo rievocativo che avrebbe fatto da cornice ideale per il nostro raduno collettivo. Ci avrebbe riportato in un attimo ai nostri tempi spensierati.
Il locale aveva cambiato gestione non molto tempo prima, ma da quanto riportato dal gran numero di commenti entusiastici trovati in rete si sarebbe potuto sostenere avesse mantenuti gli standard qualitativi di un tempo. In un passato non così remoto ci capitava di frequentarlo con una certa assiduità. Era un luogo aggregativo, frequentato da gente di periferia che si dava convegno per mangiare, ovviamente, o solo per un aperitivo che spesso fungeva da pretesto per una partitina a carte.
Ebbene, ci eravamo organizzati per un’uscita collettiva sotto i migliori auspici, augurandoci di rendere la nostra serata davvero speciale. Ci eravamo chiaramente ripromessi di non alzare i toni, come sarebbe potuto accadere ai tempi della nostra giovinezza. L’età che anagraficamente non avremmo potuta contestare suggeriva di mantenerci opportunamente morigerati.
Non ci sarebbe stato dato il permesso di esagerare. Non avremmo potuta assumere l’attitudine propria di un periodo della vita in cui fondamentalmente ci si poteva mostrare quasi impunemente trasgressivi e incoscienti. Se ci fosse capitato di indulgere in atteggiamenti sconvenienti, la nostra rispettabilità ne avrebbe irrimediabilmente sofferto. Saremmo dovuti assolutamente rimanere all’interno dei giusti confini della decenza.
Se durante la nostra serata collettiva ci fossimo comportati allo stesso modo del periodo in cui eravamo giovani vivaci e irresponsabili, al di là delle conseguenze immediate che avremmo di sicuro subite (non avrei certo voluto fare una figuraccia ed essere sbattuto fuori dal locale), avremmo sentito altresì il peso degli anni corrispondenti alla nostra età attuale, la quale sicuramente non avrebbe esitato a presentarci il conto prima o poi. Ne avremmo risentito e non poco, soprattutto a livello fisico. Era doveroso quindi che ci impegnassimo a non trascendere. Le nostre aspettative per la serata si sarebbero dovute posizionare su un livello di divertimento adeguato agli anni trascritti sulla nostra carta d’identità.
Al di là di atteggiamenti fuori dagli schemi che avremmo dovuto stigmatizzare, contribuiva a rendere alquanto nostalgici il pensiero che alcune abitudini dalla natura innocua non si potessero riprodurre tali e quali a come si soleva fare un tempo. Dal momento che l’età adulta dovrebbe stimolare chiunque a preservare la propria dignità qualsiasi situazione si trovi ad affrontare, sarebbe sconveniente che determinati atteggiamenti propri di un’età spensierata vengano replicati a un’età apparentemente responsabile. Se ciò accadesse, si farebbe fatica a mostrarsi comprensivi al cospetto di persone adulte; sarebbe impossibile evitare di muovere loro un rimprovero. Volendo addurre un esempio pertinente, sarebbe impossibile nella realtà comportarsi come nel celeberrimo film: “Amici miei”.
Non potendo abbandonarci a qualche scherzo innocuo che giungesse a ispirare simpatia in chi avendolo subito quale vittima non l’avrebbe presa a male, le nostre idee avrebbero potuto solamente convergere verso ben altri tipi di passatempi che risalissero ai tempi della nostra giovinezza. Sorrisi all’idea che vi fosse in realtà un qualcosa appartenente a un’altra casistica che avremmo potuto riprodurre, tale da non esser considerato inadatto alla nostra età anagrafica.
Mi sovvenne che avremmo potuto dilettarci a giocare a scopone scientifico. Dopo un tempo di sospensione alquanto lungo, avremmo avuta l’opportunità di organizzare una partita in coppia, nuovamente, magari davanti a un buon digestivo, terminata la nostra cena.
Mentre così ci dirigevamo verso la trattoria di periferia che avevamo eletta per fare da cornice alla nostra serata collettiva, raggruppati tutti assieme all’interno della stessa vettura che ci avrebbe condotto alla nostra meta, deducendo come fossimo in numero esatto per organizzare una partita a coppie, o qualche partita in serie, mi trovai a dover decidere se proporre ai miei amici d’un tempo la mia idea.
Nutrivo la speranza che il mio entusiasmo potesse rivelarsi contagioso, benché fossi conscio che si sarebbe potuto spegnere a seguito di una risposta negativa. Poiché ci si divertiva a giocare a carte appassionatamente ai tempi della nostra giovinezza, immaginavo che anche i miei amici volessero cogliere l’occasione per richiamare un po’ alla memoria i tempi andati, con un passatempo al quale capitava che ci dedicassimo con buona regolarità.
Presumendo che parallelamente al mio vi fosse interesse pure da parte loro, mi sarei realisticamente aspettato una risposta affermativa alla domanda che mi premeva porre. Ci saremmo mostrati d’accordo e avremmo dimostrato un reale coinvolgimento collettivo. Tuttavia, ero consapevole che assecondando l’umore del momento avrei avute più possibilità di ottenere una risposta positiva. Avevo una precisa idea di quando si sarebbe presentato il momento ideale per formulare questo tipo di domanda. Decisi di attendere il dopo cena. Ritenevo che fosse ancora presto e avrei probabilmente ricevuta una risposta vaga o forse contraddittoria.
Sospesi il mio entusiasmo a tempo determinato. Avrei atteso pazientemente il momento propizio per domandare loro se avessero intenzione di fare una partita a scopone scientifico. Presumibilmente il momento opportuno sarebbe giunto allorquando avessimo terminato di consumare la nostra cena e ci fossimo trovati a dover decidere i programmi immediatamente successivi.
Era già intuibile di cosa avremmo parlato, allorché ci fossimo trovati a pasteggiare allegramente attorno al nostro tavolo, se non proseguendo a oltranza finché non si fosse fatto troppo tardi: avremmo rivangati i tempi andati, la molta acqua passata sotto i ponti, avremmo sviscerati alcuni episodi memorabili che li avevano connotati.
Ci saremmo diffusi a parlare di scherzi di vario genere, ad esempio, persino in merito a quelli il cui sviluppo era stato caratterizzato da una certa complessità d’esecuzione, la cui ideazione avevamo orchestrato di concerto, per cui a distanza di tempo saremmo arrivati a chiederci i motivi della pianificazione di determinate operazioni o trovate goliardiche; se a grandi linee riuscivamo a ricordarcene il perché, se riuscivamo a ottenere conferma di qualche ricordo vago da chi credeva di vantare una buona memoria sui fatti, oppure se questo perché riuscivamo solamente a immaginarlo.
Nessuno di noi avrebbe potuto negare di esser stato tormentato o vessato da qualche scherzo dal gusto discutibile, attuato ai suoi danni in giovane età. Chiunque doveva averlo subito, almeno una volta nella vita; poi c’erano quelli che avevano dovuto farci i conti di più in qualità di vittime involontarie, ma si erano organizzati per rimanere guardinghi e talvolta capitava che lo prevenissero, difendendosi astutamente come si conveniva.
Anche gli scherzi peggiori rivalutati con il tempo sarebbero stati oggetto d’indulgenza. Ci si sarebbe fatti addirittura una risata fragorosa tutti assieme all’unisono al solo ripensarci. Non ci sarebbe stato spazio per alcun contrasto che rischiasse di minare l’atmosfera gioviale che si sarebbe creata durante la serata. Considerato come fosse stato concepito come un ritrovo amichevole, sarebbe stato spiacevole se fossero riemersi vecchi dissapori ormai sepolti sotto una coltre annosa destinata all’oblio.
Chiaramente non si sarebbe potuto affermare che i rapporti di amicizia fossero uniformi tra i vari componenti del nostro gruppo storico, esistevano diversi grandi di reciproca intimità; eppure, il tempo avrebbe dovuto mitigare alcune incomprensioni, così da favorire la prospettiva di un riavvicinamento.
Ad ogni modo, almeno da parte mia, non vi era alcuna volontà di riportare a galla vecchi screzi risalenti al passato. Sarebbe risultato antipatico a chiunque se fossero state riportate alla luce vecchie magagne risalenti alla notte dei nostri tempi spensierati. Avrei fatto in modo, speravo come tutti, di contribuire a rendere piacevole la serata con la mia presenza; avrei fatto in modo di far valere la mia presenza di spirito.
Dopo aver consumata la cena, caratterizzata come ci si era ripromessi da frizzi e lazzi contenuti, la quale ci trovò di ottimo umore, scoprendoci ben disposti a lasciarci trascinare tra i ricordi più disparati, decisi che era arrivato il momento di proporre ai miei amici lì riuniti una partita a scopone scientifico.
Ero preparato a sentirmi contrapporre idee alternative per la prosecuzione della serata. Mi sarei potuto aspettare che i miei amici d’un tempo se ne venissero fuori con idee più attraenti, che avremmo potuto mettere in atto per proseguire o eventualmente terminare la serata del nostro ritrovo collettivo. Tuttavia, mi resi conto invece, con mio sommo piacere e parimenti prudente stupore, che la mia proposta era stata accolta di buon grado da quella combriccola moderatamente scatenata e mutevolmente turbolenta.
Immaginai che i miei amici dovessero essersi fatti nostalgici al pari mio. Ad ogni modo, non vi sarebbe stato nulla di strano se avessimo organizzata una partita rievocativa. Di sicuro, diversamente dalla giovane età che ci caratterizzava quando eravamo soliti dedicarci a questo appassionante gioco di carte, ora si sarebbe registrata una differenza d’età minore con un gruppo di quattro allegri giovinastri attempati che sedava al tavolo vicino al nostro e già da un po’ si stava dedicando con encomiabile e invidiabile trasporto a una partita a scopone scientifico.
Sperando che non arrivassero a pensare li stessimo emulando al fine di volerli canzonare per il loro passatempo, ci mettemmo a giocare a scopone scientifico davanti al nostro digestivo. Dopo un periodo iniziale di smarrimento, dovuto alla prolungata lontananza dal gioco nella pratica effettiva, che ci fece apparire un po’ arrugginiti, riprendemmo il ritmo di un tempo e l’entusiasmo crebbe sempre di più.
Ad un certo punto, quando il digestivo aveva ormai lasciato spazio a qualche ombra di vino e le partite si stavano susseguendo senza riscontrabili cali di concentrazione, colsi un cenno del capo seguito da un ammiccamento proveniente dalla tavolata accanto alla nostra. Lo reputai amichevole, bonario, al punto che rimasi sollevato all’idea che non avessero frainteso la nostra precisa scelta di giocare al loro stesso gioco di carte. Ovviamente non era mai stata nostra intenzione imitare il loro ammirevole coinvolgimento al fine di prenderli in giro.
Mi rasserenai subito, immaginando come i nostri vicini stessero apprezzando la nostra dedizione verso un passatempo che chiaramente ci accomunava. Mi compiacqui di ricambiare alla stessa maniera il riconoscimento ottenuto. Quel gruppetto aveva genuinamente compreso quanto nutrissimo il loro stesso interesse verso un gioco di carte quale lo scopone scientifico, per cui non si sarebbe potuto negare che al nostro tavolo fossimo impegnati in un serio confronto.
I nostri passatempi ludici non erano granché cambiati e forse in futuro, prossimo o remoto, sarebbero rimasti tali e quali a com’erano in passato. Non avremmo mai smesso di apprezzarli. Sin dal periodo della nostra spensierata giovinezza avevano allietati innumerevoli momenti trascorsi in compagnia, per cui non ci saremmo potuti esimere dal tributare loro la nostra incondizionata riconoscenza.
Ne avremmo conservata gelosamente la conoscenza, attraverso regole che sarebbero rimaste impresse nella nostra mente fino alla fine dei nostri giorni, terreni e forse anche oltre; avremmo fatto in modo che le nostre tradizioni non si trascinassero stancamente nella dimenticanza, avremmo lottato strenuamente, affinché non si strascicassero fiaccamente fino a guadagnare una remota obsolescenza.
Con un po’ di buona volontà le avremmo tramandate queste tradizioni, poiché non si sarebbe potuto mai sapere se prima o poi non ci saremmo ritrovati di nuovo assieme, magari solamente con l’intento di riorganizzare l’ennesima partitina nostalgica. Ci si augurava che la nostra specifica conoscenza delle regole del gioco non ci abbandonasse per sempre.
Come nella serata che avevamo saputo rendere emozionante con i nostri discorsi intensi, in un futuro impronosticabile nel tempo, in un periodo della nostra vita in cui avremmo potuta raggiungere l’età approssimativa dei componenti del tavolo accanto al nostro, non era escluso che ci venisse in mente di ritrovarci un’altra volta tutti assieme per una nuova rimpatriata collettiva del nostro gruppo storico, anche solo per una partita sentita a scopone scientifico. Dal canto mio, impegni a parte, avrei fatto in modo di rendermi disponibile per quanto possibile… E presumo che anche i miei amici la possano pensare in questi termini.
-
Il Dilemma
Erano rimasti in pochi a credere che il mondo sarebbe tornato a mostrarsi tale e quale a quello che l’umanità aveva conosciuto prima che si scatenasse l’apocalisse. La guerra contro gli androidi lo aveva reso invivibile: il terreno si era fatto improduttivo e una nuova forma di sostentamento era giunta a sostituire il cibo tradizionale.
La popolazione terrestre era impegnata da anni a combattere un nemico formidabile. Era stata decimata e sembrava destinata a un triste epilogo nella dura lotta che stava sostenendo contro forme di vita artificiale che aveva creato a sua immagine e somiglianza. Il genere umano si era visto tradito dagli androidi e non avrebbe potuto che contrastare i suoi antagonisti nella speranza che le sorti del conflitto si ribaltassero a proprio vantaggio.
All’origine degli accadimenti che avevano sconvolto il mondo si era collocato il problema del sovrappopolamento globale in relazione all’approvvigionamento alimentare. Si sarebbe dovuto provvedere a soddisfare i bisogni di una popolazione che aveva raggiunto numeri elevati. Cibo proveniente da risorse naturali non sarebbe bastato per tutti. Si sarebbe dovuto trovare una soluzione alternativa in tempi ragionevoli.
Si pensò di produrre cibo artificiale. Erano stati svolti in passato numerosi studi che ne avevano attestata l’affidabilità. Si giurava avesse le stesse proprietà nutritive del cibo tradizionale che si impegnava a imitare. Il cibo esistente nel mondo si mise allora in competizione con il suo corrispettivo sintetico, il quale era stato immesso sul mercato in notevole quantità. Il prezzo soprattutto si presentava più appetibile per le disponibilità economiche del consumatore medio.
Gli androidi avevano fornito una valida alternativa al cibo tradizionale. Tuttavia, i loro propositi erano tutt’altro che benigni. L’esecuzione del piano prevedeva che gli alimenti fossero contaminati da una sostanza nociva che non si sarebbe potuta rilevare. Il veleno aveva mietuto diverse vittime tra gli umani, tant’è che la popolazione terrestre si ritrovò in minoranza.
Allorquando il conflitto scoppiò, gli androidi si presentavano in sovrannumero. Erano convinti che al termine dello scontro epocale che li vedeva contrapposti ai loro creatori sarebbero risultati vincitori. Avrebbero spodestati i loro antagonisti dalla loro posizione di supremazia sugli altri esseri senzienti e sarebbero divenuti così i padroni del mondo.
Risoluti a mettere in atto il loro piano, gli androidi erano riusciti a passare inosservati tra gli esseri umani replicandone la somiglianza. Avevano combinato i loro intrighi senza che i loro omologhi ne avessero avuta la minima avvisaglia. Se gli umani si fossero dimostrati più accorti avrebbero potuto presagire il realizzarsi dell’imminente catastrofe.
Gli androidi si erano mescolati alla gente comune assumendone i sembianti. Si erano fatti assegnare posizioni di rilievo nella filiera alimentare. Gestivano il ciclo produttivo. Il cibo artificiale era stato contaminato di proposito da una sostanza di loro invenzione sulla quale però non si avanzò alcun sospetto.
Non fu mai determinato il motivo che prospettava alla gente una morte lenta e dolorosa. Ci si misero pure le materie prime che iniziavano a scarseggiare. Di cibo tradizionale cominciò a esserne prodotto in minor quantità, a beneficio di quello sintetico, il quale fu generalmente accettato con riluttanza.
La diffidenza nei confronti del cibo artificiale non si sopì mai. Si fece sempre più insistente il desiderio di maggiore trasparenza. Gli androidi furono così costretti a rivelare le loro sordide intenzioni. L’umanità si accorse troppo tardi dell’inganno. La popolazione era diminuita a seguito delle ripetute morti causate dalla contaminazione e si sarebbe trovata in difficoltà a contrastare un avversario che poteva contare su un numero di forze superiore.
Leone e la sua famiglia erano quasi giunti a destinazione. Le condizioni della figlia destavano preoccupazione. In tempi recenti tutti e tre i componenti avevano consumato del cibo artificiale in mancanza di alternative. I due coniugi non avevano subito alcuna conseguenza, mentre la figlia era stata colpita da una forte intossicazione. Stava deperendo giorno per giorno. La ricerca che stavano effettuando era accompagnata dalla speranza di poterle salvare la vita.
Leone si sentiva in forma e avrebbe seguitato a vegliare sulla sua famiglia. Il percorso che si erano impegnati a seguire era indicato in una mappa virtuale. L’avevano recuperata per caso, prima di divenir preda dello sconforto.
Già da tempo erano a conoscenza dell’esistenza di un antidoto che avrebbe potuto curare la figlia, ma non avrebbero saputo come procurarselo. Leone e sua moglie avevano continuato a nutrire la speranza senza mai accennare a scoraggiarsi. Pareva che la provvidenza li avesse premiati allorquando fecero quell’incontro casuale.
Si erano imbattuti nei resti di una carovana che mostrava i segni di esser stata oggetto di un brutale attacco. Un uomo in fin di vita in mezzo al marasma di rottami aveva consegnato loro una mappa virtuale. Gli assalitori non erano riusciti a sottrargliela. Agonizzante aveva dato disposizioni su come utilizzarla. Si era accommiatato poi dal mondo esalando il suo ultimo respiro.
Leone aveva visualizzato la mappa con il visore. Su di essa erano indicati tre punti che corrispondevano a tre luoghi specifici distribuiti in un’area di dimensioni contenute. Gli era stato riferito che avrebbe trovato sul posto un androide titano a protezione di un forziere nel quale era riposta una chiave. Qualora fosse riuscito a recuperarle tutte e tre, battendo i guardiani, avrebbe potuto aprire la cassaforte in cui era conservato l’antidoto con il quale curare la figlia malata.
Avrebbe dovuto sfidare i titani uno dopo l’altro. Se li avesse confitti, avrebbe ottenuto le chiavi che ognuno custodiva. Dopo averle raccolte tutte e tre, si sarebbe diretto al quartier generale degli androidi. Si sarebbe presentato al cospetto della cassaforte nelle cui serrature avrebbe inserito le chiavi. L’avrebbe aperta e avrebbe sottratto l’antidoto.
Equipaggiato a dovere, era riuscito a conseguire il successo sperato. Sconfisse i titani e raccolse le chiavi. Si inoltrò nel quartier generale degli androidi e sgominò i suoi rivali, prima di raggiungere la sala con la cassaforte entro la quale si aspettava di trovare la sua ricompensa.
Il vano era ripartito in due scansie, ciascuna protetta da una porticina. In ognuna era custodito qualcosa. Gli era permesso prendere solo uno dei due contenuti: un meccanismo impediva l’apertura simultanea. Una volta scelta e aperta una porticina, l’altra si sarebbe bloccata per sempre.
Non avrebbe mai immaginato che l’impresa più ardua sarebbe stata quella di attuare una scelta tra due opzioni. Era vero che avrebbe desiderato salvare la figlia dal male che la stava consumando, ma era pur vero che in qualità di paladino dell’umanità aveva dei doveri morali ai quali assolvere.
Riposti in una delle due scansie vi erano contenuti in sacchetti appositi alcuni semi dei quali si era dimenticata l’esistenza: avrebbero potuto rendere fertile la terra e restituire al genere umano la speranza in un futuro migliore.
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Scrivere
Quali attività ti fanno perdere la cognizione del tempo?
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Il piatto di pastasciutta al pomodoro
Durante il periodo in cui soggiornai in Giappone per un viaggio studio, la famiglia che mi offrì ospitalità un giorno mi affidò un compito di grande responsabilità. Avevo accettato su loro richiesta di preparare un piatto di pasta al pomodoro per la Festa della Mamma.
In onore della madre della mia famiglia ospitante fu deciso che il compito di preparare il pranzo sarebbe stato trasferito ad altri per quella giornata a lei dedicata. Si pensò di ricorrere alle mie discutibili abilità culinarie. Poiché ero italiano, mi fu richiesto un classico piatto di pasta al pomodoro.
In un primo momento mi ero trovato interdetto di fronte a una richiesta che risuonò al mio orecchio quasi come una velata esortazione. Non mi sarei potuto però rifiutare di accogliere il loro invito, benché non fossi del tutto sicuro del risultato.
Non mi sarei trovato però a operare da solo. A peggiorare o a migliorare la situazione ci si mise pure la candidatura volontaria del figlio maggiore dei tre, che si offrì di affiancarmi in qualità di assistente. Sebbene non ne avessi bisogno, non potei fare a meno di reclutarlo.
Quel che avrei potuto temere era la qualità dei prodotti che avremmo utilizzato. Potendo osservare la marca riportata nella confezione, mi risultò del tutto sconosciuta. Sarebbe stata un’ardua impresa determinare che tipo di pasta erano andati a pigliare in termini di qualità. Avrei potuto solo sperare che facesse al caso nostro. Persino la salsa di pomodoro che avevano acquistata preconfezionata e pronta per esser scaldata constatai come non fosse di mia conoscenza.
Ci affidammo al destino, sperando fosse clemente. Ci mettemmo alacremente all’opera, io e il mio fido assistente. Al figlio, mio aiutante volenteroso ma comprensibilmente inesperto, affidai la preparazione del sugo. Avrebbe dovuto solo scaldarlo. L’amalgama era stato rimestato a dovere, ma il fuoco era stato impostato a un livello troppo alto e il sugo ne aveva risentito, si era raggrinzito e si era appiccicato al fondo della pentola, il quale purtroppo non si presentava antiaderente.
Impegnato a svolgere la mia parte del lavoro, mi ero accorto colpevolmente tardi del danno. Quasi in simultanea aveva richiamata la mia attenzione pure il ragazzino, perplesso di fronte al suo stesso operato. Lo affiancai, lo tranquillizzai e gli impartii istruzioni su come continuare a procedere: gli dissi di abbassare la fiamma, aggiungere un po’ d’olio e continuare a mescolare per qualche minuto, per capire se la quantità di sugo recuperabile fosse sufficiente per tutti. Non tutto era andato perduto, qualcosa si sarebbe pur salvato.
Al contempo, però, avevo trascurato di controllare la pasta che stava bollendo da un bel po’. Concentrato a salvare il salvabile dalla pentola in cui parte del sugo si era rappreso e parte abbrustolito, avevo allungato mio malgrado il tempo di cottura. La pasta che subito scolai, presagendo l’errore imperdonabile, risultò ahimé scotta a un controllo accurato.
Anche il sugo si sarebbe potuto dire a modo suo “pronto”. Il ragazzino lo versò sulla pasta che avevo adagiato su un recipiente di grandi dimensioni. Rimasi sconfortato, osservando il piatto così composto. Non ci restava che portare in tavola il risultato del nostro fallimento. Immaginavo come sarebbe stato accolto il frutto del nostro lavoro. Si realizzò per me una cocente sconfitta, considerato come avessi desiderato solamente fare una figura decente al cospetto della mia famiglia ospitante.
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Capita…
Pratichi la religione?
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Le mura di Treviso
Le mura di Treviso, rimaste per buona parte integre con il trascorrere dei secoli, sono composte da mattoni affastellati tra loro e cingono il centro storico della città per un tratto che si potrebbe quantificare più o meno in cinque chilometri. Lungo la loro estensione si aprono tre porte principali, costruite rispettando una disposizione ragionata che le colloca ognuna su un lato dei bastioni che circondano il centro città. Porta San Tommaso venne costruita nella parte a Nord, Porta Santi Quaranta nella parte Ovest, mentre Porta Altinia la si può individuare collocata in direzione Sud.
Oltre alle porte appena citate, vi sono alcuni varchi che si aprono tra i bastioni. Si possono considerare come brecce attraverso le quali è possibile accedere al centro storico. Tali aperture disadorne sono distribuite nei diversi lati delle mura quadrangolari della città, a suo tempo concepite e progettate per assumere una forma rettangolare. In direzione Nord, ad esempio, sono rintracciabili Porta (o varco) Manzoni e Porta Fra’ Giocondo. A quest’ultima è stato attribuito il nome di colui il quale progettò le mura cinquecentesche allo scopo di difendere la città da aggressori esterni: l’ingegnere e frate umanista Giovanni Monsignori, detto Fra’ Giocondo. Sostanzialmente tali accessi non si riuscirebbe a definirli “porte”, ma lo si fa probabilmente per comodità e per consuetudine, quando la scelta della denominazione dovrebbe essere differente, poiché si tratterebbe esclusivamente di brecce, ovvero accessi spesso ricavati dalla rimozione di edifici costruiti in precedenza.
Quando si parla delle cinta murarie della città di Treviso, allo stesso modo in cui si potrebbe parlare di quelle della città di Lucca, le si potrebbe definire mura percorribili a piedi e quindi calpestabili principalmente da pedoni (anche se a volte si può notare come vi siano vetture autorizzate a servirsene). Diversi cittadini le utilizzano abitualmente per le loro passeggiate, ogni giorno ma specialmente nei fine settimana, quando si è più liberi di godere di un ambiente confortevole e di mostrarsi perciò quel poco spensierati e rilassati, trasferendosi in un luogo all’aria aperta in cui trovarsi a proprio agio.
Ergendosi al di sopra della città, qualora ci si trovi a percorrerne il tratto calpestabile o semplicemente a stazionarvi, le mura di Treviso offrono uno spazio vitale per nulla contaminato dalla commistione eterogenea di rumori urbani che si impegna a circoscrivere. Tali sonorità denotano una certa industriosa operosità, caratteristica di un fermento incessante, e dimostrano come sia agevolmente rilevabile un brulichio di anime impegnate a interagire tra loro. L’atmosfera chiassosa e vivace rimane allora contenuta all’interno del centro storico, senza riuscire a raggiungere contesti rialzati. Il rumore sommesso dello scalpiccio prodotto dai pedoni sul tracciato calpestabile accompagna il cammino attraverso un percorso prestabilito e non corre perciò il rischio di confliggere con altre sonorità di più alta intensità. Tale tracciato sopraelevato conserva la sua importanza storica, poiché secoli addietro è stato ricavato dal terrapieno approntato per assolvere a funzioni difensive.
Incluse in una dimensione fattasi ovattata, anime appiedate sogliono servirsi perciò di questa amena percorrenza. Incedono sopra il brecciolino che ricopre il percorso, largo a tal punto da permettere a più gente possibile di transitarvi, prevenendo il rischio di accalcamento. Passo dopo passo, i pedoni che percorrono questo itinerario al di sopra delle mura, venendo a contatto con il pietrisco minuto che ricopre il terrapieno, sono in grado di saggiarne la consistenza. Vi posano sopra a una a una le loro calzature e provocano uno stridio simile al rumore di qualcosa che viene accartocciato. Vi transitano regolarmente e capita a volte che lungo il tragitto decidano di sostare su di una panchina per riposarsi, o prendere fiato nel caso in cui si opti per una corsetta salutare; oppure solo per concedersi attimi sublimati dalla passione (finanche svenevolezze o effusioni spinte), nel caso si tratti per l’appunto di coppiette intente ad amoreggiare o coccolarsi a vicenda.
Il tratto di mura sopraelevato viene utilizzato per la sua conformazione, con cadenza più o meno regolare, come sito in cui organizzare festival caratteristici del territorio. Durante tali ricorrenze si possono individuare molteplici stand a lato dell’itinerario percorribile. Banconi allineati tra loro offrono sia prelibatezze culinarie provenienti dal territorio (e non solo) sia oggettistica di diverso genere; in più è allestito pure un palco per esibizioni musicali, sopra il quale salgono artisti entusiasti di potersi esibire in quel particolare contesto.
Da una posizione sopraelevata, si può poi scendere a livello del suolo urbano su cui si sviluppa il centro storico, servendosi di scalette esterne, e si penetra all’interno delle mura da altri accessi per raggiungere ambienti ipogei. Esiste una Treviso sotterranea che è consentito visitare su prenotazione, avvalendosi dei servigi di una guida, predisposta per un genere di clientela desiderosa di addentrarsi in cunicoli e gallerie e passaggi angusti, soprattutto incline a scoprirsi interessata ad apprezzare le opere difensive e idrauliche che si possono rintracciare contenutevi al suo interno.
Attorno alle mura scorrono canali deviati del fiume Sile. Li si può osservare assieme al paesaggio che è stato ricreato all’occorrenza ed è divenuto habitat di diverse specie animali: la “Penisola del Paradiso”. Si passa da ovini quali capre, che possono vantare un proprio alloggiamento nella forma di casette realizzate ad hoc a loro beneficio, a una compagine aviaria che include diversi generi di uccelli, quali galli, galline e oche, che vi stazionano, o volatili quali anatre, cigni e folaghe, che vi transitano a profusione. Gli uccelli si frammischiano usualmente ai mammiferi che affollano questo habitat, si appoggiano al terreno o planano sopra i canali, volando a pelo d’acqua, o si accomodano sulla superficie del canale stesso; il quale segue il suo corso ordinario, trascinandosi dietro frequentemente pennuti che talvolta sembrano non riuscire a governare la corrente, per cui non è raro che si lascino placidamente trascinare alla deriva.
Tali scorci di vita naturale li si può osservare gettando lo sguardo al di fuori del mezzo di trasporto che si è soliti utilizzare per raggiungere il centro storico, oppure solamente percorrendo a piedi o in bicicletta il viale alberato che si dipana parallelamente al corso d’acqua. Chi si trova ad esempio in autobus in qualità di passeggero e non è quindi impegnato alla guida, può voltarsi verso i bastioni, svettanti fino a raggiungere una ragguardevole altezza, e osservare con sguardo interessato e partecipe, magari estatico, la vita alacre che si svolge sullo sfondo.
Il paesaggio sottostante, di là dalle mura, occupato dai suoi ospiti animali, probabilmente ignari di essere presi a oggetto di curiosità ed attenzione, è tenuto ben curato da chi è stato incaricato di assolvere a una tale mansione. Potrebbe capitare che gli ospiti di quel territorio vengano tristemente considerati abbellimenti caratteristici del paesaggio fuori le mura da chi si sentisse moralmente esortato a esprimere un’opinione in merito, ma continuerebbero a vivere la loro vita, forse inconsapevoli del ruolo che è stato loro assegnato.
Talvolta usufruisco delle mura cittadine per qualche passeggiata e ogni volta rifletto su quanto sia fortunato a vivere in questa città. A parer mio, Treviso conserva squisite caratteristiche che la rendono affascinante agli occhi di persone che scelgono appositamente di visitarla in qualità di turisti. È bene riportare però come ve ne siano che si risolvano ad alloggiare a Treviso con la precisa intenzione di visitare la città di Venezia. Ci arrivano in treno dalla stazione ferroviaria, sita in una zona facilmente raggiungibile da chiunque alloggi in centro storico. Vi sono turisti che optano scientemente per questa soluzione, per pura praticità e altresì per ridurre comprensibilmente i costi di pernottamento che dovrebbero sostenere per un eventuale alloggio in laguna. Tuttavia, è piacevole riscontrare come ve ne sia una buona parte interessata alla città di Treviso, la quale riesce a ritagliarsi tempo sufficiente per visitarla. Turisti appassionati ne riconoscono il valore e la sanno apprezzare per ciò che di bello e caratteristico può offrire.
Succede allora che a seguito di riflessioni di tal fatta, le quali si sono impegnate ad argomentare l’oggetto della mia dissertazione, voglia trasferirmi a passeggiare attraverso il viale alberato che costeggia le mura cittadine. Ovviamente il mio sguardo si rivolgerebbe ai bastioni posizionati a lato e riuscirebbe, risalendo gradualmente, a rilevare magari la presenza di una coppietta appollaiata sul muricciolo sovrastante. Potrei scoprirla intenta ad amoreggiare e potrei intuire come non si dia pensiero di una propria prolungata esposizione a sguardi estranei che si rivelerebbero indiscreti. Qualche persona di passaggio che si configurerebbe come estranea potrebbe infatti concentrare la propria attenzione verso momenti di intimità che sarebbe preferibile mantenere privati.
Accettando il prezioso consiglio, farei meglio anch’io a spostare il mio sguardo altrove; scenderebbe automaticamente verso il basso e si accorgerebbe di come una capretta stia rincorrendo un coniglio attraverso il territorio all’interno del quale è permesso a questo tipo di fauna di aggirarsi indisturbata. Sembrerebbe che abbiano avuto un diverbio, mentre intuisco come una folaga voglia intromettersi per partecipare al bisticcio. La vedo calare in picchiata sul capo della capretta e prendere a stuzzicarla con il becco appuntito. Ha cominciato ad affondare a intermittenza con assoluta precisione i suoi colpi, rintuzzando ripetutamente i suoi affondi, per poi desistere e volare via verso altri lidi.
Sorrido malinconico di fronte al siparietto al quale ho appena assistito e scuoto la testa al pensiero di come la scena appena rappresentata si ponga in contrasto con la scena precedente in cui la coppietta assisa sul bordo delle mura era impegnata ad amoreggiare senza preoccuparsi di poter essere scrutata nella propria intimità, disinteressata all’idea di divenir oggetto di morbose attenzioni. Risalendo con lo sguardo non la scorgo più però la coppietta. Deve aver accettato l’implicito consiglio ed essersi defilata in tutta fretta.
