Riaccesi il cellulare. Non avevo nessun riferimento all’infuori del telefonino per sincerarmi su che ore fossero. Sul treno non c’era nulla che me le potesse indicare. Impostai allora il vibrafono, come richiesto dalle norme di comportamento consuetudinarie vigenti sui treni giapponesi che venivano quasi sempre rispettate rigorosamente.
Speravo di non ricevere nessun’altra telefonata. Ad ogni modo non ero tenuto a rispondere, se non lo volevo. L’importante era che non sentissi un qualche squillo provenire dall’apparecchio tale da contribuire a montare la mia irritazione. L’osservanza di queste norme comportamentali si accordava perciò con una decisione che avrei preso lo stesso per rimanere apparentemente calmo. Guardavo frequentemente ed ossessivamente l’ora sullo schermo del cellulare. È il classico atteggiamento che si manifesta quando si è in ritardo e si ha poco tempo a disposizione, provocato da un’angoscia quasi ingestibile. Pure io ne fui colpito nella mia miserevole condizione.
I minuti si rincorrevano in uno stillicidio interminabile ed io ero ormai persuaso, o quasi, che non ce l’avrei fatta a prendere la corriera che mi avrebbe riportato a Tokyo. Dentro di me cominciai a insultarmi con le peggiori ingiurie possibili, a mortificarmi con parole impronunciabili. Tuttavia, a cosa sarebbe servito insistere con le offese che mi stavo rivolgendo? Solo a svilirmi ancor di più.
Vituperarmi per i miei errori madornali non mi avrebbe di certo fatto stare meglio. Ero conscio di aver agito con troppa leggerezza, ma non potevo esagerare financo a rimproverarmi con tale veemenza. Potevo considerarmi a buon diritto responsabile delle mie azioni, come tutti del resto lo sono, ma in pratica mi ero dimostrato un irresponsabile. Ora non avevo tempo per piangere lacrime amare, figurarsi se ne avevo per insultarmi fino al parossismo financo a maledirmi.
Pur trovandomi all’interno di un treno e dovendo soggiacere giocoforza alle tempistiche di viaggio, a tal punto che non sarebbe dipeso da me a quale ora il mezzo di trasporto sarebbe arrivato a Kyoto, avrei dovuto piuttosto riempire il mio tempo con pensieri edificanti invece di permettere ai rimorsi di coscienza di prendere il sopravvento. Era il caso quindi che coltivassi la speranza e studiassi un modo per ottimizzare il tempo che ancora mi rimaneva per raggiungere il mio obiettivo.
Tuttavia, più di scegliere quale autobus avrei dovuto prendere, cos’altro avrei potuto fare per ottimizzare il tempo a mia disposizione? Ero vincolato indissolubilmente ai mezzi di trasporto sui quali sarei dovuto salire per giungere a destinazione. Certo, se avessi potuto o sdoppiarmi, o avere il dono dell’ubiquità, o potermi tele-trasportare, o essere Astro-boy, avrei raggiunto facilmente il mio obiettivo. Sarebbe stato immensamente più semplice. Avrei risolto la faccenda senza patemi, solo confidando sulle mie capacità straordinarie, da superuomo (o super-ominide). Ovviamente queste capacità straordinarie, che appartenevano ad un mondo fantastico, io medesimo non le possedevo affatto, e quindi era il caso che continuassi a tenere i piedi per terra, affidandomi alla provvidenza.
Con questi pensieri arrivai alla stazione di Kyoto dopo più di un’ora di viaggio. Erano le dieci e mezza di sera. Avevo solo un’ora e mezza, grossomodo, a mia disposizione, e l’autobus non sarebbe passato subito. Troppo poco tempo, valutai, mentre mi affrettavo alla banchina dove avrei atteso l’autobus che mi avrebbe portato nei pressi della pensione, dove avrei recuperata la mia valigia. Non dovevo desistere. Perdere pure la speranza sarebbe stato esiziale. Dovevo alimentarla con un po’ di ottimismo.
Arrivai alla banchina. Sapere che lì vicino si trovava la piazzola dove speravo di prendere la corriera di lì a poco per tornare a Tokyo, mi metteva ancora più rabbia. Arrivai a pensare di infischiarmene della valigia, e valutare se fosse stato possibile farsela spedire in patria, ma mi sembrava un’idea troppo peregrina. Dovevo per forza andare a recuperarla. Che figura ci facevo altrimenti, in particolar modo con i pensionanti, benché li considerassi figuri sgradevoli?
L’autobus che passava prima degli altri e che seguiva il percorso più corto ci avrebbe messo una ventina di minuti. Anche ora, come poco fa, dovevo dipendere dalle tempistiche di viaggio del mezzo di trasporto in questione, ma potevo nuovamente contare sulla sua puntualità.
L’autobus come previsto arrivò, spaccato il minuto. Montai e mi sedetti. Più il tempo passava, più la mia ansia cresceva. Cominciai a sudare copiosamente. Avevo sempre il cellulare in mano e controllavo l’incedere inesorabile del tempo. Il sudore scivolava dalle tempie in rivoli silenti. Mi ero seduto sul bordo del sedile nei pressi della porta d’uscita, pronto per un balzo felino con il quale sarei sceso il più velocemente possibile.
Volai giù dall’autobus appena il mezzo aprì le portiere in corrispondenza della mia fermata. Dopo aver messo piede a terra, mi caricai sulle spalle lo zaino che mi ero portato dietro e presi a correre verso la pensione che distava qualche centinaio di metri. Quasi un chilometro mi separava dalla meta. Avrei dovuto coprire quindi questa distanza nel minor tempo possibile, per quanto le mie gambe me lo avessero consentito.
Non ho fatto menzione in precedenza che mi ero portato dietro uno zaino con alcuni effetti personali. Lo avevo valutato un particolare di poco conto. Finora non sarebbe stato un particolare di grande rilevanza per l’economia del racconto. Non ci avevo dato quindi molto peso. Ora però che lo zaino gravava eccome sulle mie spalle, mentre cercavo di correre il più speditamente possibile, il peso che assumerà in questo breve passaggio sarà sicuramente più rilevante.
Ebbene, lo zaino che mi ero messo sulle spalle mi rendeva ancor più difficoltosa la corsa. La cosa che più pesava al suo interno e che lo aveva leggermente sformato era il computer che avevo deciso di portar via con me. Il suo peso era ragguardevole, considerato lo sforzo ulteriore che avrei dovuto compiere mio malgrado, ma soprattutto sentivo di non poter muovere liberamente le braccia per darmi il giusto slancio che mi avrebbe consentito di proiettarmi il più lontano possibile nel minor tempo possibile.
Mentre cercavo invano di aumentare il ritmo della mia andatura, arrivai inevitabilmente a maledire l’idea di essermelo portato dietro, e che si era rivelata ahimè scelta infelice. La mia decisione era stata mal ponderata. Avevo pensato che mi si sarebbe presentata l’occasione di usare il computer in quella giornata. L’evenienza non si era presentata e di fatto mi ero portato dietro un peso inutile, che però sino a quel momento non mi era stato d’intralcio.
Ora che questo peso indesiderato ostacolava la fluidità dei miei movimenti e gravava sulle mie spalle sin quasi a martoriarle, conseguentemente si era assicurato con mio enorme dispiacere la più alta considerazione che avrei potuto riservargli, e che volente e nolente non avrei potuto fare a meno di tributargli.
Un motivo in più che mi aveva spinto a portarmi dietro il computer, più diversi altri effetti personali, era la diffidenza che nutrivo per la pensionante. Di fatto la donna in questione non mi aveva mai ispirata molta fiducia per tutto il periodo che avevo alloggiato nella sua pensione. I suoi modi untuosi e melliflui, il ghigno sardonico che di tanto in tanto mi capitava di cogliere nella sua fisionomia, l’affettazione troppo artificiosa dei gesti e degli atteggiamenti che aveva nei miei riguardi, me l’avevano resa persona sgradevole.
Il modo in cui si serviva poi della lingua inglese per comunicare con i clienti stranieri aveva contribuito a rafforzare il giudizio poco lusinghiero che mi ero fatto nei suoi riguardi. C’era un che di viscido nel suo eloquio, che mi generava enorme disgusto. Tendeva altresì a parlare con me in inglese, quando l’avevo messa al corrente che l’avrei intesa lo stesso, qualora avesse comunicato con me in giapponese.
Nei momenti della giornata in cui mi trovavo nella pensione e non ero in giro a fare il turista, avevo cercato di mantenermi ad una certa distanza da lei per quanto possibile, e mi ero messo in guardia preventivamente dalle sue esternazioni. Avevo cercato di ridurre al minimo i contatti che avrei potuto avere accidentalmente con lei. Raccolsi buoni risultati, ma la sua presenza era sempre incombente. Mi ero limitato perciò ad averci a che fare solo per questioni strettamente necessarie.
A voler esser sinceri, non ero così sicuro fosse una cattiva persona. Per quanto io non ne abbia parlato in modo positivo, sarebbe stato irrispettoso crederla persona ignobile. Tuttavia, non ero riuscito in tutti quei giorni a farmela piacere e mai ne sarei stato capace. Il suo modo di fare viscido me la rendeva ripugnante, a tal punto che non sarei riuscito a comportarmi con lei con naturalezza. Mi sarei mostrato sempre a disagio. Mi auguravo che non si fosse accorta che non l’avevo così in grande stima, in dispregio a dire il vero, ma forse non me ne fregava poi così tanto.
Ebbene, diffidavo di lei e perciò avevo giudicato fosse preferibile non affidargli il mio computer. Era stata una precauzione che avevo voluta prendere verso un oggetto al quale davo molta importanza per le variegate e molteplici informazioni che conteneva. Non si poteva mai sapere cosa avrebbe potuto fare la pensionante. Già mi ero fatto convincere a lasciarle la valigia in custodia, dimostrando che mi sarei fidato di lei incondizionatamente. Chiaro che non sarei arrivato a sospettare che potesse appropriarsi indebitamente di qualcosa di mio. Non avrei mai potuto crederla una ladra, nonostante la diffidenza che sentivo di provare legittimamente nei suoi confronti.
Avevo sperato quindi che quella mattina stessa, quando avevo saldato il conto e mi ero congedato da lei, sarebbe stata l’ultima volta in cui ci saremmo visti. Speravo ora viepiù che, recuperata la valigia e a suo tempo controllato il contenuto, non mi capitasse di scoprire che mancava qualcosa. Sarebbe stata una situazione davvero spiacevole. No, non potevo credere che potesse rivelarsi così meschina e disonesta.
Continuai a correre finché non arrivai a destinazione. Avevo davanti a me la cancellata della pensione. Avevo sempre il cellulare in mano. Lo controllai per l’ennesima volta. Erano le 11.20. Mi rimaneva pochissimo tempo. Il primo autobus utile che mi avrebbe riportato alla stazione sarebbe passato alla fermata più vicina alle 11.45. Pure questa distava quasi un chilometro. L’unica nota positiva era che non avrei dovuto correre come avevo appena fatto poc’anzi. Tutt’al più che se avessi dovuto, sarebbe stato peggio, poiché avrei avuto un peso in più da trascinare lungo la via.
Con l’avvicinarsi della mezzanotte il servizio di trasporto urbano su ruota si era ridotto a qualche itinerario di percorrenza. Gli autobus operativi erano sensibilmente diminuiti. Dovendo per forza di cose prendere l’autobus che sarebbe passato a quell’ora, non individuandone alcuno che passasse prima, per qualche minuto avrei persa la coincidenza con la corriera per Tokyo. Avrei dovuto sperare solo che questa partisse con un po’ di ritardo o che attendesse tutti i passeggeri entro un certo limite di tempo ragionevole, come non era escluso potesse capitare in questo Paese. Ero quasi perduto, rassegnato alla sconfitta e agli strascichi che ne sarebbero conseguiti, ovviamente solo a mio detrimento.
Avrei potuta considerare l’opzione taxi, anche se prenderlo mi sarebbe costato di più, ma in questi frangenti era un dettaglio più che trascurabile. Non avevo molti soldi nel portafoglio, ma immaginavo sarebbero stati sufficienti per pagare la tariffa del tragitto verso la stazione. Tuttavia, non avevo il numero di telefono per chiamare il servizio, e in più, anche in questo caso, non avevo la piena certezza che sarei arrivato in tempo. Anche se lo avessi sollecitato a fare in fretta, con la strada che avrebbe dovuto percorrere per venirmi a prendere, il tempo si sarebbe accorciato irrimediabilmente.
Ormai ero quasi certo che non ce l’avrei fatta, ma non avrei dovuto lasciare nulla di intentato lo stesso. Solo una mancanza di puntualità o un allentamento del rigore per i tempi d’attesa per quel che riguardava la corriera che si sperava mi riportasse a Tokyo mi avrebbero permesso di nutrire la mia speranza.
All’apice del mio sconforto, mi si prospettavano scenari terribili che mai e poi mai avrei pensato di figurarmi. Premetto che avevo pochissimi soldi con me e che in quei giorni avevo avuto dei problemi con il prelievo del denaro tramite la mia carta prepagata. Non ero perciò sicuro che avrei potuto ritirare altri soldi per ulteriori spese accessorie che non avevo contemplato, dal momento che la scheda prepagata avrebbe potuto darmi ancora dei problemi.
