La svolta (per gli altri), seconda parte

Privato della maschera del Dio Cervo della Principessa Mononoke, lanciata dal poliziotto segaligno dall’altra parte della strada e andata a perdersi in un avvallamento del terreno, mi sentivo più spoglio di quanto lo fosse stato il mio corpo finora con la sua tenuta adamitica. Tuttavia, la vergogna provata a lungo per le mie condizioni fisiche di persona denudata e ricoperta di abrasioni sanguinolente su tutto il corpo era andata gradatamente scemando, lasciando spazio all’inquietudine per ciò che sarebbe potuto accadere di lì in avanti a mio completo detrimento.

Avevo notato che la ragazza, procedendo di ritorno verso i sedili posteriori della volante, scortata dal poliziotto atticciato assieme ai due ragazzacci, si era voltata verso di me con uno sguardo a metà tra il desiderio di sfida quale avversaria nella lotta psicologica che si stava svolgendo tra di noi e quello antitetico di complicità quale alleata nelle comuni avversità, le quali ci avevano portato a trovarci in questa situazione ominosa, dalla quale sarebbe stato difficile uscirne. Ad ogni modo la ragazza stava di sicuro cercando un compromesso con la polizia, ma fino a prova contraria, ovvero finché non fosse stato trovato il cadavere e non mi avessero incriminato di omicidio, era lei a trovarsi in difetto rispetto a me. Era chiaro come non avesse la certezza di potersi fidare delle eventuali promesse fattele dalla polizia e proprio per questo pareva mantenersi cauta nel rintuzzare le ostilità nei miei confronti, anche perché rimessa a sedere sul sedile posteriore della volante non avrebbe trovato il modo di darvi seguito, se non continuando a lanciarmi occhiate che, anche da dentro la vettura, tendevano a mostrarsi penetranti ed enigmatiche.

Silvano era rimasto accanto all’automobile, le cui portiere aveva provveduto a chiudere elettronicamente. Ottemperatosi ai suoi doveri di poliziotto diligente, obbediente e remissivo, pure lui si era posto in attesa degli eventi, ma sicuramente doveva sentirsi più tranquillo di noi che rimanevamo in sospeso. In attesa che il collega tornasse con qualcosa di concreto in mano, aveva accesa una sigaretta e se l’era messa all’angolo del labbro.

Tendeva di tanto in tanto a lanciarmi occhiate impietosamente derisorie. Non avevo alcun problema a sostenere il suo sguardo. In un certo qual modo ci trovavamo su differenti livelli nella stessa ingrata posizione costrittiva, per cui era inutile che provasse a provocarmi. Il mio corpo era stato obbligato a sottomettersi su precisa imposizione altrui, ma per fortuna da poco tempo, e qualora fossi stato liberato, la mia costrizione sarebbe stata sciolta da qualsiasi vincolo. Il poliziotto atticciato invece pareva esser stato mentalmente soggiogato dal suo collega segaligno da svariato tempo, sottoposto a un lungo asservimento psicologico, pur trovandosi nella condizione di uomo libero che avrebbe potuto opporsi, se un carattere più forte glielo avesse consentito. Qualora non si fosse ribellato a questo assoggettamento, difficilmente sarebbe cambiata la sua condizione remissiva.

Dal momento che il collega segaligno se ne era andato in mezzo al bosco assieme al bambino impertinente, ritenevo che il poliziotto atticciato si potesse sentire ora piacevolmente sollevato per questa nuova situazione di libertà provvisoria, trovandosi nella tanto anelata condizione di affrancamento dall’oppressione psicologica esercitata dall’arrogante autorità del collega. Nonostante avesse accettata l’idea proposta dal poliziotto segaligno su come agire in quel frangente, non aveva esitato a far sentire la sua voce, anche se timidamente, avanzando alcune perplessità, per cui sarebbe stato meglio se avessero chiamato un supporto. Essendoci diverse persone con le quali avere a che fare e alle quali badare, sarebbe stata una precauzione che avrebbero dovuta tenere seriamente in considerazione. Non era il caso che si arrischiassero per nulla. La faccenda doveva esser condotta con criterio.

Li avevo sentiti confabulare vivacemente per un po’, con il collega atticciato che sollevava timide obiezioni, finché fu per l’appunto deliberato quel che di seguito venne attuato. In quegli istanti precisi, in cui ero riuscito a carpire mezze parole, sufficienti però a darmi l’agio di comprendere a grandi linee il loro dialogo, il collega remissivo era sembrato la voce della ragione di una persona avvinta da manie di protagonismo. In una persona del genere chiaramente non vi si riconosceva, ma non poteva non riconoscere questa stessa persona in quella del collega, che la rappresentava perfettamente in quel frangente.

Il poliziotto segaligno non avrebbe accettato alcun supporto. Non ne sentiva il bisogno e neppure Silvano avrebbe dovuto sentirne il bisogno. Silvestro doveva aver convinto facilmente il collega, asservito all’occorrenza, a badare a noi quattro da solo. Dentro di sé sembrava poter confidare nel poliziotto atticciato che se la sarebbe potuta cavare anche da solo senza problemi. Perché preoccuparsi per nulla, allora? Era bastato che avesse adoperato il suo ascendente per ottenere il benestare del collega senza dover insistere. D’altronde, che problemi ci sarebbero stati? Io ero legato al palo e i tre ragazzi erano chiusi all’interno della volante, seduti e impotenti sui sedili posteriori, con i loro polsi ammanettati.

Nonostante l’assenza di un sopporto, e considerata la nostra condizione, non avrebbe avuta ragione di sentirsi in pericolo. Persuasosi di essere totalmente padrone della situazione, continuava perciò a scagliarmi addosso, attraverso occhiate derisorie, la sua nuova spavalderia da uomo libero, la quale aveva cominciato ora a non conoscere limiti in quanto ad arroganza. Forse Silvano aveva solo bisogno di scaricare le sue frustrazioni su qualcuno, quelle accumulate dovendo tollerare l’arrogante autorità e l’influenza soverchiante del collega, che pareva averlo posto in una condizione di inferiorità per il ruolo che rivestiva, tant’è che l’indiziato principale dei suoi eventuali strali non avrei potuto che essere io, ed infatti, dopo avermi fissato con scherno per un bel po’, prese ad avvicinarsi al palo. Mi si fece appresso continuando ad osservarmi con sguardo impietoso e quasi sprezzante. Ora che pareva avere il controllo della situazione ero convinto che non avrebbe esitato a vomitarmi addosso le sue rivoltanti contumelie.

“Sai che fai proprio schifo! Non so perché il mio collega ti ha tolto quella maschera di dosso, forse era meglio che te la lasciava addosso!”, mi abbaiò contro Silvano, mostrandosi tronfio davanti ai miei occhi nella sua nuova veste, risibilmente impettito, attrezzandosi alla bell’e meglio con la sua voce, irrobustita dopo essersi persuaso che avrebbe potuta usare a suo piacimento la sua nuova autorità provvisoria, ovviamente finché il suo collega non fosse stato di ritorno.

Tendevo a rimanere impassibile, fissandolo mentre così mi parlava con asprezza, senza proferire parola per non compromettermi ulteriormente. Non avrei potuta adottare miglior espressione in quel frangente, onde evitare che mi scaricasse concretamente addosso tutta la sua frustrazione repressa. Evitavo inoltre di fissare la sigaretta fumata per metà che lasciava penzolare all’angolo del labbro. Che non gli venisse in mente di spegnermela in faccia!

“Bleah, mi fa veramente sboccare la tua faccia di merda! Forse è meglio che vado a prendere quella maschera e te la rimetto in faccia! Sicuramente è meglio della tua faccia da cazzo!”, rincarò la dose per poi prendere la sua risoluzione definitiva. La sua espressione di disgusto gli fece scivolare dalla bocca la sigaretta che cadde a terra, cosicché almeno fui sollevato per aver rifuggita un’eventuale aggressione fumigante.

Silvano la spense distrattamente. Si voltò verso il ciglio opposto della strada che dava sull’avvallamento ai margini del bosco entro il quale la maschera del Dio Cervo si era andata ad infrattare. Vi si diresse speditamente continuando a sfogarsi, brontolando in modo ridicolo. Seguitava a sputare fuori i suoi commenti ingiuriosi, ma non vi diedi retta e mi concentrai invece sul paio di guanti in lattice che si era tolti dalle tasche e si stava giusto infilando in quel momento.

“Me ne sbatto di quello che dice quello stronzo, non si fa mica così, non è la procedura, io faccio le cose come si deve…”, emise l’ennesimo rigurgito di frustrazione nei confronti del suo collega, affibbiandogli pure un epiteto poco carino, mentre, dandomi le spalle, si dirigeva verso il lato opposto della strada, per poi continuare imperterrito, “Vedi, io le prendo le mie precauzioni, quando è necessario”, e sollevò le mani inguantate, che agitò in aria, aprendo persino le dita a ventaglio. Con la sua enfasi mi voleva sicuramente comunicare quanto fosse corretto il modus operandi che avrebbe adottato di lì a poco.

Sollevò le mani all’altezza della testa. I guanti che le avvolgevano, bianchi e immacolati com’erano, si sarebbero insozzati, ma questa lordura avrebbe dato un valore simbolico al suo operato. Non fu una mossa eccellente, però, purtroppo per lui, visto quel che seguì qualche istante dopo. Pur sapendo che il messaggio espresso dalla sua gestualità esplicita mostratami di spalle sarebbe stato recepito da me attraverso il senso che aveva voluto assegnargli, non avrebbe invece potuto sapere come sarebbe stato recepito dalla persona che si trovò di fronte, la quale doveva aver interpretata quella “alzata di mani” come gesto di resa, benché potesse aver sentito chiaramente il discorso del poliziotto atticciato, che si autoelogiava senza apparente motivo, visto come andò la faccenda.

La frustrazione che aveva soggiogato il poliziotto atticciato finora, portandolo ad esprimersi nei confronti del collega (e del mondo intero) attraverso vilipendi inveleniti, aveva inevitabilmente fatto sì che le sue difese si abbassassero. Pur volendosi mostrare solerte nel suo operato, aveva dimenticato, purtroppo per lui, di mostrarsi altrettanto guardingo per quel che sarebbe potuto accadere, pur trovandosi in un’opportuna condizione di sicurezza. Confortato dal collega che confidava sul fatto che se la sarebbe potuta cavare da solo, circondato solo dai rumori provenienti dal bosco, in qualche modo protetto, doveva essersi persuaso che nei paraggi non si annidasse qualche insidia o qualche sorpresa indesiderata. O forse non ci aveva proprio pensato a questa evenienza. Non era escluso che le mie vicissitudini recenti lo potessero invischiare nella comune avversità, per cui avrebbe fatto meglio a non abbassare la guardia e a rimanere vigile.

Un frisbee gli volò in faccia atterrandolo sul colpo. Per qualche infinitesimo istante temetti che potesse raggiungermi, seguendo una determinata traiettoria. Senza pensarci troppo, abbassai la testa quel poco, strizzando gli occhi per prepararmi all’impatto; tuttavia, li riapersi quasi subito, non percependo alcuna fitta di dolore, e tornai a rivolgere il mio sguardo dalla parte opposta della strada. Silvano era stato abbattuto e si trovava disteso a mezza via sul nastro asfaltato, mentre dall’avvallamento del terreno presso il limitare del bosco affiorava in superficie la maschera del Dio Cervo con il suo nuovo possessore.

Con un balzo si portò accanto al corpo abbattuto del poliziotto atticciato che stava lentamente riprendendosi e gli sferrò un pungo in bocca per dissuaderlo dalla necessità di rimettersi in sesto. Aveva un pungo di ferro tra le dita nodose della mano destra. I raggi del sole lo facevano brillare debolmente con qualche scintillio. Tramortitolo di nuovo per sicurezza, il nuovo figuro trascinò il poliziotto malconcio in malo modo e con bruschi strattoni verso il baule posteriore della volante che si trovava a pochi passi di distanza e con la quale erano arrivati Silvano e il suo collega, il quale era ancora impegnato in una missione di ricerca assieme al bambino pestifero.

Frattanto notavo come all’interno della vettura la ragazza si fosse agitata alla vista del nuovo figuro mascherato. Rivolgeva nella sua direzione ampi gesti con le mani ammanettate, mentre confabulava animatamente con i suoi ragazzacci che le stavano accanto. Se lo ritrovò di fronte qualche secondo dopo a qualche centimetro di distanza. Si era sporta all’indietro sul sedile e aveva avvicinata la sua faccia emblematica al vetro posteriore antiproiettile della volante che li divideva. Sembrava averla investita un rinnovato entusiasmo dalle caratteristiche ambigue.

Dalla mia prospettiva potevo solo apprezzare il profilo di entrambi. Fino a pochi istanti prima avevo cercato di scrutare il figuro mascherato quanto meglio potessi per capire chi fosse, nonostante la mia vista fosse ancora leggermente annebbiata. Tuttavia, non avrei faticato ad indovinare chi si nascondesse dietro la mia maschera del Dio Cervo. Se la sua complessione tracagnotta era già di per sé sufficiente a farmi capire chi fosse, persino con la maschera che si era messa addosso, la sua voce ruvida fugò ogni mio dubbio sulla sua identità.  

“Papà? Sei tu papà, vero? Che piacere rivederti! Ero così in pena per te! Dove sei stato?”, espresse la sua gioia con amorevole trasporto la ragazza, felice per il loro ricongiungimento. La sua voce giungeva al mio orecchio ovattata, attutita dal vetro dei finestrini della volante che la schermava. Ad ogni modo, il tono doveva essere abbastanza alto da poter essere udito dal suo interlocutore che si trovava a qualche spanna di distanza, a differenza mia che mi trovavo dall’altra parte della strada.

“Papà, un cazzo! Non ti è fregato nulla se fossi morto o meno in mezzo al bosco, se fossi stato ferito, mi avresti lasciato crepare… Te ne sei andata via senza sapere che fine avessi fatto… Che figlia snaturata!”, proruppe il ricettatore mascherato con la sua voce inequivocabile. Pareva che fosse risentito e rammaricato allo stesso tempo. Sembrò fissarla con sguardo penetrante attraverso la maschera del Dio Cervo. Le riservò qualche istante di attenzione sibillina per poi risolversi di dedicarsi alle faccende di primaria importanza, per lui. Decise di ignorarla mettendosi a tastare la divisa di Silvano. Il poliziotto tramortito era ancora tra le sue grinfie, incosciente. Lo aveva appoggiato rudemente alla ruota posteriore della volante e lo ghermiva per il colletto della divisa.

“Pensavo fossi morto, cioè, credevo ti avessero ammazzato, nel senso che non ti avevo più visto, non arrivavi, e poi è arrivato invece quel cazzone che vedi lì legato a scombinare tutto, mi devi credere! Mi dispiace che sia andata così, davvero, te lo giuro!”, giustificò la sua posizione, raccontando la sua versione dei fatti. La voce pareva rotta per l’emozione, ma poteva benissimo trattarsi di una mia sensazione, dal momento che i finestrini e la distanza me ne attenuavano l’intensità. Inoltre, non era detto che non stesse fingendo astutamente, recitando la parte della figlia consapevole delle sue manchevolezze al fine di ottenere il perdono del genitore di turno.

Avevo ragione di crederla una buona attrice e quindi il dubbio sarebbe rimasto e magari mi avrebbe pure dilaniato, beh, quello forse no. Tuttavia, anch’io lo avevo creduto morto e rimasi invero sbigottito a rivedermelo davanti, o forse ero solo io a non aver verificato meticolosamente se lo fosse davvero. Nella mia agitazione dovevo aver fatta una valutazione errata della situazione. Il ricettatore doveva essere allora solamente svenuto e la roccia quindi meno dura della testa che era cozzata su di essa. Il sangue che avevo visto non poteva che provenire perciò da una leggera ferita superficiale.

Quello che alla fin fine doveva essere veramente il padre aveva sospese le operazioni di palpeggio ancora infruttuose e, alzata la testa, aveva rivolto lo sguardo in direzione della figlia. Sembrò fissarla dalla maschera per un tempo lunghissimo, quasi a voler capire se lo stesse prendendo in giro, fingendo una compunzione fasulla. Doveva conoscerla così bene da non credere alla sua versione dei fatti. Subentrò un silenzio gravido di significati sottintesi. Mi sarebbe piaciuto vedere che espressione avesse dipinta in volto il ricettatore, ma la maschera del Dio Cervo me lo impediva. Penso che anche alla figlia non le sarebbe dispiaciuto, poiché per lo meno avrebbe potuto capire se il padre ce l’avesse davvero con lei per averlo lasciato al suo destino lì in mezzo al bosco. Per quel che mi era dato sapere, se avessi voluto spezzare una lancia a favore della figlia, avrei potuto affermare che non avesse cognizione di che fine avesse fatta il padre. O forse in cuor suo lo sapeva e aveva voluto fregarlo. Immaginavo inoltre che al ricettatore non dispiacesse se la maschera al suo interno fosse impiastricciata dalle escrescenze e dagli umori che la mia faccia aveva rilasciati, ricoprendo le parenti interne della maschera del Dio Cervo.

Mi concentrai sulla ragazza all’interno della volante e tornai a riflettere sul suo ruolo in questa vicenda. Era chiaro come non avesse potuto fare a meno di implicarmi in tutta questa storia. Non la avrei potuta biasimare, avendo fatta effettivamente la mia parte. Ciò che mi sarebbe dispiaciuto era che avrebbero potuto accanirsi su di me, ancora una volta, e forse con maggior foga, entrambi. Il ricettatore si sarebbe di sicuro vendicato per l’aggressione subita nel bosco. Tralasciando tutta la questione del raggiro che era stato impostato per danneggiarmi, non avrei potuta giustificare la mia posizione adducendo il fatto che si fosse trattato di un incidente, non mi avrebbe creduto e si sarebbe potuto infuriare ancora di più. Adesso che presumevo il ricettatore capace di liberare la figlia perché gli desse man forte, mi sarei dovuto per davvero preparare al peggio.

Il ricettatore alla fine riuscì a trovare quello che cercava. Dopo aver a lungo tastato Silvano, era riuscito a trovare le chiavi della volante in una tasca della divisa e gliele aveva sottratte per poi aprire il baule posteriore. Vi trovò il sacco con la refurtiva e lo rimosse dall’interno appoggiandolo a terra tra le sue gambe. Per un istante si voltò verso di me, fissandomi intensamente. Non avevo idea di che considerazioni stesse facendo dentro la sua testa, ma immaginavo che non avrebbe mollato il poliziotto per dedicarsi a me in quel momento, finché non se ne fosse liberato, almeno provvisoriamente; e non avrebbe mollata neppure la refurtiva tra le sue gambe, che sicuramente avrebbe condizionate le sue mosse successive, ora che l’aveva recuperata. Nella vana speranza di essere affrancato dalla mia costrizione, avevo immaginato che mi stesse osservando perché gli sarebbe servita la corda per legare il poliziotto, ma invece mi illudevo. Difatti, il poliziotto atticciato finì così com’era in sostituzione della refurtiva dentro il baule posteriore, che il ricettatore provvide poi a richiudere a chiave.

Ora per davvero si sarebbe potuto dedicare a me. Attendevo il suo pungo di ferro a contatto con la mia faccia. Non disse nulla; non replicò alle giustificazioni pretestuose e alle scuse montate ad arte della figlia. Mollò per un attimo il malloppo accanto alla ruota, nascondendolo approssimativamente dietro la ruota posteriore, dopo essersi preventivamente sincerato che il baule fosse effettivamente chiuso a chiave e si scagliò su di me. Attraversò la strada e coprì i passi che lo separavano dal palo a passo svelto. Lo vedevo già venirmi addosso con il pugno alzato, concentrando in quel turbine mulinante tutta la rabbia repressa finora, quando si sentì l’eco di una voce giungere dal bosco, che fermò e frustrò il suo proposito vendicativo sul nascere, proprio quando il braccio sollevato stava per piombare inesorabilmente su di me. La provvidenza sembrava essere accorsa in mio aiuto al momento opportuno.

“Ma non c’è nessuno in questo cazzo di bosco!”.

Voltai il capo, per quanto possibile, verso la zona d’accesso al sentiero, con il rischio di porgere la guancia al pugno di ferro scintillante del ricettatore collerico. Si era diffusa tutt’attorno a noi l’eco della voce del poliziotto segaligno. Potevo sentire i suoi passi in avvicinamento, accompagnati da quelli del bambino che faceva scivolare con un fruscio persistente la ruota della sua bicicletta, trascinandola sul sentiero accidentato. Evidentemente stavano tornando a mani vuote dal bosco, dal modo in cui avevano annunciata la loro presenza di ritorno.

Il ricettatore mi si stava rivelando in carne ed ossa, con la mia maschera indosso a coprirgli il volto, rimessosi in sesto brillantemente, per cui non potevano averlo trovato deceduto, ma per quanto riguardava il mio socio invece? Forse quando il bambino si era espresso in merito ad un solo cadavere intendeva proprio il ricettatore che invece pareva godere di ottima salute davanti ai miei occhi. Era presumibile che in principio il marmocchio si stesse riferendo al ricettatore vero e proprio quale persona deceduta nel bosco e non al mio socio, dal momento che le ricerche della strana coppia si erano rivelate infruttuose. Chissà che cosa avrebbe fatto allora Silvestro, quale sarebbe stata la sua reazione, quando se lo sarebbe trovato di fronte in carne ed ossa.

Tornai a fronteggiare il ricettatore per capire le sue reali intenzioni, non avvertendo il suo pugno di ferro sulla mia guancia, ma sembrava essersi dileguato in un lampo. Errai con gli occhi dappertutto, per quanto la mia visuale me lo consentisse, ma non riuscii ad intercettarlo da nessuna parte. Nel frattempo, i due erano emersi dal bosco. Silvestro prese a guardarsi attorno con aria decisamente perplessa. Pareva confuso. Forse stava riandando con la mente a come avesse lasciata la scena prima d’inoltrarsi nella vegetazione assieme al marmocchio.

Qualcosa non gli tornava dello scenario che aveva davanti agli occhi. Il bottino era semi-occultato dietro alla ruota posteriore, ma non se ne accorse ad un primo sguardo d’insieme. La prima differenza che doveva aver notata subito invece era l’assenza del suo collega atticciato, ma non commise l’imprudenza di chiamarlo per capire dove fosse andato ad infrattarsi e mise preventivamente la mano alla fondina guardandosi attorno circospetto. Avanzò ad ampie falcate verso di me che ero rimasto solo e sempre indifeso. Lo sguardo gli si era rabbuiato spaventevolmente. Esigeva forse qualche delucidazione da me, non sapendo dove fosse finito il suo collega? Aveva appena slacciata la fondina per afferrare l’arma d’ordinanza quando qualcosa gli piombò addosso da sopra un albero sul limitare del bosco a qualche passo dal palo.

Era il ricettatore mascherato, spuntato dal nulla dopo essersi dissolto nel nulla. Doveva essere una cosa di famiglia allora; pure lui si arrampicava sugli alberi come la figlia e poteva vantare pure abilità da shinobi provetto, le quali avevo riscontrate dapprima nei due ragazzacci. Evidentemente doveva essere proprio una cosa di famiglia che coinvolgeva anche i loro “affiliati”.

Messo a terra Silvestro senza procurarsi un graffio, con un atterraggio morbido da felino, il ricettatore mascherato distribuì anche al collega segaligno la stessa razione di violenza, con lo stesso efficace modus operandi intriso di violenza casereccia. Gli tirò un pugno con il pugno di ferro che lo tramortì sul colpo, ovviamente. Successivamente gli sfilò la pistola dalla fondina già slacciata e se la intascò. Lo trascinò poi verso la volante dove, aprendo con le chiavi il baule posteriore, vi infilò dentro pure lui in qualche modo. Silvestro andò quindi a fare compagnia al suo collega remissivo. Il ricettatore provvide ad imbavagliarli entrambi con brandelli di stoffa strappati dalle loro uniformi e richiuse il baule a fatica ma energicamente, dosando la giusta foga generata dal suo risentimento incolmabile. Probabilmente i due erano avvinghiati lì dentro in un abbraccio letteralmente soffocante. Il ricettore richiuse poi a chiave il baule della volante, senza darsi pena delle condizioni dei due poliziotti, ovviamente.

Il bambino aveva assistito all’intera scena senza allarmarsi. Era rimasto in piedi sul limitare del sentiero, osservando il ricettatore che si liberava dell’altro poliziotto, senza intervenire. Immaginavo che lo spettacolo cruento al quale aveva assistito, data la sua giovane età, lo avesse traumatizzato, pietrificandolo sul posto; invece, mi si avvicinò e mi rivolse la parola con espressione compiaciuta.

“È stato bravo, vero?”, commentò soddisfatto il marmocchio a riguardo dello spettacolo crudele al quale aveva appena assistito. La domanda che avrebbe richiesto il mio consenso racchiudeva sottintesi facilmente intelligibili. Lo squadravo terrorizzato, mentre riandavo con la memoria a quel che era accaduto finora, cercando di comprendere quale fosse stato il suo ruolo in questo dramma inquietante. Non avrei potuto non crederlo in combutta con il ricettatore dopo aver espresso un commento che racchiudeva la rivelazione dell’ammissibilità di un loro rapporto. Non avrei creduto potesse sussistere, se non avessi provveduto a ricostruirmi al momento per intero lo svolgimento dei fatti. I tasselli mancanti me li fornì proprio lui. Era così ovvio allora che il bambino avesse allontanato Silvestro per dare modo al suo sodale convenientemente mascherato di liberarsi agevolmente dell’altro poliziotto, quello atticciato. Il ricettatore si sarebbe poi dedicato a quello segaligno di ritorno dal bosco, che il marmocchio avrebbe riportato successivamente sulla scena madre.

Non risposi a quella che avrei potuto facilmente interpretare come una provocazione ben indirizzata a bersaglio. Continuavo a riandare invece con la memoria agli eventi passati. Mentre così riflettevo sul ruolo che mi sarei sentito di assegnargli, lo osservavo e in un certo qual modo il mio cipiglio eloquente avrebbe voluto ammonirlo per il suo contributo al crimine che il ricettatore aveva commesso ai danni dei dui poliziotti. Un comportamento del genere non si addiceva ad un bambino della sua età, ammesso che dimostrasse per davvero l’età che gli si poteva assegnare da un esame sommario della sua complessione fisica. Speravo potesse recepire il messaggio celato nel mio cipiglio emblematico, riconsiderando la sua parte nel dramma svoltosi finora. Il comportamento del bambino era stato riprensibile, ma non volli esprimerglielo a parole, anche perché non vi fu il tempo per farlo.

Il ricettatore attirò l’attenzione del bambino e lo invitò ad avvicinarsi alla volante della polizia, ora appesantitasi sul retrotreno. Sentita la voce che lo richiamava al dovere, non mi degnò più della sua attenzione e si diresse verso la volante, portando a mano con sé la sua bicicletta. Tuttavia, prima di avvicinarsi all’automobile, adocchiò il frisbee che era servito per abbattere il poliziotto atticciato, lasciò cadere la bicicletta a terra, lo prese e, tornato presso il palo, me lo infilò tra le spire del cordame per coprirmi questa volta le pudende. Ritornò poi sui suoi passi e si diresse verso la volante, riprendendo lungo la via tra le mani la sua bicicletta. Il ricettore lo aiutò a posizionarla sul sedile posteriore, assieme alla faretra, all’arco e alle frecce giocattolo, sopra i tre ragazzi, i quali disapprovarono decisamente l’idea, ma vi si dovettero adattare per forza. Il ricettore poi ordinò al bambino di prendere il sacco con la refurtiva e di sedersi sul sedile anteriore. Il marmocchio vi si accomodò con il malloppo in grembo, attendendo successive istruzioni.

Se ne stavano andando, com’era ovvio, e molto probabilmente se ne sarebbero andati lasciandomi ancora legato al palo. Avrei voluto che il ricettatore mi liberasse, chiaramente; tuttavia, sarebbe occorso il rischio invece che si avvicinasse per finire il lavoro manuale lasciato a metà poco prima, assieme al suo fidato pugno di ferro. Non avrei richiamata la sua attenzione, ricordandogli che stava lasciando la sua opera incompiuta. Non sarebbe stata affatto una buona idea ricordargli indirettamente la colluttazione avvenuta in mezzo al bosco.

Mi rassegnavo allora all’idea di vederli andar via. I miei antagonisti la realizzarono in quei brevi istanti con mio enorme dispiacere. Mi attendeva l’ennesima prova di coraggio in questo posto desolato, abbandonato al mio destino crudele, lasciato ancora legato al palo come un salame.

Il ricettatore entrò anche lui nell’abitacolo, avviò il motore e la volante della polizia con la sua nuova comitiva se ne partì arrancando con tutto il suo peso concentrato sul retrotreno. Si mossero a fatica, ma poi la velocità iniziò ad aumentare e alla fine uscirono dalla mia visuale scendendo a valle.

Loro se ne erano andati via e io continuavo a rimanere al palo. Senza maschera. Ma con il frisbee a coprirmi le pudende.