Ero quasi interamente immerso nell’acqua della vasca. Le braccia allungate seguivano il bordo sul quale erano adagiate. Mi stavo facendo cullare dai morbidi effluvi che dall’acqua si innalzavano ad avvolgermi placidamente. Stavo guardando con la testa leggermente reclinata all’indietro l’orologio appeso al muro che mi stava di fronte.
Erano le sei di un pomeriggio come tanti altri e la corriera notturna che mi avrebbe riportato a Tokyo sarebbe partita attorno all’ora di mezzanotte da Kyoto. Avevo quasi sei ore per potermi organizzare prima di partire. In quel momento mi trovavo a Nara e avevo da poco terminato il mio giro turistico. Mi stavo rilassando in un impianto termale della città, localizzato lungo la strada che mi avrebbe condotto alla stazione ferroviaria.
Avevo pensato in principio, ritenevo saggiamente, che sarebbe stata una buona idea dedicare l’ultimo giorno utile prima di partire ad una breve visita in questa città dalla storia millenaria. Mi ci ero recato già due giorni prima, ma per questioni di tempo non mi era stato possibile visitare tutto quello che avevo programmato in precedenza. Avevo deciso di tornarci per non lasciare le cose a metà e conferire perciò al mio giro turistico un senso di completezza estetica.
Ebbene, dopo aver terminate le mie peregrinazioni quotidiane ai suddetti templi, mi ero voluto concedere un bagno ristoratore.
Ora, devo confessare a carattere puramente informativo che in realtà non avevo cercato degli impianti termali appositamente per “rinvigorirmi”. Mi ci ero imbattuto per puro caso lungo la strada. Pur essendomi munito di una cartina con la quale orientarmi attraverso la città, ed essendomi stata data quindi la possibilità di cercare questi impianti se lo avessi voluto, segnalati senza alcun rischio di equivoco, non mi ci ero recato di proposito.
Individuati per puro caso lungo il cammino, avevo valutato che non sarebbe stata affatto una cattiva idea se mi ci fossi fermato un pochino per ristorarmi opportunamente dalle mie fatiche quotidiane. Mi sentivo tremendamente spossato dopo il lungo girovagare. Logicamente avevo bisogno di rigenerarmi. Già dapprima avevo avvertito il bisogno di recuperare le forze, ma non mi ero soffermato troppo a riflettere su quale modalità sarebbe stata perfetta per raggiungere quest’obiettivo, nonostante la passione che nutrivo per le terme e le loro proprietà benefiche.
Stranamente conoscendomi, non avevo accarezzata l’idea di andare alle terme in un primo momento, al più possedendo la cartina che me le indicava e che perciò mi ci avrebbe condotto di sicuro. Forse il dover tornare a casa per un tempo ragionevole mi aveva prevenuto dal formarmi quest’idea rilassante. Avrei potuto, con più facilità e in mancanza d’altro che non richiedesse un impiego di tempo eccessivo, sostare su una panchina collocata a margine della strada che stavo percorrendo, prima di avviarmi verso la stazione ferroviaria, dove avrei preso il treno che mi avrebbe riportato a Kyoto. Sarebbe stata la soluzione migliore, per nulla sciagurata, come invece si rivelò essere quella che scelsi a causa della mia poca assennatezza. Ovviamente il diavolo tentatore non poteva che essere appostato dietro l’angolo di una caratteristica abitazione nipponica ed io, sventurato, lo scovai e mi feci da lui blandire senza opposizione.
D’altronde, mi era parsa al momento una decisione innocente, quella di fermarmi alle terme. Quando me le vidi di fronte non esitai un istante. Sembrava quasi che un desiderio inconscio si fosse impossessato di me a tal punto da farmi procedere come un automa verso il varco d’ingresso. Quando mai avrei avuta la possibilità di ritornarci, in un futuro dalle trame incerte che avrebbe caratterizzato il mio ritorno in patria. Sarebbe stata l’ultima volta che ci avrei messo piede allora, poiché fra due giorni avrei preso l’aereo che mi avrebbe riportato in Italia. Non avrei potuto farmi sfuggire questa occasione, soprattutto di fronte a questa solida motivazione. Era più incalzante il desiderio di recarmici dal momento che non avrei saputo chissà quando ci sarei potuto tornare, rispetto al desiderio di recarmici solo per ristorarmi dalle fatiche odierne.
Detto ciò, era pur vero che avevo bisogno di restituire vigore alle mie membra spossate. Avevo le gambe dure come il legno, come si dice da queste parti. Mi si erano irrigidite dopo un’intera giornata trascorsa a camminare in lungo e in largo, ma pur nella loro condizione erano riuscite a spingermi ad entrare. Le mie gambe, seppur affaticate, avevano tempestivamente deliberato, prima che io riuscissi a risolvermi ad entrare usando la ragione, di guidarmi meccanicamente verso l’entrata. Certo avrei fatto meglio a valutare i pro e i contro del mio comportamento forse troppo sconsiderato, ma la mia stanchezza aveva vinto qualsiasi esitazione. Non ebbi quindi il tempo di ragionare sulle mie azioni.
Avevo camminato alcune ore e per quanto possa affermare di non aver camminato a passo spedito o addirittura accelerando l’andatura, la fatica si era fatta sentire lo stesso, ancorché non a livelli esagerati, di fatto ancora sopportabile. Qualora non fossi entrato alle terme, mi sarei dovuto sedere da qualche parte per forza di cose.
Dunque, avevo deciso di fermarmi in un impianto termale del luogo e nel momento di varcare la soglia mi era sembrata un’ottima idea. Pure immerso nell’acqua della vasca e guardando l’orologio che mi comunicava che di ore che mi separavano alla partenza ve n’erano a sufficienza per organizzarmi al meglio e che perciò potevo stare relativamente tranquillo, avevo ribadito con profonda convinzione a me stesso di aver avuta un’ottima idea. Le preoccupazioni non avrebbero potuto turbare il mio stato supremo di beatitudine liquida.
Nella mia placida postura di rilassamento completo, serenamente immerso nell’acqua calda, corroborato da minerali in abbondanza, con le braccia abbandonate sul bordo della vasca, mi ero stolidamente rassicurato che di tempo ne avevo d’avanzo. Mi ripetevo che avrei potuto prepararmi per il viaggio di ritorno senza farmi prendere dall’ansia, come solitamente mi capitava, trovandomi a dover fare tante cose in poco tempo. Sei ore erano più che sufficienti per fare ciò che dovevo fare, pensavo in quei precisi istanti di sublime beatitudine liquida, senza però avere la dovuta cognizione del tempo che in pratica sarebbe stato necessario.
Ero così fiducioso del fatto che sarei riuscito tranquillamente a organizzarmi, che arrivai addirittura a pensare che mi sarebbe avanzato del tempo per trattenermi e consumare un pasto serale in questi impianti termali. Avevo osservato con vivo interesse il servizio di ristorazione all’interno delle loro strutture. Sarebbe stato un peccato non approfittarne, quando ritenevo di avere così tanto tempo a mia disposizione. Perché mai avrei dovuto privarmi di un ulteriore piacere in aggiunta qualora fosse stato possibile?
Con il senno di poi chiunque potrebbe darmi dello sprovveduto per non essermi mostrato sufficientemente coscienzioso. Avrei dovuto valutare attentamente lo scorrere inesorabile del tempo. C’è da dire però in mia difesa che se non fosse accaduto un piccolo particolare che venne malauguratamente ad accorciare il tempo che altrimenti mi sarebbe potuto bastare, a quest’ora avrei risparmiato qualche soldo e soprattutto avrei sudato meno freddo.
Nondimeno, avrei dovuto mostrarmi più accorto e più saggio, per quanto possibile, sebbene situazioni del genere non mi fossero mai capitate prima d’ora. Avrei dovuto agire in quei momenti con la giusta lungimiranza che mi avrebbe portato a riflettere più giudiziosamente sulla reale possibilità di fare tutto nei tempi previsti. Invece di giudizio non ne misi per nulla nelle mie ponderate (almeno apparentemente) riflessioni e ciò che avvenne successivamente è una chiara testimonianza delle mie scarse capacità organizzative.
Terminai i miei lavacri che erano arrivate pressappoco le sei e mezza di sera. Non avrei potuto indugiare oltre. Uscii malvolentieri dai bagni, mi feci la doccia nell’antibagno, per poi entrare nello spogliatoio maschile. Mi asciugai completamente tra i vapori che filtravano dai separé. Mi grattai la schiena con il magonote e mi rivestii. Non ci misi molto. Mi sentivo prosciugato, ma felice di aver riacquistato il vigore temporaneamente perduto. I vapori della sauna mi avevano fatto sudare copiosamente. Avevo bisogno di reintegrare i liquidi perduti. Mi avviai verso il primo distributore automatico che trovai accanto all’entrata dello spogliatoio.
Presi una bottiglietta di tè e ne ingollai il contenuto ad ampie sorsate. Frattanto il tempo passava inesorabilmente, ma non per questo riconsiderai l’idea di rifocillarmi al ristorante della struttura come avevo deciso dapprima. Era un piccolo ristorantino, modesto, che non avrebbe accontentati i più esigenti, ma che si presentava pulito ed accogliente. Mi ci recai subito. Oltre alla sete, mi era venuta anche fame ed avrei dovuto soddisfare pure quella. D’altronde si era fatta ora di cena.
Il servizio funzionava anche qui con le macchinette attraverso le quali si poteva preordinare il proprio pasto. Eseguii l’operazione che consisteva nel pagare la cifra indicata e prendere il tagliando della pietanza desiderata. Cercai un posto vacante e mi ci sedetti a gambe incrociate, nella classica seduta agura a modo mio, in attesa di consegnare la mia ordinazione al cameriere. L’addetto alla ricezione dell’ordinazione arrivò al mio tavolino ed io gli consegnai il tagliando. Mi portò di lì a poco dello tsukemen leggermente speziato che risultò di mio gradimento. Il servizio si era dimostrato molto celere, come avevo previsto. Me ne rallegrai. Altro tempo che pensavo di aver guadagnato, oltreché investito nella maniera che reputavo corretta.
Mangiai di gusto, anche se in verità non è che avessi eccessiva fame. Era per questo che avevo ordinato dello tsukemen, poiché pensavo che non mi avrebbe riempito completamente la pancia. Non ero nel torto, per quel che mi riguardava, ma per quel che riguardava molte altre persone, mi trovavo in difetto. Infatti, il piatto che avevo ordinato era alquanto sostanzioso e sarebbe potuto tranquillamente bastare a una persona che era solita saziarsi con un quantitativo di cibo leggermente inferiore a quello a cui solitamente ero abituato. Il mio corpo, a differenza di altri, necessitava di un apporto calorico maggiore.
Ritemprato dai ripetuti lavacri, ma non ancora ristorato convenientemente nello stomaco, mentre mangiavo, mi rendevo conto, in quei precisi istanti più di quanto avrei potuto fare in passato, di quanto fosse necessario il nutrimento al nostro sostentamento. Chissà perché mi sovvenivano pensieri così lapalissiani. Sarà che quando si ha più bisogno di cibo si innescano questi pensieri? Non era da escludersi.
Mangiavo e sentivo che una leggera sonnolenza stava prendendo il sopravvento. L’avrei contrastata efficacemente. L’unica preoccupazione, perciò, diversa da quella che avrebbe dovuto concernere il tempo che continuava a scorrere inesorabilmente, era che non mi facessi sopraffare dalla sonnolenza. Non avrei avuto il tempo materiale per farmi avvolgere dalle braccia di Morfeo e sprofondare in un sonno che non mi potevo permettere ora come ora. Sarebbe stata una evenienza esiziale, inammissibile.
Lì nei pressi si trovava poi, come avevo potuto notare durante il tragitto che mi aveva portato al ristorantino, un recesso, un luogo appartato e celato alla vista da fusuma deliziosi e discreti, entro il quale ci si poteva ritirare per quella che si sarebbe potuta considerare una pennica ristoratrice dopo essersi ristorati nello stomaco. Avevo visto che alcune persone si erano appisolate su degli stuoini, ma io non mi ci sarei fermato per nulla al mondo. In quel caso, sì che avrei avuta la certezza assoluta di non riuscire a prendere la corriera di ritorno, con ciò che poi di rovinoso ne sarebbe derivato. Se mi fossi addormentato, chissà per quanto tempo avrei dormito.
Terminai il mio pasto e mi apprestai ad andarmene. Guardai l’orologio appeso al muro: 7.30. Avevo ancora quattro ore e mezza per fare le seguenti cose e continuavo a ripetermi con convincente sicurezza che sarebbero state più che sufficienti. Per prima cosa, avrei dovuto prendere il treno che da Nara mi avrebbe riportato a Kyoto. Sarei andato successivamente a recuperare le valigie alla pensione nella quale avevo alloggiato e che me le aveva gentilmente tenute in custodia, anche se in giardino e accanto alla cancellata che immetteva nella corte, non certo all’interno dell’edificio e al sicuro. Tuttavia, questo era l’unico modo ed anche il più pratico che avevamo studiato io e i proprietari della pensione, di comune accordo, per cui avrei potuto prendere le valigie con comodo senza disturbare nessuno, a qualsiasi ora fossi tornato, sebbene fosse consigliabile tornare ad un’ora rispettabile. Del resto, prima di imbattermi negli impianti termali, sarei stato sicuro di poter tornare a Kyoto per un’ora ragionevole, ma poi ero finito qui, ed ora era ovvio che sarebbe stata una lotta contro il tempo.
Mi ero già congedato dai proprietari della pensione quella stessa mattina, quando mi avevano proposto che, qualora lo avessi desiderato, si sarebbero fatti carico di tenere loro in custodia la mia valigia. Mi facevano un favore e di fatto era gentile da parte loro tutta questa premura. Tuttavia, dal loro modo di fare, avevo arguito che per loro questa incombenza avrebbe costituito un fastidio. Era come se volessero comunicarmi che il favore che mi avrebbero fatto per una questione di cortesia avrebbe procurata loro una seccatura e che perciò non lo avrebbero fatto volentieri. Morale: avrei dovuto sentirmi onorato per la suprema disponibilità che mi avevano accordata. Se rappresentava una seccatura per loro, perché mai mi avevano fatta questa proposta? Per dovere verso un ospite forse? Non avrei saputo dirlo. Pareva quasi che si fossero resi disponibili con riluttanza, come se fossero state le convenienze a imporre loro di procedere così, anziché la loro reale volontà.
Mi avevano quindi esortato ad accettare il loro consiglio, adducendo che sarebbe stato meglio fare come dicevano loro, dal momento che il deposito negli armadietti della stazione, o era irragionevolmente oneroso, oppure era vincolato a dei limiti di tempo (ora non ricordo esattamente che motivo mi avessero addotto). Mi trovai moralmente spinto ad accettare, ma a conti fatti, sempre con il senno di poi, sarebbe stato meglio che avessi lasciato in custodia la valigia negli armadietti della stazione, senza accettare la gentile offerta dei pensionanti.
