La svolta (per gli altri), prima parte

Rimanevo legato al palo in una condizione veramente disagevole. Purtroppo, constatai come la combriccola di poco fa avesse svolto il proprio lavoro egregiamente per i propri scopi. Cercavo di muovermi per scrollarmi di dosso la corda che mi teneva imprigionato, ma ogni volta che ci provavo i miei tentativi fallivano miseramente. Stavo verificando se potessi in qualche modo liberarmi dalla mia costrizione. La corda che mi teneva avviluppato però, a contatto con abrasioni che percorrevano il mio corpo, mi procurava delle fitte insopportabili ad ogni mio movimento maldestro, che mi facevano irrimediabilmente desistere dal proposito. Era evidente che agitandomi come un forsennato avrei peggiorata la situazione. Non sapendo per quanto tempo sarei rimasto legato, mi persuadevo che sarei riuscito ad abituarmi a questo tormento, o per lo meno, a sopportare il dolore fintantoché non fosse arrivato qualcuno a liberarmi. Ormai ero così disperato che non mi sarebbe interessato se fosse arrivata una persona che potesse nuocermi, purché mi affrancasse dalla mia stritolante prigionia.  

Dopo un po’ di tempo mi raggiunse l’eco di un urlo proveniente dal bosco. Pur legato com’ero, per cui sarebbe stato preferibile non muoversi, ero riuscito a voltarmi nella direzione dalla quale provenivano le grida e avevo visto uscire dal folto della vegetazione, nel punto in cui il sentiero lungo il quale ero stato così vigliaccamente trascinato si univa alla strada, il bambino di prima, abbigliato da indiano d’America che pedalava sulla sua bicicletta come un indemoniato verso la mia direzione. Mi accorsi di come tra le mani non avesse più il frisbee che mi aveva sottratto, la mia sostitutiva foglia di fico che per poco tempo aveva coperte le mie vergogne, per gentile concessione della ragazza. L’arco e la faretra che conteneva le frecce a ventosa li aveva invece in spalla. Qualche secondo dopo me lo ritrovavo di fronte con la sua faccia pestifera.

Qualcosa mi diceva che nel suo girovagare avesse trovati i due cadaveri che mi ero lasciato alle spalle in mezzo al bosco. Il secondo pensiero che richiamai per associazione mentale era che mi sarei potuto ritenere in una botte di ferro di fronte ad eventuali accuse che avrebbe potute rivolgermi qualora avesse pensato fossi stato io l’autore dei due omicidi. Nonostante avessi considerato poco fa che non mi sarebbe importato nulla di chi fosse giunto a liberarmi, purché facesse la cortesia di slegarmi, l’idea originaria di pararmi il culo in qualsiasi modo, prese il sopravvento per istinto di sopravvivenza. Beh, forse non mi trovavo proprio letteralmente in una botte di ferro, ma legato a formare una figura che avrebbe potuto assomigliare ad una botte, quello sì. Ad ogni modo mi potevo ritenere al sicuro per quanto riguardava i sospetti che sarebbero potuti sorgere nella testolina di questo marmocchio. Come appena accennato, non avrei avute difficoltà a fugare i dubbi puerili di questo bamboccio, facendo leva sulla mia condizione attuale di uomo legato in attesa del suo destino come argomentazione per la mia estraneità ai fatti. Era l’arma migliore in astratto con la quale potermi difendere dalle eventuali accuse di questo bambino inopportuno. Potesse farmi almeno la cortesia di slegarmi!

“Sei stato tu, non è vero?”, mi domandò in tono accusatorio, bruscamente, senza alcun imbarazzo, dopo avermi studiato per qualche secondo, disponendo il volto imberbe a un’espressione corrucciata. Sembrava aver scelto di proposito un tono di voce sufficientemente stentoreo per poter parlare con me che avevo diversi anni in più di lui. Immaginava così di poter sostenere le sue tesi con veemenza, le quali io, nella mia condizione, non avrei fatta difficoltà a smontare.

Non immaginavo un approccio del genere, ma non avrei avuti problemi a controbattere le sue accuse. Non avevo intenzione di farmi soggiogare da un bambino che stava cercando di darsi un certo tono da adulto. Il suo sguardo fiero e la sua posa impettita non gli avrebbero fatti guadagnare quegli anni necessari a poter parlare con me da pari a pari. Troppa differenza d’età e soprattutto d’esperienza ci divideva.

“Come puoi vedere, sono legato a questo palo, e non sto per niente bene, come avrei potuto fare quello che dici che ho fatto? Sarei stato capace in queste condizioni pietose?”, risposi con calma olimpica, ribattendo pure con domande che potessero insinuargli il dubbio, tanto per rimarcare il mio solido concetto. Sapevo di non aver nulla di cui preoccuparmi. Avevo deciso che sarebbe stato meglio sottolineare l’evidenza della mia condizionane, così da invitarlo a riflettere sullo spettacolo deprimente che gli si offriva davanti agli occhi. Era il modo migliore con cui procedere con questo bambino impertinente.

Notai come al bambino cominciassero ad affiorare nella testolina delle perplessità. L’espressione altera con la quale aveva voluto affrontarmi aveva lasciato spazio ad un cipiglio lungo il quale presumevo dovessero soggiacere dubbi a ripetizione continua. Era forse bastata l’evidenza della mia ignobile condizione a portarlo a riconsiderare le sue solide convinzioni? Non ebbi modo di appurarlo, poiché la nostra attenzione fu catturata dal rumore di una sirena delle forze dell’ordine in lontananza, proveniente dalla strada che saliva dalla vallata, la stessa che avevamo percorsa per arrivare al casolare. Il suono della sirena si faceva sempre più vicino, tant’è che da un momento all’altro ci saremmo aspettati di vedere un qualche loro mezzo procedere nella nostra direzione.

Sarebbe stata la fine di tutto. Per davvero? La disperazione che mi aveva portato in precedenza ad immaginare che avrei dimostrata gratitudine a chiunque mi avesse liberato a prescindere da chi fosse, tramutandosi in speranza, ora che quest’eventualità si faceva sempre più concreta, mi faceva apparire il mio liberatore per quello che era e quello che era non mi piaceva affatto. Le forze dell’ordine mi avrebbero sicuramente liberato, il che rappresentava una mera consolazione per il calvario che mi attendeva di lì a poco e che mi avrebbe atteso ancor di più in un futuro remoto.

La volante della polizia arrivò sparata, a sirene spiegate. Rivolgendo la nostra attenzione verso di essa, la scorgemmo giungere all’orizzonte, a poca distanza dalla nostra posizione. Ad una frenata brusca nei pressi del casolare, seguì un attimo di esitazione durante il quale sembrava che gli agenti all’interno dell’abitacolo ci avessero notato a un centinaio di metri di distanza. Ripresero la loro corsa verso il nostro angolo palificato. Le sirene erano state silenziate nel frattempo. Probabilmente si erano mossi con la vettura su indicazione di qualcuno che doveva averli esortati a raggiungerci. Intravidi come ci fossero delle persone sul sedile posteriore e come tra di esse una di loro allungasse le mani che sembravano ammanettate, rivolgendole proprio verso la nostra posizione precisa.

Nonostante il riflesso dei vetri della vettura che intorbidava la mia visuale, non ebbi difficoltà ad immaginarmi chi fossero gli occupanti dei sedili posteriori, senza sforzare la mia vista. I successivi secondi che servirono al loro spostamento bastarono a farmi indovinare il motivo per cui i poliziotti avevano voluto portare quei ragazzacci sul luogo del crimine, il quale motivo non poteva che essere ricondotto al fatto che ci fossero due cadaveri in mezzo al bosco. Non potevo però credere che avessero confessati due omicidi che non avevano commessi. Difficilmente li avrei considerati dei mitomani che si volessero dare un certo tono spocchioso per un qualche loro scopo misterioso e sordido. Tuttavia, dovevano aver vuotato il sacco in tutti i sensi e avermi implicato in qualche modo. Sapevano che ero un omicida; invero lo ero divenuto solamente da qualche ora. Dovevo prepararmi a qualsiasi evenienza, come al solito.

Rallentarono e costeggiarono. Dopo aver parcheggiato la vettura in una rientranza lungo la parte opposta della strada, più o meno alla nostra altezza, gli agenti scesero entrambi dall’abitacolo, richiusero le portiere e ci vennero appresso, attraversando la strada. Trovandoli differenti per costituzione fisica, li volli identificare come il poliziotto atticciato ed il poliziotto segaligno.

Entrambi presero a squadrarci a pochi passi di distanza. Facevano errare i loro occhi passando dall’uno all’altro di noi due con espressione evidentemente sconcertata. Trascorsero alcuni secondi nei quali, scrutandoci con particolare attenzione, avevano preso a soppesarci ed allo stesso tempo a saggiare il peso della loro autorità prima di esser certi di prendere la parola. Avevano fatto trascorrere del tempo per accertarsi se fossimo giustamente timorosi a causa della loro improvvisa presenza. Speravano che il loro abito incutesse preventivamente il timore che le loro parole avrebbero confermato e rafforzato in un secondo tempo. Se ne sincerarono infatti prima di rivolgerci la parola brutalmente.

“Ehi, ma cos’è questa carnevalata? Vero, Silvano? Non credi anche tu? Ma guarda te a cosa dobbiamo assistere!? Allora, perché siete conciati così?”, prese la parola il poliziotto segaligno, con la sua voce chiassosa, con un commento smaccatamente derisorio sulla nostra condizione, la mia soprattutto, immaginavo, introducendo la sua persona in modo altrettanto ruvido, com’era prevedibile, per poi chiedere il consenso del collega in un trionfo di complicità cameratesca.

Non ero sicuro che il poliziotto segaligno ci avesse rivolta una tale domanda convinto che gli avremmo fornita una risposta precisa. Probabilmente solo da me l’avrebbe pretesa, anche se qualcosa mi diceva che la sua becera giovialità avesse la sola funzione di farlo apparire divertente agli occhi del collega. Contestualmente non gli sarebbe dispiaciuto saper soddisfatta la sua sete di curiosità, nel caso in cui avessimo deciso di rispondergli in qualche modo.

Entrambi spostavano il loro sguardo alternativamente da me che ero legato al palo al bambino che rimaneva in piedi sulla sua bicicletta a fissare smarrito i due poliziotti. La loro presenza doveva avergli mozzata la lingua. Data la sua giovane età, la sua ingenuità, e quindi di riflesso la sua imprudenza di fronte all’ignoranza sulle potenziali conseguenze nefaste di qualche parola fuori posto che avrebbe potuta proferire, immaginavo non avrebbe usata l’accortezza di starsene in silenzio per non aggravare la situazione già di per sé critica.

Non mi aspettavo che uno di loro se ne venisse fuori con una battuta così di bassa lega, ma d’altronde non lo avrei potuto biasimare. Fornendogli la materia perfetta con la mia tenuta indecente, gliela avevo servita su un piatto d’argento questa battuta. Ed uno dei due, quello segaligno, ne aveva approfittato per gettarvisi a capofitto. Del resto, io portavo ancora addosso la maschera del Dio Cervo, ero ignudo e con il corpo percorso da abrasioni che per fortuna si erano per lo più rapprese, mentre invece il bambino era vestito da indiano d’America, con tanto di arco frecce e copricapo piumato. Un commento del genere era chiaramente ben giustificato, visto come eravamo conciati. Tuttavia, il poliziotto segaligno non si era trattenuto dal comportarsi in un modo che teoricamente non si converrebbe molto all’abito, ma non gliene avrei fatta una colpa. Il collega di rimando sembrò cogliere la facezia e sorrise divertito alla battuta indotta dalla nostra insolita tenuta, la mia chiaramente condizionata e per nulla gradita.

Non avrei saputo come ribattere ai suoi motteggi e il bambino neppure, da quel che potevo intuire. Lo immaginavo intimorito dal peso della divisa e probabilmente riteneva di trovarsi al cospetto di un adulto rispettabile, dignitosamente vestito, acconciatosi in modo confacente alla sua professione. È plausibile allora che la divisa d’ordinanza avesse suggestionato il marmocchio a tal punto da fargli perdere la favella. Ad ogni modo, sarebbe stato meglio per me, almeno, non proferire parola. Avevo ancora la mia maschera che mi proteggeva il volto e potevo reputarmi convenientemente al sicuro, fintantoché non me la avessero tolta di dosso, ovviamente.

“Ehi, che mi dici del tipo con quella stupida maschera… Dev’essere quella di quel cartone giapponese del cazzo, con robe strane e fantastiche…”, intervenne a sostegno del collega il poliziotto atticciato, con la sua voce rauca e gutturale, esprimendo un’opinione non propriamente positiva in merito all’opera cinematografica, da un personaggio della quale la mia maschera aveva tratta ispirazione.

“Sì, vagamente… Però è disgustosa! Ma guarda te che espressione rincoglionita ha indosso… Vediamo se anche chi la indossa ha questa faccia!”, proruppe, manifestando il suo disprezzo con sguardo emblematico. Fece qualche passo per avvicinarsi. Mentre così mi veniva appresso, tendeva ad ispezionarmi con particolare interesse, quasi a volersi sincerare non gli facessi qualche brutto scherzo. Magari avevo qualche grillo per la testa da scagliargli contro. Come avrei potuto, legato com’ero? Ora che mi stava quasi accanto, notavo come provasse una certa esitazione, data dal disgusto a mettermi le mani addosso. Perché era proprio quello che stava facendo.

“Ehi, Silvestro, forse non dovresti togliergli quella maschera, non credo sia la procedura corretta…”, avanzò delle riserve il poliziotto atticciato, con voce così flebile che mi parve leggermente timorosa.

“Me ne frego delle procedure!”, ruggì Silvestro e si decise con ripugnanza a togliermi di dosso la maschera con uno strappo brusco. Allorché me la levò dalla faccia, alla quale sembrava essersi ormai incollata, emisi un urlo di dolore acuto.

Mi ci volle qualche istante per riavermi e rimettere a fuoco la scena che avevo di fronte. Ora mi si offriva una prospettiva migliore ai miei occhi, ma forse a quelli dei due poliziotti e forse anche a quelli dei tre ragazzacci ancora chiusi all’interno della vettura stavo esibendo un volto obbiettivamente stravolto, gravato da innumerevoli traversie e oppresso da tormenti indicibili. Intravidi a testa bassa come il poliziotto segaligno scagliasse la maschera in mezzo al folto del bosco dall’altra parte della strada. In realtà doveva trovarsi nei pressi del ciglio; difatti, il poliziotto atticciato aveva seguita la traiettoria e doveva aver individuato anche il punto d’atterraggio.

Silvestro notò come il suo collega si stesse dirigendo verso il punto stesso per recuperare la maschera. Lo bloccò quasi all’istante. Gli intimò di tornare sui suoi passi, dal momento che ne aveva fatti alcuni in direzione di quel punto preciso. Il poliziotto atticciato cercò di far valere le sue saggie e validissime ragioni. La maschera era un oggetto che si sarebbe dovuto refertare, ma il collega manipolatore non si fece intimorire e lo azzittì con brutale autorevolezza. Non sarebbe servito a nulla e nessuno aveva visto nulla, ovviamente.

Riprendendomi dallo stordimento seguito all’affrancamento dalla maschera del Dio Cervo, rielaborai nella mia testa la scena appena svoltasi e mi accorsi di come il poliziotto segaligno avesse un certo ascendente sul poliziotto atticciato. Era chiaro che uno dei due dovesse avere l’ultima parola decisionale, qualora fossero stati pari grado, come presumevo. Nel caso specifico, da quanto avevo notato, era ipotizzabile che fosse il poliziotto segaligno a possedere l’esclusiva parola magica depositaria della verità assoluta, che suonava un po’ come una sentenza su come procedere.

Nonostante avessi la testa bassa, non tanto perché non riuscissi a sostenere il loro sguardo ma quanto perché ero stravolto a seguito delle sofferenze patite finora, notai come il poliziotto segaligno mi guardasse in modo compassionevole, finché non sentii chiaramente una grassa risata derisoria appresso al mio orecchio, alla quale fece eco, come prevedibile, una più lontana risata servile, più o meno dello stesso tenore.

“Bene, Silvano, ora puoi tirare fuori gli altri tre!”, ordinò con comica autorevolezza al collega atticciato, che provvide con qualche difficoltà a tirare fuori in malo modo i tre ragazzacci dalla vettura.

I tre fecero qualche resistenza, forse più per il desiderio di continuare a mantenere la loro parte recitativa inalterata che per la reale volontà di affrancarsi dalla sorveglianza del poliziotto atticciato, postosi in posizione subalterna rispetto al collega. Dovevano intuire infatti come non vi fosse modo di liberarsi per poter fuggire e perciò avevano desistito subito dal loro proposito. A voler poi sostenere questa impossibilità, ci si metteva inoltre l’atteggiamento prudente del poliziotto servile, il quale teneva una mano ben salda sul calcio della pistola, dopo aver slacciata la fondina, e li guidava da dietro, spingendoli forzatamente con una mano verso il collega segaligno.

Mi dispiacque un po’ che il collega arrogante non avesse pensato minimamente di dare una mano al collega remissivo, ma tant’è che Silvano ci pensò da solo a portare i tre ragazzacci accanto a noi. Eravamo ora raccolti tutti assieme in un fazzoletto di terra: io ancora legato al palo, sempre sofferente, ma abituatomi gradualmente al dolore, con invidiabile stoicismo; i tre ragazzacci, riottosi per partito preso, che erano consci di doversi adeguare alla loro nuova condizione di prigionieri, che in qualche modo condividevamo, anche se in forme differenti; i due poliziotti, differenti per costituzione, sgarbati, ottusi e presumibilmente poco inclini al dialogo; e il bambino con la sua bicicletta inforcata, che finora non aveva emessa sillaba, evidentemente preda di un’apprensione che pareva averlo inchiodato al suolo.

Difatti, non era scappato, forse per paura, forse per calcolo, chi lo sa? Forse doveva aver presa coscienza della situazione e, magari per timore che accadesse qualcosa di peggio che potesse arrecargli danno, non si era minimamente allontanato dalla sua posizione. Ad ogni modo i due poliziotti fino a quel momento non ci avevano badato al marmocchio, dedicandosi esclusivamente a me, con tutta la loro ributtante ironia a buon mercato. Tuttavia, ora che ci trovavamo tutti assieme, avrebbero dovuto farsi un quadro della situazione, e magari valutare pure l’implicazione del bambino, il quale doveva aver scoperti i cadaveri in mezzo al bosco.

“Allora, è questo il tipo che dicevate?”, il poliziotto segaligno rivolse la domanda ai tre ragazzacci, enfatizzandola con il gesto emblematico d’indicarmi, anche se ero lì accanto, per poi continuare; “E tu, alza la testa, minchione!”, mi ordinò ferocemente, non lesinandomi un epiteto che avrebbe potuto anche risparmiarsi.

“Sì, è lui! È lui l’assassino!”, mi vomitò addosso la sua accusa insinuante la ragazza, che per prima prese la parola, raccogliendo nella disperazione per la sua nuova condizione di prigioniera le forze necessarie a scagliarmela addosso.

Doveva essersi prodotta in uno sforzo notevole per lanciarmi contro la sua impietosa invettiva. Era chiaro che doveva aver preso qualche accordo con i poliziotti, lei sola, e non i ragazzacci al suo seguito, che per convenienza dovevano esservisi adeguati. Come immaginavo, i due ragazzacci tendevano a mantenere un profilo basso, forse per non tradirsi con qualche rivelazione inopportuna. Avevano l’atteggiamento dimesso dei valletti che attendono istruzioni, delle guardie del corpo all’occorrenza (ma non in questo frangente), dei cicisbei o degli adulatori. L’accordo avrebbe forse previsto un eventuale sconto di pena qualora mi avessero “consegnato” alle autorità come colpevole di un duplice omicidio? Chi poteva affermarlo con certezza. Tuttavia, non era peregrino pensare che ne avrebbero potuto beneficiare in futuro.

“Sì, è vero, è lui che ha ucciso quella persona in mezzo al bosco”, confermò il bambino, che fino a quel momento era rimasto in silenzio. La soggezione per la divisa che indossavano, la quale i due poliziotti dovevano avergli ispirata, pareva essersi dissolta, tant’è che il bambino si era fatto forza e aveva confermato le accuse rivoltemi dalla ragazza.

Decisi che avrei taciuto per non compromettermi, finché i poliziotti non mi avessero costretto con la forza, tirandomi fuori le parole di bocca, nel caso in cui avessero voluto estorcermi una confessione in piena regola. Il fatto che il marmocchio avesse sostenute le accuse della ragazza, ahimè, mi poneva in una posizione ancor più svantaggiata. I poliziotti si sarebbero potuti convincere della fondatezza di una duplice accusa, benché le credibilità di un bambino fosse rivedibile. Nonostante immaginassi cosa mi avrebbe atteso nel futuro immediato, era preferibile che rimanessi in attesa di eventi che ribaltassero la situazione che mi sfavoriva. Finora mi ci ero lasciato letteralmente trascinare dagli eventi stessi, come in mezzo al bosco; nella mia condizione attuale non avrei potuto fare altrimenti, seguitandovi in astratto.

Il poliziotto segaligno squadrò il bambino con curioso interesse. Vista la sua giovanissima età, Silvestro aveva provveduto a sondarlo per comprendere dentro di sé se potesse considerarlo persona attendibile. Avendo sostenute e confermate con fermezza le accuse della ragazza, era chiaro che il marmocchio non avrebbe potuto essere ancora ignorato dai due poliziotti che, per quel che supponevo, parevano aver riportati nel luogo del misfatto i tre ragazzacci, con la precisa intenzione di farsi condurre in mezzo al bosco, dove i due cadaveri erano stati lasciati.

“È vero quel che dice il bambino? Hai ucciso tu quel tipo?”, mi abbaiò contro il poliziotto segaligno, che doveva aver quindi creduto alle parole del bambino. Sembrava inoltre convinto che mi avrebbe estorta con la sua voce soverchiante la confessione che desiderava, o che conveniva a lui, o che conveniva a tutti (gli altri). Spiacente per lui che mi avrebbe voluto vedere sottomesso, ero riuscito finalmente a sostenere il suo sguardo. Mi volevo persuadere che il disprezzo con il quale mi fissava non mi avrebbe fatto vacillare.

Pur messo alle strette da Silvestro, ebbi agio di riflettere su un dettaglio rilevante. La ragazza mi aveva additato genericamente come assassino, mentre il bambino si era riferito chiaramente ad un solo omicidio del quale mi si accusava di esserne l’autore. Non si era parlato di due omicidi, il singolare non era stato usato impropriamente dal marmocchio. La ragazza poi, se interpellata, avrebbe potuto parlare di un solo omicidio, che non poteva che essere solo quello al quale aveva assistito. Il bambino doveva aver trovato uno dei due cadaveri in mezzo al bosco, avendo parlato pure lui al singolare. Poteva anche darsi allora che non stessero parlando della stessa persona.

Notando che non avevo alcuna intenzione di rispondere e sapendo soprattutto che non sarebbe potuto andare oltre, usando la forza, data la mia condizione sfavorita che lo avrebbe dissuaso dal fare qualche sciocchezza che avrebbe potuto comprometterlo, Silvestro non insistette con la sua domanda perentoria e cambiò strategia, cercando di guadagnarsi per mezzo delle sue parole e del suo ascendente il favore del collega.

L’idea di Silvestro era quella di farsi condurre sul luogo del delitto dal bambino che aveva l’aria di dire la verità. Nel frattempo, Silvano sarebbe rimasto con i tre ragazzi ammanettati e chiusi sui sedili posteriori della volante. Com’era prevedibile, il poliziotto remissivo non si era opposto all’idea del poliziotto autoritario, benché avesse suggerito un supporto da parte di qualche altro collega nei paraggi, visto che la situazione si faceva delicata. Nondimeno, riportò i tre ragazzi all’interno della vettura, mentre Silvestro invitava il bambino a guidarlo nel luogo in cui si era imbattuto in uno dei due cadaveri che mi ero lasciato alle spalle. Cercò di usare le giuste maniere che si convengono con un marmocchio della sua età e venne esaudito nella sua richiesta.

Io, invece, continuavo a rimanere legato al palo. Senza maschera.