Disteso sopra il tatami della nostra camera da letto, mi stavo compiacendo al pensiero che avrei avuta la nostra casa a mia completa disposizione per l’intera serata. L’avrei trascorsa rasserenato nell’animo, poiché ero riuscito a liberarmi della presenza dei miei coinquilini, i quali avevo invitati a cercare altrove il loro nido d’amore, dove poter miagolare liberamente, senza dovermi importunare.
Ero quindi immobilizzato nella mia posizione supina di beato rilassamento, senza alcun desiderio di compiere alcun movimento, finché il sopraggiungere di borborigmi provenienti dal mio stomaco non mi spinsero ad alzarmi dal tatami per andare a prepararmi qualcosa da mangiare per cena.
Sapevo di aver comprata della tempura il giorno precedente e perciò mi avviai abbastanza fiducioso in direzione del frigorifero. Decisi che l’avrei abbinata ad una scodella di udon. Lo scenario desolante che mi si presentò davanti agli occhi però, ispezionando l’interno illuminato, mi indispettì parecchio, e il pensiero riandò immediatamente ai miei coinquilini, che dovevano aver consumata anche la mia, di cena, oltreché la loro, probabilmente con l’intento di volermi fare un dispetto, suscitato dalla loro riluttanza a dover lasciare la casa per quella serata, qualora avessero voluto miagolare indisturbati.
Tutto era nato dal fatto che erano riusciti a convincermi ad assentarmi da casa per qualche ora in serate prestabilite al fine di lasciar loro maggiore intimità. Convenimmo che avrebbero potuto accoppiarsi liberamente in mia assenza per due serate a settimana. Ripensai a come ci avessero provato poco fa, prima di uscire, a blandirmi per guadagnare una serata extra, ma non c’era stato verso e se ne erano andati via mestamente a miagolare altrove, verso il loro nido d’amore surrogato. Magari si erano nascosti in qualche anfratto in penombra, risparmiato dalle luminarie circostanti.
Pensai che non mi sarebbe affatto dispiaciuto trasformarmi in un bakeneko dei racconti fantastici, uno di quei gatti indemoniati che zampetta nell’oscurità, con i suoi inquietanti occhi a fessura che perforano la notte. Sarei potuto andare a spaventarli con il favore delle tenebre per vendicarmi di questo scherzetto infantile che mi privava della mia cena; tutt’al più che non vi era alcuna clausola nel nostro patto che recitasse di non poter attuare una vendetta personale. Avrei avuta perciò ragione di restituirla a tempo debito, pareggiando i conti con il pasto che si erano sbafati, se ne avessi avuta davvero intenzione.
Tornai a ripensare a cosa mettere sotto i denti, e non trovai altra soluzione se non uscire di casa per procacciarmi la cena. Non avevo però voglia di prendere dell’altro sushi in offerta al supermercato. Mi stuzzicava invece l’idea di prospettarmi qualcosa che si potesse scaldare, ma che non fosse troppo dozzinale, come i noodles istantanei o come qualche altra “pietanza” da konbini. Pervenni allora ad un’altra idea e valutai che era giunta l’ora di utilizzare la tessera segnapunti del mio locale di ramen prediletto, prima che si esaurisse la sua validità. Avrei potuto infatti ordinare un piatto di tsukemen gratuito a seguito dei pasti accumulati in precedenza.
Decisi di recarmici subito. Per fortuna non distava molto dal nostro stabile; solo alcuni chilometri ci separavano, per cui scesi di sotto per mettermi in sella alla mia mamachari, la bicicletta da donna con cestino che avevo acquistata ad un prezzo conveniente da un risaikuru, ma quando arrivai nei pressi del pergolato allungato che proteggeva la rastrelliera lungo la quale erano allineate le biciclette del mio condominio, un moto di dispetto tornò a scuotere la mia tranquillità, alla vista di come alcune biciclette fossero cadute e ne avessero interessate altre che si erano anch’esse distese a terra, creando un effetto domino.
Dominai la mia rabbia alla vista di come la mia bicicletta fosse incastrata lì in mezzo. Per poterla cavare fuori da quella confusione avrei dovuto inevitabilmente accomodare le altre biciclette nella loro posizione originaria. Vi tentai grossomodo con discreto successo. L’aria intrisa di umidità, seppure in un orario serotino, mi aveva fatto sudare alla grande e il desiderio di riempire la mia pancia si faceva ancor più incalzante.
Inforcai la bicicletta e mi trovai a coprire in brevissimo tempo la distanza che mi separava dal locale. Lo trovai particolarmente affollato, con diversi avventori abituali ai quali feci un cenno di saluto. Mi accorsi che solamente un cantuccio era stato risparmiato. Il posto vacante si trovava addossato al muro, al termine del lungo bancone che circondava la cucina a vista, caratterizzante la più parte dei locali impostati su questo particolare genere di architettura d’interni.
Su invito molto caloroso dei dipendenti del locale, mi diressi verso l’unico posto libero che avevo individuato. Mi sedetti compostamente e attesi di poter ordinare la mia cena. Intorno a me, come d’abitudine, si stava liberando dalle bocche dei clienti pasteggianti una sinfonia di risucchi. Dalle bacchette gli spaghettini avvolti dal brodo ascendevano alla bocca producendo rumori che tentavano di sincronizzarsi a vicenda, cercando insistentemente un’armonia comune. Subito il pensiero riandava a mia madre che mi ammoniva di non fare rumore con la bocca quando mangiavo, favorendo così la sopravvenienza di uno di quei soliti sorrisi che tentavo di nascondere alla clientela ogni qual volta mi capitava di assistere a questi peculiari “concerti” di risucchi. Se alcuni avventori si fossero accorti del mio spasso, ero sicuro che non mi avrebbero capito e avrebbero mostrato sconcerto financo a spazientirsi, considerandomi magari una persona insolente.
Misi maggior giudizio nel mio atteggiamento contegnoso, e cercai di farmi i fatti miei per non rischiare di indispettire la clientela del locale. Rimuginai perciò su quale tipo di vendetta avrei potuta attuare ai danni dei miei coinquilini. Frattanto era arrivata la mia cena. Consumai il mio pasto voracemente. Dopo essermi lautamente rifocillato ed aver notificata al gestore la gratuità della mia cena, mi diressi verso l’esterno per recuperare la mia bicicletta.
Riflettei qualche istante se fosse stato il caso di non rincasare subito ed estendere la mia serata per svagarmi un po’. Tuttavia, pur volendo passare in rivista gli eventuali intrattenimenti appetibili che mi si proponevano, dei quali avrei potuto usufruire in solitaria, mi ridussi ad individuare solo luoghi deprimenti come le sale dei pachinko, per cui non mostrai alcuna esitazione a mettermi sulla via di casa, inforcando nuovamente la mia bicicletta.
Un poliziotto mi intimò di fermarmi per verificare se la mia mamachari fosse davvero mia. Probabilmente non avendo molto da fare e scorgendo in me un forestiero, aveva sottoposta la mia bicicletta all’ennesimo controllo. Dal momento che il tasso di criminalità in una città come Tokyo non è molto alto, pare che i poliziotti non si trovino impegnati di solito con mansioni troppo gravose e si adoperino magari con altre meno gravose ma parimenti dignitose, come aiutare una vecchietta ad attraversare la strada oppure recuperare un gattino impaurito sopra un albero. Ecco, perché non erano andati a scovare i miei coinquilini, invece di fermarmi per l’ennesima volta?
Finito il controllo, ripresi la strada verso casa. Mi fermai davanti alla rastrelliera delle biciclette messe in fila e notai come la fila stessa fosse stata riallineata impeccabilmente. Qualche volenteroso doveva essersi reso disponibile per l’ingrato compito, a beneficio di tutto il condominio. Avvicinatomi ancor di più notai però come vi fossero anche le biciclette dei miei due coinquilini e ciò mi procurò enorme irritazione. Dovevano aver atteso che me ne andassi per tornare sui loro passi. Dovevano trovarsi dentro casa in questo istante. Infilai la bicicletta nella rastrelliera, senza curarmi se potesse nuovamente cadere assieme alle altre, e corsi su per le scale verso il nostro appartamento.
Mi fermai davanti alla porta e non mi ingannai nel sentire dall’interno provenire dei miagolii. Ero così incollerito che l’avrei presa a calci per entrare, ma decisi saggiamente di recuperare le chiavi nonostante le mani mi prudessero. Le trovai e lentamente feci per aprire. Mi sarei mutato in ninja. Mi sarei preoccupato di non fare rumore, sarei entrato, avrei riempita una pentola di acqua calda e l’avrei lanciata addosso ai miei coinquilini, che fino a quel momento sarebbero stati ignari della mia presenza.
Avevo aperto con la chiave senza far rumore, ma decisi all’ultimo che sarei andato a prendermi qualcosa da bere per schiarirmi le idee. Feci per dirigermi al primo distributore disponibile. Prima però avrei terminato il lavoro lasciato a metà chiudendo con il lucchetto la mia mamachari. Mi accucciai preoccupandomi di non urtare una delle biciclette che avrebbe innescato l’effetto domino, ma com’era ovvio, mi mostrai maldestro e con un movimento inconsulto ne feci cadere alcune. Dal trambusto che ne seguì vidi uscire due gattini timorosi. All’istante mi sorse un’intuizione, e in un lampo riuscii ad afferrarli per la collottola.
Tornai a salire le scale con passo felpato. Le mani occupate non mi sarebbero servite per aprire la porta di casa che avevo lasciata appoggiata poco fa al battente. Mi sarei preoccupato di non fare rumore invece, e avrei lanciati loro addosso i due gattini. Davanti alla porta affinai l’udito, ma non carpii alcun movimento all’interno, nessun miagolio, se non quello delle due bestiole che avevo in mano. Non sapendo decidermi ad entrare in casa, i due gattini avevano preso ad agitarsi con le zampette. Mi graffiarono entrambi le mani, per cui dovetti mollare la presa, mio malgrado. Fuggirono celeri giù dalle scale. Mi stavo massaggiando le mani doloranti, a seguito di un urlo inequivocabile, allorché vidi subito dopo provenire dalle scale e mettere piede sul pianerottolo i miei due coinquilini che mi guardavano perplessi.
