Le temperature si stavano abbassando gradualmente sul far della sera. Un fioco lucore che preannunciava l’imbrunire stava timidamente sbucando tra le cime dei monti definendone i contorni. Benché le temperature non si potessero considerare ancora rigide, trovandoci nel primo periodo autunnale, ero certo che avrei patito, così ignudo, il freddo refolo che mi avrebbe sferzato per tutta la notte, nelle mie previsioni più nefaste, finché qualcuno, intendo qualcun altro, qualche anima pia non mi avesse liberato dal mio impedimento. Perché qualcun altro sarebbe dovuto passare prima di sera, ne ero certo, dopo quel che era accaduto, altre sorprese non sarebbero mancate.
Qualcun altro che mi potesse affrancare dalla mia costrizione, senza aver nulla da chiedere in cambio, qualcuno che non ne sapesse nulla della rapina, magari uno sconosciuto misericordioso, totalmente ignaro delle mie malefatte. Sarei riuscito a trascorrere la notte che mi attendeva abituandomi al freddo incombente che avrebbe intensificata la mia sofferenza? Mi sarei trattenuto dal varcare la soglia della mia sopportazione fisica al fine di scongiurare un mio eventuale svenimento? Per il momento non avrei potuto far altro che sopportare il mio prostrante indebolimento fisico finché le forze non mi avessero abbandonato totalmente.
D’un tratto la mia attenzione fu richiamata dal rumore del motore di un’altra vettura in avvicinamento. Mi voltai verso la sua provenienza. Lo percepivo intensificarsi lungo la strada in salita che portava al casolare. Il rumore precedette l’arrivo della vettura che sfrecciò nella mia direzione, superò il casolare e si fermò all’altezza del palo, frenando bruscamente. Pur bersagliato dai primi raggi dell’imbrunire, mi accorsi che l’automobile aveva qualcosa di familiare. Le condizioni precarie nelle quali versava questa autentica bagnarola di prima categoria mi ricollegò al suo conducente.
Fui colpito da un cattivo presentimento. Non ero riuscito a identificare la persona all’interno dell’abitacolo in quei brevissimi istanti, ma non dovetti attendere molto, perché, appena la vettura ebbe frenato, il suo occupante uscì di botto, spalancando la portiera, e cominciò ad osservarmi, immobilizzandosi con il braccio appoggiato sopra la cappotta. A voler esser dettagliati, non saprei con quale espressione in volto, poiché mi stava osservando attraverso lo sguardo feroce della maschera che portava addosso: la maschera di Predator.
Pur essendomi formata un’idea su chi fosse il conducente di quella bagnarola, mi bastò concentrarmi su quella maschera per capire chi ne fosse il possessore e magari pure con quale espressione mi stesse guardando. L’azione che fece successivamente, allorché prese ad avvicinarsi, di aprire il suo giubbotto per rivelarne a mio beneficio un altro antiproiettile con un foro più o meno all’altezza del cuore, rappresentò un’ulteriore conferma delle mie fondatissime congetture, poiché mi ero già figurato chi si celasse dietro quella maschera, che mi aveva accompagnato nella mia precedente rapina.
“Non credo mi serva più questa maschera con te!”, confessò in tutta onestà l’ennesimo uomo mascherato che mi era divenuto più che familiare.
Dando seguito alla sua esternazione, si levò lentamente la maschera e la gettò a lato del palo. Compiuti pochi passi, guadagnò la mia posizione. Tirò fuori la pistola dalla tasca della giacca e me la ficcò sotto il naso. Il mio socio era davvero incollerito. Non lo avrei potuto biasimare, in fin dei conti.
“In che condizioni pietose ti trovo, ragazzo mio…”, osservò la mia vergogna a cielo aperto con aria di divertito disgusto, “… Ti hanno veramente conciato per le feste… Scommetto che adesso vorresti che ti liberassi, non è vero?”, mi scrutò sornione, con sguardo fintamente complice.
Si era allontanato dal palo, ma continuava a tenermi puntata addosso la pistola con la mano ben salda sull’impugnatura. Le sue parole dal suono mellifluo si proponevano di sbeffeggiarmi per irritarmi ancora di più, ma ormai mi sentivo immune pure al suo dileggio. Non sarei stato invece immune al dolore, se avesse voluto picchiarmi, con qualsiasi intensità avesse voluto calare la mannaia su di me, sostituendosi al ricettatore mascherato. O peggio, se avesse voluto farmi fuori definitivamente; sì, certo, forse sarebbe meglio se mi facesse fuori anziché umiliarmi, come ero sicuro fosse nelle sue intenzioni. Oramai avevo preso a vaneggiare. Che fine orribile mi si prospettava! Già mi immaginavo che avrei potuto osservare tristemente, forse scorporato da lassù, titoli del tipo bizzarro quale: “La vendetta ritorta”, del tipo ritmato quale: “Ammazzato dal presunto ammazzato che lo aveva fregato” o del tipo verboso quale: “Eliminato dal proprio socio che aveva creduto in principio di aver fatto secco per averlo tradito”. Tutti assieme questi titoli roboanti sarebbero potuti andare bene per un mio eventuale epitaffio ironico.
“Se ti aspetti che mi scusi con te per averti sparato sei completamente fuori strada, mi hai fregato, ho voluto solo vendicarmi, ero totalmente fuori di me, e checcazzo! Se vuoi ammazzarmi, fallo pure, ma non puoi non ammettere che ti saresti comportato anche tu così come ho fatto io!”, esplosi con quel poco di fiato inaridito che avevo nella mia gola secca. Dispiegai le mie energie rimanenti per esporre la mia versione del tradimento. Avvertivo solo allora il bisogno di bere, percependo la bocca impastata, mentre formulavo le mie parole.
L’avevo investito con la mia invettiva, sostenendo le mie ragioni con un tono di voce per nulla intimorito dalla fine che avrei potuta fare. Non avrebbe potuto sollevare alcuna obiezione in merito. Le ragioni che avevano portato alla mia reazione, magari troppo corriva, erano da considerarsi ben giustificate. Non poteva che convenirne anche lui con me.
“Sì, dai, non è detto che non mi sarei potuto comportare anch’io così come hai fatto tu… Come hai potuto vedere infatti mi ero adeguatamente premunito di fronte a questo eventuale rischio!”, ammise il mio socio, che tornò a riaprire e richiudere il giubbotto ordinario che copriva quello antiproiettile.
L’esibizione di questa scrupolosa attenzione ai dettagli non poteva che proporsi di identificarlo quale persona altamente previdente. Non avrei potuto negare che si fosse adeguatamente preparato all’eventualità di una mia rappresaglia. Doveva essersi equipaggiato con così tanto piacere che avrebbe potuto farmi il piacere di risparmiarmi la replica di questo concetto stucchevole.
“Beh, la pistola però te la vedo in mano solo adesso…”, lo provocai imprudentemente. Stavo giocando con il fuoco che si sarebbe potuto tramutare in vampa che dalla canna della sua pistola avrebbe fatto sbocciare il proiettile che avrebbe viaggiato per qualche infinitesimo istante fino a raggiungermi per eliminarmi definitivamente.
“Me ne ero privato per un istante…”, mi rispose esitante, confessando una sua debolezza sulla quale avrei dovuto indagare per scoprirne l’origine. Credetti di averlo colto leggermente in fallo.
Nonostante si trovasse in posizione largamente avvantaggiata rispetto alla mia, pareva aver tradita qualche inquietudine che lo stava turbando. Osservai come fosse stato avvinto provvisoriamente da uno straniamento che sembrava lo stesse portando altrove con il pensiero. Anche la mano che sorreggeva la pistola vacillò per un attimo e la presa si allentò quel tanto da farmi credere potesse cadergli per finire a terra. Prevenne il rischio, tornando a stringerla con forza, per poi spianarmela ancora contro. La pistola scricchiolava stritolata tra le sue dita febbrili.
Tuttavia, il suo smarrimento, per quanto momentaneo nella durata, mi fece sorgere un’intuizione che, qualora corretta, mi avrebbe rivelato quella che avrei ritenuta una debolezza in questo frangente e per osmosi nel mondo delinquenziale del quale facevamo parte, facendo la nostra parte nel miglior modo possibile.
“Mi avevano detto che tu con la pistola ci dormi pure, ma magari questa volta hai preferito portarti a letto qualcun altro… e quindi devi aver provveduto ad una sostituzione… Per non parlare del bottino che hai messo a repentaglio con la tua cazzata… Del resto, ti capisco, il più delle volte la fica ha un profumo migliore dei sol…!”, soffocai l’ultima parola che avevo in mente di formulare. Il mio socio era tornato a mettermi la canna della pistola in bocca.
Mi aveva fulminato con uno sguardo iracondo, digrignando i denti e strabuzzando gli occhi che parevano uscire dalle orbite, per poi mettermisi a un soffio dal viso, infilandomi la canna della pistola in bocca, fino a farmi soffocare. Doveva essere il suo modo per impedirmi di parlare. Era stata mia intenzione provocare una reazione del genere, seppur avessi arrischiata la mia vita montando la sua collera, smaniosa di una riparazione definitiva. Avevo provato l’azzardo e dovevo aver fatto centro. Ne era valsa la pena tentare, anche se ora non avrei saputo quali conseguenze scaturite dalla sua mano violenta avrei dovute subire.
“Non ti permetto di parlare di lei in questo modo!”, ruggì il mio socio, fulminandomi con uno sguardo arroventato che rifletteva occhi rilucenti lacrime trattenute, per poi terminare il suo concetto, “… E ritieniti fortunato se non ti ammazzo!”, aggiunse come minaccia supplementare.
Avevo esagerato a provocarlo. Intuivo come il suo sentimento verso la figlia del ricettatore fosse autentico e mi sarei potuto scusare solo per la mia mancanza di delicatezza. Mi sarei potuto scusare invero anche per i miei obiettivi meramente carnali che avrei voluto vedere realizzati in mezzo al bosco durante il nostro strano incontro, qualora gli avessi espresso questo tipo di interesse passeggero. Mi trovai quel poco in imbarazzo verso me stesso a riconsiderare le mie mire lascive, seppur il mio obiettivo all’interno del bosco e in quella precipua situazione fosse una naturale conseguenza degli eventi.
Ad ogni modo non essendo a conoscenza del suo effettivo interesse per quella ragazza, avevo mancato del giusto tatto e me ne dispiacevo. Non avrei aggiunto altro che potesse peggiorare una situazione ormai fattasi critica, dal momento che l’amplificato risentimento nei miei confronti avrebbe potuto indurlo a premere il grilletto in qualsiasi momento.
“Mi disgusta l’idea, ma ti devo slegare, mi servi!”, mi comunicò il mio socio la notizia che attendevo con ansia e si predispose a mettere in atto il suo proposito. Girò attorno al palo per individuare il modo di potermi slegare più agevolmente. Non avendo con sé una lama o un oggetto tagliente con cui segare la corda per semplificare le cose, si adoperò a mani nude. Individuò il capo della corda annodato in un groviglio e si dispose a dipanarlo. La pazienza non doveva essere il suo forte, ma riuscì grossomodo a mantenerla per il tempo che servì alle operazioni di slegatura. Si adoperò quindi di buona lena a sciogliere il nodo del cordame rugoso.
Finalmente qualcuno mi avrebbe liberato. Ero così felice che per un attimo mi sentii circonfuso da una sensazione di profonda beatitudine, che però svanì quasi subito, allorché il mio corpo avvertì il dolore lancinante prodotto dalla mia rovinosa caduta a terra. Mi ero sentito nuovamente libero, ma durò un istante, poiché stramazzai al suolo con un tonfo. Emisi un ruggito di dolore. Provai a tirarmi su da terra almeno con le mani, ma ero troppo debole. Il mio socio mi prese ruvidamente per un braccio e cominciò a tirarmi. Fui lesto a ritirare il mio braccio dalla sua morsa avvinghiante. Tornò ad avvicinare la pistola al mio volto piegandosi con il busto verso terra. Tuttavia, anche questo solido argomento altamente convincente non avrebbe sortito l’effetto di farmi balzare in piedi ringalluzzito. Potevo affermare di non provare più alcun dolore fisico lancinante, ma mi sentivo nondimeno sfinito per esser rimasto impalato così a lungo. Avevo bisogno di sgranchirmi le gambe e di bere qualcosa che alleviasse la mia sete, e magari buttarmi pure sotto un getto d’acqua tiepida.
Adocchiai a pochi passi il frisbee che cadendo a terra non mi copriva più le pudende ed allungai una mano per agguantarlo. Avrei dovuto sperare in un effetto sorpresa per lanciarglielo in faccia prima che potesse sollevare un braccio per difendersi dalla traiettoria. Azzardai un ultimo tentativo disperato per liberarmi del mio socio che sì, mi aveva pur liberato dalla mia costrizione, ma percepivo che avesse in serbo qualcosa di non propriamente commendevole.
“Non ci provare!”, mi ammonì rabbiosamente. Mi riafferrò il braccio con una mano e fece per storcermelo, mentre con l’altra invece prese da terra il frisbee e lo lanciò in mezzo al bosco dall’altra parte della strada. Ci mancò poco che non facesse volare assieme anche la pistola. Avevo accarezzata quest’idea per un istante.
“Non abbiamo tempo da perdere!”, sbraitò il mio socio, tornando a puntarmi contro la pistola, “Alzati subito!”, mi ordinò perentorio e prese con irruenza a tirarmi su per il braccio con l’altra mano. Aveva intensificata la sua foga per rafforzare il suo già comprensibilissimo concetto. D’un tratto desistette dal suo proposito, mi lasciò il braccio e si aggrondò. Sollevando il busto tornò in posizione eretta e avvicinò la mano destra all’orecchio destro, dopo aver trasferita la pistola nell’altra mano. Rimase in silenzio con l’espressione seriosa persa nel vuoto, ma con la pistola sempre puntatami addosso.
“Ok! Direi che sei fortunato! Hanno appena deciso di andare al supermercato prima di mandare all’altro mondo i due poliziotti!”, sentenziò il mio socio. Qualcosa mi diceva che non avesse il dono della preveggenza.
Ero troppo debole per riflettere su questa informazione per il momento. Dovevo concentrarmi invece per trovare il modo di rimettermi in forze. Mi sgranchii le ossa per riacquistare un po’ del vigore fisico che avevo perduto, irrigidito nella mia costrizione precedente. Nel frattempo, il mio socio prese ad osservarmi pensieroso, con la mano che si accarezzava la propaggine inferiore della maschera di Predator che si sarebbe potuta associare ad un fantomatico mento. Immaginavo che stesse, lui sì, riflettendo su questa nuova informazione, confrontandola con la nostra situazione attuale, per elaborare qualcosa sul da farsi che richiedesse il mio contributo.
“Penso ti serva una bella rinfrescata… Ci sarebbe dell’acqua all’interno del casolare”, osservò il mio socio, ricevendo la mia benedizione, espressa dal mio sguardo eloquente e dalle palme delle mie mani inconsapevolmente congiunte, “… Ma non mi fido a lasciarti qui da solo…”, riconsiderò la sua idea in un istante infinitesimale di sconforto per me, che tornò a sprofondarmi nel dispiacere.
“Ma dove cazzo vuoi che vada in queste condizioni!?”, proruppi con particolare enfasi, come a voler enunciare energicamente un’ovvietà lapalissiana. Nonostante non confidassi molto che avrebbe potuta accordarmi la sua fiducia, lasciandomi solo per qualche minuto, la mia esternazione veemente sembrò convincerlo.
“Va bene, tanto anche se cercassi di scappare, non faresti molta strada… Aspetta qui!”, si congedò per il momento, sorridendo della sua facezia, e si diresse a passo svelto all’interno del casolare.
Attesi qualche minuto e lo vidi ricomparire che usciva dall’androne del casolare con una tanica di medie dimensioni sollevata a fatica tra le mani. Avanzò a passo svelto verso di me prestando particolare attenzione a mantenerla in equilibrio. La trasportò tenendola saldamente in pugno fino al punto in cui mi trovavo. Giunto a qualche passo di distanza, mi scaricò addosso il contenuto della tanica: gelida acqua putrida che mi diede i brividi istantaneamente al suo contatto vischioso. La tanica doveva esser servita per raccogliere l’acqua piovana dei giorni passati. Feci scivolare con buoni risultati le mie mani sulla mia pelle per levarmi via la lordura che vi si era depositata. A conti fatti, l’acqua, ancorché putrida, aveva svolto il suo compito, restituendomi almeno un po’ di quel vigore che avevo perduto nelle ore precedenti della mia prigionia. Tuttavia, cominciai a tremare un po’, sbattendo i denti per il freddo.
Mi compiacqui del mio rinnovato vigore, anche se avevo preso un po’ di freddo, e vidi che anche il mio socio se ne era compiaciuto. Immaginavo che il suo proposito continuasse ad essere quello di avvalersi del mio contributo per qualche suo piano strampalato. Ora che mi vedeva un po’ meglio, avrebbe potuto avermi tutto per sé come nelle sue intenzioni primigenie; mi avrebbe potuto usare per i suoi scopi come mi aveva dato ad intendere all’inizio. Non era escluso allora che tornasse a tirarmi per il braccio a forza per ricordarmi quale sarebbe stato il mio prossimo compito, che avrebbe dovuto ricompensare il mio socio tradito dell’affronto che gli avevo mosso in precedenza in mezzo al bosco.
Mi allontanai scivolando con il mio deretano a debita distanza per dissuaderlo dall’intento di afferrami il braccio e con uno sforzo immane riuscii a sollevarmi da terra. Barcollai per riacquistare l’equilibrio. Le gambe parevano sorreggermi miracolosamente. Avevo continuato a sgranchirmi le ossa durante la sua breve assenza e i risultati mi parevano apprezzabili. Feci qualche passo per verificare se la mia capacità deambulatoria fosse tornata nuovamente efficiente. Avrei potuto ritenermi soddisfatto per il momento. Quel che mi sarebbe servito ora era decisamente qualcosa da buttare giù e qualcosa da mettere su, qualcosa da bere e un vestito con cui coprirmi all’occorrenza.
“Ho bisogno di bere! Rischio di svenire se non butto giù nulla”, dichiarai decisamente. Speravo che esaudisse la mia richiesta. D’altronde, se davvero il mio compito fosse stato di assisterlo in qualche sua strampalata diavoleria, sarebbe stato meglio fossi completamente operativo.
“E va bene, vediamo se c’è qualcosa all’interno…”, acconsentì il mio socio, dopo avermi guardato dall’alto in basso con occhio indagatore ma non certo esperto di sartoria. Raccolse da terra la maschera di Predator che era rimasta accanto al palo e mi precedette verso il casolare.
Procedemmo ad una diversa andatura coprendo i pochi metri che ci separavano dall’edificio. Io camminavo decisamente a fatica. Arrancavo all’inizio, ma poi gli arti mi si sciolsero ed aumentai di un po’ il passo. Il mio socio, da parte sua, fattosi clemente per la nuova informazione che pareva averlo tranquillizzato per il momento, lasciò che mi prendessi il mio tempo per arrivare al casolare.
Entrammo all’interno e subito il mio socio volle illuminarmi sul suo bizzarro comportamento di prima. Non avevo sospettato di nulla, pur notando come si fosse aggrondato di colpo, per cui in un certo qual modo pendevo dalle sue labbra. Pareva non vedesse l’ora di rendermene edotto. Si slanciò quindi in una descrizione dettagliata delle peripezie che lo avevano portato a ottenere quest’informazione.
“Ti starai chiedendo come ho avuto quest’info? Semplice, ho attaccato al copricapo indiano del Satiro una ricetrasmittente fornita di GPS… Li rintracciamo di sicuro! Mi erano venuti a cercare, ma io mi ero già nascosto… Sono arrivati il Satiro e un poliziotto… Ero nascosto dietro la vegetazione, rimanendo fermo pietrificato e mimetizzato meglio che potevo… Cercavano, cercavano, ma non mi trovavano… Il copricapo indiano era caduto vicino a me, il Satiro non si è accorto di nulla, e io in un lampo ci ho attaccata la cimice. Gran colpo, non è vero? Un vero colpo di fortuna!”, enunciò entusiastico il mio socio, infervorandosi nella descrizione della sua impresa memorabile, facendosi trasportare eccessivamente dall’autoglorificazione di se stesso medesimo. La sua esuberanza ad ogni modo non rischiava di essere contagiosa.
Provai nondimeno a lusingarlo, atteggiando il mio volto ad un’espressione compiaciuta per il suo eccellente operato, ma senza mostrarmi troppo impressionato. Tuttavia, nella mia infinita spossatezza non avevo idea se la finzione che stavo sostenendo avesse il potere di sortire qualche effetto con il mio tentativo lievemente adulatorio. Quel che mi incuriosì invece è che appresi il nome bizzarro che aveva utilizzato per definire quel bambino pestifero, ma per il momento non mi sarei avventurato a comprendere il motivo per cui lo avesse indentificato così. Ero sitibondo fino all’esasperazione, per cui i miei desideri anelanti si muovevano in quella direzione.
“Ho bisogno di bere, cazzo!”, ribadii sonoramente, rafforzando la mia richiesta esplicita con un’espressione colorita, per essere più convincente, con la dovuta enfasi, dopo aver atteso che il mio socio avesse raffreddato il suo entusiasmo.
Il mio socio si guardò attorno attentamente, mentre immaginavo stesse facendo mente locale su dove potesse trovarsi un qualcosa che soddisfacesse grossomodo le mie richieste. Ad ogni modo, continuava a non fidarsi di me, dal momento che, anche nella ricerca, rimaneva in guardia con la pistola in mano rivolta nella mia direzione. Io, intanto, mi sedevo come meglio potevo sopra un rozzo tavolaccio, dondolando le gambe su e giù ritmicamente. Continuavo a restituirle un po’ di vigore per esser certo di tenermi saldo su di esse per il tempo a venire.
Osservavo il mio socio nella ricerca di qualcosa che avesse la parvenza di una bevanda che avrei dovuta accettare per forza e realizzai come potesse considerarsi interamente padrone del luogo in cui si trovava, per cui era chiaro come avesse nascosti convenientemente gli attrezzi del mestiere in previsione di un qualche loro utilizzo successivo, come doveva per l’appunto esser accaduto con il giubbotto antiproiettile. Perciò, dopo aver scandagliato meglio di quanto avessi fatto io dopo che mi riebbi dallo svenimento precedente, il mio socio trovò una bottiglia dall’aspetto per nulla rassicurante.
“Dev’essere grappa! Forse…”, commentò dubbioso, invero non molto convinto del suo contenuto, rigirandosi la bottiglia nella mano che si era ricoperta di uno strato cospicuo di polvere. La stappò a fatica e vi avvicinò le narici. Le allontanò all’istante con un sussulto, arricciandosi il naso con un’espressione perplessa di malcelato disgusto, che avrebbe voluto tenermi nascosto. Mi allungò la bottiglia impolverata e fetida, mentre con le dita si cincischiava le narici attaccate ed intaccate dagli effluvi sulfurei di quel beverone infernale. La presi in mano e lo guardai fisso, con prolungato sguardo indagatore.
“Davvero?”, chiesi esitante dopo qualche secondo di reciproco imbarazzo.
“E’ l’unica cosa che c’è, sembra potabile… Cioè… Darebbe l’idea… Magari è solo un po’ troppo forte… Altrimenti c’è sempre il rimasuglio dell’acqua piovana dentro la tanica…”, dichiarò desolato, allargando pure le braccia con una gestualità che mi parve sincera; le sue labbra arcuate in un ritratto compassionevole, dopo aver ripensato a quest’ultima facezia che strappò solo a lui un abbozzo di sorriso.
Feci uno sforzo immane per decidermi a tracannare quell’intruglio torbido che sembrava giungere dall’oltretomba, con il suo colore altresì ed invero sconfortante per la sua scarsa naturalezza. Lo avrei mandato giù tutto d’un fiato per quanto i miei organi interni riuscissero a tollerarlo.
Per un attimo sospettai che il mio socio potesse tirarmi qualche brutto scherzo. Sarebbe stato assurdo però ritenere la pantomima appena inscenata come già preparata ad arte. Poiché pareva davvero che gli servissi per i suoi piani, non avrei potuto sospettare mi volesse avvelenare. Pensando di volermi così eliminare, avrebbe dimostrata assoluta incoerenza davanti al suo proposito primigenio.
La sete era così ardente che, dopo una leggera esitazione, ingollai la sostanza con il rischio di essere avvelenato per davvero, nonostante le mie riflessioni plausibilmente rassicuranti. Insospettabilmente mi ridonò un vigore pazzesco. Anche il mio socio sembrò notarlo dall’occhiata soddisfatta che mi lanciò; ne era rimasto impressionato non poco anche lui da quel che vedevo. Ora che avevo buttato giù qualcosa di forte che mi aveva rigenerato, sarei passato a mettermi su qualcosa di decente che mi coprisse opportunamente.
“Bene, ora possiamo andare!”, sentenziò il mio socio e fece per muoversi verso l’uscita, dopo essersi infilata in testa la maschera di Predator.
“Non penserai mica che me ne venga via nudo così?”, gli comunicai il mio imbarazzo, confidando nella clemenza che mi aveva dimostrata finora.
Il mio socio mi guardò e si arrese di fronte all’evidenza. Se così si era risolto per convenire con me sull’argomento, voleva dire che all’interno del casolare c’era qualcosa che potesse fare al caso mio, per coprirmi approssimativamente, almeno.
Il mio socio rovistò ancora qua e là come aveva fatto prima cercando la bottiglia, con la stessa familiarità di chi conosce ottimamente il luogo, e trovò una salopette rivoltante, inzaccherata e stazzonata attraverso tutta la sua superficie esterna, ma forse anche all’interno, ahimè. Me la lanciò e notai che aveva cercato immediatamente un qualcosa su cui pulirsi le mani impiastricciate dal lerciume che doveva essersi depositato in abbondanza su quel lontanamente definibile capo d’abbigliamento. Non doveva aver provato molto disgusto a prendere in mano la salopette, sapendo che se ne sarebbe subito liberato. Le mie braccia invece lo provarono e perciò si trattennero dall’allungarsi per accettare l’offerta. Guardavo rattristato la salopette che era caduta davanti ai miei piedi.
“O quella o niente!”, pronunciò perentorio il mio socio, da dietro la maschera, e rafforzò il concetto incrociando le braccia, stando a significare che non avrebbe accettata alcuna lamentela da parte mia.
Dovetti tornare a smettere la mia dignità e infilarmi in sostituzione la salopette lercia che mi si appiccicava alle mani. La raccolsi con ribrezzo e me la misi addosso. Lo strato interno aderiva ruvidamente alla mia pelle, tant’è che avevo avvertito il presentimento che qualche ferita potesse riaprirsi. Fosse occorsa quest’eventualità, sarei tornato a sopportare, probabilmente in silenzio, perché mi sarebbe convenuto.
“Bene, ora possiamo andare per davvero!”, riformulò la sua sentenza e prese a dirigersi verso l’uscita.
Gli andai dietro di seguito, ma avvertivo come non sarei riuscito a camminare a lungo a piedi nudi. Lo richiamai esitante e timidamente gli espressi il desiderio di avere qualcosa ai miei piedi. Il mio socio trovò al volo delle scarpe scalcinate prive di calzini e me le lanciò. Attese per capire se potessero calzarmi. Fortunatamente erano più o meno della mia misura. Questa scoperta un po’ mi rallegrò, poiché ero consapevole che avrei dovuto adattarmi a qualsiasi calzatura mi avesse proposta.
Ci rimettemmo in marcia. Per un attimo mi sovvenne il ghiribizzo di chiedergli come mai si fosse rimesso la maschera addosso, ma dopo tutto quel che era successo finora, mi sarebbe sembrata una domanda inutile, ed insensata in relazione agli avvenimenti sconvolgenti ai quali avevo assistito e preso parte attiva, che avrebbe potuto generare un variegato florilegio di risposte che non mi avrebbero stupito.
Salimmo all’interno della vettura. Mi adagiai lentamente sul sedile anteriore del guidatore, mentre il mio socio si andò a sedere sul sedile posteriore e puntò la canna della pistola dietro il mio sedile.
“Metti in moto e procedi spedito! Ti dico io dove andare!”, mi intimò a voce, assistito soprattutto dal movimento emblematico della pistola che intravedevo dal finestrino, per poi continuare aggressivo, “… E vedi di non fare cazzate, tipo sbandare di qua e di là, perché alla prima mossa falsa non mi farò degli scrupoli verso di te, come ho fatto finora!”, mi comunicò minaccioso la sua intenzione definitiva, che non ammetteva repliche e richiedeva la mia saggia ubbidienza.
Così rabbiosamente avvertito che la mia condotta avrebbe dovuto considerare seriamente i suoi avvertimenti, accondiscesi ad attivarmi celermente, misi in moto e ci avviammo a valle, a ritroso, lungo la strada che il mio socio mascherato aveva appena percorsa con la nostra bagnarola scalcinata ma sufficientemente efficiente per gli scopi che avremmo dovuto realizzare nel futuro prossimo dalle tinte oscure come quelle che stavano cominciando a ricoprire lo spazio celeste tutt’attorno a noi.
