Poiché il mio socio avrebbe sorvegliate le mie mosse ponendosi subito dietro alla nostra bagnarola, che avrei guidata alla collisione contro la volante della polizia, non avrei potuto esitare di fronte all’azione imminente o azzardare qualche mossa equivoca che rischiasse di farlo infuriare di brutto, con il rischio di beccarmi qualche pallottola vagante. Se avessi afferrato il suggerimento offertomi involontariamente del mio socio di filare via, ero sicuro che non avrebbe esitato a dare seguito alla sua relativa minaccia. Sgombrai la mia mente da qualsiasi inibizione e mi lanciai a velocità sostenuta, a fari spenti per non farmi riconoscere, contro la volante della polizia.
Non mi si era dato margine sufficiente per riflettere sulle mie azioni, condizionate da una persona che sembrava aver perso il lume della ragione, senza che potessi opporvi resistenza, almeno per quel che riguardava la salvaguardia della mia incolumità. In questo frangente il mio socio avrebbe potuta far sua la frase emblematica di Pascal: “al cuor non si comanda”, quale improbabile motivazione scatenante e fin prima latente, che lo stava spingendo a commettere azioni irriflesse, delle quali si sarebbe potuto pentire in futuro, se vi fosse sopravvissuto, ed io con lui, ma me ne pentivo proprio nel momento stesso in cui così speditamente andavo incontro a quello che pareva il mio destino, al quale però volevo offrire una scappatoia alternativa per venirmene fuori da questa follia suicida.
Accelerai acquistando velocità in discesa, finché non mi trovai grossomodo a qualche metro di distanza. Con il mezzo in corsa, allorché avevo percepito che le ruote si erano stabilizzate scivolando sul terrapieno, avevo riaccesi i fari per esser certo di centrare la volante della polizia e mi ero preparato a lanciarmi fuori dall’abitacolo. Avevo scorto in un lampo un appezzamento tenebroso di terra risparmiato dai raggi lunari e avevo cercato di gettarmici dentro. Speravo di atterrare nel miglior modo possibile. Feci un balzo di lato qualche metro prima dell’impatto della nostra bagnarola con la volante e ruzzolai verso la zona oscura che avevo adocchiato. Lo schianto spense i fari della nostra bagnarola che dovevano essersi irrimediabilmente distrutti. Cercai di attutire la caduta con l’aiuto di mani e piedi, ma il dolore si fece sentire lo stesso, tant’è che repressi un urlo belluino in un singulto che quasi mi si strozzò in gola. Avevo impiegate energie supplementari per contenere a denti stretti il dolore lancinante che mi aveva percorso il corpo all’impatto con il terreno duro del terrapieno. Avevo come l’impressione che le mie ferite si fossero riaperte e stessero insudiciando la mia frusta salopette.
Ero rovinato a terra meglio che potevo, mentre la volante della polizia veniva proiettata in avanti dall’impatto con la nostra bagnarola e di conseguenza sbalzata nel precipizio, portandosi dietro una sagoma attaccata alla maniglia. Si sentì per qualche secondo l’eco del clangore delle componenti meccaniche che andavano a schiantarsi contro gli ostacoli che incontravano al loro passaggio, accompagnate da un urlo prolungato di terrore straziante che via via si affievolì spegnandosi nel vuoto, finché non si sentì più nulla. Di rumore se ne era sentito abbastanza, ma non avrei saputo indovinare come le persone estranee alla faccenda che lo avessero inteso lo avrebbero interpretato.
Mi trovavo al riparo dal lato in cui stazionavano il ricettatore e la figlia, ma della ragazza neppure l’ombra lunare. L’urlo di terrore che avevo udito così distintamente doveva essere per forza il suo. Il ricettatore doveva aver avuto il tempo invece di mettersi al riparo, uscendo dall’abitacolo prima dell’impatto. Il rumore di una vettura in avvicinamento doveva averlo preallertato all’occorrenza, preannunciandogli una imminente collisione, così da spingerlo a compiere anche lui un balzo prodigioso per mettersi in salvo dal pericolo.
Per il momento ero certo che dovesse essersi compiuto il destino dei quattro occupanti la volante sprofondata nell’orrido. Silvestro e Silvano, il poliziotto segaligno e il poliziotto atticciato, sarebbero stati accomunati dallo stesso destino beffardo nella morte, mentre in vita erano stati divisi dall’istintiva prevaricazione del più forte sul più debole. I due ragazzacci invece, sarebbero potuti apparire dei martiri sacrificati al cospetto del loro capo.
Compreso all’interno della rappresentazione, cominciai a distinguere meglio gli elementi che la componevano. Dopo aver sentito quell’urlo prolungato di terrore che si spegnava nel vuoto, ero persuaso che la sagoma che aveva preso il volo assieme alla volante fosse quella della ragazza che, guardandomi attorno, non riuscivo a scorgere da nessuna parte. Il padre ricettatore invece si trovava a qualche passo dalla mia nuova posizione, coperto da un arbusto che avrebbe dovuto proteggerlo da una eventuale successiva aggressione ai suoi danni, la quale avrebbe forse creduta perpetrabile per mezzo della dinamica svolazzante di un qualche disperato colpo di coda che un suo antagonista nascosto proprio come lo era lui adesso avrebbe potuto inesorabilmente muovergli contro? Forse era meglio che si tenesse in guardia, per l’appunto.
Riflettendo sommariamente su quei brevi attimi adrenalinici che precedettero la collisione, riportai alla mente l’azione che avevo compiuta di accendere i fari per inquadrare meglio il mio bersaglio, qualche istante prima dell’impatto. Subito dopo, a distanza di qualche secondo, mi era sembrato di intravedere la figlia del ricettatore avvinghiata alla portiera posteriore della volante. Le manette della figlia, che il padre non aveva provveduto a levarle di dosso, forse per ripicca, dovevano essersi incastrate nella maniglia della portiera posteriore della volante. La ragazza, dopo esser stata colpita dal padre, non aveva desistito, doveva essersi rialzata da terra ed era tornata ad attaccarsi alla maniglia posteriore con ostinato accanimento. Era chiaro come la ragazza stesse disperatamente provando ad aprirla con la forza, per liberare i due ragazzacci, ma invano. L’impatto con la nostra bagnarola, quindi, aveva portato a fondo pure lei e ci aveva costretti altresì a ritornare avvolti dall’oscurità, rischiarata solo da tenui raggi lunari.
Il mio socio aveva assistito alla concatenazione drammatica degli eventi che le nostre improvvide azioni sciagurate avevano scatenata finora e non pensò di esimersi dal prendervi parte attiva in un secondo momento, come concordato qualche attimo prima. Arrivò alla carica slanciato, spazzando il terrapieno con la sua corsa tesa allo spasimo, prorompendo in un ruggito di dolore straziante.
Doveva aver visto chiaramente, nonostante l’oscurità, la ragazza uscire di scena tragicamente, dal momento che, invece di precipitarsi contro il ricettore come convenuto, si diresse verso il burrone, correndo all’impazzata. Trascurando l’obiettivo primario di sparare al ricettore, il mio socio si espose con la sua imprudenza al pericolo.
Trovandosi ora convenientemente occultato dietro il suo arbusto protettivo, il ricettatore mascherato doveva averne individuata la sagoma rischiarata dai raggi lunari e, nonostante fosse mascherato anche il mio socio, sparò subito nella sua direzione, cercando di beccarlo mentre così gli passava davanti, slanciato nella sua corsa forsennata, senza pensarci, senza pensare alle conseguenze della detonazione esplosa dall’arma che aveva sottratta ad uno dei due poliziotti tragicamente spirati nel vuoto. Il rumore prodotto dalla detonazione, quello sì che sarebbe stato interpretato dagli uditori nel modo corretto e avrebbe potuto attirare qualche curioso o magari sollecitarlo ad avvertire qualche altro temerario avesse avuto l’ardire di andare a controllare cosa stesse succedendo.
Notandolo di passaggio, sparò un paio di volte e colpì il mio socio alla seconda occasione, proprio mentre stava per avvicinarsi al precipizio con la sua corsa forsennata. Altri due spari certificarono il suo abbattimento nel vuoto. Colpito da altri due spari nei pressi del bordo, il mio socio vi crollò dentro di peso. Se anche non lo avessero ucciso i proiettili, lo avrebbe fatto nondimeno la caduta a corpo morto dentro il precipizio. Urla di dolore ancora più straziante furono emesse dalle sue fauci, finché si affievolirono nel silenzio della notte. Questa volta al mio socio non era servito il giubbotto antiproiettile. Pazienza, non avrei avuto tempo per dolermi della sua dipartita. Del resto, dopo tutto quello che era accaduto, sarebbe apparso ipocrita da parte mia provare sentimenti che avevo provato a fare in modo che non mi appartenessero.
Il ricettatore era rimasto spaesato dall’arrivo della nostra bagnarola, ma aveva notata ad ogni modo distintamente la corsa avventata del mio socio, financo a sparargli per toglierselo di mezzo. Probabilmente la maschera di Predator lo aveva inequivocabilmente portato a indovinarne il possessore. Io invece ero caduto provvidenzialmente in una zona al riparo dai raggi lunari.
Sentivo il ricettatore chiamare a gran voce il bambino cresciuto dalla sua posizione protettiva, il fantomatico Satiro, mentre cercava un riparo più sicuro da altri ipotetici nemici che sarebbero potuti spuntare da qualche altra parte, dei quali fiutava la presenza, ma senza conoscerne l’identità.
Avrei potuto immaginare che per prima cosa cercasse, almeno con gli occhi, dove fosse andata a finire la figlia, ma fui portato a pensare all’eventualità che l’avesse vista precipitare assieme alla volante della polizia dentro al burrone. Tornai a riconsiderare per un attimo il loro rapporto e provai un certo malessere davanti alla molto probabile insussistenza di un qualche sentimento provato dal padre nei confronti della figlia. Pazienza, erano squisitamente affari loro, dei quali sembrava non avrebbero più potuto discutere assieme, se non in un’altra vita, alla quale avrei potuto anche destinarlo in brevissimo tempo.
“Maledetto Satiro del piffero, dove sei andato a cacciarti?”, urlò il ricettatore dall’appostamento che lo aveva precauzionalmente messo al riparo. Faceva vagare lo sguardo mascherato di qua e di là per capire dove fosse andato a ficcarsi il suo insolito aiutante, per quanto la visibilità glielo consentisse.
“Eccomi, che c’è?”, rispose l’interpellato, leggermente infastidito, mentre cercava il punto di fronte a lui da cui proveniva la voce familiare. Un fascio di luce era sceso trasversalmente a rivelarne le sembianze e le fattezze infantili, allorquando era uscito assieme alla sua bicicletta dal folto della vegetazione che si trovava dalla parte destra rispetto alla nostra bagnarola, la quale aveva sostituita la volante, più o meno nella stessa posizione.
“Dov’eri?”, abbaiò tonante il ricettatore, mentre cercava guardingo di fare capolino dal suo riparo affinché il suo interlocutore lo potesse notare.
“Ero andato a pisciare dietro un albero in mezzo al bosco…”, confessò candidamente, mentre con le mani si chiudeva la patta.
“Hai preso il bottino dalla macchina, vero?”, domandò il ricettatore, smanioso, montando un’ansia indicibile, invero consapevole in cuor suo di aver solo bisogno di una conferma. Così avvinto dalla sua incontenibile bramosia, dimentico di dover stare in guardia preventivamente, si sporse più del necessario dal suo appostamento.
“No, ero andato a pisciare, come ti ho detto… Ma non eravamo arrivati con una macchina diversa?”, commentò il bambino cresciuto, mentre si grattava la testa con aria perplessa, visibilmente sconcertato dal nuovo scenario che trovava mutato davanti ai suoi occhi. Probabilmente non doveva aver sentito cos’era successo poc’anzi, o stava solo attuando l’ennesima mistificazione?
Il ricettatore avrebbe voluto strozzarlo di sicuro. Avrei potuto immaginare come gli stessero prudendo le mani. Purtroppo, essendo sempre nascosto dalla maschera, non avrei potuto apprezzare il mutamento repentino della sua espressione, ma non mi sarei ingannato se i suoi lineamenti facciali si fossero irrigiditi dalla collera per non aver gradita la notizia.
Immaginavo perciò che il ricettatore mascherato lo stesse fulminando con gli occhi, e gli sarebbe saltato addosso di sicuro, uscendo dal suo appostamento preventivo con la pistola spianata ben salda in pugno, scavalcando pure la bagnarola che li divideva, se il Satiro non lo avesse portato a più miti consigli con un intervento che avrebbe dovuto esortarlo a riflettere su quali fossero le sue priorità affettive.
Il Satiro predispose la sua figura ad una postura ieratica di imperturbabile calma. Sollevò il palmo di una mano rivolto in direzione del ricettatore per rasserenarlo dai bollenti spiriti che lo avevano surriscaldato. Il Satiro attese qualche istante che il ricettatore avesse raffreddata la sua collera per poi rivolgergli l’inevitabile domanda che gli premeva formulare.
“E tua figlia dov’è invece?”.
“Ah, dev’essere caduta dentro al fosso…”, ammise il ricettatore, come se stesse constatando un fatto del quale non era necessario che se ne desse particolare cura.
“E cosa aspetti ad andare a recuperarla per recuperare il vostro rapporto?”, commentò il Satiro, visibilmente sconcertato e deluso dall’indifferenza con la quale gli era stata riferita questa notizia.
“Ah, si sarà salvata da sola, e se ne sarà scappata da qualche parte… Non è necessario che vada giù a controllare…”.
Il Satiro incrociò le braccia e scrollò la testa, evidentemente dissentendo con il ricettatore fattosi pavido e pusillanime. Non sembrava d’accordo con la presa di posizione del padre che liquida la faccenda della figlia senza dare l’impressione almeno di provare un qualche minimo sentimento per certi versi nobile. Il padre ricettatore pareva non voler dare spazio alle emozioni. Tuttavia, l’argomento introdotto dal Satiro lo aveva portato a dimenticare per un istante il vero oggetto del desiderio che aveva determinata e scatenata una tale concatenazione di eventi nefasti.
“E se non si fosse salvata e stesse agonizzando incastrata tra qualche sterpaglia?”, dichiarò il Satiro, continuando a cercare di far riflettere il ricettatore sulle sue vere priorità affettive.
Il ricettatore rimase in silenzio. Sembrava davvero che il suo interesse per la refurtiva si stesse trasferendo a quello riguardante le condizioni della figlia. Lasciò il suo riparo, esponendosi apertamente al pericolo e si avvicinò perciò al ciglio del burrone, abbassando la pistola incautamente, forse in gesto di resa di fronte all’inesorabile destino a cui tutti noi prima o poi saremmo stati condannati, ma tenendola sempre in pugno per mantenere vitale la sua suprema volontà di controllo sugli elementi. In quegli istanti, ad ogni modo, non doveva sospettare potesse arrivare qualche altro aggressore. Erano trascorsi un paio di minuti di silenzio tombale, neppure intervallato dal rumore delle poche automobili abituali in transito, le quali pareva che in quel lasso di tempo si stessero tenendo alla larga dalla nostra posizione per consentirci di fare i nostri porci comodi.
Quel breve intervallo di quiete silvestre fu sufficiente a tranquillizzarlo un po’, tant’è che se ne era venuto fuori dal suo nascondiglio, ancorché con fare circospetto. Si era posizionato nel posto che ritenevo perfetto, mettendosi a fissare il vuoto sotto i suoi piedi. Era un’occasione d’oro, forse irripetibile. Se avessi agito tempestivamente, avrei potuto godere dell’effetto sorpresa. Avrei avute buone possibilità di liberarmi definitivamente di lui.
Prima che potesse scatenarsi il finimondo con qualche turba di curiosi che avrebbe potuto armarsi di coraggio al fine di dare una qualche sbirciatina per farsi un’idea di quel che stava accadendo, avrei dovuto prepararmi ad agire rapidamente. Avrei potuto considerare gli altri due attori in scena previdentemente tutelatisi nel caso in cui si fosse pervenuti ad un riconoscimento. Il ricettatore era mascherato ed il Satiro sarebbe stato considerato dalle altre persone come un ragazzino innocente a cui piace giocare agli indiani. Io invece ero messo davvero male e avrebbero potuto associarmi a qualsiasi individuo male in arnese amasse sguazzare nel malaffare. Non era peregrino pensare che mi avrebbero considerato un individuo alquanto sospetto.
Investito dai raggi lunari, osservavo il ricettatore affranto, mentre rimaneva ai piedi del burrone, forse indeciso sul da farsi. Intuivo come fosse animato da un conflitto interiore. Andare o non andare? Immaginai per un attimo come dovesse aver accarezzata l’idea di scivolare lungo il burrone digradante, per recuperare la refurtiva all’interno della volante, anziché andare in cerca della figlia mancante. Le condizioni del mezzo però dovevano essere disastrose. Probabilmente la volante della polizia si era accartocciata su se stessa come risultato delle ripetute collisioni occorse lungo il precipizio. Il bottino al suo interno allora non avrebbe offerto un recupero agevole.
“Sarebbe il caso che tu vada a cercarla, non credi?”, propose il Satiro, notando come il ricettatore si fosse raccolto nei suoi pensieri.
Immaginavo allora che il ricettatore sotto la maschera gli stesse rivolgendo uno sguardo carico di sottintesi che non abbisognavano di parole rivelanti il loro significato. Sembrava volesse chiedergli se fosse la cosa giusta da farsi, se implicitamente sarebbe stato in grado di compiere quest’azione salvifica lui stesso. Ero divertito all’idea che un adulto che avrebbe sempre voluto mostrarsi autorevole subisse l’ascendente di questo bambino cresciuto, per quanto il Satiro avesse esibita pure a mio beneficio e ai miei occhi in quegli attimi una saggezza tale da portarmi a riconsiderare quanto mi sarebbe risultato difficile associare il suo eloquio a quello precedente nei pressi del bosco, che mi era parso veramente infantile. Una mistificazione; non era altro che l’ennesima mistificazione. Fatto sta che il ricettatore pareva per davvero confidare nei consigli del Satiro. Per quel che lo riguardava di riflesso, il “bambino cresciuto dalla saggezza improvvisa” pareva averlo compreso perfettamente questo sguardo mascherato anelante una risposta precisa da parte sua, la quale nei suoi stessi intenti avrebbe decretato arrivasse a suonare più o meno come un vaticinio. Infatti, con un cenno d’assenso del capo, solennemente pronunciò a voce le seguenti parole, che si proponevano di fortificarlo nello spirito e assisterlo nella sua nobile impresa:
“Devi fare la cosa giusta!”.
Un’esortazione invitante anche per me che avrei potuto prendere a prestito il suo consiglio per le mie esigenze attuali. Il che avrebbe significato che dovevo saltare addosso al ricettatore. Dal momento che sembravo convinto della fattibilità del mio proposito, non avrei potuto esitare oltre. Erano trascorsi alcuni minuti dacché avevamo fatta la nostra comparsa in scena. La detonazione si era rivelata subito dopo e continuava a ricordarmi che avrei dovuto cogliere il momento propizio per agire. La mia salvezza passava dalla prontezza con cui avrei condotta la mia azione, per sentirmi finalmente libero da qualsiasi costrizione e togliere il disturbo prima che comparissero in scena altre presenze indesiderate.
Invero, dopo che il mio socio era caduto inerte nel vuoto del precipizio, avevo accarezzata la suggestiva idea di filarmela, anche se il rischio di farmi notare era notevolmente alto. Mi tratteneva anche il desiderio di sapere che fine avesse fatta il bottino, forse più per curiosità che per il reale desiderio di tornare a cacciarmi nei guai. Ad ogni modo, decisi di rimanere anche dopo che il Satiro ne aveva data notizia al ricettatore.
Mi era convenuto rimanere finora e a maggior ragione dopo che la detonazione proveniente dalla pistola del ricettatore era esplosa e mi aveva totalmente convinto a restare per il tempo a venire in attesa di eventi catastrofici. Qualcuno mi avrebbe potuto beccare, se me ne fossi andato per la strada, e far risalire a me lo sparo. A prescindere dalla mia personale situazione, qualcuno doveva aver sentito lo sparo, e sarebbe accorso a breve. Il pericolo dal quale cercavo in tutti i modi di allontanarmi sarebbe potuto tornare a manifestarsi in una nuova veste.
Mi lanciai addosso al ricettatore mascherato, uscendo dalla macchia di oscurità che mi aveva celato finora opportunamente alla loro vista. Avrei voluto strappargli lestamente dalla mano la pistola, ma sarebbe stato complicato concentrarsi su un solo particolare con il rischio di fallire nel mio intento. L’unica cosa che avrei potuta fare era comportarmi come nel bel mezzo del bosco e coglierlo alle spalle saltandogli addosso, magari evitando di cadere nel burrone. Gli balzai allora alle spalle ad ampie falcate il più silenziosamente possibile per non farmi notare. Le mie calzature erano così scomode che non mi consentirono di prendere il giusto slancio; anzi, mi fecero inciampare a pochi passai dal ricettatore, che non si accorse della mia presenza però, finché non sentì il mio alito sul suo collo a qualche centimetro di distanza. Gli franai addosso perciò scompostamente e andammo entrambi a finire lungo il precipizio che digradava verso il basso con una pendenza ragguardevole.
Fortunatamente il terreno sotto di noi era scosceso e affioravano poche rocce, distribuite qua e là. Digradava verso il basso con una lieve pendenza lungo la quale rotolavamo avvinghiati l’uno all’altro. Aveva ancora la pistola in pugno, quel maledetto! Pensavo che così preso alla sprovvista, gli fosse caduta di mano per il colpo subito. Cercava allora di puntarmela contro per farmi secco, ma non riusciva ad inquadrare il bersaglio, mentre continuavamo a ruzzolare verso il basso, incontrando alcuni ostacoli contro i quali cozzavamo al nostro passaggio. Cercai di sopportare il dolore con stupefacente stoicismo, consapevole che il mio destino si sarebbe compiuto in quei precisi istanti.
Al nostro passaggio ruzzolante, avevo notata la volante della polizia, o quel che ne restava, accartocciata su se stessa, proprio come avevo immaginato in precedenza. In quegli attimi fatali, qualche minuto dopo l’impatto che l’aveva fatta rimbalzare ripetutamente attraverso lo scoscendimento del burrone, giungendo pure ad incastrarsi, alla fine della sua carambola, contro un albero che affiorava dalla pendenza del terreno, aveva cominciato a prendere fuoco, financo a generare un’esplosione che ci lacerò i timpani e ci espose ai pezzi incandescenti che cadendo avrebbero potuto centrarci in pieno. Le componenti surriscaldate della volante della polizia dovevano esser diventate incandescenti ed avevano perciò provocata un’esplosione che aveva incendiato la sparuta vegetazione che si inerpicava lungo la parte scoscesa del burrone.
Il rumore inequivocabile avrebbe mosso una pletora di persone, dalle più curiose alle più apprensive. Avrebbe aggregato ai più coraggiosi anche i più timorosi, i quali sarebbero accorsi a breve, assieme ai temerari per darsi man forte, per capire cosa fosse accaduto di così fragoroso nei pressi del loro tranquillo abitato.
Con il favore della luce emanata dal fuoco che aveva scatenato l’incendio, qualche sguardo acuto avrebbe potuto rintracciarci, anche avvolti dall’oscurità. Dovevo sbrigare perciò la faccenda con il ricettatore nel minor tempo possibile. Una zona leggermente appianata ci fece rallentare la nostra discesa. Ne approfittai per levargli la pistola dalle mani. Riuscii ad agguantarla prima che andasse ad infilarsi nelle tenebre. Il ricettatore riuscì a divincolarsi dalla presa con la quale volevo immobilizzarlo. Avrebbe voluto dileguarsi scivolando giù dallo scoscendimento, ma fui capace di agguantarlo per le corna della maschera del Dio Cervo. Non sarei riuscito a sparargli addosso, si dimenava troppo. Me lo riportai appresso. Lo presi e lo strinsi per il collo, con uno sforzo indicibile, affinché le forze lo abbandonassero, finché non oppose più resistenza. Appoggiai la pistola accanto a me. Trovai una roccia che faceva al caso mio e vi fracassai la testa contro, con una brutalità della quale avrei fatta difficoltà a capacitarmi anche in futuro, riconsiderando le mie azioni pregresse.
L’esperienza precedente mi aveva ispirato a riproporre la stessa modalità d’aggressione, ma soprattutto mi aveva istintivamente portato a diventare più crudele per uno spirito di autoconservazione della mia specie. Non avrei mai desiderato che il ricettatore ritornasse ancora redivivo da qualche parte, ovunque mi trovassi, neppure nei miei sogni l’avrei voluto, neppure con quella maschera indosso. Anzi, sarebbe stato meglio che me ne riappropriassi, anche se la vedevo in condizioni pietose, con il suo muso devastato dalle ferite lasciate impresse dalle vicissitudini patite in questa giornata terribile. Deliberai allora di lasciargliela addosso, ormai faceva parte di lui; letteralmente pareva esserglisi incollata in faccia. Inoltre, doveva esser anche più presentabile della maschera di morte che ricopriva.
Mentre così lo guardavo e mi risolvevo su come avrei dovuto agire in quegli attimi successivi al delitto, nel futuro prossimo e d’ora in avanti in un futuro remoto, un’ombra arrivò a frapporsi tra di noi. La luce emanata dalle fiamme divampanti dall’automobile che continuava a bruciare a poca distanza nell’aere fumigante investiva con la sua intensità la figura del ricettatore che mi stava sotto. Un’ombra allungata la tagliava in due, formando con la mia ombra una croce sopra il corpo che avevo appena consegnato definitivamente all’altro mondo.
Mi voltai verso la sua provenienza e scorsi la figura stravolta della ragazza, con i vestiti lacerati, che si reggeva a malapena in piedi e mi fissava impassibile. I raggi lunari facevano baluginare il contorno dei suoi occhi lucidi. Il fuoco riverberava la sua figura magra e slanciata, per metà, nel senso dell’altezza. Rimasi impassibile a guardarla anch’io, ma tendevo a rimanere sul chi va là. Le precauzioni non erano mai troppe, uno stato dimesso poteva nascondere pur sempre un’insidia. Le esperienze straordinarie di questa giornata mi consigliavano di non abbassare la guardia.
Rimanemmo immobili per qualche istante a guardarci fissamente. Potevo sospettare a ragione che avrebbe voluto aggredirmi. Gli avevo ammazzato il padre e questo sentimento doveva aver preso il sopravvento. Si erano frapposti alcuni secondi di attesa, ma sapevo come la ragazza avesse già presa la sua decisione. Quel che avrei dovuto capire è come avrebbe fatto a metterla in pratica. Si rinnovava anche con lei la stessa situazione di prima vissuta in mezzo al bosco. La pistola era appresso a me e non avrei esitato ad usarla se mi fossi sentito in pericolo. La ragazza per giunta non avrebbe potuto beneficiare dell’aiuto dei due ragazzacci, suoi fidi alleati e forse qualcosa in più, che in quel momento stavano arrostendo dentro la volante, forse già deceduti a seguito delle ripetute carambole.
La ragazza si scagliò su di me a mani nude, senza fornirmi avvisaglie che potessero allertarmi. Fui colto leggermente alla sprovvista, da un quasi effetto sorpresa, ma afferrai in un istante la pistola e le sparai a bruciapelo, a qualche metro di distanza. Arrancò di qualche passo verso di me. Mi spostai e lasciai che crollasse sopra il corpo del padre, andando a sostituire la sua stessa ombra, ricoprendola con il suo corpo appena spirato, a formare una croce.
Non so se le avrei sparato lo stesso nel caso in cui non mi si fosse gettata addosso alla disperata e avesse magari deciso di fuggire in alternativa. Dal momento che mi aveva voluto attaccare direttamente, il ricordo dell’umiliazione patita a seguito della sua cattura nel bosco mi aveva spinto invece a sparare senza alcuna esitazione. Con suo sommo compiacimento, mi aveva ricoperto di vergogna, lasciandomi ignudo legato al palo. Il mio amor proprio mi aveva allora sollecitato a premere il grilletto per preservare la mia incolumità dagli attacchi di una furia scatenata. Il mio destino doveva essersi compiuto, finalmente. La croce disegnata dal suo corpo assieme a quello del padre avrebbe potuto decretare la parola fine a questa assurda vicenda; avrebbe potuto sancire il termine di questa giornata altamente movimentata.
Sollevai lo sguardo verso l’alto per capire se fosse già accorso qualcuno. Immaginavo che il Satiro se ne fosse già andato via, intuendo la mal parata; invece, lo vidi sul limitare del precipizio che mi fissava a braccia conserte, con espressione che dal riverbero del fuoco che gli rischiarava parzialmente la faccia avrei potuta ritenere compiaciuta dello spettacolo cruento al quale aveva assistito. Credetti infatti di scorgere un movimento in su e in giù del capo, che avrei potuto interpretare come un assenso per come avevo condotta la faccenda. Il riflesso luminoso che tendeva a ballare sulla sua faccia mi rimandava per associazione mentale al fuoco dei falò dei pellerossa. Avrei potuto allora inserire il Satiro in una scena tradizionale del mondo pellerossa. Dal momento che aveva voluto abbigliarsi in quella maniera, nonostante non ci trovassimo a carnevale, lo avrei potuto credere un ipotetico capo indiano, con il suo copricapo caratteristico indosso e pitturato in volto come si usava fare nella tradizione degli indiani d’America, seduto in modo regale attorno al fuoco con i suoi sottoposti, per dispensare la sua saggezza.
A braccia conserte e con sguardo che avrei ritenuto emblematico della sua soddisfazione, sembrava volesse dirmi: “hai fatto la cosa giusta!”.
Abbassai lo sguardo e lo feci vagare attorno a me, per valutare se veramente avessi fatta la cosa giunta, riconsiderando in parte le mie azioni. Quando lo rialzai, il Satiro, il bambino cresciuto, non c’era più e al suo posto vidi arrivare diverse persone alla spicciolata. Sagome investite dalla luce danzante del fuoco osservavano incuriosite e in apprensione lo spettacolo desolante, rimanendo in piedi sul limitare del precipizio. Mi dileguai anch’io cercando riparo qua e là.
