Mi capita talvolta di rimembrare come conclusi la mia permanenza in Giappone: visitai Kyōto nella pianura del Kansai. Mi stabilii a tempo determinato nell’antica capitale di pace e tranquillità, con l’auspicio che il nome assegnatole più di mille anni or sono conservasse oggigiorno le caratteristiche peculiari del suo illustre passato. Allorquando presi la decisione di visitare questa città dagli afflati secolari, deducendo le mie aspirazioni dai miei studi pregressi, ero consapevole che mi sarei trasferito in una città decisamente meno caotica di Tōkyō, che potesse davvero rendere onore al nome con il quale era stata chiamata un tempo.
In effetti, non mi fu difficile trovare zone vetuste della città in cui si respirasse un’atmosfera armoniosa, quasi delle enclave dal respiro antico ma squisitamente onnipresente. Aspiravo a concedermi momenti intensi che provvedessero a rasserenare il mio animo in subbuglio. In queste placide oasi, ove si era cercato di riprodurre la pace e la tranquillità di un tempo, percepivo come i ritmi di vita fossero più cadenzati e meno frenetici rispetto ad altri scorci della città, per non parlare delle grandi metropoli industriali, quali Tōkyō nel Kantō e Ōsaka nel Kansai.
Quest’ultima metropoli si intende come centro d’affari nella medesima piana del Kansai, per cui non dovetti stupirmi dell’indizio che colsi sulla sua reale inclinazione a sfondo economico, allorché fui l’unico a scendere a Kyōto dal bus notturno che da Tōkyō nel giro di qualche ora mi aveva portato a destinazione. Tutti gli altri passeggeri, eccetto me, avevano indosso azzimati abiti d’ordinanza denotanti la loro professione di salaryman, che certificavano in quale categoria fosse incasellato il loro ambito lavorativo, per cui avevano proseguito il loro viaggio verso Ōsaka per i propri affari.
Era chiaro come a metà giugno non ci si aspettasse che turisti autoctoni che svolgessero una qualsivoglia attività lavorativa si risolvessero a visitare l’antica capitale dell’Impero, eccettuato magari per qualche insegnante che si fosse assunto l’impegno di accompagnare discenti in gita scolastica. Mi capitò di imbattermi infatti con buona frequenza in svariate comitive studentesche, disciplinate e ben assortite, nutrite di componenti omologati nella loro divisa, con i loro insegnanti in qualità di accompagnatori ufficiali, i quali dall’alto della loro autorevolezza solevano comportarsi meglio dei vigili che gestiscono il traffico.
Cercavo sempre di tenermi un po’ in disparte dalle scolaresche, se non altro per evitare che mi ponessero domande specifiche sulla mia persona, private (magari un po’ indiscrete), circoscritte in merito alla mia permanenza a tempo determinato nel loro Paese, per finalità d’indagine o semplicemente dettate dalla curiosità nei confronti di individui che provenissero da Paesi occidentali e che dimostrassero di avere tratti somatici differenti dai loro. Poiché non mi sarei potuto ritenere persona tendente a un dialogo espansivo con gli sconosciuti, avrei durata fatica a soddisfare la loro richiesta d’informazioni.
L’essere un turista solitario può dimostrarsi frustrante a volte, ma ciò dipende molto dalla personalità dell’individuo e dal suo spirito di adattamento. Tuttavia, se si è riusciti a ritagliare la propria vacanza su misura per sé stessi, il problema non si dovrebbe porre. Per quanto mi riguarda, non ero riuscito a trovare compagnia, ma nella mia situazione sarebbe stato complicato trovare qualcuno da invitare con il desiderio di unirsi a me per il viaggio, soprattutto in quel determinato periodo.
La scelta del periodo in cui visitare Kyōto era stata condizionata dalla frequentazione moralmente obbligatoria delle lezioni alla scuola di lingua di Tōkyō, per cui mi ero visto costretto dalle circostanze a pianificare la vacanza al termine del corso stesso, nel mese di giugno, proprio durante la Stagione delle Piogge (Tsuyu), che avrebbe rischiato di rendere meno godibile la permanenza nella piana del Kansai. La frequenza con la quale le precipitazioni si sarebbero presentate avrebbe rappresentato una vera seccatura, ma non avrei potuto fare altrimenti per ovviare a questo inconveniente.
Mi ero ritrovato pertanto ad aggirarmi solitario per le vie e i meandri della città di Kyōto, piacevolmente stupito e al più soddisfatto per esser riuscito a progettare decentemente i miei spostamenti nelle varie zone dell’antica capitale che meritassero una visita per il loro interesse storico-culturale.
Decisi un giorno di recarmi al castello Nijō, (Nijōjō), ubicato in pieno centro. Ne rimasi affascinato. Apprezzai l’impeccabile solerzia con la quale veniva curato il giardino che circondava la maestosa fortezza, nonché il piancito che percorreva le varie stanze tradizionali delimitate da fusuma e shōji, il quale se calpestato emette il canto di un usignolo, caratteristica che gli è valsa l’appellativo di Pavimento degli Usignoli, genericamente uguisubari.
L’ideazione di questo impiantito canterino fu alquanto ingegnosa e permise agli inquilini del castello di avvertire la presenza di qualunque intruso avesse avuto l’ardire di penetrare all’interno della fortezza, soprattutto se ricoperto dal vestiario caratteristico degli shinobi. Non era inusuale che ci si dovesse premunire di fronte a un assalto condotto da nugoli di ninja esaltati e metodici, brulicanti attorno al castello, considerato come il Nijōjō fosse una delle residenze dello shogun di Periodo Edo. Ci si sarebbe aspettati perciò che le misure a protezione di una residenza shogunale fossero massime, impeccabilmente strutturate e organizzate, se non addirittura tali da arrivare a garantire una certa impenetrabilità, assoluta, se non quasi.
Terminate le incursioni e le escursioni al castello, avevo accarezzato l’idea di dirigermi verso la parte sudovest della città; avrei attraversato il fiume Katsura, con l’intenzione di visitare l’omonima villa imperiale, il Katsura rikyū, capolavoro nella sua concezione organicistica, fonte d’ispirazione per l’architetto statunitense Frank Lloyd Wright, per la progettazione della famosa ‘Casa sulla cascata’ in Pennsylvania. Ahimè, non avevo però effettuata la prenotazione anticipata e quindi non mi sarebbe stato permesso accedere all’interno dell’area in cui il suddetto complesso di caseggiati era stato costruito, seguendo una precisa schematizzazione geometrica.
Decisi perciò di propendere per la direzione nord e raggiunsi la parte a ovest della città, lungo la quale serpeggiava la strada chiamata Kinukake-no-michi, che avrei percorsa per visitare tre tra i più importanti templi del Paese: il Padiglione d’oro (Kinkakuji), il Ryōanji e il Ninnaji. La strada poi si dilunga e prende un altro nome, fino a condurre alla celeberrima foresta dei bambù (Take-no-mori).
Dopo aver allietato il mio edonismo con una preziosa visita al Padiglione d’oro, che si presentò come tappa successiva del mio itinerario prestabilito, proseguii il cammino verso il Ryōanji, all’interno del quale mi capitò di assistere da spettatore a un episodio tanto insolito quanto inedito.
Ebbene, giunto che fui al tempio in questione, costituito da un’architettura suggestiva, ispezionai i locali interni, il cui pavimento era ricoperto di tatami sui quali ci si aggirava a piedi scalzi. I fusuma erano stati preventivamente lasciati aperti dagli inservienti, affinché il pubblico potesse spostarsi agevolmente di stanza in stanza, senza doversi arrangiare da sé, armeggiando di continuo per far scorrere i pannelli sui binari appositi. Mi trasferii poi nel corridoio esterno, lo engawa, sul quale si era riunita la maggior parte della gente a osservare, contemplativa per la maggiore, rimanendo in piedi o accovacciandosi, uno dei più famosi giardini zen dell’intero Paese, denominato convenzionalmente karesansui.
Mi aggregai alle persone distribuite lungo il corridoio esterno. Cercavo uno spazio ideale entro il quale mi fosse concessa la possibilità di indugiare a osservare il giardino zen, senza che si intromettesse alcuna interferenza nel mio raggio d’azione. In un primo momento deliberai che mi sarei seduto a gambe incrociate. Accomodatomi alla bell’e meglio, indirizzai lo sguardo verso quel caratteristico giardino e fui rapito subito da una piacevole sensazione di pace interiore. Quell’opera umana esortava lo spettatore a darle un’interpretazione coerente.
Mi rallegrai nell’accorgermi che le ali della mia immaginazione mi stavano librando verso dimensioni alternative che evocavano mondi incredibilmente fantasiosi. Accanto a me un signore attempato, assorto in meditazione, era assiso sull’impiantito nella tradizionale postura zazen. Alla sua destra un uomo di mezza età sgranocchiava senbei, senza ritegno, producendo del rumore che però non sembrava arrecare disturbo all’imperturbabilità dell’uomo impegnato nel suo raccoglimento interiore.
Ammiravo la dedizione con la quale l’anziano signore si stava impegnando nella sua attività devozionale, estraniandosi efficacemente dalla mondanità che lo circondava e che avrebbe potuto turbare la sua quiete interiore. Decisi di imitarlo e cercai di raccogliermi in meditazione al meglio delle mie possibilità. Speravo non si accorgesse della mia presenza. Avrei potuto provare vergogna se avesse pensato lo stessi scimmiottando. Avrebbe potuto risentirsene, qualora avesse riconosciuta la mia inesperienza come una presa in giro.
Ad ogni buon conto, feci alcuni tentativi, ma rinunciai infine a sedermi nella maniera corretta e chiusi solo gli occhi, dopo essermi impresso il karesansui in mente con le sue peculiari caratteristiche. Presi a prestito le interpretazioni che si danno di questo giardino e immaginai me stesso rimpicciolito, che vi nuotava dentro, attraverso le increspature granulose, alla ricerca di un approdo sicuro, rappresentato dalle rocce che spuntavano dalla superficie ondulata.
Non contento però di come stessi conducendo un esercizio che abbisognava della giusta concentrazione, apersi gli occhi e ritornai difilato nel mondo reale. Al contempo avevo avvertito le persone attorno a me confabulare tra loro concitate. Vidi l’anziano signore, fin prima assorto in stato meditativo sullo engawa, in quel momento disteso e disperato, gli occhi lucidi e umidi, sopra il giardino zen, con le braccia che cingevano una delle rocce affioranti dalla superficie. Assorto nei miei pensieri, non mi ero accorto di nulla che ritraesse un’anomalia.
Rimasi sbalordito, così come taluni, mentre talaltri inorridirono per l’affronto inaudito e sconveniente, proprio come gli inservienti che subito accorsero e in qualche modo riuscirono a portarlo via, togliendolo di peso dal giardino zen sul quale si era adagiato incurante delle conseguenze che avrebbe potuto subire. Lo sradicarono da un approdo che pareva avesse assunto un significato simbolico ai suoi occhi. Presenze esterne avevano così minato le sue certezze, che doveva aver rincorso a lungo con la sua encomiabile devozione.
Noi avventori fummo condotti all’esterno dell’edificio, in attesa che la situazione venisse ripristinata; io però deliberai di aver dedicato del tempo sufficiente alla visita, per cui passai alla tappa successiva, finché non arrivai a concludere la giornata presso la foresta dei bambù. Mi ero predisposto ad accettare l’influsso corroborante di altre meraviglie ineffabili, immerso in un profluvio di colori sgargianti che donavano sensazioni benefiche. Addentrarsi nella foresta dei bambù lungo il percorso guidato fu un’esperienza che rifuggiva una descrizione esaustiva che riuscisse a renderle giustizia. La mia essenza primitiva ne fu enormemente gratificata.
Il giorno dopo decisi di infilarmi per il Sentiero del Filosofo (Tetsugaku-no-michi), con il proposito di visitare il padiglione dal metallo meno nobile rispetto al suo parente localizzato nella parte a nordovest della città. Mi recai al padiglione d’argento localizzato sul lato opposto. Acquistato il biglietto, vissi la spiacevolissima esperienza di ammirare l’edificio totalmente avvolto da un’impalcatura eretta per lavori di restauro.
Ricordo che la scoperta inaspettata mi arrecò un po’ di fastidio. Cercai di mitigarlo ricordando a me stesso uno dei motivi per cui ero giunto in questa città: cercare un po’ di pace e tranquillità per il mio animo sovente agitato. Evitai perciò di tornare a ritroso verso l’ingresso per manifestare alla bigliettaia la mia insofferenza. Comunque, quest’ultima non si era minimamente preoccupata di avvertirmi dei lavori in corso, considerato come non vi fosse nulla di leggibile che lo comunicasse agli eventuali visitatori. Del resto, sarebbe risultato del tutto inutile riuscire a comunicare il mio disappunto a una persona che mi avrebbe potuta dare una risposta, irritante da sentirsi in determinate situazioni, del tipo: ‘Shikata ga arimasen’ (che si potrebbe tradurre come: ‘Lo accetti, è inevitabile’).
Tornato a muovere i miei passi sul Sentiero del Filosofo, mi sovvenne che avrei potuto prendere la faccenda con filosofia. D’altronde, il disagio non mi era costato cifre elevate; non ci rimisi molto di tasca mia, dato il prezzo esiguo del biglietto d’ingresso. Successivamente, seguendo il sentiero, decisi che avrei potuto alleviare ciò che rimaneva del leggero risentimento per l’esperienza poco piacevole appena vissuta, scemato quasi del tutto lungo la via, memore soprattutto dell’incontro avvenuto il giorno precedente con l’anziano devoto impegnato in meditazione, con il trasferirmi al Kiyomizudera.
Affrettai il passo, poiché cominciavo a percepire i primi colori crepuscolari e avrei potuto correre il rischio di trovare la biglietteria chiusa, così da non poter più entrare per quella giornata. Arrivai però in tempo e acquistai il biglietto, mentre scrutavo l’addetto, per cercare di capire se dalla sua espressione imperscrutabile riuscissi a cogliere un’insidia latente, che mi rivelasse se anche stavolta mi sarei dovuto aspettare qualche spiacevole sorpresa.
Per fortuna la conclusione della giornata mi si rivelò straordinaria al punto da mozzare il fiato. Mi ero imposto che avrei vissuto quei momenti intrisi di magia senza l’ausilio della tecnologia, senza risolvermi a scattare qualche fotografia che di certo non avrebbe potuto competere con altre presenti ovunque, specialmente in rete.
Dall’incantevole balconata sospesa del Kiyomizudera ammirai, come molti turisti che mi assecondarono estasiati in contemplazione, il meraviglioso panorama dell’antica capitale di pace e tranquillità. Solo il mio sguardo rapito avrebbe provato a immortalarlo, affinché la mia mente lo potesse conservare in uno spazio dedicato ai ricordi più importanti del mio vissuto. Avrei potuto così sperare di aver raggiunto il principale obiettivo del mio viaggio a Kyōto: alleviare, del tutto o in parte, i patemi che il mio animo soleva collezionare nei momenti di maggiore sconforto.
