Il Suonatore di Liuto

Dopo aver letto quell’articolo di giornale, mi ero sentito come svuotato, spersonalizzato. Era come se dovessi ritrovare il me stesso che era andato via via perdendosi senza che riuscissi a rendermene conto. L’inesorabile conseguenza fu che tornai indietro nel tempo con la memoria, per ricomporre i pezzi di quella storia particolare e riconsiderare su un diverso piano e sotto una nuova luce l’intera vicenda.

Ricordo come quel giorno fossi in casa e mi stessi impegnando alla ricerca della giusta ispirazione per un racconto con cui avrei voluto partecipare a un concorso letterario. Mi stavo augurando che qualche stimolo potesse accorrere in mio aiuto, allorquando, sul far della sera, mi accorsi di come Anselmo, il mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte, fosse rincasato, fischiettando, di ottimo umore. Arguii che dovesse aver concluso un buon affare.

Me ne sarei rallegrato con lui. Tuttavia, conoscendolo piuttosto bene, avrei usata prudenza nei confronti di un entusiasmo che si sarebbe potuto rivelare contagioso. Mi era già capitato di cedere a una qualche sua suggestione, la quale purtroppo con il trascorrere del tempo si era rivelata semplicemente un abbaglio. Ad ogni modo, Anselmo recava con sé sottobraccio un quadro di medie dimensioni.

Talvolta ne portava a casa qualcuno che non era riuscito a vendere, nonostante si impegnasse a esaltare i pregi dei quadri appartenenti alla sua collezione: alcuni di indubbio valore, altri dal gusto discutibile, rivedibili, i quali tutti assieme senza alcuna distinzione stavano accumulando polvere in casa, in una sorta di stillicidio che si sarebbe potuto prolungare in perpetuo.

Coinvolto in una tale situazione, l’unica speranza che ancora nutrivo era che ad Anselmo la sua favella potesse tornare utile, prima o poi, a convincere potenziali acquirenti in cerca di un buon affare. Non di rado, infatti, il suo atteggiamento implorante si rivela controproducente per i suoi affari, condensato in un’opera di convincimento che si stava rivelando sempre più complicata per i suoi scopi. Alla fin fine era innegabile che avrebbe dovuto piazzare qualche quadro, se non avesse voluto che lo sconforto rischiasse di abbattere le sue ambizioni.

Guglielmo, l’altro nostro amico nonché inquilino aspirante musicista professionista, invece non aveva fatto ancora ritorno a casa. Era uscito di primo mattino per cercare un luogo tranquillo dove potersi esercitare a suonare senza distrazioni. Solitamente non osservava precisi orari di rientro, per cui non ci saremmo dovuti preoccupare nel caso di una sua eventuale sparizione. Del resto, ci si aspettava potesse badare a sé stesso, da adulto qual era.

Mi dedicai ad osservare il quadro che Anselmo aveva appoggiato al muro del corridoio, allineato agli altri, cercando di mostrarmene interessato, e ipotizzai, come capitava che facessi in situazioni del genere, che anche questa discutibile opera d’arte potesse rimanere a lungo invenduta in casa nostra, pronta ad attirare strati di polvere per il tempo a venire. La prospettiva di un ulteriore accumulo non era particolarmente attraente.

Ebbene, il quadro raffigurava un suonatore di liuto, dipinto nella sua figura intera, imperante nella sua postura canonica. Era stato rappresentato nel bel mezzo di una statica esibizione privata, nell’atto di pizzicare le corde del suo strumento con un plettro d’osso, a beneficio di un potenziale pubblico selezionato. Accanto a sé, alla sua sinistra, erano collocati un tavolino con sopra solo un bicchiere vuoto e un leggio con sopra uno spartito.

A voler essere onesti, non ero così sicuro che mi avrebbe fatto piacere divenire suo spettatore, qualora ve ne fosse stata l’occasione, calandomi in una dimensione icastica che riproducesse una realtà verosimile, e speravo soprattutto che il suonatore non mi volesse annoverare tra i suoi estimatori.

Mentre così osservavo il quadro, mi adoperavo per dissimulare la mia perplessità attraverso un’espressione che non rischiasse di contrariare il mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte. Non era escluso che avessimo un’opinione diversa a riguardo di quell’opera d’arte. Ad ogni modo, poiché mi vide così assorto a fissare il quadro, immaginò erroneamente ne fossi interessato, per cui si predispose a darmi qualche informazione sintetica a riguardo.

Si trattava di un’opera recente di un pittore contemporaneo da poco deceduto, la quale si sarebbe dovuta ispirare alla pittura fiamminga, nello stile e soprattutto nelle intenzioni dell’artista che l’aveva realizzata. Notai però quanto i risultati apparissero incerti a un’attenta analisi. Anselmo non avrebbe potuto che convenirne con me, se fosse stato sinceramente critico davanti a un esemplare della sua collezione.  

Mi soffermai con l’occhio indagatore sulla raffigurazione nel suo insieme. A dir la verità, l’opera in sé non aveva una particolare attrattiva, ma nell’atto di osservarla scrupolosamente, con l’intento di ricavarne dei lati positivi che riuscissero a conferirle dignità, finii inevitabilmente per incrociare lo sguardo fiero del suonatore di liuto, il quale pareva non darsi cura che il suo spettatore potesse risentirsi dell’improntitudine che traspariva dal suo volto.

Benché si trattasse di una raffigurazione pittorica riprodotta nella sua drammatica staticità, l’unico personaggio che vi era rappresentato con il suo atteggiamento presuntuoso mi dava già sui nervi. Era evidente che l’autore del quadro avesse voluto renderlo orgoglioso delle sue abilità musicali. Tuttavia, lo spettatore che si fosse soffermato sull’espressione del volto non avrebbe potuto che considerare il suo possessore esageratamente superbo.

Qualche attimo dopo, sollevai il mio sguardo e lo rivolsi ad Anselmo. Volevo cercare di capire se davvero confidasse di vendere a qualcuno quel quadro mediocre dalle caratteristiche irritanti. Persino la cornice avrebbe rivaleggiato con la qualità modesta dell’opera. Intuita la mia perplessità, che alla fin fine non aveva potuto che palesarsi davanti ai suoi occhi, il mio amico mercante d’arte mi confessò candidamente che non era intenzionato a venderlo; in realtà si trattava di un regalo per Guglielmo, il nostro amico nonché inquilino aspirante musicista professionista.

Guglielmo suonava il violino e ultimamente era entrato in crisi. Aveva cominciato a nutrire dubbi sul suo talento musicale e se ne lamentava apertamente. Tutt’al più che alcuni giorni dopo avrebbe dovuto sostenere un importante saggio, al cospetto di famosi musicisti ed esperti del settore, il quale avrebbe potuto aprirgli le porte di una luminosa carriera come violinista, qualora l’esibizione avesse avuto successo. Aveva ricevuti diversi elogi in tempi recenti, che lo avevano comprensibilmente inorgoglito, quale risposta positiva al suo talento, ma gli stessi elogi lo avevano portato a riflettere se ritenersene davvero meritevole.

Si era chiesto se le lodi ricevute non fossero fasulle e se non stesse sopravvalutando le sue abilità musicali. Ci aveva rimuginato a tal punto che pensieri ominosi l’avevano spinto a riconsiderarle. Doveva essere subentrato un fortissimo problema di autostima che rischiava di frustrare tutto l’impegno che aveva profuso per raggiungere il suo obiettivo. Pareva a forte rischio di abbandonare l’ambizione di una carriera nella musica. Sarebbe stato un vero peccato se fosse accaduto.

Tendeva a esercitarsi caparbiamente, ma il suo disfattismo era divenuto palese. Di riflesso anche il nostro umore ne avrebbe potuto risentire, qualora non avessimo trovata la soluzione ideale al problema. Considerata la situazione complicata che avrebbe rischiato di minare persino il nostro quieto vivere, Anselmo era stato mosso a compassione e aveva pensato potesse far piacere a Guglielmo ricevere qualcosa che gli ricordasse i suoi obiettivi.

Anselmo nutriva la speranza che il quadro del suonatore di liuto potesse sortire un effetto positivo sul nostro amico musicista, che stava vivendo una situazione difficile, alla quale era necessario porre rimedio in qualche modo; nonostante quel che gli aveva raccontato il gallerista dal quale aveva acquisito il quadro in questione nascondesse un’insidia latente rivolta a chi si fosse mostrato superstizioso.

Incuriosito da quanto accennatomi da Anselmo in merito a una storia che sembrava racchiudere un alone di mistero, volli saperne di più nello specifico e lo esortai perciò a raccontarmi diffusamente nei particolari di cosa si trattasse. Fui prontamente messo a parte di una storia singolare, riportatami tale e quale a come gli era stata riferita.

Tempo addietro una famiglia facoltosa, composta da un padre, una madre e una figlia adolescente suonatrice di violino, aveva acquistato il quadro in questione, trovandolo di proprio gradimento. Incontrando il loro apprezzamento, i genitori lo avevano comprato a una mostra per farne regalo alla figlia. Speravano in cuor loro che il soggetto evocativo potesse stimolarla nell’apprendimento dello strumento con il quale si esercitava quotidianamente, affinché il suo rendimento migliorasse. Finora ad allora il profitto era stato piuttosto scarso, benché in lei fosse riscontrabile del talento.

Contrariamente però a quanto auspicato dai genitori che si sarebbero creduti lungimiranti nella loro presunzione, ciò che accadde fu esattamente l’opposto di quanto si sarebbero augurati. La ragazzina cominciò tutto d’un tratto ad avere in odio lo strumento, accelerando la manifestazione di un disinteresse latente, che pareva stesse covando segretamente in lei.

Il quadro era stato appeso a una parete della stanza della musica della loro magione, per assolvere alla funzione che ne aveva determinato l’acquisto. La presenza persistente sembrava che all’inizio avesse agito positivamente su di lei, al di là dell’interesse che la ragazzina avesse potuto fingere con l’intenzione di mostrarsi riconoscente verso ciò che aveva ricevuto.

Si esercitava perciò nella stanza della musica al cospetto del quadro che le era stato donato e in un primo momento si erano notati dei miglioramenti. Tuttavia, la situazione degenerò con il passare del tempo. Il violino scomparve improvvisamente senza un perché e la ragazzina sconfortata, manifestando un atteggiamento scostante, non ne volle più sapere di averne un altro, come del resto non avrebbe più voluto avere a che fare con la musica in generale.

I genitori furono costretti a rivedere i loro giudizi e a cambiare di conseguenza idea in merito alle loro iniziali convinzioni, per cui giunsero a imputare la colpa di questi cambiamenti imprevisti al quadro che doveva aver lanciato qualche sortilegio alla figlia. Decisero quindi di sbarazzarsene, destinandolo alla galleria d’arte dell’amico di Anselmo.

Ricevutolo in dono senza che si fosse dovuto impegnare in una contrattazione, il gallerista aveva cominciato a sondare se vi fossero state persone interessate all’acquisto. La storia singolare che i genitori non si erano fatti alcun problema a riferirgli avrebbe rischiato però di condizionare un’eventuale vendita, nel caso in cui i particolari si fossero diffusi nell’ambiente. Per quanto saggiamente Anselmo si fosse preoccupato di tacere le vicissitudini della ragazzina, ciò che aveva temuto si era effettivamente avverato, per cui dovette desistere e tenersi per sé il quadro incriminato.

Presumibilmente i genitori della ragazzina dovevano aver riferita la storia ad altre persone, per cui la nomea del quadro si era fatta automaticamente scomoda e aveva di conseguenza dissuaso potenziali acquirenti dal volersi assicurare il quadro in questione, per una cifra che sarebbe stata per questo motivo magari decisamente irrisoria.

Il gallerista aveva deciso allora di liberarsene; avrebbe regalato il quadro a qualcuno che non si fosse fatto suggestionare da quella storia singolare. Sarebbe arrivato persino a distruggerlo, se non avesse trovato qualcuno che avesse accettato di buon grado la sua donazione. Sentiva di provare un po’ di angoscia, benché non si considerasse superstizioso. Il quadro avrebbe avute le ore contate se Anselmo non si fosse risolto per salvarlo dalla dissoluzione.

Dopo una tale rivelazione, mi chiesi come avrebbe potuto sortire un effetto positivo su Guglielmo la presenza di un quadro del genere. Anselmo non ci mise molto a notare quanto la storia mi avesse sconcertato, tant’è che provò a rassicurarmi affermando che si trattava di una semplice suggestione. Secondo lui non sussisteva alcuna connessione tra il quadro e le scelte già indirizzate della ragazzina, la quale era fisiologico che, con il trascorrere del tempo e l’assunzione di una maggiore indipendenza, avesse deciso da sé sulla prosecuzione o meno della propria attività musicale.

Chissà perché, riflettendo su quanto raccontatomi, mi trovai però ad essere di tutt’altro avviso. A differenza del mio amico non ero poi così sicuro che il quadro non avesse avuta alcuna implicazione nella decisione di rinunciare a suonare da parte della ragazzina. Non ero affatto convinto che il quadro non avesse influito in modo negativo su di lei. Doveva aver giocato un ruolo rilevante, tale da spingerla ad abbandonare la sua attività musicale. Sospettavo che il quadro avesse fatta la sua parte nella scelta della giovane musicista e mi sarei dovuto a ragione preoccupare per questo.

Ad ogni modo, Anselmo aggiunse che, se anche si fosse dato il caso che il quadro avesse influito negativamente su Guglielmo, per lo meno noi due ne avremmo potuto trarre vantaggio. Se il quadro avesse fatto lo stesso effetto al nostro amico, agendo negativamente su di lui allo stesso modo che nei confronti della ragazzina, avremmo potuto sperare che il nostro quieto vivere, a seguito della decisione di smettere di suonare, potesse beneficiare della sua rinuncia.

Era chiaro come Anselmo stesse scherzando e non volesse che Guglielmo rinunciasse definitivamente alla sua passione per la musica. Era impensabile che potessimo fargli uno sgarbo, prendendoci gioco di lui con questo artifizio. Tuttavia, il ragionamento del mio amico nonché inquilino di mestiere mercante d’arte non era del tutto scorretto. Alla fin fine, se Guglielmo non fosse stato in grado di ottenere dei buoni risultati con la musica, per noi sarebbe stato preferibile che smettesse di tediarci o addirittura di infastidirci con le sue lamentele ricorrenti; per cui non ci saremmo dovuti preoccupare se il quadro avesse influito negativamente su di lui. Avremmo solamente reso meno dolorosa la sua agonia e magari il nostro comportamento non sarebbe stato così riprovevole al punto che ce ne saremmo potuti pentire.

Al termine di queste considerazioni, a conti fatti, avremmo dovuto evitare che riflessioni sul paranormale potessero condizionare il nostro pensiero. Per quel che mi riguarda, mi sarebbe convenuto rimanere con i piedi per terra e propendere per assecondare il mio amico Anselmo, allineandomi con l’idea che il quadro non avrebbe avuto alcun effetto su Guglielmo, il quale avrebbe di fatto ricevuto un semplice regalo, che per cortesia non avrebbe potuto disprezzare e gli sarebbe potuto servire magari d’ispirazione.

Decidemmo di comune accordo che il luogo ideale dove appenderlo fosse uno dei muri della stanza della musica, a imitazione dei suoi precedenti proprietari; perché anche in casa nostra era stata organizzata una stanza destinata allo scopo, probabilmente più piccola, ma la funzione alla quale assolveva era pressoché la stessa.

Al suo ritorno a casa verso ora di cena, Guglielmo trovò il quadro già appeso al muro. Intenzionati a fargli una sorpresa, non lo avvertimmo subito della novità e ci raccogliemmo nella stanza della musica assieme a lui allorché se ne accorse, per osservare la sua reazione. Sembrò apprezzare il regalo dell’amico mercante d’arte e sostenne che gli sarebbe servito da stimolo per migliorarsi. Mi meravigliai di questa esternazione, che dimostrava insolito ottimismo da parte sua. Mi sarei rallegrato con lui se avesse tratto un qualche beneficio da quell’opera di modesto valore.

Considerata l’accoglienza positiva mostrata da Guglielmo per il quadro, ci risolvemmo di non menzionargli la storia che poco prima Anselmo mi aveva raccontata. Non mi pareva il caso di smorzare il suo entusiasmo, a maggior ragione non sapendo se avessi potuto ritenerlo suggestionabile.

Nonostante si fosse esercitato tutto il giorno e dovesse sentirsi comprensibilmente stanco, contrariamente a qualsiasi aspettativa, estrasse il suo strumento e si mise a suonare con foga inusitata. Andò avanti così a oltranza per tutta la sera, senza mettere nulla sotto i denti. Io e Anselmo andammo a dormire che ancora suonava forsennato, con la speranza che potesse smettere a breve e non decidesse perciò di proseguire fino a notte fonda, così da permetterci di prendere sonno.

Durante la notte vissi l’esperienza traumatica di un incubo angosciante. La ragazzina della storia che mi era stata raccontata distruggeva rabbiosamente il suo violino e ringhiava in direzione dei genitori, i quali atterriti non avrebbero saputo come reagire di fronte a un’espressione del volto trasfigurata orribilmente da una ferocia spropositata. Atterrito, dovetti svegliarmi di soprassalto per porre fine a quell’indicibile tormento.

Avevo sudato copiosamente e mi sentivo sitibondo, per cui pensai saggiamente di avviarmi in cucina a prendere una bottiglia d’acqua fresca per dissetarmi. A metà del corridoio, la lama sottile di una timida luce soffusa, proveniente dalla stanza della musica, fendeva il passaggio. La curiosità mi soggiogò e rivolsi la mia attenzione alla porta socchiusa che immetteva all’interno. Non sentendo il suono del violino, immaginavo che il nostro amico musicista avesse smesso finalmente di suonare. Magari stava riponendo nella custodia il suo strumento prima di andare a dormire.

Usando prudenza gettai un occhio all’interno della stanza della musica e lo rivolsi direttamente a una candela appoggiata a un tavolino, la quale diffondeva la sua luce con un’intensità tale da abbracciare una porzione cospicua dello spazio circostante. Una lugubre penombra percorreva invece i muri e si insinuava negli anfratti della stanza. Irradiato dalla luce proveniente dalla fiamma della candela che aveva accanto, Guglielmo suonava virtuosamente il suo violino. Aveva lo sguardo rivolto al quadro avvolto nella penombra.

Rimasi sbalordito davanti alla scena alla quale assistetti. Mi ero concentrato sul suonatore di liuto, il quale davanti ai miei occhi viveva di vita propria all’interno del quadro. Ne seguivo i movimenti e lo sentivo pizzicare lo strumento tra le sue mani esperte. Non mi sarei potuto ingannare davanti allo spettacolo che mi si offriva alla vista, seppur appannata dal sonno.

Guglielmo fronteggiava orgogliosamente il collega musicista. Non gli era da meno per quel che riguardava la qualità dell’esibizione. L’archetto scivolava sulle corde del violino, generando un suono melodioso, che dapprima in corridoio non mi era stato dato modo di apprezzare. Sarebbe stato impossibile sentirlo al di fuori di quella stanza. Percorrendo ogni angolo, riempiva solamente la stanza della musica all’interno della quale diffondeva le sue note armoniose; non riusciva a uscire da quelle pareti, quasi vi fosse trattenuto da una forza sconosciuta.

Un’entità invisibile e impalpabile doveva aver pervaso lo spazio interno della stanza. Doveva aver risvegliato il soggetto del quadro affinché suonasse assieme a Guglielmo. Rimasi alcuni minuti a osservare meravigliato e al contempo estasiato la loro esibizione, prestando attenzione a non farmi notare per non disturbarli e non rompere così l’incanto, finché non me ne tornai a dormire. Tornando a ritroso verso la camera da letto mi chiesi se non stessi per caso sognando.

Il giorno seguente, mi giunse all’orecchio il suono melodioso del violino che mi servì da sveglia. Poiché lo sentivo valicare le mura della stanza della musica cercai di autoconvincermi che la notte precedente avevo solamente sognato. Per associazione d’idee dovevo aver vissuta un’altra esperienza onirica, susseguita all’incubo che aveva visto per protagonista la ragazzina imbestialita dell’aneddoto che mi era stata raccontato.

Era probabile che Guglielmo avesse ripreso le sue esercitazioni di mattina presto, in previsione del saggio imminente e la sera precedente se ne fosse andato a dormire a tarda ora. Mi affacciai all’interno della stanza della musica e lo vidi suonare con ammirevole ardore. Lo sguardo non era più rivolto al quadro.

Mi tranquillizzai, ma avrei dovuto indagare per capire se davvero ciò a cui avevo assistito la notte precedente fosse stato frutto della mia immaginazione. Avrei dovuto agire in solitaria per saperne di più. Non me la sentivo ancora di mettere a parte Anselmo della mia scoperta, figuriamoci coinvolgerlo se avessi avuto un piano che meritasse di essere messo in atto.

La notte successiva mi svegliai per andare in bagno. Pensavo che Guglielmo se ne fosse già andato a dormire da un bel po’, anche se a un orario successivo al nostro. Tuttavia, constatai come la luce che fuoriusciva dalla porta della stanza della musica lasciata semiaperta mi inducesse a pensarla diversamente. Dopo essermi recato in bagno per espletare le mie funzioni corporali, allungai il mio itinerario e qualche minuto dopo ero appresso alla porta a controllare la situazione.

Sbirciai all’interno preoccupandomi di non dare nell’occhio. Lo spettacolo che stavolta mi si offrì però era diverso da quello a cui assistetti la notte precedente. I due interpreti stavano sì esercitandosi assieme, ma avevano scambiata la loro collocazione nel contesto. Il suonatore di liuto era al centro della stanza della musica, mentre Guglielmo era all’interno del quadro. Entrambi suonavano il loro rispettivo strumento. Pure quella notte una candela era stata accesa e tendeva a mantenere in penombra il nuovo soggetto animato della rappresentazione. Stentavo a credere a quel che avevo di fronte, persino dopo essermi stropicciati gli occhi ed essermi dato qualche schiaffo per capire se non stessi dormendo in piedi.

Dovetti convincermi che non stavo sognando. Tornai a dormire dopo essermi accertato che non mi stavo ingannando e mi ripromisi di tenere per me anche quest’altro episodio. Avrei attesa la nottata successiva per approfondire l’arcano. Al terzo indizio avrei sperato in una prova rivelatrice. Stavolta però avrei fatto in modo di svegliarmi di proposito.

Il giorno dopo, sin dalla mattina che seguì, Guglielmo si esercitò come al solito. Mancavano due giorni al saggio di musica e non mostrava alcuna agitazione in previsione dell’evento programmato. Da quando il quadro con il suonatore di liuto era stato appeso nella stanza della musica, non si sentiva più angustiato. Non usciva più durante il giorno da casa per cercare un luogo ideale in cui esercitarsi. Contrariamente alle nostre sensazioni e previsioni, Guglielmo ne aveva tratto un effetto benefico. Aveva recuperata fiducia nelle sue capacità, per cui non avremmo potuto che rallegrarci per il miglioramento evidente del suo umore.

Arrivò la sera e poi la notte, la terza. Misi la sveglia per precauzione, anche se di fatto non sarebbe servito. Non ero riuscito a chiudere occhio. Ero rimasto in fremente attesa di ciò che sarebbe potuto accadere. L’eventualità di pervenire a una spiegazione logica mi aveva tenuto sveglio fino al momento in cui fosse stato il caso che mi dirigessi verso la stanza della musica. Mi sentivo risoluto ma al contempo inquieto. Ero seriamente preoccupato per la sorte di Guglielmo, dopo lo spettacolo al quale avevo assistito in occasione delle mie incursioni precedenti in una dimensione che avrei definito squisitamente paranormale.

L’ipotesi che fosse stato stregato o che lo spirito del suonatore di liuto si fosse impossessato di lui mi allarmava. Lo sguardo fiero del soggetto sornione raffigurato nel quadro non mi suggeriva nulla di buono. Eppure, sembrava finora che Guglielmo avesse affrontata la nuova sfida con entusiasmo, il che presentava lati evidentemente positivi. Non riuscivo però ad abbandonare l’idea che qualcosa di terrificante stesse attendendo il momento propizio per rivelarsi.

Vi era poi un altro aspetto non indifferente della questione che mi sconcertava ed era che il mio amico musicista non aveva accusata alcuna sonnolenza durante i giorni precedenti, nonostante fosse rimasto sveglio a suonare ininterrottamente per tutta la notte, come avevo potuto verificare con i miei occhi, semmai ciò a cui avessi assistito avesse avuta corrispondenza con la realtà vera e propria.

Mi ripresentai presso la porta più o meno alla stessa ora in cui mi ero svegliato le due nottate precedenti. Per mia fortuna continuavo a trovarla socchiusa. I due soggetti davanti a me avevano riguadagnate le loro posizioni originarie, ma non stavano suonando i loro rispettivi strumenti. Guglielmo aveva in mano il liuto del soggetto del quadro, dal quale si liberava una musica celestiale.

Mi meravigliai che sapesse suonare uno strumento tanto vetusto con tale abilità. Non potevo credere vi si fosse esercitato in passato, per cui doveva esser stato un qualche potere soprannaturale ad avergli conferito un talento specifico per quello strumento. Tornai a dormire con la sensazione che avrei avuto bisogno di una quarta incursione nella loro dimensione per formarmi un’idea definitiva. La notte successiva sarebbe stata l’ultima prima del saggio di musica e avrei dovuto approfittarne.

Rimasi sveglio finché non arrivò l’ora in cui sarebbe stato opportuno che mi presentassi davanti alla porta che immetteva nella stanza della musica. Diversamente dal solito, a metà strada avvertii una certa concitazione provenire dall’interno. Mi affacciai timoroso alla porta rimasta nuovamente socchiusa, per guardare cosa stesse succedendo e capire i motivi di quel trambusto. Vidi Guglielmo scuotere il quadro appeso al muro, inveendo in direzione del soggetto della raffigurazione.

Mi precipitai all’interno della stanza e mi accorsi che Anselmo era dietro di me. Probabilmente svegliato anch’egli dal trambusto. Bloccammo Guglielmo prima che facesse rovinare a terra il quadro e cercammo di capire cosa lo avesse portato ad alterarsi in quel modo. Prima di poterlo interrogare, scorgemmo che il suonatore di liuto aveva con sé tra le mani, compreso nella rappresentazione, anche il violino del nostro amico. Il motivo della collera di Guglielmo ci fu subito chiaro. Arrivò il momento in cui dovetti rivelare ad Anselmo quel che era accaduto le notti precedenti, mentre Guglielmo si era spostato in un angolo, sconfortato, a deprimersi per la sottrazione del suo strumento.

Cercammo di capire cosa avremmo potuto escogitare per farci restituire il violino. Il bicchiere vuoto sopra il tavolino ci suggerì che tipo di personalità l’autore del quadro avesse conferita al suo soggetto. Avremmo provato ad avvinazzarlo per bene e per il bene del nostro amico musicista, che il giorno dopo avrebbe dovuto sostenere un importante saggio e non avrebbe potuto e dovuto farsi prendere dallo sconforto a un passo dalla meta.

Il suonatore di liuto accettò l’offerta alcolica, allungò un braccio, uscendo dal quadro con il bicchiere saldamente in mano. Gli versammo del vino, fino all’orlo, che ingollò d’un fiato. Tornò subito dopo ad allungare il braccio chiedendo il bis. Avremmo esaudito il suo desiderio finché non si fosse scolata tutta la bottiglia. Ne portammo un paio in più per precauzione. Il suonatore terminò in breve tempo la prima bottiglia, ma continuava a chiedere da bere. Aprimmo una seconda bottiglia, che pure si scolò, ed anche una terza, la quale finì invece per metà, prima di assopirsi disteso sul tavolo.

Lo avevamo messo fuori gioco per avere campo libero. Eravamo pronti per entrare in azione. Preoccupandoci di non far rumore, recuperammo il violino con successo. Entrai nel quadro con le mani che cominciarono a ispezionarlo. Frugai finché non afferrai il violino. Stavo per ritirare la mano dal quadro, allorché mi sovvenne un pensiero stupendo, per cui arraffai con l’altra mano il liuto; il suonatore dormiente lo aveva incautamente abbandonato ai suoi piedi. Sostenuto da una gestualità silenziosa, mi ero adoperato egregiamente per recuperare il violino di Guglielmo. In più, per ripicca, mi ero impossessato del liuto che tra le mani appariva di una concretezza stupefacente.

Tornammo a dormire, ma solo dopo aver informato Guglielmo, il quale nel frattempo era rimasto rincantucciato in un angolo a struggersi per le conseguenze che la sottrazione avrebbe comportato e per mille suoi altri motivi, che avevamo recuperato il violino, nonché sottratto il liuto, per ritorsione. Avrebbe potuto farci quel che voleva. Il giorno dopo, verso tarda mattinata, Guglielmo avrebbe sostenuto il suo esame. Ora che avevamo recuperato il suo prezioso strumento, il nostro amico musicista avrebbe potuto dormire sonni tranquilli per qualche ora. Ci aspettavamo che il giorno successivo avrebbe fatto un figurone.

Il giorno fatidico, Guglielmo mi mostrò l’abbigliamento che aveva selezionato per l’occasione. Mi parve alquanto anacronistico. Si era messi addosso i vestiti del suonatore di liuto. Per un attimo temetti che l’avesse spogliato, vedendolo così addormentato, ma non avevo granché intenzione di sapere che astuzia avesse escogitato a tal fine, come non avrei voluto che se ne andasse in giro conciato a quel modo, con il rischio di farsi deridere.

Non avevo idea dell’accoglienza che avrebbe avuta il suo abbigliamento davanti agli esaminatori, ma potevo immaginare che lo avrebbero considerato un tipo un po’ eccentrico. Sarebbe stato meglio presentarsi in modo più consono per l’occasione, ma forse Guglielmo doveva aver inteso il suo abbigliamento come parte integrante della sua prossima esibizione al cospetto di una prestigiosa giuria.

Mi rallegrai nel vedere l’ottimismo con il quale si stava avviando verso il conservatorio di musica, mulinando la custodia del suo violino nella mano destra. Doveva aver dormito saporitamente le ore successive al misfatto. Dopo averlo congedato facendogli i migliori auguri, mi diressi verso la stanza della musica, vi entrai e osservai il quadro incriminato. Il personaggio contenutovi era sparito, mentre solo gli arredi erano rimasti parte integrante della rappresentazione. Me ne meravigliai e presi successivamente a spaziare con lo sguardo attraverso la stanza, quasi avessi un presentimento. Trovai infatti rincantucciato in un angolo il violino di Guglielmo.

Guglielmo non tornò a casa né quel giorno né i giorni a venire. Ci preoccupammo al punto che chiamammo la polizia affinché si attivasse per ritrovare il nostro amico incomprensibilmente scomparso da un giorno all’altro. Neppure al saggio si era presentato. Dopo ricerche infruttuose fummo costretti a rassegnarci all’idea che non lo avremmo più potuto riabbracciare.

Almeno finché un articolo di giornale non ci ridiede un po’ di speranza. Parlava di artisti di strada ed era accompagnato da una fotografia in cui era immortalato un personaggio vestito con lo stesso abbigliamento anacronistico del suonatore di liuto, il quale il nostro amico si era messo addosso l’ultima volta che lo avevamo visto con i nostri occhi uscire di casa per recarsi al saggio.

Notammo come la persona raffigurata nella fotografia di repertorio a corredo dell’articolo assomigliasse innegabilmente al nostro amico musicista. La posa assunta era quella caratteristica del quadro in cui il suonatore imbracciava e suonava il suo liuto, con lo sguardo orgoglioso di chi andava fiero delle sue capacità musicali. Doveva aver trovato il luogo ideale che andava sempre cercando.