1
L’insegnante aveva poggiato delicatamente le mani sopra il manoscritto che le avevo chiesto gentilmente di correggermi e che constava di una parte consistente della mia Tesi di Laurea. Faceva scorrere le pagine con inveterata precisione e professionale accortezza, per controllare se vi fossero altre correzioni da apportare che le erano sfuggite in precedenza ed anche per sottoporre alla mia attenzione qualche parte astrusa che non le era stato possibile comprendere appieno e che richiedeva una mia chiarificazione. Riuscivamo a discutere sul contenuto del manoscritto in modo critico e produttivo per entrambi. Attraverso le delucidazioni richiestemi, riceveva indirettamente la conferma della bontà delle sue correzioni.
L’insegnante teneva i fogli ammonticchiati uno sopra l’altro. Cercava di pareggiare i margini con precisione quasi maniacale e nel frattempo cercava di non fare pressione alcuna con le dita per non spiegazzarli. Non potevo che apprezzare questo atteggiamento scrupoloso e sollecito che promanava dalla sua gestualità. Le correzioni a penna dal tratto irreprensibile denotavano una solerzia ammirevole. Inoltre, i fogli passati tra le sue mani non erano sgualciti, tanto da far pensare ad un abituale decoro professionale coltivato nel tempo. Questa lodevole attitudine, la quale doveva derivare da una certa educazione impartitale in gioventù, era presumibile fosse stata affinata allo scopo di renderla così personale e femminile da diversificarla da quella che implicitamente e presumibilmente avrebbe potuto acquisire su consiglio dei suoi colleghi veterani all’inizio della sua carriera accademica.
Una propensione alla ricercatezza formale, che non la facesse incorrere in eventuali lamentele che le sarebbero potute piovere addosso nel caso in cui avesse assunto comportamenti sconvenienti, implicitamente poteva incontrare l’apprezzamento di uno studente ordinario che abbisognava di essere rincuorato nel caso in cui il suo elaborato fosse stato rivedibile, diciamo così, e magari di essere elogiato, ma sarebbe esagerato, nel caso in cui avesse svolto un buon lavoro, o eventualmente eccellente.
Il suo incarico la portava a dover attenersi al rispetto di comportamenti etici che sono considerati benauguranti e di profondo conforto per l’ansia che accompagna lo studente prima del conseguimento del titolo di laurea. Il relatore di tesi (o correlatore che sia) è esortato, quasi fosse un sentimento compassionevole, a provare un minimo interesse anche se fittizio, tale da essere comunicato allo studente per poterlo convincere della bontà del lavoro svolto. Non pretendevo che dovessero, relatore ed eventualmente correlatore, sforzarsi di simulare un qualche interesse per il mio lavoro. Non avevo bisogno di essere rassicurato, calmando un’agitazione che non provavo assolutamente, a maggior ragione perché ritenevo questa disposizione alla partecipazione emotiva come artefatta, per quel che li riguardava.
Ero seduto di fronte all’insegnante in un piccolo studiolo che fungeva da sala ricevimenti. Ci divideva un tavolo. La mia correlatrice stava valutando se vi fossero ulteriori osservazioni da appuntare, da aggiungere a quelle già espressemi con doverosa autorevolezza. Attraverso il suo comportamento estremamente professionale e deferente, ero convinto con una certa presunzione, che i più avrebbero potuto perdonarmi, che la professione d’insegnante non poteva allontanarla dal fornirmi delle spiegazioni che io avrei ritenuto superflue. Non ero molto convinto che i consigli per migliorare il mio lavoro di tesi fossero validi. Percepivo dalle sue parole, proferite con tono paziente e carezzevole, precisi sottintesi per cui avrei dovuto modificare il mio lavoro al fine di darle la soddisfazione di aver ottemperato al suo ufficio con pieno merito. Avrei dovuto perciò correggere il mio manoscritto secondo le direttive impartitemi, nonostante fossi ragionevolmente scettico sulla giustezza delle sue osservazioni a riguardo della qualità del mio lavoro. Eppure, non dovevo apparire sussiegoso e insofferente davanti a lei, non me lo sarei potuto permettere, considerato il mio ruolo “subordinato” di studente. Dovevo abbandonarmi con umiltà a nutrirmi di consigli apparentemente sentiti, i quali erano universalmente giustificati dal fatto che l’insegnante vantava innegabilmente più scienza e più esperienza di me in materia.
Tuttavia, finito che ebbe di scorrere nuovamente i fogli tra le dita bianchicce ed affusolate, dopo avermi mostrate le correzioni e dopo aver ordinato mentalmente il discorso finale da sciorinarmi, espresse il suo punto di vista, personale e soggettivo, sul lavoro che avevo svolto sino ad allora, le parti che andavano bene così com’erano, quelle da emendare, e quelle da eliminare senz’altro. Ebbene, mi sorpresi a trovarmi d’accordo con lei su alcune valutazioni. Convenni con me stesso sulla correttezza di questi giudizi riassuntivi, i quali, assommandosi alle valutazioni precedenti, mi avrebbero spinto ad apportare parziali modifiche al mio elaborato.
Avevo espresso mentalmente un giudizio affrettato sulla sua professionalità, e me ne stavo pentendo. Eppure, avevo motivo di credere a ragione che alcune sue valutazioni (che avevo reputato non obiettive) nascondessero un particolare risentimento da parte sua nei miei confronti. Mi venne da pensare che fosse rimasta leggermente seccata dal momento che non avevo considerata nella giusta maniera la sua professionalità, quando avevo riflettuto su quale relatore di Tesi di Laurea fosse più adatto alle mie esigenze. Non l’avevo ritenuta papabile. Avevo ritenuto infatti che, data la sua breve esperienza maturata nell’ambito dell’insegnamento universitario, non potesse avere ancora una preparazione consona ad assistermi nella mia ultima e più importante fatica da studente. Inoltre, penso che una tale opinione fosse comune all’interno della cerchia dei laureandi. Che io sapessi, nessuno l’aveva mai presa in considerazione, a prescindere addirittura dall’argomento della tesi stessa. Non avevo nessuna critica da muovere alla sua preparazione, non ne avevo facoltà, ci mancherebbe, desideravo solo che la valutazione sul mio lavoro potesse avere il conforto di una maggiore esperienza in materia. A prescindere dalla qualità del mio elaborato, auspicavo fosse meritevole di un’attenzione e di una solerzia quanto più competente possibile da parte del relatore verso il quale sarei stato propenso. Del resto, si cerca sempre la miglior soluzione possibile per se stessi.
Il compito che canonicamente le era stato assegnato in qualità di correlatrice di Tesi di Laurea si riduceva, per quanto riguardava il mio elaborato, ad una correzione facoltativa e non determinante, poiché era compito del relatore approvare definitivamente il manoscritto. Il correlatore aveva in sostanza solo un dovere di firma per approvare il lavoro dello studente laureando. Quello che faceva “in più” per me le sarebbe stato implicitamente utile in vista di una “promozione” al grado di relatrice di tesi per un eventuale laureando venturo. Tutto ciò che avrebbe fatto con me e per me avrebbe arricchito il suo bagaglio di esperienza.
Avevo ritenuto corretto renderla più partecipe anche perché la sua materia di insegnamento aveva particolare attinenza con l’ambito dell’argomento della mia tesi. Le avevo fatto pervenire alcune parti del mio manoscritto, affinché le potesse visionare e darmi qualche consiglio in merito. Non che mi interessasse particolarmente quello che avrebbe potuto dirmi, era stato il mio primo pensiero. Qualora il suo giudizio fosse stato negativo, ero persuaso che non avrebbe inficiato il mio lavoro di tesi. Avrei valutato il suo parere dandogli il peso che meritava. Come detto poc’anzi, convenni nondimeno con alcune sue correzioni. Mi trovai d’accordo su alcuni punti che non mi erano particolarmente chiari.
Ero piacevolmente stupito dalla sua professionalità e dalla sua dedizione. Dimostrava decisamente una maggior esperienza rispetto a quella che ci si aspettava avesse acquisita in così breve tempo. Ero già venuto un paio di volte a correggere il mio manoscritto, ma non mi era ancora capitato di riscontrare questa qualità in lei. Questa volta ricevetti un’ottima impressione, benaugurante per il prosieguo della mia fatica, che me la fece rivalutare, e un po’ mi rammaricai di non essere stato propenso a sceglierla in principio.
Non è che ora rimpiangessi di esser stato poco giudizioso e scarsamente lungimirante nella scelta del mio relatore di tesi. Ero soddisfatto della mia scelta. Non sarei tornato indietro. Tuttavia, fui contento che si fosse dimostrata così preparata. Qualcun altro che avesse avuto il piacere di accorgersi di questa professionalità si sarebbe risolto per fare la scelta giusta, a mio avviso.
Mi auguravo che perseverasse con questa solerzia, senza farsi traviare dall’ignavia. Capita solitamente che le nuove leve si dedichino al proprio lavoro, all’inizio della loro avventura ricca di novità da apprendere, con particolare zelo, proprio perché inserite da poco in un particolare contesto da esplorare. Ciò che è sconfortante è il lassismo che le intacca e le ammorba con il passare del tempo e l’acquisizione di maggiori responsabilità, reputazione e autorità. Il menefreghismo a volte avvince con il suo fascino le persone che raggiungono una certa influenza.
Ciò che invece mi lasciò sconcertato, rassegnandomi a provare una delusione malinconica e sconfortante, era l’abuso di deferenza che raffreddava troppo, quasi congelava da far rabbrividire, il nostro rapporto. A mio modo di vedere, questo atteggiamento non era per nulla necessario, se non addirittura stucchevole alla lunga. Sapevo che non era moralmente consentito contravvenire alle buone maniere. Non avremmo potuto appianare i nostri ruoli, riconsiderandoli in base a quale comportamento assumere vicendevolmente e trascurando che fossimo io studente e lei insegnante. Tuttavia, interpretavo l’abuso di rispettabilità come il raffreddamento di un qualsiasi rapporto umano, per quanto formale potesse apparire, anche tra persone collocate a poche gerarchie di distanza. Ero conscio che il suo modo di relazionarsi fosse dovuto a un accademico obbligo di dimostrare il suo ufficio con gli allievi in genere, di vestire l’abito dell’insegnante nella maniera più elegante possibile (eppure, un abito troppo vistoso stona e offende l’occhio). Essendo alle prime armi, aveva optato per un modo di porsi tale da volere ad ogni costo dimostrare la differenza di posizione tra insegnante e studente, pretendendo un rispetto dovuto alla sua professione, che quindi non le sarebbe dovuto mancare. Con il trascorrere del tempo avrebbe ottenuto forse la giusta consapevolezza della sua posizione e avrebbe dimostrato meno rigidità e più naturalezza nei rapporti formali. Non potrei appurarlo, ahimè, poiché me ne sarei già andato da tempo.
Rimasi parecchio tempo a ricevimento. L’insegnante era così coinvolta nella correzione che mi aveva costretto a fingere di mantenere alta la concentrazione. Cercavo di ascoltare con attenzione la sua voce volutamente seriosa e affettata, emessa talvolta in modo perentorio e squillante perché non recedessi dalla giusta concentrazione.
Al di fuori dello studiolo si poteva percepire un brusio quasi ovattato di fervente attività accademica. Questo vocio si uniformava, trasportava e mescolava sentimenti contrastanti ed alberganti nelle diverse persone che affollavano l’ambiente, introducendosi liberamente oltre le fessure dell’intelaiatura dell’ingresso dello studiolo, all’interno del quale, oltre a noi, c’erano altri insegnanti con i rispettivi discenti che stavano facendo ricevimento. Diversi tavolini accoglievano studenti desiderosi di vedere fugati i loro dubbi.
Oltre a questi rumori, che si possono incontrare sovente in ambienti tali, e che qualificano e denotano un’attività intellettuale in pieno fermento, ve ne erano altri prodotti dall’insegnante che mi impedivano di seguire esclusivamente la spiegazione delle correzioni, e che non avevano alcuna affinità con l’attività didattica. Erano rumori in serie che risuonavano con ritmo studiato, lieve come un fruscio il primo, colpo netto e sonoro il secondo. Sentivo che la stoffa dei suoi jeans sfregava su se stessa facendomi provare un certo brivido quando accavallava le gambe. Si stava abbandonando a questo vezzo, cambiando gamba con frequenza sempre più incalzante, più alta rispetto all’abitudine di far riposare una gamba anziché l’altra. Forse si comportava in questo modo perché presa da un’agitazione che non sapeva risolversi a placare. A volte sbatteva il tacco della scarpa sulle piastrelle del pavimento, producendo un rumore improvviso che risuonava di botto facendomi quasi trasalire. Soppesava la consistenza delle gambe che si disponevano una sopra l’altra.
Si accorse solo guardandomi negli occhi che avevo compreso la sua agitazione, ma non si diede cura di acquietarla o dissimularla, forse perché le richiedeva uno sforzo troppo grande, o forse perché si compiaceva che fossi partecipe del suo stato d’animo. Cercò di misurare con precisione i suoi movimenti, e si concentrò sulle spiegazioni didattiche che doveva fornirmi. Notai come un debole e raro sorriso (che si preoccupava solo di abbozzare) le aleggiasse sulle labbra; un sorriso che tendeva ad allontanarla dal suo impegno d’insegnante. Un sorriso tale, il quale immaginavo le fosse sorto da pensieri piacevoli, non poteva essere vincolato a questo momento della sua attività professionale. Realizzai come il candore dei suoi denti fosse connesso ad una giovinezza spensierata che tardasse a dileguarsi dal suo volto; un sorriso quindi che sembrava non accettare l’idea di assumersi delle responsabilità, di crescere biologicamente nonché professionalmente, sebbene in realtà doveva aver accolta benevolmente l’idea di divenire insegnante con tutta la sua prammatica annessale. Aveva un volto ancora giovane e fresco, ma non giovanissimo, un’avvenenza legata all’incedere del tempo che si rispecchiava nelle fattezze particolari della sua fisionomia. Complessivamente si poteva dire che fosse gradevole d’aspetto. Aveva passato da poco la trentina d’anni e percepivo il suo desiderio di conciliare la docenza con il periodo ameno di vita appena trascorso che riconduceva alla sua giovinezza.
Il ricevimento poteva dirsi concluso. Avevo riportato i suoi consigli e le sue valutazioni su di un taccuino che mi ero portato appresso. Ritenevo che fosse cosa giusta da farsi ed anche per darle quel po’ di soddisfazione che richiedeva l’autorevolezza del suo consulto. Ci sollevammo in piedi per accommiatarci. Le strinsi la mano esercitando la giusta pressione che si conviene per un saluto formale e la informai che sarei ripassato a portarle da visionare un’ulteriore porzione di tesi, poiché, le confessai solo una mezza verità o forse solo buttai lì una frase di circostanza, consideravo i suoi pareri davvero preziosi per il prosieguo del mio lavoro. Le comunicai altresì che li avrei aggiunti e confrontati con quelli del mio relatore.
Mi guardò e mi indirizzò un sorriso, diverso da quello che avevo intravisto in precedenza più professionale e distaccato; questo invece era forse più compassionevole e benaugurante. Notai come anche in piedi avesse incrociate le gambe, acquisendo una postura insolita, che metteva a rischio (calcolato forse) la sua stabilità. Immaginavo che sarebbe rimasta così finché non me ne fossi andato. Mi chiedevo se sarebbe rimasta in questa posizione, qualora mi fossi trattenuto più del necessario, indugiando in saluti e in frasi di circostanza, o se invece avrebbe assunta una posizione più stabile.
Dopo avermi così congedato, tornò a sedersi al suo posto e si mise a controllare la lista degli studenti che sarebbero dovuti venire a ricevimento. Appena mi girai per andarmene coprendo qualche metro di distanza, sentii la sua voce che mi richiamava, con un tono che mi sembrò meno affettato. Mi girai. Mi disse di aspettare un attimo, ma non mi comunicò il motivo di questa richiesta. Evidentemente aveva qualcos’altro da dirmi. Rimasi a metà strada, indeciso se tornare verso il tavolino.
Stavo risolvendomi per tornare al posto che avevo occupato poc’anzi, quando ebbi l’impressione che stesse per andarsene anche lei. Mi girai verso l’orologio a muro dello studiolo per sincerarmi di che ora fosse, mosso da un subitaneo presentimento. Non mi ero ingannato. Mi era sorto il dubbio che il tempo a disposizione per il ricevimento degli studenti fosse terminato. Così era infatti. Rimasi immobile nel punto in cui mi ero fermato, richiamato dall’insegnante, di fatto a metà strada tra la porta d’uscita dello studiolo e il tavolino, in attesa di capire cosa volesse ancora da me.
L’insegnante organizzò allora le sue cose meticolosamente e le dispose con cura all’interno della borsa. Dopo aver compiute queste operazioni con velocità controllata e meccanica si alzò e si avviò verso l’uscita. I suoi passi mi raggiunsero subito dopo. Aveva proceduto ad aggirare il tavolino mantenendosi molto aderente. Gli aveva fatto il periplo tanto da sfiorarne gli spigoli, ma il suo portamento era così aggraziato da renderla molto accattivante. Ancheggiava con molta disinvoltura.
Raggiuntomi in un istante con qualche falcata, mi disse che aveva controllato la lista ed aveva appreso che nessun altro studente si sarebbe presentato a ricevimento dopo di me. Era una notizia che mi avrebbe interessato fino a un certo punto. Non capivo perché avesse voluto riferirmi questo particolare. Ebbi la subitanea impressione che con questa informazione introduttiva avesse voluto alludere al motivo per cui mi aveva fermato. Lo avrei saputo a breve, molto probabilmente. Benché fosse terminato il tempo a disposizione per il ricevimento, potevo credere a ragione che l’insegnante non avrebbe licenziati eventuali studenti in attesa di conferire con lei. Tuttavia, come detto, questa evenienza non sarebbe occorsa.
Ebbene, mentre procedevamo verso l’uscita, con la coda dell’occhio, così senza un motivo particolare, mi ero girato verso di lei per osservarla. Speravo che di conseguenza non si girasse anche lei verso di me. Non lo fece, poiché aveva altro a cui pensare. Ora che l’avevo accanto, mi si concedeva la possibilità di apprezzarne il profilo. Vidi le sue labbra schiudersi in un sorriso spontaneo e sincero che mi ero immaginato rimandasse a qualche avvenimento passato che le aveva procurato molto piacere. Pareva un qualcosa che fosse meritevole di essere rimembrato, data l’espressione piacevolmente divertita che aveva assunta. Il tutto non durò molto, poiché, quando ci trovammo a dover attraversare la porta d’uscita, questo pensiero che l’aveva allontanata dalla realtà si era volatilizzato. Avevo sperato che non si accorgesse che la stavo osservando, ma sotto sotto sapevo che si sarebbe accorta e in certo senso mi ero preparato ad una sua eventuale reazione, che però non ero così sicuro di saper gestire. Eravamo così vicini che sarebbe stato difficile che ignorasse i miei occhi puntati verso di lei. Mi ero comportato in modo talmente sprovveduto da coglierla nell’intimità dei suoi pensieri. Il mio atteggiamento sarebbe potuto apparire ambiguo, ma in realtà non aveva nulla di allusivo, era solo dettato dalla curiosità.
Dunque, doveva essersi accorta che la stavo osservando, ma non se ne vergognò, né se ne risentì. Immaginavo che mi avrebbe lanciato uno sguardo indagatore, ammonitore, invece mi guardò placidamente, con un’espressione del volto distesa e serena. Per un attimo mi cullai nell’idea che non avesse notata la mia sfacciata indiscrezione. Non vi era nel volto alcun imbarazzo che mostrasse che avevo osato spiarla nel privato. Per pochi brevi istanti si era quasi “denudata” di fronte a me mostrandosi per come immaginavo dovesse apparire di fronte a persone con le quali si intratteneva in rapporti intimi e confidenziali. Aveva smesso i panni dell’insegnante che per forza di cose era costretta a indossare quando svolgeva il suo lavoro. Era come se mi avesse tacitamente comunicato che questi abiti le andavano stretti, le davano fastidio e le limitavano i movimenti. Mi diede l’impressione che in quei brevi istanti se ne fosse liberata con gioia, quasi con sollievo. E allora mi sovvenne un pensiero ardito. Visto che in quegli istanti non aveva provato vergogna, mi sarei sentito lusingato quindi se in futuro avesse deciso di vestire in mia presenza abiti meno formali rispetto a quelli che di solito la facevano apparire insegnante integerrima e ligia al dovere. Avrei sicuramente apprezzata la trasformazione, qualora fosse avvenuta.
2
Uscimmo assieme dallo studiolo ed entrammo nella sala d’attesa gremita di studenti che aspettavano di essere ricevuti dai rispettivi docenti. Oltrepassata la porta che conduceva allo studiolo, mi fermai assecondando i suoi movimenti e rimasi in attesa accanto a lei. Non sapevo se avesse qualche altra comunicazione da darmi, ma intanto la anticipai rinnovandole i miei saluti. Sarebbe stato maleducato dimenticare le convenienze. Allungai la mano, ma proprio in quell’istante l’insegnante mi chiese la gentilezza di attenderla un attimo, qualora non avessi avuto altri impegni che mi costringessero a non poterle usare questa cortesia. Non giustificò la sua richiesta, che nondimeno accolsi senza riserve, assentendo con il classico monosillabo che feci accompagnare dal movimento del capo. Avrei potuto aggiungere altro, ma non mi sarebbe stato dato modo, poiché si era già prontamente defilata. Era corsa via, ma io la segui con gli occhi.
Mi chiedevo quanto avrei dovuto attendere. La sua richiesta mi lasciò perplesso. Non mi era stato accennato il motivo per cui avrei dovuto aspettare. Pure io non avevo espresso il desiderio tempestivo di esserne edotto. Non riuscivo a immaginare cos’altro volesse dirmi dopo avermi trattenuto per quasi tutta la durata del ricevimento. Le avevo indicato una sedia vacante per comunicarle che mi avrebbe trovato lì seduto al suo ritorno, ma, come sopraddetto, se ne era già andata. Mi sedetti quindi sull’unica sedia libera che trovai.
Mi pentii subito di averle detto che sì, l’avrei aspettata. Mi sentivo come se fossi stato indotto ad accettare dal rispetto dovuto al ruolo che rivestiva. Pareva un’esortazione più che una richiesta la sua, la quale, per quanto cortese potesse apparire, suonava di fatto come un obbligo, proprio perché proveniva da qualcuno che sapeva di avere un forte ascendente su di te.
Un mio eventuale rifiuto per assurdo sarebbe equivalso ad attirarmi l’antipatia della mia insegnate con conseguenze che non avrei voluto si manifestassero e che già presentivo. Immaginavo si trattasse di una breve attesa e speravo perciò che non si prolungasse eccessivamente. Il rischio che diventassi insofferente non era poi così remoto. Come detto, non avevo impegni imminenti che avrebbero potuto farmi diventate irrequieto, o magari trovarmi propenso ad andarmene così su due piedi. Potevo attendere per un po’ di tempo, ma senza esagerare.
Il brusio che mi aveva raggiunto all’interno dello studiolo, si era fatto più invadente, vagava tutt’intorno a me, ora che mi trovavo in quella che potrei definire una sala d’attesa. Voci preoccupate si mischiavano a sospiri amplificati di profondo sollievo, utili e serie rievocazioni didattiche si frapponevano a conciliaboli divertiti e spensierati. Ero circondato da una policroma e vivace atmosfera dalle contraddittorie emozioni, che però era formata in buona sostanza dalla stessa materia.
Iniziai tuttavia ad essere infastidito da questa atmosfera fragorosa che conteneva destini lamentosi che si trascinavano come una sgradevole cantilena e sguaiate risate che eruttavano la loro sonora soddisfazione. Eppure, avevo data la mia parola, e non potevo contravvenirvi. Sarei rimasto per un po’ di tempo sino a quando non avessi incontrate delle difficoltà a sopportare questa cappa che mi opprimeva con i suoi schiamazzi.
Mi domandavo se veramente sarei riuscito anch’io ad esternare così rumorosamente le mie numerose emozioni. Improbabile, neppure se vi fosse stato davanti a me qualcuno con cui valesse la pena di scambiare due parole. Ad ogni modo non potevo definirmi un tipo esuberante come la maggior parte delle persone che affollava la sala d’attesa. Conoscendo la mia indole, non penso che ci sarei riuscito. Perché avrei dovuto, del resto? Provavo un leggero disagio nell’essere indirettamente destinatario del chiasso prodotto dalla rumorosa folla che mi gravitava attorno. Sentivo di trovarmi nel luogo sbagliato. Tuttavia, dovendo mantenere la parola data, seppur solo per una questione di correttezza, non me ne sarei potuto andare. Avevo promesso alla mia insegnante che sarei rimasto ad attenderla in questa stanza. Non mi sarei potuto allontanare senza avvertirla, poiché se lo avessi fatto, avrebbe avute chiaramente delle difficoltà a rintracciarmi. Nel frattempo, il tono troppo alto delle voci aveva cominciato ad infastidirmi, ma stoicamente avrei sopportato.
Avevo notato come la sala d’attesa fosse affollata più del solito, e più del solito c’era gente che parlava a voce alta. Avrei gradito che dimostrassero complessivamente più rispetto per chi era dentro a fare ricevimento, invece, non sembrava che se ne curassero affatto. Talvolta da dentro lo studiolo qualcuno veniva ripreso da una voce ammonitrice. Effettivamente non era da considerarsi maleducazione, quella degli studenti; trattavasi meramente di noncuranza, la loro. Per una questione di decoro mia personale mi sarei dimostrato più educato e rispettoso in questo frangente. Dopotutto, è superfluo affermare ancora come non sarei riuscito neppure ad esternare le mie vere emozioni a voce così alta. Pensavo che non sarei mai riuscito ad assomigliare alle persone che avevo attorno. Non ci avrei neppure provato, speravo di andarmi bene così com’ero.
Rimanevo perciò seduto in un ambiente nel quale non riuscivo ad acclimatarmi. Avevo gli occhi che puntavano il pavimento, ma non lo stavano osservando. Ero evidentemente sovrappensiero. Mi riebbi di scatto dal mio vagheggiamento e realizzai come l’uniformità regolare e geometrica del pavimento non fosse lo sfondo adatto ad accogliere l’operosità a pieno regime della mia mente in funzione. Indirizzai allora il mio sguardo verso una tela manierista di media dimensione che si stagliava di fronte ai miei occhi, appesa correttamente alla parete. La scena mostrava una landa desolata nella quale era collocato un uomo che stava suonando un mandolino. Sorrideva esultante, collocato in un paesaggio freddo e spoglio, nel quale sembrava trovarsi a proprio agio. Sapeva di avere tra le mani la sua unica ragione di vita e questo gli bastava. L’espressione sorridente sembrava confermarlo.
Avrei voluto strappare lo strumento dalle sue mani, affondando le mie nella tela. Mi sarei messo a suonare lo strumento divenuto reale, fiducioso di possedere l’abilità necessaria per farlo. Tutti avrebbero battute le mani allungando la bocca e incarcando le labbra in un sorriso orribile e innaturale. Finito l’interludio spiritoso, lo strumento avrebbe saggiato la consistenza di ogni testa sino a sfasciarsi. Divenuto così un ammasso di legno e corda, l’avrei restituito al legittimo proprietario, che avrebbe gradito lo spettacolo, felice altresì di avere indietro lo strumento che però non avrebbe più potuto utilizzare. Si sarebbe reso conto che sì, aveva contribuito indirettamente a che lo spettacolo fosse divertente, ma che alla fine di tutto non aveva fatto un buon affare. Avrebbe perciò provato risentimento per essersi mostrato imprevidente. Me lo aveva prestato infatti non sapendo come l’avrei potuto utilizzare. Al di là di tutto, lo strumento così trasformato si sarebbe però attagliato meglio alla desolazione del luogo. In questa desolazione avrei sprofondato pure il suonatore con il suo umore ora mutatosi in tristezza e risentimento nei miei confronti. Si sarebbe di fatto uniformato all’aspetto desolato del luogo in cui era stato rinchiuso. Il quadro avrebbe perciò assunta una sua coesione interna che avrebbe potuto sortire più apprezzamenti. Ora che avevo distrutto il suo strumento di allegrezza, si sarebbe integrato meglio con l’ambiente deprimente nel quale era stato inserito. Il suo sorriso sarebbe divenuto una maschera di profonda mestizia e rabbia giustificata. Mi sorpresi a sorridere per quest’idea grottesca e mi chiesi se fosse stato più difficile, o riuscire a vedere tangibile e reale il mandolino tra le mie mani, o riuscire a suonarlo non avendone la capacità.
Una debole gomitata mi riscosse dalle mie fantasticherie, facendomi ritornare nel mondo reale. Mi voltai nella direzione dalla quale era provenuta la gomitata. Ad avermela data era stato un ragazzo che non avevo mai visto in vita mia, il quale mi sedeva accanto alla mia destra. Doveva essere stata una gomitata involontaria, poiché costui subito si scusò, anche se frettolosamente.
Ebbi come l’impressione che non si sarebbe scusato se non mi fossi voltato verso di lui. Avrebbe continuato tranquillamente a parlare con il suo interlocutore, ma forse mi sbagliavo. Se davvero la mia impressione fosse stata esatta, avrei pensato che non si sarebbe scusato non tanto perché era maleducato, ma piuttosto perché non voleva disturbarmi, vedendomi magari immerso nei miei pensieri. Non era mio costume pensar male della gente.
Fece un cenno quasi impercettibile di scusa. Alzò la mano con aria distratta, guardandomi di sfuggita, per poi tornare alla conversazione che lo stava impegnando, forse per timore di perdere il filo del discorso. Stava parlando animatamente con una persona che sedeva accanto alla mia sinistra. Mi rammaricai pensando a un gesto meccanico che non proveniva certo da una volontà sincera.
Del resto, perché avrebbe dovuto scusarsi sentitamente, dal momento che mi aveva urtato solo leggermente e di fatto involontariamente? Un’innocua indifferenza non guastava per nulla. Eppure, pensavo tra me e me a come un modo di scusarsi sincero avrebbe potuto contrastare l’indifferenza palese che caratterizza comportamenti di questo tipo. Sicuramente rappresentava un’alternativa migliore, più umana, che ogni individuo avrebbe potuto e dovuto considerare, mio onesto parere. Dimenticai in fretta questa riflessione idealista.
Forse avrei dovuto chiedere scusa io, poiché mi trovavo in mezzo a loro. Stavo tra due fuochi che ardevano di chiacchiere. Era chiaro che mi dovessi levare di torno. Era chiaro che dovessi fare cambio di posto con uno di loro due, almeno. Chiesi al tipo alla mia destra, che si era appena scusato con me, se avesse voluto sedersi al posto mio. Il fine preciso di questa mia sollecitudine non era tanto quello di volermi mostrare cortese, era più che altro quello di evitare di essere bersagliato dalla loro loquela, proveniente da ambo le parti. Chiaramente il tipo accettò di buon grado la mia offerta. Cambiammo allora di posto. Mi trovavo ora ad essere più vicino alla porta che immetteva nella sala di studio, dove si trovava pure il front desk, la reception.
Tornai a domandarmi il motivo intrinseco che mi spingeva a rimanere ancora all’interno di questo luogo così rumoroso. Cominciai a diventare impaziente. Non era da molto che mi ero seduto, che già presagivo come l’attesa non sarebbe stata affatto breve. Era una sensazione davvero spiacevole. L’insegnante mi aveva chiesto di aspettarla e io le avevo risposto affermativamente. Purtroppo, non mi ero cautelato chiedendole il motivo. Sarebbe apparsa un’indelicatezza e non è che mi interessasse indagare sugli affari suoi. Nondimeno, anche se avessi voluto, non avrei avuto il tempo materiale per farlo. Dopo aver ricevuta la mia risposta affermativa, l’insegnante si era allontanata senza darmi modo di chiederle spiegazioni. Avrebbe dovuta usarmi questa cortesia, anche se era stato in parte un mio errore non aver tentato di bloccarla prima che si allontanasse. A questo punto, anche se sarebbe apparsa una sgarberia, mi sarei dovuto convincere di essere libero di andarmene. Calma, mi sarei defilato a tempo debito. Adesso mi sarei dovuto rilassare e avrei pazientato tranquillamente il tempo necessario, poiché erano trascorsi solo pochi minuti.
Mi guardai attorno cercando di attenuare la noia nauseante che cominciava ad assalirmi. Mi ero concentrato dapprima solo su ciò che avevo di fronte, a volte rivolgendo il mio sguardo al nulla cosmico, senza spaziare perciò attraverso la sala. Non volevo immischiarmi emotivamente nelle vicende delle persone che l’affollavano, sentivo di essere un estraneo, sentivo l’impossibilità di essere partecipe dell’esistenze che gravitavano attorno a me. Se non avessi potuto essere partecipe delle loro vite anche solo in minima parte, allora avrei reputato l’atteggiamento che mi portava a soffermarmi a guardare una determinata persona come un’insolenza da parte mia. Non l’avrei potuto sopportare.
Mi guardai attorno con impazienza per vedere se la mia insegnante stesse per tornare. Indirizzai il mio sguardo verso il vano d’ingresso che conduceva all’aula studio verso la quale pareva essersi diretta. Con molta probabilità sarebbe giunta da quella parte. Scorsi chiaramente la sua fisionomia snella e slanciata, inquadrata dal vano d’ingresso. Era in piedi che stava parlando con la ragazza addetta ai servizi di segreteria. Ebbene, qualora avessi ritenuto che l’attesa si stesse prolungando troppo, avrei potuto fingere all’occorrenza un impegno imminente del quale mi ero ricordato solo in quel momento. Pur con il rischio di interrompere la loro conversazione in modo maleducato, mi sarei avvicinato al bancone e avrei recitata la mia parte, facendo intendere all’insegnante che non mi sarei potuto trattenere ancora a lungo. L’avrei invitata cortesemente a dirmi quel che doveva dirmi.
Continuavo a lottare contro la mia insofferenza affinché non si impossessasse di me. Mi chiedevo quanto tempo avrei potuto resistere. Se non fossi riuscito ad attendere oltre, avrei dovuto decidere se andarmene via oppure interrompere la conversazione tra le due donne. Queste erano le uniche due soluzioni che mi si presentavano. Speravo allora che la mia insegnante avesse quel riguardo che l’avrebbe riportata nella sala d’attesa per disimpegnarmi nel minor tempo possibile.
Per mia fortuna ebbi modo di trovare un diversivo alla noia che mi stava divorando. Avrei potuto resistere solo se la scena alla quale stava assistendo mi avesse attratto. Non era improbabile quest’evenienza. Mi stavo soffermando infatti a guardare la mia insegnante quasi incredulo di trovarmi a indulgere in questo comportamento che tradiva la mia vera disposizione verso persone con le quali non ero in confidenza. Il mio allertato raziocinio obbiettò che una fulminea infatuazione potesse avermi colpito. Non era certo un interesse passionale a tenermi così avvinto, trattenendomi a osservare la mia insegnante. Tuttavia, seguitavo ad osservarla fissamente, come se avessi individuata la possibilità di entrare nella sua vita da una corsia privilegiata che mi consentisse di capirla totalmente solo guardandola. Sentivo che sarei potuto rimanere a fissarla per lungo tempo senza stancarmi. Non avevo timore di offenderla, il mio era un atteggiamento genuino. Quest’attitudine deviava dal desiderio che poteva anche spingermi verso di lei in altri termini, di passione emotiva e carnale. Era un qualcosa di diverso, una sensazione di fiducia verso il prossimo; a sorpresa verso una persona che conoscevo solo attraverso un rapporto superficiale, meramente accademico.
I ruoli all’interno dell’università erano stabiliti dalla gerarchia e dalla logica. Imponevano rispetto e deferenza che non potevano venire meno. Spingevano di fatto le persone che vivevano in quest’ambiente a non disattendere determinati comportamenti formali.
Più la osservavo, più realizzavo che il solo ingenuo desiderio di carpire qualche suo segreto o venire a parte delle sue confidenze, non sarebbe potuto bastare. La postura assunta dalla mia insegnate che mi si presentava di profilo, come del resto la sua interlocutrice, cominciava ad insinuarmi desideri diversi che mi sarei vergognato di ammettere. Eppure, il suo modo di porsi, gravido di seducente femminilità che spiccava davanti ai miei occhi, non poteva che allontanare il pensiero partorito all’inizio, più mentale, e sostituirlo con uno più carnale. Le gambe, inguainate in un jeans piuttosto aderente, esaltavano le fattezze di una “ragazza” non proprio giovanissima, una donna fatta ormai, che forse sperava di avere in sé ancora un po’ di quella freschezza che caratterizza la gioventù. Doveva esser convinta che la sua giovane bellezza fosse ancora in fiore. Ho idea che la mia insegnante potesse ancora vantare il pregio d’ispirare desideri concupiscenti e pulsioni lascive in alcuni giovani studenti che vantavano solo qualche anno in meno di lei.
Una mezzaluna in legno che componeva in parte la struttura del front desk divideva la mia insegnante dalla segretaria con la quale stava discorrendo. Sembrava si stessero intrattenendo in una conversazione dai toni distesi, scevra della seriosità distaccata che concerne la materia accademica. L’espressione serena dei loro volti suffragava le mie supposizioni. Immaginavo che le due donne stessero parlando di argomenti frivoli. Mi ero fermato su questa convinzione forse generata da qualche pregiudizio del quale non sapevo spiegarmene la ragione. Non potendo essere a conoscenza del contenuto della loro conversazione, il solo linguaggio del corpo mi poteva fornire argomenti per avvalorare le mie congetture. Non potevo però vantarmi di esser così abile nel riuscire ad interpretarlo correttamente. Tuttavia, il modo in cui gesticolavano le due donne e i loro sorrisi aperti e gioviali non potevano che spingermi a supporre uno scambio di battute piacevole ed informale. Non era necessario, perciò, essere abili conoscitori del linguaggio del corpo per riconoscere che un sorriso sereno e disteso rimandasse a qualcosa di piacevole, magari appunto frivolo e passeggero.
Talvolta un’ilarità improvvisa tendeva i loro muscoli facciali. Il sorriso che aleggiava sui loro volti mutava divenendo una risata appena abbozzata ma dalla tonalità argentina. Le due donne si abbandonavano a risatine brevi e vezzose, ma molto composte e senza esagerare. Dalla mia distanza potevo solo osservare la gestualità dei corpi, le loro voci mi arrivavano confuse, frammiste al brusio avvolgente della sala d’aspetto. Le risate che sollevavano di poco i decibel delle loro voci mi arrivavano invece all’orecchio in modo abbastanza distinto. Mi sarei potuto avvicinare per carpire quali facezie ispirassero loro una tale allegrezza, con il rischio però di apparire maleducato, qualora si fossero accorte della mia presenza. Era un’eventualità che preferivo non si verificasse. Invero non erano affari miei. Un’intrusione nelle loro privacy avrebbe rappresentato un’indelicatezza enorme da parte mia.
Le due donne si sarebbero di sicuro trovate in imbarazzo. Inoltre, la mia correlatrice si sarebbe trovata maggiormente coinvolta, dal momento che avrebbe dovuto giustificare all’impiegata di segreteria la mia intromissione inopportuna. L’avrei messa in difficoltà. Sarebbe stato piuttosto seccante. Mettendomi nei suoi panni avrei accusato molto probabilmente lo stesso disagio. Rimasi quindi nella posizione originaria, seduto com’ero, sconquassato dal vorticare di voci e sonorità inintelligibili frammischiate tra loro. Mi ero rassegnato penosamente a tollerare la loro sgradita presenza.
Il vano della porta che conduceva alla segreteria riusciva a incorniciare la fisionomia rilassata della mia insegnante e il busto della segretaria che le stava dirimpetto. La struttura in legno che componeva la scrivania nascondeva la metà inferiore del corpo della segretaria. La prospettiva circoscritta mi dava la possibilità di focalizzare il profilo della complessione delle due donne. Ad ogni modo preferivo concentrarmi sul personale della mia insegnante che mi era concesso osservarlo stagliarsi interamente nella sua figura longilinea. L’impiegata di segreteria non stuzzicava invece il mio interesse, al più che non vi era alcun legame di qualche tipo tra noi due che lo potesse giustificare. Era una bella ragazza, ma non esercitava su di me alcuna attrattiva. Da quel poco che l’avevo vista, non mi ispirava alcun tipo di desiderio, ma era una valutazione ovviamente soggettiva. Chiunque altro avrebbe potuto trovare delle qualità insospettabili in lei.
Le labbra della mia insegnante si schiudevano di tanto in tanto in un sorriso solare, finalmente svelato del tutto, che scaturiva dall’abbandono della consapevolezza del suo incarico didattico. Una tale rilassatezza trovava la giusta corrispondenza nel coinvolgimento attivo della segretaria ai toni allegri assunti dalla conversazione. Questa infondeva loro uno spirito brioso che si rivelava attraverso sorrisi aperti e risate trattenute per evitare di apparire troppo esplicite. Talvolta una mano pudica si sollevava per andare a coprire quello che a loro sembrava apparire come un comportamento troppo espansivo per un luogo del genere. Scorgevo la testa arrovesciata all’indietro della mia insegnante che provava quanto costei si fosse allontanata dal contegno richiesto dalla sua professione. Il suo sorriso scemava di rado, pretendendo di divenire sempre più attraente. Non era raro che subentrasse una risata civettuola. Era una risata dalla sonorità squillante, ma subito trattenuta per decenza, che confermava il desiderio rilevante di essere attraente e ricercava l’intesa con il proprio interlocutore. Ravviarsi con la mano i capelli corvini in una cascata uniforme e sinuosa era un ulteriore vezzo che contribuiva a dimostrare quanto ci tenesse ad alimentare questo desiderio. Così facendo, concedeva alla sua professata femminilità la volontà di apparire affascinante, in misura tale da garantirle un interessamento da parte della gente (in tal caso della segretaria).
Poteva esserci qualcosa in più di un semplice scambio di battute improvvisato. L’ilarità suscitata da argomenti per me inafferrabili affiorava sui volti delle due donne. Un tale impeto di allegria poteva essere sintomatico di un’empatia che permetteva una comprensione vicendevole. Da ciò potevo essere portato io stesso a pensare che la loro conoscenza non fosse superficiale. Potevo presumere un’amicizia coltivata in passato e alimentata tuttora, oppure maturata recentemente in ambiente universitario. La differenza d’età non doveva essere così distante da presupporre una mancanza d’intesa o un’assenza d’interessi comuni.
3
Ebbene, la loro piacevole conversazione proseguiva con toni gai, quando ad un tratto il volto della mia insegnante si rabbuiò. Scorsi per un attimo un leggero cipiglio che scese come un lampo ad abbruttirle il volto. I suoi lineamenti si modificarono orribilmente. L’impiegata di segreteria non si accorse di questa mutata espressione, dal momento che si stava crogiolando nella sua allegrezza, per nulla presaga di poter divenire bersaglio dell’irritazione della mia insegnante. Ero sicuro che la mia insegnante stesse per caricare, magari non come un toro imbufalito, con più grazia, ma è tanto per rendere l’idea. Difatti, proruppe dalla sua mano uno schiaffo che fendette l’aria e incontrò la guancia dell’impiegata al termine del suo tragitto. La mano si era sollevata in un attimo in accordo con l’espressione ombrosa della mia insegnante. La povera ragazza della segreteria non doveva essersi resa conto che la mia insegnante si era adombrata tanto da meditare di tirarle uno schiaffo. Inconsapevole quindi della possibile reazione della mia insegnante, non aveva pensato bene di proteggersi o di schivare lo schiaffo, se l’era preso tutto in faccia. Si mostrò infatti incredula di fronte a questa imprevista reazione e si toccò di conseguenza la guancia che era stata appena colpita con gesto fulmineo.
Rimasi sgomento, oltreché sorpreso. Colsi l’attimo esatto dell’impatto. Pure io aggrottai le sopracciglia, ma per lo sconcerto che mi aveva generato la scena alla quale avevo appena assistito. Osservai come solo io dovevo aver fatta attenzione a quel che era accaduto. Nessun altro infatti pareva essersene accorto. Era stato un attimo. Forse nessun altro al di fuori di me le stava osservando in quel brevissimo istante. Mi aspettavo una replica da parte della ragazza, magari sullo stesso tenore. Non era escluso che potessero accapigliarsi, ma era un’ipotesi invero peregrina. Avrebbero dato scandolo e secondo me conservavano ancora un po’ di pudore che avrebbe sconsigliato loro di eccedere in escandescenze.
Di sicuro era accaduto qualcosa che aveva irritato fortemente l’insegnante. Era presumibile che la ragazza della segreteria le avesse fatta un’osservazione poco carina nei suoi riguardi, o un’allusione velata, o magari della semplice ironia. Potevo arguire facilmente come la mia insegnante dovesse essersi sentita offesa da un’osservazione a suo modo di vedere poco pertinente, che l’aveva irritata sino portarla ad alzare le mani verso la sua interlocutrice. Nel bel mezzo di quella conversazione dai toni amichevoli si era insinuato qualcosa di inopportuno.
Era altamente probabile fosse andata come me la stavo figurando. Per un attimo avrei voluto impicciarmi dei loro affari, sapere il contenuto dell’osservazione che aveva portato a quella reazione, ma sarebbe stato alquanto difficile pretendere un’esposizione dei fatti, una spiegazione particolareggiata, tutt’al più che sarebbe stato improvvido chiederlo a una di loro due. Poteva anche darsi che qualcuno avesse assistito alla scena e avesse carpito le loro parole, ma come e dove lo avrei individuato? Avrei dovuto interrogare qualcuno a campione sperando che mi rendesse edotto. Che sciocchezza! Di solito appaio molto discreto. Da persona riservata quale sono, non potrei pretendere che gli altri si sbottonino con me, rivelandomi tutto quello che voglio mi sia rivelato. Avrei lasciato perdere, nonostante fossi roso dalla curiosità. Una possibile liaison tra le due donne stuzzicava le mie fantasie perverse, ma forse le mie erano soltanto conclusioni affrettate. Dovevo mettere da parte i miei pensieri maliziosi finché non mi fossi fatto un quadro generale della situazione.
Mi dedicai quindi ad interpretare l’episodio dando libero sfogo alle mie più fantasiose congetture. Delle parole mal riposte, dei segreti così sconsideratamente svelati potevano esser stati la causa di questa, a mio modo di vedere, sconsiderata reazione, più che altro dalla mia prospettiva, poiché stavo facendo delle supposizioni che sarebbero potute apparire anche inverosimili. Poteva anche darsi che quello che io avessi reputato irragionevole arrivasse ad essere giustificabile. Di certo non potevo ergermi a giudice supremo che non avrebbe avanzato alcun dubbio nell’emettere l’unica sentenza oggettiva che corrispondesse alla realtà dei fatti. Io medesimo, ignaro come ne ero, totalmente estraneo ai loro segreti, non sarei riuscito a comprendere i motivi che avevano portato l’insegnante a reagire con una tale irruenta veemenza.
Fui testimone, inoltre, di come la mia insegnante si stesse dirigendo verso di me con volto rabbuiato, rivolto parzialmente in basso, seguendo l’andamento delle piastrelle, forse per rimuginare su quel che aveva appena compiuto, oppure per riflettere sull’osservazione che aveva provocata una sua reazione così decisa e vigorosa, in altre parole se quel che la ragazza le aveva detto avesse potuto giustificare una tale replica da parte sua. Era anche possibile che si volesse nascondere da eventuali sguardi rivolti verso di lei, provenienti da persone che poco prima avevano assistito alla scena. Conscia di aver dato spettacolo, era probabile che un po’ si vergognasse dell’atteggiamento che aveva tenuto, inadatto ad una persona come lei.
Più l’insegnante si avvicinava a me con passo svelto, più il suo volto procedeva a rasserenarsi lungo la via, servendosi dell’astuzia di celare ai miei occhi il conflitto interno che la stava animando. Dal momento che i suoi capelli erano raccolti all’indietro e quindi non le sarebbero finiti sopra il volto celandola ai miei occhi, era quasi indispensabile che si servisse dell’espediente per cui doveva fingere che non fosse accaduto nulla al fine di recuperare il suo autocontrollo. Sebbene non potesse essere sicura che avessi notato il siparietto che era stato appena inscenato, dissimulare ad ogni modo il suo stato d’animo si sarebbe configurata come l’unica soluzione che potesse concepire.
Durante il tragitto di avvicinamento della mia insegnante verso il posto in cui mi trovavo, per un istante deviai lo sguardo da lei per indirizzarlo verso la ragazza della segreteria, la quale invece non si era mossa dal luogo in cui stazionava fin dapprima. Mi focalizzai su di lei che stava seguendo con lo sguardo la sua amica docente allontanarsi. Notai come la ragazza della segreteria fosse ancora leggermente sconvolta per ciò che era accaduto poc’anzi, forse più perplessa che turbata. Probabilmente si stava chiedendo per quale motivo quella che doveva essere sua amica avesse avuta una reazione così avventata nei suoi confronti, a prescindere dalla portata di quello che potesse aver innescato, magari dando fiato e voce a qualche uscita infelice che non si era data pena per prudenza di tacere. Non pareva trasparire acredine dall’espressione del volto della ragazza. Un livore che, supponevo maliziosamente, l’affronto subito avrebbe potuto suscitare, non si scorgeva tra i suoi lineamenti. Risaltava solamente una profonda meraviglia, che poteva farmi credere che la ragazza avesse valutato il peso delle parole che aveva proferite in modo diverso da come invece le aveva interpretate la mia insegnante, tanto che non si sarebbe aspettata una reazione così impulsiva e corriva. Poteva darsi che la ragazza non pensasse di aver detto alla sua amica docente qualcosa di male e che perciò si fosse meravigliata della sua reazione più che risentita.
Non credo che la ragazza avesse voluto canzonarla appositamente per prendersi gioco di lei. Sarebbe stata piuttosto inverosimile una tale supposizione, data la giovialità che aveva connotato il loro dialogo. Era più probabile che la ragazza della segreteria si fosse lasciata scappare imprudentemente qualche informazione che lei stessa presumeva non fosse così disdicevole da scatenare un certo risentimento, ma che l’insegnante doveva aver interpretata indignandosene. Era presumibile che si fosse lasciata sfuggire un’indelicatezza nel trasporto della conversazione, che aveva provocata una tale impulsiva reazione. Era probabile allora che la mia insegnante si fosse sentita per un attimo ricoperta di vergogna per qualcosa che la riguardava da vicino e che la ragazza non aveva avuto lo scrupolo di tenere sotto silenzio. Tuttavia, sarebbe potuto capitare che la vergogna provata dall’insegnate poc’anzi la ricoprisse successivamente, dal momento che qualcuno che avesse assistito alla scena e che non fosse propriamente la ragazza della segreteria, l’avrebbe potuta richiamare ad un comportamento più consono al ruolo che ricopriva, evitando perciò la sopravvenienza d’intemperanze mal tollerate. L’avrebbero invitata, lei medesima, per la sconsideratezza del suo atteggiamento, ad una maggior compostezza nel futuro prossimo.
Da parte mia, non sentivo il vivo desiderio di interrogare la mia insegnante sulla ragione che l’aveva portata a reagire in quei termini. Se lo avessi fatto, avrei dimostrata maggior indelicatezza rispetto alla ragazza della segreteria. Se lo avessi fatto, avrei procurato alla mia insegnante un’irritazione maggiore, un furore superiore, poiché già si poteva notare come fosse mal disposta, memore dell’episodio precedente. Non era il caso che alimentassi il suo risentimento. Perciò, presago dell’ondata di astio che avrebbe potuto investirmi, sarebbe stato il caso invece che agissi agli antipodi, che dimostrassi di essere all’oscuro di quel che era accaduto, benché vi avessi assistito con molta partecipazione. Dovevo dimostrarle che non ne sapevo alcunché. Sarebbe stato un compito piuttosto arduo convincerla della mia insipienza, dal momento che la mia insegnante poteva presumere che io avessi visto qualcosa.
Ero arrivato a credere che si sarebbe resa conto dell’imprudenza che aveva compiuta e che fosse perciò conscia delle conseguenze che eventualmente avrebbe dovute subire, le quali avrebbero potuto sortire effetti deleteri verso la sua persona, ad esempio nella forma di qualche aspra reprimenda. Non era escluso allora che mi passasse in rivista, non certo per verificare se la volessi biasimare per quel che aveva compiuto (non mi sarei mai permesso, non ne avevo motivo e preferivo tenermi lontano da questa faccenda e dai suoi cascami), ma piuttosto mi avrebbe passato in rassegna per indovinare se mi sarebbe venuto in mente di dileggiarla, magari con velate allusioni, per il disdoro che l’aveva ricoperta. Doveva per forza scoprire se sarebbe potuta divenire oggetto del mio ludibrio. Mi avrebbe esaminato con l’intenzione di scoprire se avessi visto qualcosa di rilevante. Si sarebbe meticolosamente sincerata se fossi ignaro dei fatti svoltisi poc’anzi.
Pochi istanti prima che me la trovassi di fronte, provai ad atteggiare il mio volto ad un’espressione che potesse rinviare alla mia completa insipienza dei fatti. Mi stavo organizzando per non farmi cogliere impreparato. Ricercavo la naturalezza dei lineamenti per sembrare credibile nei limiti richiesti dal senso della mistificazione, dagli allettamenti dell’infingimento, per camuffare genuinamente la finzione che stavo rappresentando. Avrei dovuto distendere i muscoli facciali che a causa del nervosismo stavo tendendo spasmodicamente. Avrei rischiato di farmi smascherare, se non mi fossi mostrato più rilassato. Non potevo esibire apertamente ad un’indagine pervicace le sostanziose informazioni che avevo acquisite. Avrei professata la mia completa ignoranza in merito, simulandola nel miglior modo possibile. Dovevo mostrarmi spontaneo anche nella mia gestualità, senza agitarmi ed evitando di sudare per l’emozione di vedermi costretto mio malgrado a nascondere intimamente un piccolo segreto che se scoperto avrebbe potuto mettermi a disagio e magari anche compromettere la mia situazione in vista della mia laurea imminente. Perciò, qualora avessi interpretato dignitosamente la mia parte, non ci sarebbero stati problemi, l’avrei potuta gabbare. Non mi figuravo la mia insegnante esperta conoscitrice del linguaggio del corpo. Tuttavia, avevo timore che, nel caso in cui la mia correlatrice di tesi avesse scoperto, oppure intuito, oppure avesse creduto di intuire (eventualità molto preoccupante questa, poiché avrebbe svelato una sua ostinata presunzione), che avessi visto chiaramente quel che era accaduto senza possibilità d’inganno, il mio lavoro di tesi anche se buono, anche se ben fatto, per dispetto avrebbe rischiato immeritatamente di essere valutato negativamente.
Non era peregrino pensare che il mio lavoro, il quale aveva richiesto un impegno costante, sarebbe stato rigettato oppure declassato senza alcun valido motivo. Percependo che l’avrei potuta anche deridere per il suo gesto sconsiderato, si sarebbe mostrata scostante nei miei confronti. Per ripicca avrebbe potuto di punto in bianco svalutare il mio lavoro che sino a poco prima aveva giudicato positivamente. Sarebbe arrivata addirittura a svalutare il mio elaborato di tesi agli occhi del mio relatore, ci avrei giurato. Immaginavo che non avrebbe avuto alcun pudore pur di salvare la faccia in qualche modo; avrebbe ricercato di sicuro espedienti seppur controversi per contrastare chi muovesse critiche alla sua credibilità d’insegnante. Non me lo sarei meritato. D’altronde, la colpa non era mia se l’insegnante aveva dato spettacolo in modo così sconsiderato. Eppure, chi ci avrebbe rimesso ero io, avrei dovuto per forza subire io la sua frustrazione. Avrebbe annichilito la mia speranza di riuscire a terminare almeno in modo dignitoso il mio percorso universitario. Il suo avvilimento sarebbe traboccato impetuosamente contaminando il mio manoscritto, si sarebbe riversato acidamente sui fogli che giorno dopo giorno accumulavo con il dovuto entusiasmo, il quale soleva cogliermi in vista della fine delle mie fatiche accademiche, mentre seguitavo a svolgere il mio compito con la dovuta acribia. Avrebbe corroso il mio manoscritto con il suo veleno, suggerendo una sua valutazione negativa, come punizione inflittami per aver scoperto il lato intemperante del suo carattere.
Forse stavo solo vaneggiando, figurandomi le peggiori conseguenze possibili immaginabili, verso le quali il mio segreto qualora svelato avrebbe potuto condurmi. Tuttavia, per quanto sarebbe potuta apparire in astratto al solo pensarci una reazione puerile e perciò immatura, quella che avrebbe portata la mia insegnante a mortificare la mia persona e i miei sforzi, non era impensabile che si sarebbe potuta palesare in un certo qual modo nella realtà dei fatti. Se non avessi assistito alla scena, non mi sarei mai trovato in questa situazione disagevole. E pensare che dapprima avevo anche riflettuto (con il senno di poi, correttamente) se andarmene anzitempo, accogliendo le richieste della mia insofferenza che non riusciva a sopportare oltremodo l’attesa. Il mio cervello mi aveva dato il giusto suggerimento che avrei dovuto seguire invece di impelagarmi in questa situazione spinosa. Ormai era inutile ragionare con i se e con i ma. Purtroppo, i rimpianti non mi avrebbero salvato da questa situazione.
Ebbi come l’impressione che il mio infingimento stesse dando i suoi frutti. Mi pareva di riuscire ad attendere bene il mio compito ingrato ma quanto mai necessario. Supponevo che la mia insegnante non avesse afferrato, almeno per il momento, alcunché dal mio atteggiamento che potesse indurla a pensare che avessi visto qualcosa. Eppure, non potevo non preoccuparmi di quanto continuasse a mostrarsi diffidente. Un cipiglio altero ricorreva sul suo volto ad intermittenza, rimanendovi per pochissimi istanti nei quali tentava di dissimularlo o di addolcirlo, a tal punto e al fine di evitare di insinuarmi il sospetto che stesse indagando su di me, persino sul linguaggio del mio corpo con l’intenzione di scoprire qualche indizio. Cercava con astuzia di non darmi ad intendere che stava investigando sul mio conto. Anche da lontano, mi scrutava con molta attenzione, affilava lo sguardo e rimpiccioliva gli occhi con studiata e calcolata discrezione, guardandomi talvolta di sottecchi con la speranza, la quale ovviamente non avrei nutrita per lei a discapito della mia sicurezza, di trovarmi impreparato tradendo qualche avvisaglia inopportuna. Non mi sarei perso, non avrei abboccato alle provocazioni che mi avrebbe rivolte.
Dunque, ero curioso di sapere cosa volesse riferirmi la mia insegnante, in particolare dopo quello che era successo. Ero curioso di sapere se fosse valsa la pena di attendere sinora. Volevo sapere se non avrei avuto di che pentirmi per aver atteso tutto questo tempo. Effettivamente, ora come ora, non era il caso che mi rammaricassi dell’attesa. Ero testimone di quel che era accaduto poco fa. Era chiaro che la mia curiosità fosse stata prontamente sollecitata, si era ampliata, si era ingrandita in modo direttamente proporzionale alla quantità di mistero che il siparietto tra le due donne racchiudeva e mi spingeva a svelare. Inoltre, stavo compiendo uno sforzo notevole per nascondere la mia condizione di testimone oculare dell’episodio precedente. Quel che aveva da dirmi la mia correlatrice doveva valere perciò lo sforzo che stavo profondendo per mostrarmi ignaro dei fatti. Del resto, non me ne sarei potuto andare proprio in quel momento, questa risoluzione estrema l’avrebbe potuta irritare ancor di più. Il danno sarebbe stato forse maggiore del rivelarle che non avevo potuto fare a meno di assistere alla scena. Dileguarmi sarebbe stata un’ammissione di colpa da parte mia, la prova lampante che ero testimone dell’accaduto.
Nonostante il suo mutato stato d’animo, aveva rispettato la parola data. Dal momento che mi aveva detto che sarebbe tornata, fosse cascato il mondo, non si sarebbe allontanata dalle sue responsabilità. La promessa era stata rispettata da entrambi. D’altronde che figura ci avrebbe fatta se per la vergogna avesse meditato di andarsene via ignorandomi completamente? Certo, avrebbe potuto far finta di dimenticarsi della mia presenza e poi magari accampare qualche scusa di circostanza in seguito per riacquistare la sua credibilità momentaneamente perduta.
Del resto, non era escluso che potesse condividere il comportamento di alcuni suoi colleghi che tenevano in scarsissima considerazione i rapporti umani con i cosiddetti “esseri inferiori”. Eppure, non c’era da meravigliarsi. Tale comportamento che si poteva osservare sovente in alcune persone era una logica emanazione, manifestazione del carattere di questi illustri individui. Perciò, la mia insegnante si sarebbe potuta allineare con questa condotta dalle forti connotazioni autoritarie. Avrebbe agito di conseguenza. Avrebbe dimostrato l’autorità del suo ufficio in termini di perdonabilissimo lassismo. Avrebbe potuto attingere alle sue più discutibili qualità. I precedenti poi le sarebbero venuti in soccorso e avrebbero approvata la sua condotta. Qualora si fosse azzardata a dare ascolto agli scrupoli di coscienza che l’avrebbero anche potuta allontanare dal menefreghismo dei suoi simili, ricorrenti episodi esplicativi l’avrebbero convinta dell’aspetto irreprensibile di questo “veniale” mal costume ampiamente diffuso. I suoi colleghi l’avrebbero rimessa su quella che loro stessi ritenevano fosse la retta via da seguire. D’altronde, se si erano dimostrati così incuranti gli altri, perché si sarebbe dovuta comportare altrimenti? Sarebbe stato più facile adeguarsi alla massa invece di distinguersi da essa. Meglio scegliere la via più agevole, già battuta ed affidabile. Avrei potuto capire il comportamento di alcuni insegnanti strafottenti e perciò tollerarne l’esistenza ed incassarne la sicumera, ma per quanto riguardava la mia insegnante mi sarei rammaricato di questa deriva, qualora vi fosse approdata, reputando corretto optare per un contegno ampiamente dimostrativo della sua autorità. Tuttavia, non arrivavo a crederla capace di comportarsi come i suoi simili. Due erano le discriminanti che me la figuravano diversa dai suoi colleghi più navigati, i quali si compiacevano dei loro comportamenti discutibili. A non permetterle di tenere i suddetti comportamenti, o era la sua indole, ligia al dovere, oppure, come stimavo più arguibile, era la buona impressione che i novizi con poca esperienza, nuovi dell’ambiente e desiderosi quindi di fare bella figura, si preoccupavano di dare alla loro docente, la quale avrebbe così potuto partecipare al loro entusiasmo.
4
Dopo aver oltrepassato il vano della porta si guardò attorno con occhio indagatore. Lo smarrimento che i suoi pensieri le avevano insinuato durante il tragitto di ritorno alla sala d’attesa le avevano fatto dimenticare presumibilmente il luogo in cui mi trovavo seduto. Pensavo mi avesse osservato finora, i suoi occhi erano rivolti nella mia direzione, ma presumibilmente stava diguazzando nella dimensione del ripensamento dopo quel che era accaduto. Alzai la mano e l’agitai per richiamarla verso il posto in cui sedevo. Avrei potuto tranquillamente andarle incontro invece di optare per questa soluzione. Tuttavia, le mie gambe si erano irrigidite, intorpidite, erano diventate dei tronchi di legno. Cercai di sciogliere l’indurimento ed alleviare il torpore delle infinite trafitture. Feci dondolare le gambe quel poco. Ce la feci a sollevarmi, mentre la mia insegnante mi stava per raggiungere.
Ci trovavamo ora uno di fronte all’altra. Era giunto il momento di saggiare le mie capacità recitative, o di capire se le avessi, o almeno di fingere che le avessi, con una parvenza di verosimiglianza. Fortunatamente fu lei per prima a parlare.
“Ho da farle vedere una cosa in biblioteca, vorrebbe seguirmi gentilmente?”, mi chiese questa cortesia immaginandosi già una mia risposta affermativa. Difatti, era già pronta a mettersi in marcia prima che potessi emettere sillaba.
La calma con la quale mi aveva rivolta questa semplice domanda per un attimo aveva rischiato di smascherare il mio piano. Non mi aspettavo che si esprimesse con una tale calma olimpica, dopo quel che era accaduto poco fa. Mi aveva colto di sorpresa, dovevo ammetterlo. Stavo per tradirmi, ma ero riuscito a mantenere un buon autocontrollo. Nondimeno, che io sapessi o meno, pareva che a lei non facesse molta differenza quale attitudine avessi scelta di adottare nei suoi confronti. Che stesse dissimulando anche lei, era evidente. Dovevamo fare entrambi finta di niente e sarebbe andato tutto liscio come l’olio. Ovviamente avevo accettata di buon grado la proposta che mi aveva fatta. Come avrei potuto rifiutare dopo tutta quell’attesa? Chissà cosa aveva di così importante da mostrarmi. Fra poco lo avrei saputo.
Ci avviammo in direzione dell’ampia scalinata che portava al piano superiore. Uscimmo dall’aula studio e ci accingemmo a salire le scale che portavano alla biblioteca. Questa in realtà era una piccola sala di consultazione testi, riservata quasi esclusivamente al corpo docenti. Non mi era mai capitato di mettervi piede. Arrivai ad immaginare che la mia insegnante mi avesse portato fin qui per prendere a prestito un testo per poi prestarlo a sua volta a me sulla parola. Non era un’ipotesi così fantasiosa da non poter essere aderente alla realtà. Avrei atteso il corso degli eventi. Era inutile che mi scervellassi continuando a farmi domande alle quali difficilmente avrei saputo dare risposta.
Prima di salire gli scalini che ci avrebbero portati al piano superiore, dove si trovava questa sala di consultazione, mi guardai attorno circospetto. Non so per quale motivo ma avevo la sensazione che qualcuno ci stesse seguendo o fosse appostato chissà dove. Invero sospettavo della ragazza della segreteria, sebbene non mi avesse dato modo di capire se fosse curiosa di sapere dove stavamo andando.
Mentre passavamo davanti al front desk per uscire dall’aula studio, pensavo che si sarebbe svolto un rinnovato confronto tra le due donne. Sarebbe potuto accadere qualcosa che non avrei saputo come definire chiaramente. Forse un confronto più disteso, un chiarimento, chi avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe successo con assoluta certezza? Seguendo il percorso obbligato che ci avrebbe portato a transitare di fronte al front desk, mi chiedevo quali toni avrebbe potuto assumere un eventuale secondo round. Ci sarebbe stato un chiarimento, oppure i toni si sarebbero fatti più accesi sino a sfociare in un alterco? Pur non avendo sentore di quale fosse precisamente la sua indole, ad ogni modo non riuscivo a figurarmi la ragazza della segreteria incassare il colpo senza elaborare una replica adeguata. Pensavo che avesse accusato il colpo e che si preparasse a reagire, una reazione a scoppio ritardato, oppure solo ponderata con giudizio. Ciò che ovviamente non potevo prevedere era invece in che termini si sarebbe realizzata la sua eventuale reazione, ovvero se sarebbe venuta alle mani pure lei, pareggiando il colpo subito, oppure se si sarebbe limitata magari a qualche ingiuria. Forse avrebbe optato per una condotta più civile, dato il contesto, me lo auguravo. Non era escluso ad ogni modo che si potesse sviluppare un accesissimo alterco, stigmatizzabile.
Con mio profondo sollievo non ci fu alcuna reazione da parte della ragazza. Le due donne non si guardarono neppure di sfuggita. Devo ammettere che la cosa un po’ mi meravigliò. La mia attenzione era andata alla ragazza della segreteria, ché immaginavo avrebbe reagito all’affronto subito in precedenza. Questa invece smontò le mie previsioni. Si era seduta ed era tornata alle sue mansioni ordinarie come se nulla fosse accaduto. Nel breve lasso di tempo che impiegammo per uscire dal suo campo visivo, cercai di addomesticare il mio sguardo per non darle l’idea che la stessi osservando con curiosa partecipazione. Ad ogni modo non sarebbe stato necessario questo scrupolo dal momento che non si era neppure preoccupata di sollevare gli occhi su di noi al nostro passaggio. Io, che opportunamente la guardavo di sghembo per non richiamare su di me la sua attenzione, mi avvidi di questo particolare. Quindi, dato che era concentrata sul suo lavoro, ebbi agio di notare quanto fosse imperturbabile ed imperscrutabile.
Non mi sarei certo permesso di indagare quali sentimenti avesse generati in lei l’offesa ricevuta dall’insegnante. Non le avrei cavato fuori nulla che potesse essere sconveniente, non ero un impiccione, mi sarei fatto gli affari miei, com’è giusto che sia. Solamente mi sarebbe piaciuto saperne di più su quel che era accaduto. Solamente mi sarebbe piaciuto soddisfare una mia genuina ed innocua curiosità. Lo ammetto e non ne vado di certo fiero, ma talvolta mi solletica l’idea, perversa forse, di trastullarmi con le discussioni altrui, addirittura quando queste assumono la loro forma estrema, sfociando purtroppo in litigio.
Ebbene, nessuno ci seguiva. Io invece seguivo la mia insegnante che prese a salire le scale. Poiché gli scalini erano più alti che larghi e leggermente inclinati verso il basso, godevo di una visuale particolare. Praticamente avevo il suo fondoschiena davanti alla mia faccia, ma dovevo fare attenzione a non scivolare dagli scalini. Le sue natiche mi ballonzolavano davanti agli occhi. Era tornata ad insufflarmi desideri ai quali mi ero ripromesso di non cedere.
Arrivammo al pianerottolo che dava sull’ingresso della sala di consultazione. Aprimmo il portone ed entrammo. Mi guardai attorno, ma non scorsi nessuno all’interno. Spaziai in lungo e in largo, ma non vidi anima viva. Avevo una visuale piuttosto ampia ma limitata ad una sola porzione della sala, per cui non era escluso che potesse esserci qualcuno al di là delle librerie che dividevano la sala. Se davvero ci fosse stato qualcuno, avrei immaginato stesse svolgendo le sue occupazioni silenziosamente. Non si udiva neppure il caratteristico suono prodotto dai piedi sul piancito, il quale rivestiva il pavimento e avrebbe potuto indicarmi se ci fosse qualcuno. Eventualmente avrei potuto appurare da questa peculiarità del pavimento se effettivamente ci fosse qualcuno all’interno. Chissenefrega, direte voi, tuttavia per la mia insegnante avere la certezza che non ci fosse nessuno era un particolare di estrema importanza.
L’unico rumore sul piancito era quello della mia insegnante, che avrebbe potuto trarmi in inganno e farmi credere che ci fosse qualcuno. I suoi passi frenetici ad ogni modo erano facilmente distinguibili per cui non sarebbe occorso il rischio che cadessi in inganno. Appena fummo dentro aveva cominciato a correre qua e là attraverso l’intera sala, come teoricamente non si dovrebbe fare in un luogo in cui regna il silenzio e si fa di tutto perché questo venga rispettato.
All’inizio pensavo che stesse cercando qualcuno, magari la bibliotecaria, dalla quale avrebbe preso a prestito il libro che poi avrebbe girato a me, come in precedenza avevo supposto, ma poi compresi che le sue intenzioni erano altre, totalmente diverse, e non concernevano lo studio. Il modo frenetico con il quale ispezionava e scandagliava ogni cantone e ogni anfratto, mi portò ad ipotizzare che volesse solo sincerarsi che non ci fosse nessuno.
Assicuratasi quindi che fossimo le uniche persone all’interno della sala, tornò da me e prendendomi per la giacca, non certo con violenza ma nemmeno in modo propriamente ortodosso, mi guidò verso una zona abbastanza nascosta, dove la parete della sala era libera dalla scaffalatura. Si mise con le palme delle mani appoggiate al muro, le braccia tese e le gambe leggermente divaricate. Pareva la posizione assunta da un sospettato che attendesse una perquisizione.
Aggrottai le sopracciglia per lo stupore. Di primo acchito non avevo capito cosa mi volesse comunicare con questa posizione, ma mentivo a me stesso, poiché un’idea me l’ero fatta eccome, ma non ci volevo credere. Provando a convincermi che la mia intuizione fosse azzeccata, nondimeno il mio stupore aumentò notevolmente quando mi chiese esplicitamente di fare ciò che mi stavo immaginando con il pensiero ma che mai mi sarei immaginato potesse chiedermi di fare.
“Toccami!”.
Più che una richiesta era un’esortazione, forse un ordine che non ammetteva diniego. Avrei voluto che per ‘toccare’ intendesse qualcosa di diverso da quello che dapprima avevo creduto di intuire. Non lo so, tipo farle il solletico, o qualcosa del genere. Avrei potuto chiederle una spiegazione, ma sarei apparso uno sciocco. Tuttavia, non avrei potuto neppure agire con il rischio di commettere un errore madornale. Era chiaro che avessi bisogno di delucidazioni, ma come fare? Benché fossi decisamente convinto delle implicazioni contenute in questo imperativo, il rischio di un travisamento era sempre plausibile.
Mi avvicinai timidamente a lei, che non aveva mutato posizione. Mi sentivo giustificatamente timoroso. Il mio imbarazzo stava crescendo a dismisura. Dopotutto, era la mia insegnante. Era davvero questo il suo insegnamento morale? Quello che mi aveva impartito sinora, i suoi consigli e via discorrendo, allora era solo fuffa?
Avrei dovuto allora lasciarmi andare, trascurando le conseguenze tremende che un mio comportamento imprudente avrebbe potuto scatenare? Dovevo andarci piano, agire con estrema cautela. Di solito mi faccio sempre molte domande, forse troppe, prima di prendere una decisione. Valuto ogni minima implicazione, perché voglio andare sul sicuro. Molti mi accusano di esagerare talvolta, e che le mie sono solo seghe mentali. Questa volta però mi sento di poter affermare quanto la mia esitazione fosse legittima nel contesto imprevedibile che si stava svolgendo davanti ai miei occhi.
Dunque, mi sarei rifiutato. Voi cosa avreste fatto nella mia situazione? Non potevo rischiare di buttare all’aria la mia carriera di studente proprio ora che mi stavo per laureare. No, non potevo obbedire solo perché era la mia insegnante, ma proprio perché era la mia insegnante non avrebbe dovuto farmi una richiesta del genere. Certo che se fosse stata brutta sarebbe stato tutto più semplice e le avrei comunicato il mio rifiuto a cuor leggero.
La immaginavo convinta di una mia risposta affermativa. Del resto, se avesse avuto il sospetto che potessi rifiutarmi, mi avrebbe espresso questa richiesta in modo più garbato e non attraverso una rude esortazione. Ma lei, proprio lei, che figura ci faceva a chiedermi una roba del genere?
Avrei provato a tergiversare, richiamando a me doti attoriali che mi ero figurato di possedere. Le avevo saggiate in precedenza e sembravano aver avuto effetto, credo. Sebbene potessi apparire uno sciocco con il mio comportamento irresoluto, era l’unico modo che reputai corretto ed efficace, in quel momento topico. Avrei agito in questo modo. Meglio usare prudenza, finché si può.
“Mi dispiace, ma credo di non aver capito!”, le confessai la mia bugia.
“Come sarebbe a dire: non hai capito? Cosa c’è da capire? Avanti non fare storie!”, mi riprese, piccata. Non poteva credere alle sue orecchie, immaginavo, e anch’io in effetti non potevo credere a quel che avevo appena detto, ma anche a quel che avevo appena sentito in risposta. Notai come l’uso del ‘tu’ fosse già di per sé indicativo del fatto che fosse certa che io l’avrei esaudita senza riserve. Di sua volontà era passata ad una maggiore confidenza, presumibilmente per ricercare la mia complicità nonché per entrare magari di più in intimità.
“Avanti, ti prego, prima che arrivi qualcuno!”, la sua voce si era addolcita, cosicché anche il contenuto delle sue parole ne aveva tratto beneficio. Doveva aver cambiato strategia all’occorrenza. L’irruenza non avrebbe portato a nulla. Una richiesta più cortese avrebbe invece potuto persuadermi, così credeva, ma si sbagliava di grosso.
“E va bene!”, le dissi, allargando le braccia in un sospiro prolungato, in segno di resa. Aveva vinto, aveva sconfitto la mia debole resistenza. Mi liberai del cappotto e della valigetta che avevo appresso e li appoggiai entrambi su una sedia lì accanto, molto, molto lentamente.
Mi avvicinai quindi alla mia insegnante che aveva continuato a rimanere in quella posizione. Mi sarei impegnato a perquisirla, ma sarebbe stata una perquisizione atipica. Sapevo quello che avrei trovato, poiché sapevo dove andarlo a cercare. Avrei potuto ammettere un briciolo di incertezza, ma rigettai subito questo pensiero sconvolgente, sperando chiaramente che questo pensiero non corrispondesse al vero.
Quando le fui appresso, immobile, con i piedi ben piantati a terra, per prudenza mi girai attorno guardingo. Non c’era nessuno e nessun rumore arrivava al mio orecchio. Era ovvio che al minimo rumore o qualora avessi intravisto qualcuno con la coda dell’occhio, mi sarei immediatamente fermato. Senza tagliare il traguardo, mi sarei ritirato per cause di forza maggiore. Ad ogni modo lo stavo quasi raggiungendo il traguardo, lo sentivo imminente, quando invece sentii il piancito stridere e di seguito rivelarsi la sagoma della persona che aveva prodotto questo rumore. Era la ragazza della segreteria. Avrei dovuto aspettarmelo.
Era così ovvio. Non ci aveva ignorato completamente. Si era mostrata indifferente al nostro passaggio per non darci a vedere il suo vivo interesse, ma poi di sicuro ci aveva seguito con lo sguardo. Ovvio che pensava stessimo macchinando qualcosa. Non eravamo consapevoli che ci stesse guardando, poiché le rivolgevamo la schiena, lo avremmo potuto solo intuire con un po’ più di prudenza. Sapeva dove ci saremmo diretti. Aveva atteso qualche minuto prima di assentarsi dalla sua scrivania e salire le scale e accedere infine alla sala di consultazione. Era una ricostruzione sostanzialmente verosimile. Per questo non mi ero accorto di lei quando, prima di salire le scale, mi ero girato per accertarmi che nessuno ci stesse seguendo. Era prevedibile come si sarebbe comportata successivamente. Tuttavia, non avevo cercato di cautelarmi di fronte all’evenienza di un ritorno in bomba. Ed ora la ragazza della segreteria era qui con noi, potenzialmente come presenza inopportuna.
Supponevo che avesse atteso di proposito qualche minuto per poi raggiungerci, stuzzicata dal desiderio morboso di poterci cogliere in fallo. Effettivamente, ci aveva beccato quasi in flagrante. Del resto, solo questa ragazza poteva avere un qualche interesse per i nostri affari. Avvinta dalla curiosità, aveva pensato bene di farci visita. Speravo che nessun altro si sarebbe presentato. Non avevo certo voglia di dare spettacolo.
La vidi che ci osservava con sguardo severo a braccia conserte, ma non riuscivo a capire se l’espressione dipintale in volto fosse spontanea. Io mi ero preventivamente ritirato quando avevo sentito il piancito stridere, ma non ero riuscito ad allontanarmi troppo che mi ero ritrovato la ragazza lì accanto. Doveva esser sicura di dove ci trovassimo, perché era corsa sin qui in un batter d’occhio.
Mi beccò quasi con le mani nella marmellata (di quella che sai ti si appiccicherà alle mani). Ero rimasto impietrito, non riuscivo più a muovermi. Gli arti mi si erano irrigiditi. La mia mano era inequivocabilmente rivolta verso l’obiettivo.
“Lo sapevo!”, ci canzonò con voce profonda ed accusatoria, per nulla comprensiva, indirizzando lo sguardo alternativamente a me e alla mia insegnante. Dovevo esser arrossito violentemente fino alla radice dei capelli per il tremendo imbarazzo. Non potevo saperlo, ma solo indovinarlo. La vergogna è difficile da reprimere. Un disdoro ineffabile mi rendeva ignobile. Avrei voluto girarmi verso la mia insegnante per vedere come avesse reagito a questa improvvisa apparizione, ma ero così irrigidito che lo sforzo addirittura di muovere il collo sarebbe stato notevole.
In questi frangenti, l’istinto ti porterebbe a scappare di fronte al pericolo, ma la ragione ti ammonirebbe dicendoti che il tuo atteggiamento sarebbe quello di un vigliacco che fugge dai problemi che dovrebbe invece affrontare (tutt’al più che ero come bloccato dalla vergogna). La ragione allora ti consiglierebbe di giustificarti. O più preferibilmente, per il momento, rimanere zitto e attendere il corso degli eventi.
In mia difesa avrei potuto sostenere che non avevo raggiunto l’obiettivo, nonostante ci fossi arrivato molto vicino. Dal momento che si tende a mantenere segreti i propri obiettivi (non è certo consigliabile sbandierarli ai quattro venti), anche di fronte ad un’evidenza quasi lampante, chi di questi obiettivi non ne fosse informato e avrebbe voluto scoprirli, avrebbe dovuto ricorrere per forza a qualche interpretazione. La ragazza della segreteria lo avrebbe dovuto fare invece di procedere con le accuse. Già il suo sguardo ammonitore non lasciava adito a dubbi ed in un certo qual modo sondava la mia insicurezza. Avrebbe potuto addure qualche verosimile interpretazione che a prima vista riconducesse all’evidenza dei fatti, ma non avrebbe potuto accusarmi di nulla. Non ero ancora compromesso, fino a prova contraria.
Scese un silenzio gravido di sottintesi. Serviva qualcuno che rompesse il ghiaccio, che prendesse la parola per mettere in moto ciò che presentivo avrebbe assunto i toni di un acceso dibattito. Lo avrei potuto fare io, ma avevo bisogno di meditare qualche scusa attendibile. Dovevo addurre qualcosa di credibile che ristabilisse la mia precaria situazione. Avrei dovuto evitare di tradirmi almeno a parole. Già il rossore sopravvenuto sul mio volto lo si sarebbe potuto considerare come una tacita ammissione di colpa.
Per un attimo mi attraversò la mente l’idea che le due donne potessero essere in combutta. Non avrei potuto escludere che avessero meditato qualche perversione. Non era così peregrino pensarlo e perciò non rigettai quest’ipotesi in principio. Devo ammettere francamente che la cosa mi metteva un certo sconcerto, sgomento, oltreché raccapriccio. Sapere che si fossero adoperate di proposito per ricoprirmi di ludibrio mi creava profonda indignazione. Ero particolarmente irritato al solo pensiero, ma essendo in minoranza, non mi sarei potuto esporre apertamente. Loro avevano il coltello dalla parte del manico ed io giocoforza avrei dovuto muovermi con estrema prudenza, un passo falso mi avrebbe potuto compromettere.
Se mi fossi prodigato ad interpretare le mie emozioni correnti, non sarebbe un segreto affermare che avrei scoperto l’incidenza del timore di subire qualche spiacevole conseguenza avere un peso superiore all’indignazione che provavo per essere stato oggetto dei loro giochi perversi. Perché di questo si trattava, giochi perversi. In breve, la paura dello scandalo la faceva da padrona, e avrei dovuto ribellarmi per affrancarmi da essa.
La scenetta alla quale avevo assistito in precedenza non era che il preludio a quello che stava accadendo ora. Era stata forse una messa in scena interpretata a regola d’arte dalle due donne al fine di irretirmi? Per convincermi forse a seguire la mia insegnante? Perché mai avrebbero dovuto farlo? Fingere un alterco per solleticare qualche mio pruriginoso pensiero non poteva esser altro che frutto di menti perverse. Avevano forse provato a blandirmi a tal punto che avevo finito per cascare nella loro rete? Non era così improbabile. È bene osservare che per ora non avevo alcuna certezza che le mie supposizioni fossero esatte. Avrei dovuto attendere il corso degli eventi per avvalorarle, ma attendendo il corso degli eventi l’angoscia che stavo vivendo con ogni probabilità sarebbe salita a livelli esponenziali. Ebbene, sarei dovuto uscire io da questa situazione di stasi, prendendo la parola. Avrei dovuto però agire con accortezza, se non altro per verificare se non si stesse procedendo con una finzione artatamente inscenata, come avevo appena ipotizzato.
Stavo per emettere sillaba, quando la mia insegnante mi prevenne.
5
“Sai cosa?”, la sua voce era tranquilla e posata, troppo distesa per farmi intendere che stava cercando di mantenere la calma.
Tuttavia, i buoni risultati che stava ottenendo con il suo autocontrollo, mi inducevano a pensare che stesse interpretando una parte, e per inciso non così bene, dal momento che mi ero persuaso di averla smascherata, ma forse era solo una mia impressione, dovuta al fatto che avrei preferito, non so perché, che mi prendessero in giro. Qualora avessero deciso di prendersi gioco di me, mi avrebbero spinto in un certo senso a pensare che sarei stato meno nei guai. Se fossi stato oggetto ed allo stesso tempo vittima del gioco perverso che avevano architettato, avrei rischiato di meno. Questa convinzione me la dava il fatto che le due donne ci avrebbero pensato due volte a farmi finire nei guai. Non sarebbe stato saggio da parte loro, poiché eravamo sulla stessa barca ed io avrei potuto riportare la mia versione dei fatti sperando di essere creduto.
Partecipando tutti e tre a questo gioco perverso, saremmo stati tutti e tre colpevoli e nessuno di noi avrebbe pensato di spifferare qualcosa all’esterno. Nel caso in cui invece fossimo stati colpevoli solo io e la mia insegnante, allora le cose sarebbero state ben diverse. Avremmo rischiato entrambi, ma io in questo caso, avrei pensato ovviamente alla mia situazione, che si sarebbe fatta tremendamente problematica.
Non potevo credere che la mia carriera scolastica sarebbe andata in frantumi per una sciocchezza del genere. Già dapprima la voce della ragione mi aveva messo in guardia dall’accettare la richiesta della mia insegnante, ma io da stolto non avevo voluto darvi ascolto. Era stata piuttosto convincente, ma io avrei dovuto resistere lo stesso, di più, con più convinzione. Ed ora ne pagavo le rovinose conseguenze. Non avrei potuto immaginarmi uno scenario peggiore di questo. Dovevo trovare il modo per riparare.
Urgeva una soluzione immediata ai miei sopraggiunti problemi.
“So quello che ti stava per fare, mi credi una stupida?”.
La sua voce aveva mantenuto il tono canzonatorio, che stavolta si era fatto un po’ più spavaldo. Aveva optato per il classico tono che adottano le persone convinte delle loro ragioni. E lei era persuasa di avere validi argomenti da esibire a sostegno delle sue solidissime ragioni, che la facevano apparire più sfrontata del necessario. Era nostro dovere perciò insinuarle il dubbio.
Ci provò la mia insegnante: “Non credo affatto tu sia una stupida, come tu non puoi credere di avere tutte le ragioni per credere veramente a quello che credi. È chiaro come tu ti sia fatta trarre in inganno dalla tua… Beh, non saprei come chiamarla…”.
Pensavo che questa allusione rischiasse di mandare la ragazza fuori dai gangheri. Immaginavo che la sua sfrontatezza ne avrebbe risentito, facendole perdere quella sicurezza che sinora ci aveva manifestata, e invece non sembrò accusare il colpo: “Non mi è andato proprio giù come mi hai trattata prima! Come ti sei permessa di darmi uno schiaffo? Ti ho lasciata andare, ma è chiaro che non potrei dimenticare questo affronto per nulla al mondo!”.
Ero conscio che avrei assistito ad un botta e risposta piuttosto acceso. Le premesse non avrebbero potuto ingannarmi. Riprendendo ciò che avevo supposto poco prima, avrei pensato che stessero interpretando un ruolo predefinito, ma senza aver desunto le battute da un copione scritto. Le loro parole parevano sì artefatte, ma avrebbero piuttosto rimandato ad una improvvisazione poco spontanea che a qualcosa di imparato giusto per l’occasione. Avevo come l’impressione che una scena del genere fosse stata concertata in precedenza ed ora avessero optato per una libera interpretazione, ma senza uscire dal seminato. Mi sarei dovuto aspettare un passo falso, o dovevo riporre fiducia nelle doti drammatiche delle due donne? Avrei davvero passato meno guai a divenire loro compagno di giochi. Arrivati a questo punto, sarebbe stato il male minore diventare vittima ma anche complice della loro perversione.
“Perché te lo meritavi, è ovvio, non lo credi anche tu?”, abbaiò la mia correlatrice con una sottile venatura di scherno.
La sua esternazione, formulata in forma di domanda, seppur rivolta alla ragazza, richiedeva apertamente il mio consenso. Infatti, si era voltata verso di me, convinta che io le dessi ragioni. Oltre a presupporre che io avessi visto la scena svoltasi al front desk con i miei occhi, dava per certo che io sapessi pure il motivo per cui glielo aveva rifilato quello schiaffo. Ovvio che io un’idea me l’ero fatta, ma non gliela avrei comunicata, me la sarei tenuta tutta per me. A maggior ragione del fatto che potevo anche confessarle che non avevo visto nulla.
Ed infatti mi comportai così. Le diedi ad intendere che non avevo visto nulla. Le rivolsi un’espressione talmente emblematica da non poter correre il rischio che fosse fraintesa. Non sapevo se fosse la decisione migliore che potessi prendere, ma per adesso sarebbe andata bene. Avrei fatto in modo che andasse bene. Non credevo che ci avesse creduto, ma la cosa mi interessava ben poco.
“Questo è quello che pensi tu, ovviamente! Io non ho mai fatto nulla per meritarmi una reazione del genere, tale e quale a quella che hai avuto tu con me! Ma è inutile parlare degli affari nostri alla presenza di altra gente. Non puoi neppure immaginare come mi sia sentita, ma a te questo interessa poco, vero?”, la sua voce aveva assunto tonalità strazianti.
Stavano cadendo nel patetico, ma non sprofondando. Non c’è mai limite al peggio. Chiaramente, se non avessi rischiato qualcosa, sarebbe stato educato se le avessi fatto il piacere di liberarle della mia presenza, poiché avevo il presentimento che di lì a breve si sarebbero sbottonate, pur avendo la ragazza appena detto che degli affari loro non avrebbero parlato. Si capiva che stavano parlando con il freno a mano tirato. A prescindere dalla parte che io ritenevo stessero interpretando, nondimeno, non sarebbero state libere di sfogarsi di fronte a me. In mia presenza non avrebbero fatto l’errore di esporsi del tutto, di mettersi completamente a nudo. Perciò, in circostanze diverse, avrei pensato bene di defilarmi, qualora mi fosse convenuto, ma nella posizione in cui mi trovavo sarebbe stato deleterio, se avessi dato seguito a quest’idea. Per ovvi motivi, non avrei potuto fare altro che rimanere, mio malgrado.
“Hai detto bene tu, è meglio che non ne parliamo in presenza di estranei. Sarà meglio che ne discutiamo in privato, poiché esigo delle spiegazioni, e tu me le darai!”.
Nonostante avessero accennato ad argomenti personali per i quali avrebbero potuto smarrire una certa compostezza, rimasero nei ranghi senza confondersi. Dal momento che avrei creduto che un po’ si sarebbero scomposte, cominciai sempre più a credere che stessero recitando una parte, e neppure così bene.
“Certo, ti darò qualsiasi spiegazione tu vorrai, anche se in cuor tuo sai di aver sbagliato, anche se non arriverai mai ad ammetterlo, ma ora è il caso che la finiamo qui con questa storia! Riprenderemo dopo!”, disse recisamente, ribadendo il suo messaggio con gesti perentori che non ammettevano repliche.
La ragazza della segreteria avrebbe voluto replicare, glielo si leggeva in volto, ma si trattenne all’occorrenza. Concordava sul fatto che non fosse il caso di continuare su questo argomento. Tuttavia, si espresse diversamente, e il loro dialogo avrebbe preso una piega inaspettata.
“Ok, la finiamo qui, per ora. Ovviamente le tue spiegazioni dovranno essere convincenti. Il tuo schiaffo mi ha fatto proprio male, ma quello che mi sta facendo ancora più male è vedere come ti stai umiliando. Non mi sarei mai aspettata arrivassi fino a questo punto! Ci tengo a te, questo lo sai! Però, non riesco a capire come tu possa esser scesa così in basso! È davvero mortificante vederti ridotta così!”.
Era piuttosto evidente che si stava riferendo a me quella sciacquetta impertinente, che doveva avere poco più degli anni che avevo io, non c’era alcun dubbio, e che si sentiva libera di fare commenti del genere. Come si permetteva di parlare di me in questi termini? Era il caso di intromettermi prima che la situazione degenerasse. Era il momento più opportuno per farlo. Mi dovevo pur difendere dai commenti degradanti che aveva espresso in modo così spudorato alludendo alla mia persona. Era stata leggera, imprudente, ma non gliela avrei perdonata. Ora che avevo ottenuta la piena conferma che tra le due donne c’era del tenero, non avrei avuto alcun timore ad espormi. Difendermi era nel mio pieno diritto e nessuno avrebbe potuto obiettare.
Vi era altro in più di una amicizia intima, come avevo ipotizzato. Non c’erano dubbi in proposito. Le loro parole, seppur non così esplicite, mi avevano spinto in questa direzione. Ora anch’io avevo un’arma efficace a mia disposizione. Avrei potuto usarla a mio piacimento per coprirle di vergogna, se solo si fossero coalizzate contro di me per svergognarmi, ipotesi che stimavo non così remota. Non è mio costume, sia chiaro, comportarmi in modo così meschino. Sono estremamente tollerante, quando si tratta di relazioni del genere. Tuttavia, sapendo che un certo tipo di persone non lo sono, avrei comunicato loro questa relazione, ma l’avrei fatto solo per difendermi. A mali estremi, estremi rimedi. Non sarei sceso così in basso se non fosse stato necessario.
Riflettendo per un attimo in merito allo affaire tra le due donne, non mi considererei un moralista ortodosso, anzi, potrei dire che la faccenda non mi lasciava indifferente, in un certo qual modo mi intrigava. Ciononostante, dovevo proteggere la mia reputazione ad ogni costo.
Presi coraggio e le comunicai tutto il mio disappunto per l’offesa ricevuta: “Che significa umiliarsi? Come ti permetti!”, ribattei io e non mi preoccupai di vomitarle addosso tutta la mia indignazione. Come non mi preoccupai di darle del ‘tu’. Non ci conoscevamo, ma questo aveva poca importanza.
Avevo però tra le mani un’arma a doppio taglio, un’arma diversa da quella di prima, da maneggiare con più cura. Se da una parte potevo usarla per difendermi dalle sue osservazioni poco carine nei miei confronti, dall’altra avrei rischiato di ferirmi io stesso. In un certo senso era come se ammettessi di aver fatto quello che poi non ho fatto, ma che stavo per fare. Il rischio di una tacita ammissione di colpa era più che concreto, ma non avrei potuto fare altrimenti. Contestualmente, anch’io avrei potuto alludere a lei nei termini con i quali aveva alluso lei a me poc’anzi, ma non mi sarei prestato ad una tale bassezza. Avrei usata l’arma a mia disposizione solo per difendermi. Non avrei attaccato vilmente, sebbene lei lo avesse fatto liberamente contro di me.
“Se ti scaldi così tanto, ho ragione di credere che stavi per fare quello che poi non hai fatto, sentendomi arrivare e vedendomi con i tuoi occhi! A ripensarci avrei potuto coglierti in fallo, ma forse ‘fallo’ non è il termine più corretto in questo caso. Avrei potuto coglierti da un’altra parte…”, mi rivolse un’eloquente risatina (forse sotto sotto si stava compiacendo della sua battuta); una risatina di scherno, potrei affermare a ragione, che condiva le sue parole già di per sé eloquenti.
Me l’aspettavo una reazione del genere. Come ho detto poc’anzi, avevo un’arma a doppio taglio e, pur sapendolo, mi ci ero ferito. Va bene, non avevo bisogno di mentire. Del resto, eravamo sulla stessa barca. Lei se la faceva con la mia insegnante, ormai era assodato, o almeno ero in possesso di tutti gli elementi per crederlo. Io, invece, non avrei potuto dire lo stesso, e non lo avrei neppure voluto (…). Tuttavia, la mia posizione non era migliore della sua e avrebbe potuto avere buon gioco su di me, qualora avessi smesso di tenerle nascosta la verità.
Non avrei saputo dire chi di noi due si trovasse nella posizione migliore. L’aggravante della presunta relazione tra le due donne era che qualcuno l’avrebbe potuta ritenere moralmente inaccettabile. Mentre, nel mio caso, l’aggravante era che mi stavo trastullando con la mia insegnante, comportamento riprovevole a dirla tutta.
È anche vero che il tutto non era partito da me. Chiaro che non avevo preso io l’iniziativa; figuriamoci, non ero nella posizione e nelle condizioni per farlo. Era stata la mia insegnante a chiedermi un piacere del genere, che di piacere doveva avere proprio tutto, per lei, e forse anche per me.
Avrei potuto addurre l’adescamento come colpa imputabile alla mia insegnante, ma sarebbe stato un atteggiamento davvero meschino il mio, il peggiore, al quale non sarei mai ricorso, se non come extrema ratio, per potermi opportunamente difendere, nel caso mi fossi trovato in grande difficoltà, praticamente spacciato. Per ora non lo ero, ma non potevo sapere come si sarebbe sviluppata la situazione.
“Puoi credere quello che ti pare, ma la tua posizione non è migliore della mia!”, ammisi molto tranquillamente. Non avevo bisogno di impormi.
Era una stoccata precisa che era andata a segno. Pareva aver accusato il colpo. Dovevo averla punta nel vivo. A buon intenditor poche parole. Doveva aver capito che non scherzavo e che avevo anch’io buone carte da giocare contro di lei. Era ovvio che aveva capito dove volessi andare a parare, la mia allusione non era poi così velata. Pur avendo la sensazione di trovarmi leggermente in vantaggio, non avrei affondati i colpi con il rischio di scoprirmi. Avrei atteso la sua prossima mossa. Chissà se aveva escogitata una qualche controffensiva efficace.
“Ah, così la mettiamo? Passi ai ricatti? A che gioco stai giocando?”, mi chiese con fare indagatore. Il tono di voce non era alterato, ma la sua indignazione era evidente.
“Nessun gioco! Tu invece chi ti credi di essere?”, le dissi, preoccupandomi di continuare a mantenere la calma.
“In che senso, scusa?”, mi chiese, perplessa.
“Nel senso che mi sono sentito io umiliato, ma questo ha poca importanza, non mi offendo per così poco, sapendo poi da che pulpito arriva la predica…”, mi fermai un istante pur avendo altro da dire. Pensando che avrebbe voluto controbattere, le avevo fornito volentieri l’occasione per farlo, ma non fu così tempestiva da coglierla e perciò ripresi la parola dopo qualche secondo. Avrei rischiato altrimenti di dimenticare quello che avevo da dirle. Non potevo non esprimere i miei concetti fino in fondo.
“Ormai è inutile che ci giriamo attorno, non ho bisogno di nascondermi. Puoi sostituirmi, se pensi di esserne all’altezza!”, e le rivolsi il miglior sorriso sardonico che potessi esibire.
Continuai: “Ti cedo volentieri la palla! Come avete detto voi, avrete molto di cui parlare in privato. Di certo non avrete bisogno di me. Sono di troppo! È meglio che me ne vada!”.
E feci qualche passo in direzione della porta, ma senza convinzione, e molto lentamente. Non ero ancora certo di potermene andare liberamente. Dovevo verificare di essere completamente al sicuro da qualsiasi bega potesse occorrere. Guardai l’insegnante che tradiva espressioni di colpevole vergogna. Immaginavo avesse preferito non intromettersi per non vedere troppo compromessa la sua posizione. Le avevo rivolto uno sguardo significativo con il quale la invitavo ad aprirsi con me. Pensavo che avesse qualcosa da dirmi prima che me ne andassi, e perciò la sollecitai a farlo. Era rimasta zitta mentre io e la ragazza parlavamo, ma sapevo che aveva validi motivi per dire la sua. Forse aveva solo bisogno di trovare il coraggio necessario ad esprimersi. Eppure, era rimasta in silenzio fin dapprima. Non si era neppure animata quando era stata chiamata in causa. L’avevo chiamata in causa io, e proprio perché mi ero espresso probabilmente in modo brutale, forse solo inelegante, si sarebbe dovuta accalorare. Pensava forse di averla fatta troppo grossa per credere che sarebbe riuscita a spiegare le sue ragioni? Pensava di aver fatta ingelosire la sua ‘amica’, tanto da sentirsi troppo in colpa per scusarsi? Chissà? Ma non avrei neppure voluto saperlo.
Ormai questa storia mi aveva dato la nausea. Se non fosse stato per le eventuali conseguenze che avrei potute subire, avrei provveduto a rimuoverla dalla mia mente in tempi brevi. Ad ogni modo mi sarei potuto difendere adeguatamente. Ne sapevo fin troppo ed era un vantaggio per certi versi, poiché non mi si sarebbe potuto accusare di nulla, non mi si sarebbe potuto compromettere o svergognare di fronte a chicchessia. Ero persuaso che questa faccenda sarebbe rimasta inter nos e che nulla sarebbe trapelato, se solo avessimo tenuto nascosto tutto quello che era accaduto fra noi sino ad ora. Chiaro che se qualcuno avesse rivelato un qualche particolare della faccenda a chicchessia, compromettendo gli altri, si sarebbe a sua volta compromesso, perché gli altri non sarebbero rimasti in silenzio. Sarebbe stato sciocco sputtanarci a vicenda, tutti noi lo sapevamo, o almeno io ero sicuro di saperlo, ma confidavo che le due donne avessero quel minimo di saggezza che le avrebbe trattenute dal provarci. Quello che era nato qui o altrove sarebbe morto qui e non altrove.
Le scrutai attentamente per valutare se la pensassero come me. Come detto, avevo buoni argomenti che mi consentivano di avere le spalle opportunamente coperte. Forse anche loro, ma forse meno di me. Qualora non avessero avuti argomenti solidi come i miei, ad ogni modo non mi sarei mai permesso di comprometterle, se loro chiaramente non avessero provato a farlo. Non ero certo un delatore che per ripicca si prendeva libertà del genere. Ero stato adescato, certo, ma non mi era dispiaciuto. Era un altro motivo per cui non avrei potuto comportarmi da stronzo.
Dunque, non avrebbero potuto trattenermi contro la mia volontà, e nemmeno sotto ricatto, proprio perché non avevano argomenti per farlo. Questo sarebbe stato il nostro piccolo segreto, come si dice nei film, e come tale non lo avremmo condiviso con nessuno. O meglio, io l’ho condiviso con voi lettori, ma confido che sarete così discreti da tenervelo per voi.
Me ne andai. Non fecero alcun moto per trattenermi. Dovevano pensarla come me, dovevano aver fatto i miei stessi ragionamenti, traendo alla fine le mie stesse conclusioni. Per questo erano rimaste interdette. Non avevamo più nulla da dirci. Non mi salutarono neanche. Pareva esser sceso d’improvviso il gelo tra di noi. Immaginavo che non mi avrebbero salutato, ma non mi offesi.
Volevo solo andarmene. Arrivato alla porta, mi voltai per verificare se mi avessero seguito, ma non le vidi e varcai la soglia. Mi ero tolto finalmente un peso dal cuore. Quando mi trovai da solo sul pianerottolo, abbozzai un sorriso tra le labbra semiaperte, ripensando a quel che era accaduto, ma soprattutto al fatto che di sicuro avrei rivista la mia insegnante.
Pensavo di non sostituirla, nonostante quello che era successo, o non era successo. Avrebbe perciò continuato a rivestire il ruolo di mia correlatrice, ed io mi sarei dovuto industriare per trovare il giusto modo di comportarmi nel tempo a venire. D’ora in poi come sarebbe stato il nostro rapporto? Che comportamento avremmo dovuto tenere, onde evitare di comprometterci? Memori del passato, avremmo certamente evitato che episodi del genere si ripetessero. Scherziamo? Ma come avrebbero potuto ripetersi? Come potevano venirmi in mente queste idee?
Me ne tornai a casa, convinto che in futuro gli insegnamenti impartitimi dalla mia insegnante/correlatrice sarebbero stati moralmente accettabili. Del resto, dimostrarmi che lo fossero, era compito principale del suo incarico.
