Anabasi nipponica (seconda parte)

Ora, secondo la mia tabella di marcia, arrivato in treno alla stazione ferroviaria di Kyoto, avrei dovuto prendere il bus che mi avrebbe portato alla pensione per riprendermi le valigie. Questa si trovava abbastanza lontana dalla stazione stessa in linea d’aria, a tal punto che ci sarebbe voluto diverso tempo. L’unica dritta sulla quale potevo contare era la puntualità dei mezzi di trasporto, ed era già di per sé confortante il sapere che in questo paese i trasporti funzionano in modo quasi sempre eccellente.

Dopo aver recuperate le valigie, sarei dovuto ritornare alla stazione ferroviaria di Kyoto che includeva quella dei bus, dove avrei atteso la mia corriera che mi avrebbe ripotato a Tokyo. La mia anabasi sarebbe terminata così. Ricapitolando mi sarei dovuto allontanare dalla stazione delle corriere, che era vicina a quella dei treni, per recuperare le valigie, per poi ritornare indietro, a ritroso, verso la stazione dove si trovava una piazzola entro la quale avrei atteso la corriera che mi avrebbe riportato a Tokyo.

Esposto così l’elenco delle azioni in successione che avrei dovuto compiere, non la si sarebbe potuta ritenere un’idea brillante quella di affidare in custodia le valigie ai pensionanti. È vero purtroppo che mi ero fatto convincere troppo facilmente, quando invece avrei dovuto mettere più giudizio nella mia decisione, e fare leva soprattutto sul fatto che i pensionanti stessi in cuor loro non erano molto propensi a tenermi in custodia la valigia. Tuttavia, era pur vero che non pensavo che sarei stato così sprovveduto da dover fare tutto di fretta.

In realtà credevo che sarei tornato in serata a Kyoto, verso le otto di sera all’incirca, in congruo anticipo sulla mia tabella di marcia. Le cose poi si erano evolute diversamente, ed io mi ero irrimediabilmente attardato. C’è da dire a onor del vero che mi sarei dovuto organizzare meglio, ma ribadisco che con il senno di poi è facile parlare, e parlo per me stesso, sia chiaro.

Dunque, tornando alla cronaca vera e propria, avevo vista l’ora indicata sull’orologio a muro e, mettendomela a mente, avevo fatto un rapido calcolo del tempo a mia disposizione in relazione a quello che avrei dovuto fare in seguito, tanto che continuavo a convincermi che sarei riuscito a far tutto senza patemi.

Sbadigliai e mi stiracchiai dopo essermi alzato da terra con studiata lentezza, cercando di combattere la mia sonnolenza incipiente. Ero abbastanza sicuro che il tragitto che mi avrebbe portato alla stazione sarebbe servito a tenermi sveglio. Confidavo che camminando non mi sarei potuto addormentare, e perché no, anche aumentando un po’ l’andatura avrei raggiunta prima la mia destinazione binaria. Gambe svelte e sarei arrivato alla stazione in un battito di ciglia. Transitai perciò a passo spedito, ma preoccupandomi di non fare troppo rumore, attraverso la zona dormitina, perché non volevo farmi tentare, ed uscii dagli impianti termali.

Avevo appena messo piede fuori dalla struttura in questione e stavo per imboccare la strada che mi avrebbe portato alla stazione ferroviaria, quando il mio cellulare prese a squillare. Mi bloccai sulla soglia, ostruendo la via d’accesso, mentre qualcuno mi faceva cenno cortesemente di spostarmi. Risposi al telefono. Informo ora il lettore che il contenuto della conversazione non è da considerarsi di interesse rilevante nell’economia di questo racconto ed infatti mi limiterò a farne un breve resoconto senza addentrarmi nei particolari. È rilevante invece ciò che la telefonata stessa mi indusse a fare, senza che io mi rendessi conto dell’errore imperdonabile che stavo commettendo, troppo concentrato com’ero a conversare con i miei genitori.

Risposi quindi ai miei genitori che mi chiedevano a grandi linee come stavo, li informai di quello che era accaduto in quegli ultimi giorni di soggiorno a Kyoto, feci loro un breve resoconto di quello che avevo visitato e via discorrendo. Speravo di non dilungarmi molto, ma se si parla di questioni familiari è inevitabile tirarla lunga. Mi chiesero ragguagli su come mi sarei organizzato per il viaggio di ritorno, e questo, e quest’altro e quell’altro ancora. Premeva loro sapere se avrei fatte le cose come si conviene. Le raccomandazioni da parte loro si sprecavano, come capita spesso in questi casi. Dovetti reprimere un po’ di insofferenza, montata dalla noia di dover sentire cose trite e ritrite, tant’è che riuscii a far sì che non si percepisse dalla mia voce.

Non mi era dato capire in quel momento se questa sarebbe stata l’ultima telefonata che avrei ricevuta da parte dei miei genitori prima della partenza o se ci sarebbe stata un’altra occasione nell’immediato futuro di risentirci per ulteriori chiarificazioni supplementari. Fatto sta che li informai il più dettagliatamente possibile, per quanto mi ricordavo lì su due piedi, dell’orario del volo da Tokyo e dell’ora indicativa in cui sarei atterrato all’aeroporto Marco Polo di Venezia.

La telefonata, tra una cosa e l’altra, si era protratta per quasi un’ora, quando decisi di terminarla congedandomi dai miei genitori. Questo perché ero arrivato alla stazione dei treni e avrei dovuto fare il biglietto, comunicai loro. In realtà avrei potuto tranquillamente fare il biglietto continuando a parlare al telefono. I miei genitori si preoccupavano tanto per me, com’era logico che capitasse nel caso di assenze prolungate, e non era il caso che accampassi una scusa per congedarmi, quando avrei potuto fare contemporaneamente le due cose senza problemi.

Il problema era che guardando l’orologio appeso al muro della sala d’attesa della biglietteria della stazione avevo cominciato pure io a preoccuparmi, ma non certo per loro, che presumevo stessero bene, da quel che mi era dato sapere, ed avevo potuto intuire. Proprio in quegli istanti, avevo cominciato a preoccuparmi dell’orario e delle mie reali possibilità di fare tutto nei tempi previsti. Era questo pensiero che mi aveva indotto a congedarmi da loro. In quel preciso momento, davanti al grosso orologio che scandiva il tempo nella sala d’attesa, per la prima volta temetti di non riuscire a fare tutto nei tempi previsti.

Era andata così. Per errore avevo imboccato la strada dalla quale ero venuto e non quella che avrei dovuto prendere per raggiungere la stazione ferroviaria. Insomma, stavo andando dalla parte opposta, senza rendermene conto. Me ne avvidi dopo diverso tempo (purtroppo la strada procedeva sempre dritta). Era buio pesto lì fuori e l’illuminazione era fioca, ma questo non può considerarsi un alibi, sebbene, com’è ovvio, non fossi molto pratico delle vie della città. Purtroppo, la conversazione telefonica con i miei genitori mi aveva deconcentrato quel tanto che serviva per farmi imboccare la strada opposta.

Data la mia conoscenza quasi nulla di quei luoghi, per raggiungere la stazione dalla zona dei templi mi ero immesso in una strada secondaria lungo la quale avevo incontrato gli impianti termali. Mi ci ero fermato, come raccontato poc’anzi, ma quando avevo deciso di fermarmici era ancora chiaro, anche se cominciava lentamente ad imbrunire, e non mi ero dato pensiero che di lì a poco si sarebbe fatto scuro.

La scarsa illuminazione ai lati della strada aveva contribuito a farmi perdere l’orientamento. Tuttavia, se fosse stato solo questo il motivo che mi aveva portato a sbagliare direzione, molto probabilmente dopo qualche minuto avrei capito che stavo procedendo dalla parte sbagliata. Il danno maggiore invece lo fece ahimè la telefonata che avevo ricevuta dai miei genitori.

La telefonata mi aveva portato inevitabilmente a concentrarmi solo sulla conversazione che stavo tenendo con i miei interlocutori, ignaro di dove quella strada, dalla quale ero venuto e che perciò avevo sbagliato ad imboccare, mi stesse portando. Era come se stessi camminando sovrappensiero. Nessun riferimento che incontravo lungo la strada mi aveva riportato alla memoria che l’avevo percorsa qualche ora prima e che in quel momento la stavo ripercorrendo al contrario. Neppure le pagode dai numerosi piani, che svettavano al di sopra delle case lì attorno, mi avevano dato una qualche avvisaglia dell’errore madornale che stavo compiendo.

Queste pagode erano facilmente distinguibili dal contesto, non solo per la loro altezza, ma ovviamente anche per il loro particolare stile architettonico. Nara è di fatto una città bassa senza palazzoni o grattacieli. Le pagode dei vari templi erano quindi i complessi architettonici più alti, tanto da esser facilmente identificabili. Così torreggianti sopra gli edifici più bassi e contornate dalla luce che, seppur debole, le scindeva dal fondale nel quale erano collocate, ispiravano nel buio della notte una profonda reverenza da parte di qualsiasi spettatore avesse dimostrato una qualche sensibilità verso un fenomeno così solenne. Io, che ritenevo di averne, rimasi colpito dall’imponenza e dalla maestosità che queste architetture svettanti mi comunicavano, ma non arrivai ad afferrare invece l’avvertimento che sotto sotto queste mi rivolgevano.

Ci vollero quindi molti indizi per formarmi la convinzione che avevo sbagliato strada per davvero, tra i quali appunto le suddette pagode. Ero giunto quasi all’incrocio con la strada principale, prima di accorgermi sciaguratamente di aver commesso un errore madornale. Avevo fatto dietrofront continuando a parlare al telefono ed avevo accelerato il passo per recuperare il tempo perduto. Ci misi un’ora abbondante, dacché ero uscito dagli impianti termali, prima di arrivare alla stazione dei treni, quando invece avrei potuto e dovuto metterci meno di mezz’ora. La mezz’ora abbondante che persi a coprire il percorso errato avrebbe potuto essermi fatale. In un primo momento maledissi la telefonata che avevo ricevuta e che mi aveva portato nella direzione opposta. Quando poi riacquistai un po’ di calma apparente, mi resi conto che avrei dovuto piuttosto maledire me stesso per aver prestata poca attenzione alla strada che stavo percorrendo. L’errore l’avevo commesso io, e non avrei dovuto dare la colpa ad altri della mia grossolana sbadataggine. Ero il solo ad essere responsabile delle mie azioni corrive.

Ebbene, persi mezz’ora abbondante. Me ne accorsi guardando l’orologio a muro della biglietteria. Erano quasi le 9 di sera, tre ore circa prima della partenza della corriera. Il tempo cominciava a diventare tiranno. Feci il biglietto in fretta e furia e corsi verso la banchina del binario corrispondente, dove sarebbe passato il mio treno. Ci arrivai che il treno era appena partito e stava scomparendo all’orizzonte.

Cercai di reprimere un’imprecazione che era sorta spontaneamente dentro di me. Lo feci solamente per un senso di decenza che riguardava solo me stesso e non per il rispetto che avrei dovuto avere nei confronti di chi mi stava attorno. Il fatto è che se ci fosse stato qualcuno nella banchina difficilmente avrebbe capito cosa stessi dicendo, benché dal tono avrebbe potuto intuirlo.

È chiaro quindi che chiunque avesse udita la mia imprecazione, avrebbe solo inteso che fossi arrabbiato. Essendo stranieri, non avrebbero comprese le mie parole inequivocabili, ma si sarebbero solo chiesti come mai mi fossi incollerito così tanto, dal momento che dal loro punto di vista non era accaduto nulla in quel momento che potesse giustificare un atteggiamento simile.

A prescindere dal fatto che di solito tendo ad alterarmi visibilmente quando perdo treno o bus che sia, in questa circostanza la mia collera era più che giustificata, poiché il treno successivo diretto a Kyoto sarebbe passato mezz’ora dopo all’incirca, e ci avrebbe messo quasi un’ora di viaggio per percorrere la distanza completa, ed io avevo sempre meno tempo a mia disposizione.

La mia angoscia cominciava a crescere, sebbene cercassi invano di mantenere la calma. L’unica cosa che potessi fare era sedermi e attendere che passasse il treno successivo. Mi stavo stropicciando le mani per l’agitazione. Come sempre, potevo contare sulla puntualità dei mezzi di trasporto di questo Paese, efficiente in tal senso, ed era già di per sé una consolazione, magra, seppur minima. Era confortante poter confidare che, incrociando le dita, non ci sarebbero stati sensibili ritardi.

Mentre attendevo con impazienza l’arrivo del treno, presi a consultare la tabella oraria degli autobus di Kyoto che mi portavo sempre appresso, scaricata sul mio cellulare. Provai a considerare se avessi potuto approfittare di qualche coincidenza che mi potesse portare alla mia destinazione finale per tempo, qualora fossi giunto alla stazione degli autobus di Kyoto sano e salvo. Notai come ci fossero tre autobus che, partendo tutti e tre dalla stazione suddetta, seguendo diversi itinerari, fermavano nelle vicinanze della mia pensione. Avevo quindi più di un’opzione a mia disposizione. Decisi senza ombra di dubbio per l’autobus che sarebbe passato prima. Nel frattempo, spensi il cellulare. Memore di quello che era appena accaduto, non volevo che si ripresentasse l’eventualità che qualcuno mi intrattenesse in conversazione, deconcentrandomi dalle cose che in quel momento avevano un’importanza fondamentale per il mio destino.

In attesa del treno che sarebbe passato a momenti avevo scoperto di non essere più solo e mi ero alzato dalla panchina. Qualche altro passeggero mi aveva raggiunto sulla banchina. Si erano radunati alla spicciolata e, come me, stavano attendendo, rigorosamente allineati in fila, il treno che finalmente arrivò. Salii a bordo assieme agli altri passeggeri. Dalle loro facce non riuscivo ad arguire se stessero provando la stessa ansia che stavo provando io in quel momento.

Parevano facce tranquille e serene, se paragonate alla mia, o almeno era quello che pensavo, guardandomi attorno. Con la necessaria discrezione osservavo i loro volti, dai quali non sembrava trasparire alcun tipo di inquietudine. Tuttavia, se avessero avuto un qualche tipo di preoccupazione, non lo avrei saputo affermare con certezza. Non era escluso che stessero celando il loro turbamento con garbato riserbo e compostezza ereditata dalla tradizione. Sovente i giapponesi sanno essere imperscrutabili, celando convenientemente all’indagine altrui le loro profonde ed autentiche emozioni.

Nello stato d’animo in cui mi trovavo, mi ero convinto che nessuna angoscia fosse paragonabile a quella che stavo provando io. Avevo la presunzione di credere che la mia ambascia fosse più opprimente di quella di chiunque altro si trovasse con me in treno in quei momenti sconfortanti, per me. Era chiaro che un confronto del genere era improponibile. Ognuno aveva i propri problemi, che non potevano essere catalogati per dimensione e incidenza. Sarebbe stato un giudizio squisitamente soggettivo, qualora si fosse proceduto con una suddivisione opinabile.