Viaggiavamo cercando di mantenerci nei limiti di velocità consentiti per non dare nell’occhio, mentre le luci cangianti del tramonto lasciavano spazio al primo velo di oscurità. Il mio socio dal sedile posteriore mi faceva da navigatore, dandomi le coordinate da seguire lungo la strada che ci stava portando a valle. Ero riuscito a adattarmi al sedile anteriore del guidatore, cercando di prevenire lo sfregamento eccesivo del tessuto ruvido della salopette sulla mia pelle. Non mi sarebbe dispiaciuto in quelle circostanze avere un paio di mutande indosso che proteggessero le mie vergogne.
Dopo un paio di chilometri di percorrenza, gli chiesi cortesemente, ma con un certo timore di una sua risposta negativa, se potesse almeno levarsi di dosso la maschera di Predator, finché eravamo in viaggio all’interno della vettura. Purtroppo, mi stava mettendo un po’ a disagio con quello sguardo plastico che mi fissava penetrante. Insospettabilmente esaudì la mia richiesta. Effettivamente non avrebbe avuto bisogno di quel cipiglio scontroso per tenermi a bada. Bastava di per sé la pistola che continuava a puntarmi contro da dietro il sedile.
La bagnarola, che ci aveva accompagnato nei nostri spostamenti fin dapprima, tendeva a sbandare un po’, senza che ne avessi colpa. Il mio socio non diceva niente in quei frangenti, ma pure in silenzio si faceva sentire, premendo da dietro la canna della pistola sul sedile, a tal punto che percepivo perfettamente la sua presenza dietro la schiena come un chiaro avvertimento su come mi dovessi comportare alla guida.
Durante il tragitto mi pose a conoscenza del modo in cui era riuscito a riappropriarsi della nostra bagnarola. I tre ragazzacci stavano percorrendo in discesa con la nostra vettura scalcinata la strada che li avrebbe portati a valle, quando furono fermati da un paio di poliziotti che stavano risalendo la strada dalla carreggiata opposta. Si sarebbe potuto trattare del solito controllo di routine, ma i due poliziotti che erano lì di passaggio dovevano essere rimasti leggermente insospettiti dalle manovre insolite della nostra bagnarola. Il mio socio era riuscito ad assistere alla scena opportunamente nascosto dietro una nicchia formata da una roccia gigantesca lì nei pressi, a una distanza tale da poter comprendere a grandi linee il senso dei loro discorsi, fino ad un certo punto almeno, senza muovere un muscolo e senza emettere un fiato che lo potesse tradire.
Data la velocità sostenuta e i lievi sbandamenti provocati dalle condizioni precarie della nostra vettura, ai due poliziotti doveva essere sembrato che i tre ragazzacci se la stessero filando in atteggiamento sospetto. Avevano intimato loro di accostare a lato strada e li avevano assecondati andando a parcheggiare la loro volante lì accanto. Avevano fatti scendere successivamente gli usurpatori dalla nostra vettura, per poi interrogarli financo a torchiarli sui motivi del loro singolare comportamento che non poteva esser solo riconducibile alle condizioni precarie della nostra vettura, a tal punto che i tre ragazzacci arrivarono a confessare quella che presumevo una ricostruzione artefatta degli eventi per come si erano svolti. Afferrai le informazioni fornitemi dal mio socio che però non mi rivelarono chiaramente se la ragazza avesse preso qualche accordo con la polizia che mi potesse danneggiare.
In linea di massima il mio socio concordava con le considerazioni che feci sulla base della narrazione degli eventi ai quali lui stesso aveva assistito poco fa. Mi aveva così riassunti i loro discorsi da portarmi a credere che la ragazza accarezzasse l’idea di scaricare il barile su di me, anche se non avrei potuto sapere fino a quale misura. Di certo mi avrebbe insozzato meno dell’acqua piovana putrida contenuta nella tanica che il mio socio mi aveva scaricata addosso poco fa. Non mi sarei stupito per nulla se avessi saputo che la ragazza, la quale ritenevo particolarmente scaltra per quel che avevo potuto assistere in qualità di protagonista-capro espiatorio mio malgrado, avesse ideata preventivamente e precauzionalmente una ricostruzione dei misfatti infiorata dalle sue abili menzogne; una mistificazione in piena regola da poter esporre brillantemente, nel caso in cui i tre ragazzacci fossero stati beccati dalle forze dell’ordine sulla via di fuga, a beneficio per l’appunto di questi due poliziotti, come accadde nel tal caso appena descritto.
I due poliziotti avevano caricati allora i tre ragazzacci sui sedili posteriori della loro volante, per poi salire a monte, dove mi avevano trovato impalato. Dopo che uscirono dalla sua visuale, il mio socio previdente usò la giusta saggezza per non cedere alla tentazione di recuperare subito la vettura e raggiungerci lassù in alto. Si fece la salita a piedi e si incuneò nel bosco facendosi guidare dalla voce del poliziotto e del bambino che lo stavano cercando. Attaccò la cimice al copricapo indiano del marmocchio, assistette in parte a ciò che successe in seguito, per poi andarsene, prima del termine delle operazioni di cattura dei due poliziotti da parte del ricettatore. Era tornato correndo ad eclissarsi dietro la roccia, prima che la volante tornasse dalle sue parti, con più o meno gli stessi usurpatori che si erano impossessati della nostra bagnarola.
Il mio socio aveva perciò ideato un piano che prevedeva il mio contributo imprescindibile. Sollecitato da una mia gentile richiesta, si mostrò così cortese da mettermi a parte di quel che aveva escogitato. Prima o poi avrebbe dovuto dirmelo. Mi comunicò che dai discorsi captati attraverso l’auricolare all’interno del suo orecchio destro aveva compreso che i nostri antagonisti avrebbero provveduto a liberarsi dei due poliziotti facendoli precipitare con la loro volante da uno strapiombo.
Nel momento in cui me lo disse, il fatal orrido si trovava a qualche chilometro di distanza dalla nostra posizione itinerante. Saremmo dovuti arrivare lì prima che attuassero il loro crudele proposito. Aggiunse poi che la prosecuzione del piano sarebbe stata ideata a seconda dello scenario che ci saremmo trovati di fronte. Non ci sarebbe stata nessun’altra soluzione se non quella di improvvisare al momento, utilizzando gli elementi e i mezzi a nostra disposizione. Quali?
La strada che costeggiava il precipizio si dilungava serpeggiando a zig-zag attraverso i monti. Il mio socio mi informò che ad un certo punto avremmo trovato un piano in terra battuta, subito dopo una curva cieca, dalla parte opposta della strada. Il terrapieno fungeva spesso da parcheggio provvisorio per gli sparuti viaggiatori di passaggio in quel periodo dell’anno. La strada in alcune zone non era protetta dal guardrail, in particolar modo in alcuni punti dal lato del terrapieno che dava sull’orrido. Data l’assenza di una qualche barriera artificiale preventiva, era da lì che avrebbero gettata la volante della polizia con i loro legittimi occupanti compressi all’interno del bagagliaio posteriore. O forse li avrebbero rimessi sui sedili anteriori per assistere meglio allo spettacolo del quale sarebbero stati protagonisti indiscussi. Se ne sarebbero andati all’altro mondo accartocciati all’interno della loro volante e avvolti da una macabra ironia che li avrebbe fatti planare nel vuoto.
Il manto stradale che stavamo percorrendo si appoggiava poi, dalla nostra parte destra, alle scarpate dei pendii. A detta del mio socio, subito prima della curva vi si poteva individuare una rientranza artificiale nascosta da un lieve scarpata che offriva un buon appostamento per la nostra bagnarola. Il posto era abbastanza coperto da fare al caso nostro. Ci saremmo dovuti fermare subito prima della curva, diversi metri prima del terrapieno, sempre che non si fosse trovato già qualcuno proprio lì al posto nostro, ma in tal caso avremmo fatta la nostra parte per levarcelo dai piedi.
Era un luogo poco trafficato a quelle prime ore vespertine, per cui i nostri antagonisti avrebbero potuto compiere le loro malefatte con il minimo rischio che qualcuno si potesse incuriosire se li avesse ritenuti individui dall’aspetto losco. Inoltre, con il favore dell’oscurità che li avrebbe ammantati financo a confonderne i sembianti, avrebbero offerta alla vista di qualche eventuale impiccione solamente la loro sagoma indistinta, per poi dileguarsi nella notte tenebrosa.
Nel tal caso presumevo che avrebbero usate le accortezze necessarie per tutelarsi. Nel talaltro caso invece, qualora fossero stati beccati sul fatto da qualche individuo accorrente che avesse assistito alla catastrofe, si sarebbero dovuti industriare per escogitare l’ennesima mistificazione congegnata ad arte, della quale pareva ne fossero abili interpreti, avendomene offerto uno sgradevole assaggio in precedenza.
Si sarebbero dati all’improvvisazione dura e pura. Avrebbero potuto mostrarsi sconvolti per l’accaduto, facendolo passare per un incidente che aveva causata una tragedia della quale non ne conoscevano i motivi, essendo degli estranei capitati lì sul posto in quegli istanti; il che non li avrebbe allontanati dai sospetti, ma almeno per il momento avrebbe gettato un po’ di fumo negli occhi che potesse farli uscire provvisoriamente dai radar, per studiare eventuali mosse successive. Avrebbero dovuto per davvero mostrarsi convincenti sulla loro estraneità ai fatti al cospetto delle autorità, alle quali avrebbero dovuto confessare di essere stati solamente spettatori della tragedia occorsa; ma questo fardello lo avrebbero dovuto portare loro, io avevo già il mio a cui badare per il momento, che mi alitava sul collo incessantemente, essendosi privato su mia richiesta della maschera di Predator.
Poiché il mio socio era troppo impegnato ad ascoltare attraverso l’auricolare le conversazioni che si stavano svolgendo tra i nostri antagonisti, mi estraniai per qualche istante, facendomi trasportare con il pensiero dall’andamento della vettura. Ripensai a grandi linee a ciò che era successo finora, collegandolo alla presa di coscienza del fatto che poteva sussistere un rapporto tra il mio socio e la figlia del ricettatore. Non avevo la benché minima idea di come si configurasse in realtà. Era una novità per me. Si sarebbe potuto solamente trattare di una sua infatuazione non ricambiata, o magari esisteva davvero una corresponsione dei sentimenti del mio socio da parte della ragazza? Mah, avevo la netta sensazione che alla ragazza non sarebbe dispiaciuto fregare anche lui, scaltra com’era, qualora non fossi arrivato in tempo. Beh, per come erano andate le cose finora per lui, avrei potuto persuadermi che non gli era andata poi così male che gli avessi sparato. Ad ogni modo, doveva essersi fatto irretire in quel luogo per una qualche ragione di cui ignoravo la natura. Doveva averlo pure disarmato, quella sgualdrina, per non potersi difendere magari dall’arrivo del padre ricettatore. Ovviamente non gli avrebbe potuto cavare di dosso il giubbotto antiproiettile. Avrebbe dovuto approfondire la questione in tal caso, e non so mica se fosse nelle sue intenzioni.
“Il Satiro è appena uscito dal supermercato!”, sbottò all’improvviso, facendomi sobbalzare sul sedile del guidatore. Agitava la pistola freneticamente per rendere più efficace il suo concetto. Ancora quel nome! L’informazione comunicatami dal mio socio si proponeva di predispormi ad affrontare risolutamente qualsiasi eventualità. Dovevo mostrarmi pronto all’azione. Era giunto il momento che prendessi piena coscienza del mio ruolo e mi preparassi al peggio.
“Lo stanno caricando e si stanno dirigendo verso il posto che ti ho detto. Sono lungo la strada a qualche chilometro da noi, aumenta il passo e rimani vigile!”, mi preallertò con voce profonda e inquietante, cadenzando le parole per mostrarsi ancora più lugubre, anche senza la sua maschera grifagna.
Il mio socio mi riferì le informazioni ambientali che aveva catturate attraverso il suo auricolare su dove si trovassero esattamente i nostri antagonisti e su questa scorta regolammo la nostra velocità per mantenerci a distanza di sicurezza. Non avremmo voluto incorrere di certo in qualche sorpresa sgradita, giunti a questo punto. Cercavamo di procedere più o meno alla stessa velocità. Saremmo arrivati qualche minuto dopo e avremmo avuto il tempo sufficiente per organizzare le nostre prossime mosse, opportunamente protetti dalla scarpata all’altezza del nostro appostamento, presso il quale avremmo posteggiato la nostra bagnarola. Ci saremmo trovati a qualche chilometro di distanza dal primo centro abitato, per cui non avremmo neppure corso il rischio di avere occhi curiosi di qualche residente del luogo puntati addosso.
Più ci avvicinavamo alla meta più il desiderio che tutto filasse per il verso giusto si infiammava ardentemente. Era stata una giornata di merda finora, senza mezzi termini, nessuno avrebbe potuto obiettare, per cui temevo che l’ennesima stortura potesse essermi fatale. Sussisteva il forte rischio che finissimo male tutti assieme, o forse solo loro, o forse solo noi, o forse solo io. Finora al mio socio era andata piuttosto bene, in fin dei conti, benché gli avessi sparato di proposito per vendetta. La fortuna lo avrebbe assistito anche stavolta, prendendo persino me sotto la sua ala protettiva? Mancava poco e l’avrei saputo di certo.
Il mio socio mi avvisò che alla prossima curva sarebbe comparso ad una distanza di qualche centinaio di metri di nastro stradale quasi rettilineo il nostro appostamento ricavato dalla scarpata. Sempre secondo il mio socio, i nostri antagonisti dovevano esser arrivati qualche minuto prima di noi. Era impossibile che avessero attuato il loro proposito senza definire gli ultimi dettagli. Il mio socio, infatti, mi confermò che avevano preso a parlare animatamente su come condurre la faccenda.
Non avendo vetture prossime a noi che ci seguivano, mi intimò di rallentare un po’ l’andatura. La luminaria stradale ci avrebbe aiutato a trovare il nostro appostamento. Tuttavia, era meglio se continuavamo a mantenerci circospetti al fine di evitare qualche sorpresa indesiderata. Se non avessimo individuato il luogo esatto, avremmo corso il rischio di farci scoprire.
Parcheggiammo nel luogo indicato dal mio socio, che uscì per primo, seguitando a puntarmi la pistola contro. Ormai avrei potuto affezionarmici a quello strumento di disperazione, se non avesse reclamata la mia di disperazione in modo così pervicace. Ad ogni modo, ad una sua indicazione, uscii a mia volta dalla vettura scalcagnata, mentre la canna della sua pistola continuava ad osservarmi dal suo antro famelico, desideroso di una riparazione definitiva.
Aderimmo alla scarpata con i nostri corpi protetti dal favore delle tenebre incipienti. Mi ordinò di accucciarmi, mentre lui sarebbe rimasto in piedi. Apprezzavo come fossimo tenuti al riparo dalle emanazioni di luce che colpivano diverse porzioni della strada che ci affiancava. La curva cieca che nascondeva il nostro appostamento ci offriva l’opportunità di assistere alla scena che si stava svolgendo senza essere notati. L’oscurità che si stava infittendo non ci dava l’agio però di identificare precisamente le persone che componevano quella rappresentazione. Le luminarie si fermavano alla nostra altezza per poi riprendere più avanti. La loro zona era totalmente immersa nell’oscurità. Tuttavia, confidavo che, con un certo sforzo, saremmo riusciti a identificare i nostri antagonisti dalle relative sagome che si stagliavano nel cielo velato dal lucore soffuso di quelle serate autunnali. La loro presenza, perciò, ci avrebbe rivelate quali sarebbero state le loro intenzioni, sulle quali ci saremmo basati per trovare una contromisura efficace per prevenirle.
La scena che si svolgeva davanti ai nostri occhi velati dall’oscurità ci mostrava gli atteggiamenti dei suoi componenti in quegli istanti precisi. Da quel che vedevo, la volante della polizia era stata parcheggiata con il muso verso il precipizio, a qualche metro di distanza di sicurezza, in una zona piana. Intravidi le sagome dei due tirapiedi ancora costretti a rimanere all’interno del mezzo. I due ragazzacci si agitavano ai loro posti con le mani congiunte. Doveva esserci anche una seconda coppia all’interno della vettura, quella dei due poliziotti, i quali, coscienti o incoscienti che fossero, dovevano ancora trovarsi chiusi all’interno del baule posteriore. All’esterno invece stazionavano due persone. Anche quest’ultima coppia era particolarmente agitata. Trovandosi in piedi alla sinistra della vettura, benché ci separasse un centinaio di metri di distanza, avremmo potuti osservare i due individui in tutta la loro figura intera, non essendo nascosti ai nostri occhi dalla volante. Non incontrammo difficoltà difatti a riconoscerli dalla complessione come il padre ricettatore e la figlia sgualdrina; opinione mia questa, che avrei dovuta tenere per me, ovviamente.
Notavo come il ricettatore avesse ancora addosso la maschera del Dio Cervo. Li stavamo osservando come sagome, interpretabili nell’oscurità serale, che si slanciano in un movimento articolare senza soluzione di continuità che rimanda ad un’eloquente gestualità teatrale. Sembrava stessero inscenando una classica litigata tra padre e figlia, che però mi sarei ingannato a credere fasulla.
La ragazza agitava le mani ancora ammanettate come un’indemoniata in direzione del finestrino posteriore accanto a lei. Dal di dentro i due ragazzacci si agitavano cercando di forzare gli sportelli per poter uscire. Era chiaro allora come le intenzioni della ragazza fossero quelle di salvare la vita dei due fedelissimi che erano stati tenuti seduti sul sedile posteriore assieme a lei, ma che continuavano a rimanervi, a differenza sua. Il padre ricettatore invece pareva non esser d’accordo con i nobili propositi salvifici della figlia e, con la sua gestualità fin troppo eloquente che non ci era difficile interpretare, cercava di far prevalere le sue ragioni. Era chiaro che le intenzioni del padre erano opposte a quelle della figlia.
Gli echi delle sue lamentazioni giungevano attenuati fino a noi, per cui senza l’auricolare del mio socio non avremmo potuti conoscere i particolari della loro animata discussione, che pareva assumere i connotati di un vivacissimo alterco. Tuttavia, la cimice era stata attaccata al copricapo indiano del bambino, del quale non eravamo riusciti a scorgere la sagoma. Immaginavo che, essendosi assiso sul sedile anteriore del passeggero, si trovasse ora all’esterno, in piedi e accanto alla parte destra della volante. Era arguibile che data la sua altezza fosse coperto dalla vettura a tal punto da non permetterci di inquadrarlo financo all’interno della nostra visuale panoramica.
“Merda, dove si sarà andato a ficcare quel maledetto! Dev’essersi allontanato, sta parlando tra sé e sé, e sento un brusio indistinto, cosa si stanno dicendo quei due!? Se le mette le mani addosso, ti giuro che non la passa liscia!”, tuonò irritato il mio socio, da sopra la mia testa sottomessa.
“Intendi che il bambino si è allontanato da qualche parte?”, domandai con una voce che voleva mantenersi calma, continuando a guardare di fronte a me, particolarmente concentrato sulle loro mosse e interessato alla nuova situazione in perpetua evoluzione che avrebbe potuto determinare il mio destino al termine di quella giornata assurda.
“Quale bambino?”, replicò, perplesso.
“Quello con il copricapo indiano a cui hai attaccato la cimice…Ovviamente…”, puntualizzai di rimando, voltandomi verso l’alto per guardarlo, con sguardo ugualmente perplesso.
Incrociai il suo sguardo e notai come le sue labbra si fossero aperte in un sorriso sardonicamente inquietante, ma anche un po’ divertito. Una risata lugubre sarebbe seguita di sicuro in altri contesti o circostanze che ci dessero la libertà di poter esprimere incondizionatamente la nostra inquietante esuberanza. In questo caso, invece, lo ritenevo consapevole dell’errore che avrebbe commesso se i decibel emessi dalla sua voce fossero stati così elevati da divenire pericolosamente avvertibili dall’udito specializzato dei nostri antagonisti. Ad ogni modo, per qualche attimo ci dimenticammo della scena alla quale stavamo assistendo.
“Ma quello non è un bambino, cioè, è un adolescente-bambino, uno di quelli a cui si è bloccata la crescita, sia fisica sia psicologica, un apolide abitante del mondo, con la faccia da eterno bambino, dovrebbe avere in realtà qualche anno in più di quelli che dimostra, con una mente progredita, sagacemente diabolica! E tu pensavi che fosse un semplice bambino??? Lui è il Satiro!”, espose la sua spiegazione con evidente trasporto e focosa enfasi per il coinvolgimento emotivo del quale pareva compreso.
Mi scrutò con sguardo sconcertato e compassionevole, del tipo: ‘ma come fai a non saperlo? Tutti lo sanno! Poverino!’, rivoltomi scuotendo mestamente la testa; ma allo stesso tempo la sua espressione mi stava a significare che non gli sarebbe dispiaciuto che avessi manifestato un comprensibile stupore per il ritratto di questo personaggio singolare che mi aveva appena descritto così pittorescamente.
Impietosamente il mio socio aveva messo in luce il mio scarso spirito di osservazione, oltreché la mia insipienza su questioni risapute. Che ci potevo fare? Le fattezze del bambino che fu per me mi erano parse a prima vista inequivocabili e per giunta non mi era più capitato di riconsiderarle successivamente. Doveva essersi allontanato da qualche parte allora. Rivolto nuovamente lo sguardo alla scena, avremmo potuto cercarlo con gli occhi il Satiro, se si fosse imboscato da qualche parte, ma preferimmo tornare a rinnovare la nostra attenzione alla discussione animata tra padre e figlia che continuava a protrarsi e che appena tornammo a metterci gli occhi sopra sembrava essersi trasformata in un alterco dalle caratteristiche allarmanti. Parevano lì per lì dall’azzuffarsi.
Il mio socio cominciò a montare una tale rabbia che lo portò a ideare un piano folle, condizionato dalla collera che stava provando per il padre, il quale di certo, di lì a poco, avrebbe messo le mani addosso alla figlia. Avevamo, o meglio, aveva parlato di escogitare un buon piano a seconda di che scena ci si sarebbe presentata a prima vista o di quale piega avrebbe presa la situazione con noi presenti, come in tal caso.
Il piano che congegnò e al quale mi obbligò a prendere parte attiva, non mi sembrava per niente buono e rischiava di diventare una sparatoria da far west. In pratica, mi avrebbe obbligato a prendere la nostra bagnarola per andarmi a schiantare addosso alla volante della polizia, quanto bastava per proiettarla nel precipizio e liberarci così delle quattro persone al suo interno, come del resto pareva voler fare il nostro antagonista ricettatore, mentre lui avrebbe seguito la mia scia, provenendo da dietro, di corsa, con le sue gambe svelte e ben allenate, a detta sua. Sicuro dell’effetto sorpresa e del favore delle tenebre, avrebbe sparato al padre ricettatore e l’avrebbe fatto secco, sottraendo così la figlia alle sue grinfie. Avrebbe voluto che andasse proprio così il piano che aveva “ideato”. A livello ottimistico, non ero convinto della sua riuscita, così come se la prospettava.
Obiettai che non mi sarei prestato volentieri a questo compito ingrato. E se non fossi riuscito a buttarmi giù dall’auto prima dell’impatto? Perché questo è quello che avrei dovuto fare in definitiva, per aver una minima speranza di salvarmi la vita. Evoluzioni del genere le fanno solo gli stuntmen ed io non lo ero. Tutt’al più che avevo ancora il corpo ricoperto di abrasioni. Il dolore si stava affievolendo gradatamente, anche al di sotto della ruvida stoffa della salopette, e non avrei desiderato perciò che tornasse a tormentarmi. Tuttavia, la pistola puntatami addosso continuava a non darmi altra scelta. Aveva portato con sé addirittura un silenziatore che sarebbe servito a mantenerci prudentemente al sicuro da qualche curioso, richiamato eventualmente dalla detonazione roboante dello sparo. In quel momento l’aveva tirato fuori dalla tasca e lo stava avvitando lentamente, con l’espressione soddisfatta di chi si sta pregustando il momento cruciale in cui il destino di tutti si sarebbe compiuto. La precisa cura delle operazioni di montaggio mi fece venire in mente che nel bosco non avevo riflettuto bene davanti all’eventualità di esser beccato per via della detonazione della pistola con cui avevo sparato. In qualche modo ero stato fortunato, poiché lo sparo non aveva richiamato curiosi.
Ciò che mi lasciava perplesso era l’incertezza di una effettiva riuscita del piano a partire dall’impatto. Non ero poi così sicuro che l’impatto avrebbe scaraventato la volante nell’orrido. E se avessero azionato il freno a mano? Il mio socio mi persuase che l’energia cinetica sviluppata dalla mia automobile in corsa sarebbe bastata a far proiettare la volante nel precipizio, anche con il freno a mano innestato. Lo osservai con sguardo leggermente indagatore per capire se avesse cognizione di ciò di cui stava parlando, ma non ricevetti soddisfazione, poiché il mio socio sviò il suo di sguardo per un attimo, forse preoccupato di lasciar tradire un’eventuale insipienza, ma la pistola, quella sì, invece, me la teneva puntata sempre addosso.
Del resto, che gliene fregava che finissi male? Aveva solo bisogno che gli facessi da avanguardia, da diversivo, per potersi vendicare del ricettatore e conquistare finalmente il cuore della sua bella, sperando di essere ricambiato del sentimento che nutriva per lei. La nostra situazione scabrosa non pareva risolta, il mio socio non mi aveva ancora perdonato per l’affronto che gli avevo mosso contro. Seguitava a tenermi quella stramaledettissima pistola puntata addosso. Mi portò con qualche spintone a rientrare dentro l’abitacolo del guidatore e mi intimò di attendere un suo ordine preciso per passare all’azione. Mi avvertì di non provare a scappare, quando sarebbe giunto il momento topico e solenne. Mi avrebbe sorvegliato da dietro, pur essendo appiedato, e non ci avrebbe pensato due volte a spararmi, se avesse notato qualche scarto sospetto della nostra bagnarola, che speravo non mi avrebbe tradito nell’attuazione del nostro folle piano.
Entrai di nuovo dentro l’abitacolo con il mio socio che rimaneva all’esterno della vettura. Mentre così mi parlava dal finestrino, cercando di spaventarmi per dissuadermi da una mia eventuale fuga, avvertimmo un urlo di dolore in lontananza. Voltandoci verso la scena a lato della strada ci accorgemmo che la ragazza era accasciata a terra. Con una mano si teneva piantata al suolo per evitare di crollare di peso, mentre con l’altra si accarezzava una guancia con ripetuti passaggi ritmati del palmo. Il padre frattanto era rientrato nell’abitacolo e con la portiera aperta stava spingendo in avanti la volante per portarla proprio a ridosso del bordo del precipizio. Il mio socio capì al volo e mi sventolò la pistola a un soffio dal naso attraverso il finestrino, digrignando i denti al mio indirizzo. Era davvero giunto il momento di passare all’azione.
“Vai! Muoviti!”, ruggì e allungò il braccio verso la scena incriminata.
Misi in moto con le mani che tremavano per la fretta che mi aveva indotta attraverso la sua furibonda agitazione.
“Aspetta!”, mi fermò di colpo, dopo che avevo avviato il motore girando la chiave. Aprì la portiera posteriore ed estrasse la maschera di Predator che si riaccomodò addosso con movimenti studiati perché aderisse perfettamente, “Ecco, ora puoi andare!”, sentenziò, e con un gesto esplicito del braccio mi congedò definitivamente.
Realizzai allora che il mio destino si stava per compiere, forse definitivamente, forse provvisoriamente.
