Lo scioglimento

“Bella maschera!”, bofonchiò la figlia del ricettatore con ancora la canna della pistola infilata in bocca. Non pareva per nulla turbata da questo nuovo sviluppo inaspettato. O per lo meno avrei potuto considerare questa esclamazione quale esternazione venutale in mente di botto per scongiurare che riafferrassi la stessa risoluzione appena abbracciata per soffocare il mio socio in una spirale impalpabile di cordite mortifera. Manteneva una calma che avrei fatto difficoltà a definire apparente tanto sembrava permearla interamente un’aura di autentica imperturbabilità. Era forse sua intenzione muovermi a compassione attraverso un apprezzamento amichevole che allentasse la tensione del momento? Era forse azzardato presumere che ostentasse una certa sicurezza nel ritenere che l’avrei risparmiata a differenza del mio socio?

Il mio socio era per l’appunto lì accanto, spirato, disteso in un’innaturale posizione prona. Nessuna esitazione nel freddarlo. Non mi ero fatto alcuno scrupolo di coscienza che potesse impedire al mio socio di accompagnarsi nella morte al fu-ricettatore. Durante il tragitto mi ero promesso e ripromesso che avrei agito a seconda del primo pensiero che mi fosse venuto in mente nel preciso istante in cui l’avessi visto. La pistola che avevo saldamente nella mia mano destra aveva cominciato a sollevarsi automaticamente appena inquadrato il mio socio nel mio campo visivo. Avevo ricavato un pertugio tra l’intrico dei rami mentre rimanevo opportunamente nascosto inframmezzo alla vegetazione. Avevo sparato confidando in una mira decente e il risultato fu al di sopra delle aspettative. A mio bell’agio avevo potuto constatare come fosse accorsa a sostenermi la fortuna del semi-principiante nell’accoppare il mio socio al primo colpo. Neppure il tempo di congratularmi con me stesso per il successo al primo colpo che dovetti preoccuparmi subito della ragazza che aveva preso a scendere in fretta e furia dall’albero.

Uscendo maestosamente dall’intrico della vegetazione che fino ad allora mi aveva tenuto nascosto le avevo palesato la mia presenza nelle vesti di novello “deus ex machina” di una tragedia di tutti i giorni; o meglio nelle vesti di un essere umano d’oggigiorno che indossa una maschera divina convenientemente selezionata per aderire ancor di più al personaggio e al suo ruolo risolutivo. Il “Dio Cervo della Principessa Mononoke” mi aveva accompagnato nelle mie precedenti peripezie delinquenziali con eccellenti risultati. La maschera in questione sarebbe servita ancora per occultare le mie sembianze e modificare la mia voce.

A conti fatti sarebbe stata ovvia conseguenza che mi sbarazzassi anche della figlia del ricettatore quale testimone della concatenazione di eventi che aveva condotto a questa fase di stallo con la canna della pistola che sembrava un fallo nella sua bocca. La ragazza doveva essere consapevole che non vi sarebbe stata alcuna alternativa a questo tristo epilogo. Eppure, l’espressione disegnatale in volto non mi suggeriva che stesse profetizzando eventuali decisioni perentorie che avrei prese in merito al suo destino inclemente. Giocoforza le avrei dovute prendere nonostante fossi mascherato all’occorrenza. Sparare e scappare; non esistevano vie di fuga alternative. Sparare e scappare? Presi a ripetermi questa coppia di verbi come una cantilena finché non trovai un altro verbo che potesse accoppiarsi in questo menage di verbi e che aveva una qualche assonanza con l’ultimo di essi.

Sin prima di colpire avevo pensato che l’avrei potuta legare ad un albero nel caso si fosse ripresa dalla mia prima aggressione. Era chiaro che in previsione di sviluppi incerti dovevo assicurare a me stesso che questa fosse l’unica misura precauzionale affinché non sfuggisse (esclusa la morte). Poi avrei pensato sul da farsi; il “da farsi” come ciò su cui riflettere coscienziosamente per prendere decisioni giuste. Ora che il momento era giunto non mi sarei potuto esimere dal prendere la decisione che reputavo giusta.

L’idea che mi insinuò il verbo la cui assonanza con “scappare” era agevolmente intuibile pose in secondo piano qualsiasi altra idea potessi concepire in alternativa. Concedermi una sveltina sarebbe stato un peccato veniale considerate le vette estreme alle quali ero pervenuto sinora. Il ricordo dell’esperienza vissuta nell’atto di uccidere avrebbe dissipato qualsiasi remora al confronto mi fosse capitato di provare davanti a questioni di minore entità. Non si sarebbe dato trattarsi di stupro poiché l’argomento solido che avevo nella mia mano destra l’avrebbe trovata di sicuro consenziente.

Le tirai fuori la canna della pistola dalla bocca. Le intimai di spogliarsi senza preoccuparmi d’altro che fosse d’attorno. Avevo il mio socio lì nei pressi assieme alla valigetta con la refurtiva a poca distanza. Sentivo di avere il pieno controllo della situazione; sentivo che se avessi fatto in fretta me ne sarei potuto andare con la valigetta della refurtiva così rocambolescamente recuperata dalle grinfie del mio socio infedele. Qualche minuto di piacere gaudente e me ne sarei andato. Avrei atteso che si spogliasse e l’avrei legata… Legata?!

Eh già, non so per quale motivo avessi potuto pensare di legarla, quando un qualcosa con cui poterlo fare non si individuava nei paraggi. Non ci fu bisogno ad ogni modo di attendere che muovesse muscolo per spogliarsi. Non vi si era adoperata ed i muscoli li aveva solo mossi per incrociare le braccia. Un atteggiamento di sfida mi comunicava che non si sarebbe piegata di buon grado al mio volere, nemmeno nel caso in cui avessi sostenuto con più fervore l’argomento solido che avevo in mano.

“Non ci penso nemmeno!”, proruppe perentoria. Sosteneva impassibile il mio sguardo, sebbene la maschera alquanto bizzarra che avevo indosso le potesse ispirare ben altre espressioni che mettessero a dura prova il suo contegno.

Le avrei voluto spiegare la situazione in cui si trovava in quel momento, ma la retorica sarebbe stata superflua dacché ero certo del fatto che il mio interlocutore sapesse esattamente di trovarsi in posizione ampiamente svantaggiata. La sua stupefacente spavalderia non poteva che essere spiegata se non dall’esistenza o dall’elaborazione di qualche contromisura che potesse venirle in soccorso.

Ciò che sconcertava è che non poteva non credere che non mi sarei fatto problemi ad ammazzarla. Non me ne ero fatti con il mio socio e neppure per il presunto padre avevo provato rimorso per aver provocata una morte accidentale. Per un istante mi sovvenne quanto la ragazza non avesse menzionato il padre nemmeno una volta. Nella mia mano destra stringevo la pistola di quello che fin prima reputavo padre e che invece in quel momento non ero poi così sicuro lo fosse. La ragazza doveva essersi accorta dell’appartenenza della pistola. Poteva aver sentito pure lo sparo in lontananza. Eppure, non sembrava dolersene. Non sembrava essere dispiaciuta per il presentimento fondato che al padre fosse successo qualcosa di male. Poteva benissimo darsi che non le dispiacesse affatto. Poteva benissimo darsi che indossasse anche lei una maschera ma di una freddezza glaciale tanto da escludere l’evenienza che trapelasse alcunché di sentimentale. O semplicemente poteva benissimo darsi che non fosse sua figlia come all’inizio avevo pensato. La depravazione pareva averla vinta nella mente del fu-ricettatore. Non ero però così sicuro l’avesse tradotta in atto.

Cambiai strategia. Le chiesi dove fosse il denaro pattuito per lo scambio. Sorprendentemente mi rispose di averlo con sé e si trovava proprio lì girato l’angolo.

L’albero sul quale poco prima era appollaiata quella che pareva non essere più la figlia del ricettatore aveva un tronco dall’ampia circonferenza nonché svettante ad altezza notevole per promanare i suoi rami che si irradiavano in diverse direzioni centrifughe e che avevano impedito ad altri alberi di crescervi a ridosso così da formarvi una piccola radura tutt’attorno. L’albero era talmente imponente che non mi ero accorto fin dapprima di ciò che vi era dietro e che copriva il mio campo visivo.

La seguii tenendola sempre sotto tiro. Dalla parte opposta l’albero presentava una cavità ed all’interno vi era una valigetta. La invitai a tirarla fuori e ad aprirla. All’interno vi era il denaro pattuito che sarebbe servito per lo scambio. Non avevo tempo e nemmeno voglia per mettermi a contare il denaro, tutt’al più che non sarebbe stato necessario dal momento che me ne sarei andato via con entrambe le valigette.

Le intimai di chiudere la valigetta dopo essermi rapidamente sincerato del suo contenuto. Con la mano sinistra le feci cenno di passarmela senza fare storie. Non ne fece e me la allungò tranquillamente. Mentre così veniva effettuato il passaggio di proprietà mi avvidi di una corda legata ad un ramo che fuoriusciva a più di due metri di altezza da terra. Presumibilmente doveva essere stata usata dalla ragazza per facilitarsi la salita nell’atto di arrampicarsi. Se non avessi visto la corda legata al ramo quasi sopra alla mia testa molto probabilmente avrei ucciso la ragazza a bruciapelo. Se prima mi aveva opposto un rifiuto reciso, adesso che potevo vantare una corda con la quale legarla ben stretta al tronco dell’albero, l’avrei costretta a soddisfare i miei desideri carnali con la forza.

Ponderai che mi sarebbero servite entrambe le mani per legarla al tronco dell’albero, perché di fatto non si sarebbe legata da sé, sarebbe stato disagevole e, poiché obbligata, l’avrebbe fatto malvolentieri. Inoltre, valutando a spanne la lunghezza della corda arrivai a concludere che non sarebbe stata sufficiente. Avrei potuto servirmi della corda per legarla in altro modo, ad esempio ai polsi o attraverso incaprettamento, così poi da farla penzolare da terra appesa ad uno dei rami più robusti. Mi sarei potuto arrangiare con una sola mano anche se non ero poi così sicuro di farcela. Non avevo altre opzioni possibili se non la morte della mia preda, la quale opzione ultima avrebbe offerta la via più semplice da percorrere, il sentiero ipotetico ed immaginario prima di quello reale e calpestabile.

Le esternai quanto avessi bisogno della sua collaborazione nel caso in cui volesse che le risparmiassi la vita. Sapevo di poter contare sulla sua volenterosa cooperazione; non avrebbe potuto oppormi un rifiuto anche stavolta. Tuttavia, mentre mi auguravo che accettasse la mia proposta, mi si accese una lampadina alimentata dal ricordo dell’incoscienza pregressa. Il ricordo dello svenimento causatomi dal mio socio fedifrago sollecitò che ricorressi all’espediente del tramortimento (ma questa volta nelle vesti di aguzzino) per cautelarmi al fine di evitare che la ragazza potesse opporre resistenza e giocarmi qualche brutto scherzo.

Mi risolsi quindi di non darle il tempo di accettare la mia proposta (ammesso che davvero ne avesse avuta l’intenzione) e decisi di arrangiarmi da me con le risorse a mia disposizione. Sollevai la pistola sopra la mia testa brandendola in maniera tale da volerla calare sulla testa della ragazza dalla parte del calcio. Speravo che l’avrei stordita al primo colpo. Mi volli preoccupare di agire in fretta per non darle la possibilità di abbozzare una consona difesa, ma ahimè non fui in grado di portare la mia opera a compimento. Con ancora la mano sollevata in alto e determinata a calare sulla sua testa, mi capitò di riassaggiare la sensazione dolorosa avuta pochi minuti prima e che mi aveva fatto vacillare facendomi perdere la bussola per pochi istanti, gli stessi che servirono alla ragazza per disarmarmi e scambiare così i nostri ruoli.

Mi riebbi strofinandomi la tempia ancora percorsa da leggere fitte di dolore e feci per spianare un’arma che non avevo più saldamente in mano. Rimisi a fuoco la scena attorno a me e la vidi empita dalla ragazza con la pistola che fin prima si trovava in mano mia e che adesso si trovava in mano sua e da due nuovi personaggi che ricordai vagamente di aver visto poc’anzi negli stessi panni di ragazzotti che giocavano a frisbee in un’ampia radura poco distante. Istintivamente feci per sondare con lo sguardo lo spiazzo tutt’intorno a me a livello del terreno e vidi a pochi passi il frisbee con il quale avevo colpita la ragazza e che ricordavo di aver seguito con lo sguardo andarsi ad infilare in mezzo alla vegetazione proseguendo la sua traiettoria sbilenca. Ci misi un istante infinitesimale per realizzare che avrei dovuto fronteggiare inerme una nuova combutta che ora come ora metteva in scena per il mio sommo dispiacere questi tre personaggi in un menage a trois dalle risultanze delinquenziali.

Erano stati rapidi e silenziosi ed efficienti come degli shinobi questi ragazzotti, i quali adesso avrei potuti definire ragazzacci, o forse ero io che soggiogato dall’eccitazione mi ero straniato da qualsiasi fenomeno circostante? Non era escluso che la ragazza avesse assecondati i loro movimenti ed i relativi suoni prodotti mascherandoli con qualche sua esternazione formulata e modulata alla bisogna. Mi avevano incastrato.

A rincarare la dose venni umiliato da una collettiva risata sardonica elevata all’unisono. Le tre figure incombevano su di me irridendomi per la mia dabbenaggine. La ragazza mi fissava con sguardo di compatimento. La sonora risata che avevano lasciato risuonare nell’aere per un tempo abbastanza lungo si era trasformata in un sorriso dileggiante che vedevo distintamente aleggiare tra le labbra della ragazza e che pareva dotarsi di sottintesi che sicuramente si ricollegavano a qualche punizione che avrei dovuto subire.

Sbeffeggiandomi con ironia sprezzante la ragazza mi intimò di spogliarmi, appropriandosi e riproponendo e quasi scimmiottando la baldanza con cui mi ero condotto nei suoi confronti fino a pochi istanti prima. Se non lo avessi fatto mi avrebbe sparato di sicuro. Considerai preferibile non opporre resistenza. Non era il caso che mi arrischiassi affrontando a parole la sua solida determinazione. Fui perciò costretto a fare ciò che mi aveva ordinato. I due ragazzacci intanto avevano recuperate entrambe le valigette e le si erano messi ai lati facendole da ali. Ognuno di loro aveva una valigetta che teneva ben stretta nella sua mano esterna.

Mi spogliai con tutta calma. Non sollecitarono che accelerassi le operazioni. Nel momento in cui feci per togliermi la maschera che seguitavo a tenere addosso la ragazza mi disse che non era necessario che mi togliessi anche quella. Non era animata dalla curiosità di guardarmi in faccia.

Venni umiliato e vilipeso nella mia dignità di uomo. Venni addirittura legato a mo’ di incaprettamento e fui trascinato attraverso il bosco nel mio costume adamitico ma con ancora indosso la maschera del Dio Cervo, la quale almeno mi conferiva una certa regalità in una misura però solamente consolatoria. Il mio corpo trascinato a contatto del terreno veniva martoriato dal dolore che si concentrava in particolar modo nelle parti delicate all’altezza dell’inguine. Soffrivo intensamente senza soluzione di continuità. Cercavo un placido rifugio d’incoscienza per sfuggire al tormento inesauribile, ma la cruda realtà mi si rivelava nella sua consueta e spietata forma. Cercavo di anestetizzare il dolore insopportabile, ma senza raccogliere alcun risultato proficuo se non quello nefasto di esiliarmi nella scansione di un tempo il cui termine non riuscivo a percepire.

Un tempo che il dolore aveva dilatato spropositatamente sembrandomi eterno giunse finalmente alla sua cessazione nel momento in cui raggiungemmo il crocevia nei pressi del quale si trovava il casolare dove ci eravamo dati convegno subito dopo la rapina. Lo si poteva considerare quale ultimo caseggiato prima di addentrarsi nel bosco. L’automobile con la quale eravamo giunti rimaneva parcheggiata lì accanto.

Il mio corpo era ricoperto di abrasioni sanguinolente. Dall’espressione disegnatale in volto la ragazza sembrava esser paga di essersi assicurata un’ulteriore ricompensa in forma di vendetta perpetrata ai miei danni. Continuava a sorridere e canticchiare con somma soddisfazione personale. Anche i due ragazzacci che parevano farle da accompagnatori nonché guardie del corpo parteciparono al suo entusiasmo.

Mi legarono al palo di sostegno della segnaletica dei sentieri di montagna che stava infissa al crocicchio presso il quale ci eravamo fermati. Venni legato come un salame stante in piedi. Seguivo con il corpo eretto l’andamento del palo di sostegno. A me che rimanevo ignudo non fu data la possibilità di vestirmi. Avrei smesso volentieri il mio costume adamitico per indossarne uno vero e proprio. Avanzai questa richiesta se non altro per una questione di mera decenza. Ero stato sconfitto su tutti i fronti e mi era stato tolto il maltolto da sotto il naso. Ora che avevano ottenuto ciò che desideravano, avrebbero potuto soddisfare la mia legittima richiesta di recuperare almeno la mia pudicizia.

La ragazza fu l’unica ad essere mossa a compassione. Mi infilò il frisbee tra le spire della corda che mi avvinghiava, allentandola quel poco per coprirmi le parti basse. Una lodevole concessione che mi riconsegnava una piccola parte di quella dignità che nella sua interezza era andata irrimediabilmente perduta. Mi sovvenne un desiderio subitaneo di sputarle in faccia; l’avrei fatto di sicuro se non avessi avuto ancora la maschera addosso.

La vidi andare via sculettando e ancheggiando con movimenti inequivocabilmente ostentati di proposito per farmi irritare maggiormente. Raggiunse i suoi ragazzacci agitando le braccia. Le allargò con apertura alare massima per abbracciarli con spensierato trasporto. In una mano faceva ciondolare le chiavi dell’automobile che ci aveva portato sin qui. Ora avrebbe avuto un nuovo proprietario.

I due ragazzacci replicarono con un sorriso a trentadue denti mentre facevano oscillare a loro volta le due valigette recuperate. Coprirono la distanza che li separava dall’automobile con la ragazza che in mezzo a loro avvolgeva i loro colli con le sue braccia avvicinandoli a sé come se fosse un segnale che rafforzasse la loro intima complicità. Trattavasi in sostanza di un menage a trois la cui missione non era chiaro fin dove si potesse estendere. Salirono all’interno dell’automobile e misero in moto e se ne andarono difilato. Condussi il mio sguardo attraverso la serpentina di viabilità che stavano percorrendo finché una sporgenza rocciosa non me li nascose definitivamente alla vista. Rimasi solo ancora per poco.

Finché non vidi un bambino in età da scuola elementare in sella ad una bicicletta scendere la strada asfaltata che portava al crocicchio. Era vestito e pitturato in viso nella foggia di un indiano d’America ed in mano teneva un arco giocattolo assieme ad una faretra piena di frecce anch’essa giocattolo sulle spalle. Mi vide legato al sostegno della segnaletica e si fermò accanto. Mi squadrò con sguardo perplesso. Incuriosito mi chiese per quale motivo fossi legato. Mentre gli rispondevo che avrei soddisfatta la sua curiosità se solo mi avesse slegato, osservavo come si stesse soffermando con autentica meraviglia infantile sulla maschera del Dio Cervo. Mi comunicò furbescamente che mi avrebbe slegato se solo gli avessi regalata la suddetta maschera. L’istinto infantile dell’accaparramento aveva risvegliata la sua latente bramosia. Non mi sarei privato della mia maschera, se non per un legame affettivo, almeno per una questione di sicurezza personale. Non mi sarei potuto arrischiare di essere identificato nemmeno trattandosi di un bambino quale testimone. Opposi un rifiuto che fu interpretato dal bambino come un’offesa personale, essendo lui così sicuro del buon esito della transazione. Si piantò impettito con i piedi a terra e la bicicletta tra le sue gambe. Sollevò l’arco e sfilò una freccia dalla faretra dietro la schiena. Incoccò la freccia pronto a scoccarla. Una grossa ventosa era attaccata alla sua estremità.

Il bambino scoccò la freccia la cui estremità a ventosa andò ad applicarsi al frisbee in mezzo alle mie gambe. Si riprese la freccia con attaccato il frisbee e si dileguò sorridendo pestifero attraverso il sentiero di montagna che avevamo percorso per arrivare al casolare ai piedi del bosco.