Tempistiche avverse (prima parte)

Ero quasi interamente immerso nell’acqua ricca di sali minerali di una vasca termale. Mi stavano assecondando tutt’attorno altre persone che erano solite servirsi di questo ampio catino. Le braccia allungate seguivano il bordo sul quale erano mollemente adagiate. Mi stavo facendo cullare dai morbidi effluvi che dall’acqua si innalzavano ad avvolgermi placidamente. Avevo rivolto il mio sguardo verso l’alto, con la testa leggermente reclinata all’indietro, tra i vapori che pervadevano l’ambiente circostante, all’indirizzo di un orologio appeso al muro.

Erano le sei di un pomeriggio come tanti altri. La corriera notturna che mi avrebbe riportato a Tokyo sarebbe partita attorno all’ora di mezzanotte da Kyoto. Avevo quasi sei ore per potermi organizzare prima di partire. In quel momento mi trovavo a Nara e avevo da poco terminato il mio giro turistico. Mi stavo rilassando in un impianto termale della città, localizzato lungo la strada che mi avrebbe condotto alla stazione ferroviaria.

Avevo pensato, ritenendolo saggio, che sarebbe stata una buona idea dedicare l’ultimo giorno utile prima di partire a una breve visita in questa città dalla storia millenaria. Mi ci ero recato già due giorni prima, ma per questioni di tempo non mi era stato possibile visitare tutto quello che avevo in programma. Avevo deciso di tornarci per non lasciare le cose a metà e conferire perciò al mio giro turistico un senso di completezza estetica.

Ebbene, dopo aver terminato le mie peregrinazioni quotidiane ai suddetti templi, mi ero voluto concedere un bagno ristoratore.

Ora, devo confessare, a carattere puramente informativo, che in realtà non avevo cercato degli impianti termali con lo scopo principale di recuperare le energie spese durante gli spostamenti. Mi ci ero imbattuto per puro caso lungo la strada che avevo percorso. Pur essendomi munito di una cartina con la quale orientarmi attraverso la città, ed essendomi stata data quindi la possibilità di cercare questi impianti se davvero lo avessi voluto, segnalati senza alcun rischio di equivoco, non mi ci ero recato di proposito.

Individuati per puro caso lungo il cammino, avevo valutato che non sarebbe stata affatto una cattiva idea se mi ci fossi fermato per rinvigorirmi dalle mie fatiche quotidiane. Mi sentivo tremendamente spossato dopo il lungo girovagare. Logicamente avevo bisogno di rigenerarmi. Già dapprima avevo avvertito il bisogno di recuperare le forze, ma non mi ero soffermato troppo a riflettere su quale modalità sarebbe stata perfetta per raggiungere quest’obiettivo, nonostante la passione che nutrivo per le terme e le loro proprietà benefiche.

Stranamente conoscendomi, non avevo accarezzato l’idea di andare alle terme in un primo momento, pur potendo contare sulla cartina che me le indicava e che perciò mi ci avrebbe condotto di sicuro. Forse il dover tornare a casa per un tempo ragionevole mi aveva prevenuto dal formarmi quest’idea. Avrei potuto, con più facilità e in mancanza d’altro che non richiedesse un impiego di tempo eccessivo, sostare su una panchina collocata a margine della strada che stavo percorrendo, prima di avviarmi verso la stazione ferroviaria, dove avrei preso il treno che mi avrebbe riportato a Kyoto. Sarebbe stata la soluzione migliore, per nulla sciagurata, come invece si rivelò essere quella che scelsi a causa della mia mancanza di buonsenso. Ovviamente il diavolo tentatore non poteva che essere appostato sogghignante dietro l’angolo di un edificio caratteristico e io, sventurato, lo scovai e mi lascia da lui blandire senza mostrare alcuna opposizione.

D’altronde, mi era parsa al momento una decisione innocente, quella di fermarmi alle terme per quella che immaginavo sarebbe stata una breve sosta. Quando me le vidi di fronte non esitai un istante. Sembrava quasi che un desiderio inconscio si fosse impossessato di me a tal punto da farmi procedere come un automa verso l’ingresso. Quando mai avrei avuto la possibilità di ritornarci?

Il futuro si mostrava incerto a riguardo di ciò che avrebbe caratterizzato le mie prossime esperienze di vita. Sarebbe stata l’ultima volta che mi sarebbe stato permesso andare alle terme. Due giorni dopo avrei dovuto prendere l’aereo che mi avrebbe riportato in Italia. La mia patria mi stava aspettando, tant’è che non avrei potuto, tecnicamente per ragioni burocratiche, prolungare la mia permanenza in Giappone. Non avrei potuto farmi sfuggire questa occasione, soprattutto di fronte a questa solida motivazione. Era più incalzante il desiderio di recarmici dal momento che non avrei saputo chissà quando ci sarei potuto tornare, data l’enorme distanza che mi avrebbe separato dal Paese in cui le terme erano così diffuse, rispetto al desiderio di recarmici solo per ristorarmi dalle fatiche di quella giornata dedicata a visite storico-culturali.

Detto ciò, era pur vero che avevo bisogno di restituire vigore alle mie membra spossate. Avevo le gambe dure come il legno, come si usa dire da quelle parti. Mi si erano irrigidite dopo un’intera giornata trascorsa a camminare in lungo e in largo, ma pur nella loro condizione erano riuscite a spingermi ad entrare, ancorché esibendo movimenti macchinosi.

Le mie gambe, seppur affaticate, avevano tempestivamente deliberato, prima che io riuscissi a risolvermi a entrare usando la ragione, di guidarmi meccanicamente verso l’ingresso. Certo avrei fatto meglio a valutare i pro e i contro del mio comportamento, forse troppo sconsiderato e con il senno di poi imprudente, privo di accortezza, ma la mia stanchezza aveva vinto qualsiasi esitazione. Non ebbi quindi il tempo di ragionare sulle mie azioni avventate.

Avevo camminato alcune ore e per quanto possa affermare di non aver camminato a passo spedito o addirittura accelerando l’andatura, la fatica si era fatta sentire lo stesso, quantunque non a livelli esagerati. Di fatto l’avevo sopportata stoicamente. Ciononostante, qualora non fossi entrato alle terme, mi sarei dovuto per forza di cose sedere da qualche parte per recuperare le energie.

Dunque, avevo deciso di fermarmi in un impianto termale del luogo e nel momento di varcare la soglia mi era sembrata la scelta giusta da farsi. Pure immerso nell’acqua della vasca e guardando l’orologio che mi comunicava che di ore che mi separavano alla partenza ve n’erano a sufficienza per organizzarmi al meglio e che perciò potevo stare relativamente tranquillo, avevo ribadito con profonda convinzione a me stesso che era stata un’ottima idea. Le preoccupazioni non avrebbero potuto turbare il mio stato supremo di beatitudine liquida.

Nella mia placida postura di completo rilassamento, serenamente immerso nell’acqua calda, corroborato da minerali in abbondanza, con le braccia abbandonate sul bordo della vasca, mi ero ingenuamente rassicurato che di tempo ne avevo d’avanzo. Mi ripetevo che avrei potuto prepararmi per il viaggio di ritorno senza farmi prendere dall’ansia, come solitamente mi capitava, trovandomi a dover attendere a tante cose in poco tempo. Sei ore erano più che sufficienti per fare ciò che dovevo fare, pensavo in quei precisi istanti di sublime beatitudine liquida, senza però avere la dovuta cognizione del tempo che in pratica sarebbe stato necessario.

Ero così fiducioso del fatto che sarei riuscito tranquillamente a organizzarmi, che arrivai addirittura a pensare che mi sarebbe avanzato del tempo per trattenermi e consumare un pasto serale in quegli stessi impianti termali. Avevo osservato con vivo interesse il servizio di ristorazione all’interno delle loro strutture. Sarebbe stato un peccato non approfittarne, quando ritenevo di avere così tanto tempo a mia disposizione. Perché mai avrei dovuto privarmi di un ulteriore piacere? Deliberai allora che avrei potuto goderne prolungando la mia sosta.

Con il senno di poi chiunque potrebbe darmi dello sprovveduto per non essermi mostrato sufficientemente coscienzioso. Avrei dovuto prestare maggiore attenzione allo scorrere inesorabile del tempo. Bisogna però ammettere che, se non fosse accaduto un piccolo incidente che, sfortunatamente, venne a ridurre il tempo che altrimenti mi sarebbe bastato, sarei riuscito a compiere i miei spostamenti nei tempi previsti e mi sarei così risparmiato i patemi che mi fecero sudare freddo.

Nondimeno, avrei dovuto mostrarmi più accorto e più saggio, nei limiti dell’esperienza che avevo accumulata sino a quel momento, sebbene situazioni del genere non mi fossero mai capitate prima di allora. Avrei dovuto agire in quei momenti con la giusta lungimiranza che mi avrebbe portato a riflettere più giudiziosamente sulla reale possibilità di fare tutto nei tempi previsti. Invece di giudizio non ne misi per nulla nei miei ragionamenti. Ciò che avvenne successivamente è una chiara testimonianza delle mie scarse capacità organizzative.

Terminai i miei lavacri che erano le sei e mezza di sera. Non avrei potuto indugiare oltre. Uscii malvolentieri dai bagni, mi feci la doccia nell’antibagno, per poi entrare nello spogliatoio maschile. Mi asciugai completamente tra i vapori che filtravano dai separé. Mi grattai la schiena con il magonote (il classico grattaschiena giapponese) e mi rivestii. Non ci misi molto. Mi sentivo prosciugato, ma felice di aver riacquistato il vigore assentatosi temporaneamente. I vapori della sauna mi avevano fatto sudare copiosamente. Avevo bisogno di reintegrare i liquidi perduti. Mi avviai verso il primo distributore automatico che trovai accanto all’entrata dello spogliatoio.

Presi una bottiglietta di tè e ne sorseggiai avidamente il contenuto, finché svuotata non andò a finire nel cestino a fianco del distributore di bevande e vivande. Frattanto il tempo passava inesorabile, senza che mi curassi di controllare l’orario, ma non per questo riconsiderai l’idea di rifocillarmi al ristorante della struttura.

Onorai la mia decisione pregressa e mi diressi direttamente lì. Si trattava di un piccolo ristorantino che si presentava pulito e accogliente. Anche i più esigenti si sarebbero accontentati dell’atmosfera piacevole che vi regnava all’interno. L’odore caratteristico dei piatti tradizionali poi si diffondeva nell’aria appena superato l’ingresso. Mi guardai attorno alla ricerca di un posto a sedere passando in rivista l’arredamento. Oltre alla sete, mi era venuta anche fame e avrei dovuto soddisfare pure quella. D’altronde si era fatta ora di cena: non avrei potuto differire l’intervallo di tempo che sarebbe servito a consumare le pietanze che avrei scelto.

Anche qui il servizio funzionava tramite macchinette che permettevano di preordinare il pasto. Eseguii l’operazione che consisteva nel pagare la cifra indicata e prendere il tagliando della pietanza desiderata. Cercai un posto vacante e mi ci sedetti a gambe incrociate, nella classica seduta agura, interpretata a modo mio, in attesa di consegnare la mia ordinazione al cameriere. Accanto a me avevo sistemato il mio zaino, nel quale avevo riposto i miei effetti personali, nonché la cartina di Nara che mi aveva indicato i luoghi di interesse storico-culturale che avevo visitato durante il mio giro turistico ormai conclusosi.

L’addetto alla ricezione dell’ordinazione arrivò al mio tavolino intuendo che aspettassi di consegnare il mio tagliando. Glielo allungai e continuai a rimanere in paziente attesa di ricevere la mia ordinazione. Mi fu portato di lì a poco dello tsukemen leggermente speziato che risultò di mio gradimento. Il servizio si era dimostrato molto celere, come avevo previsto. Mi rallegrai di questa ammirevole solerzia: un altro po’ di tempo che consideravo guadagnato, oltreché investito nella maniera che reputavo corretta. Avrei dovuto solo attendere che il brodo si raffreddasse prima di iniziare a mangiare con voluttà gli spaghettini che vi galleggiavano dentro. Il bicchiere d’acqua ghiacciata offertomi dalla direzione avrebbe provveduto poi a mantenere la temperatura corporea a livelli di sicurezza se avessi pensato di rifocillarmi a un ritmo accelerato.

Mangiai di gusto, anche se in verità non è che avessi eccessiva fame, pur conscio di come le abluzioni precedenti nelle diverse vasche mi avessero prosciugato finanche a incidere sulla mia pelle raggrinzitasi a seguito del ripetuto contatto con l’acqua termale. Avevo ordinato dello tsukemen che ritenevo sarebbe stato sufficiente a rifocillarmi senza appesantirmi. Sapevo che non mi avrebbe saziato del tutto. Per di più mi ero fermamente ripromesso che non avrei avuto bisogno di ordinare qualcos’altro.

Non era mia intenzione alzarmi da tavola satollo. Non era escluso che potessi essere avvinto da una sonnolenza che avrebbe potuto travolgermi da un momento all’altro. Temevo che una digestione troppo impegnativa potesse trascinarmi in un sonno improvviso. Non mi sarei potuto addormentare sul tavolo impunemente. Dovevo mantenermi vigile dopo aver consumato il mio pasto, anche e soprattutto per rispetto verso gli altri avventori. Non mi sarei potuto permettere un atteggiamento così indecoroso di fronte ai frequentatori degli impianti termali.

A ogni buon conto, il piatto che avevo ordinato era alquanto sostanzioso e sarebbe potuto bastare a una persona che era solita saziarsi con un quantitativo di cibo leggermente inferiore a quello a cui solitamente ero abituato. Per quel che mi riguardava, il mio corpo, a differenza di altri, necessitava di un apporto calorico maggiore. La mia costituzione fisica lo richiedeva a gran voce. I giapponesi, solitamente per complessione più esili rispetto a me erano generalmente inclini a mangiare di meno.

Ritemprato dai ripetuti lavacri, ma non ancora ristorato opportunamente nello stomaco, mentre mangiavo, mi rendevo conto, in quei precisi istanti più di quanto avrei potuto fare in passato, di quanto fosse necessario il nutrimento al nostro sostentamento. Chissà perché mi sovvenivano pensieri così lapalissiani. Sarà che, quando si ha più bisogno di cibo, si innescano questi pensieri? Non era peregrino immaginarlo.

Mentre mangiavo, sentivo però come le mie previsioni più infelici si stessero quasi per realizzare: una leggera sonnolenza stava prendendo il sopravvento. Dovevo sforzarmi per contrastarla. Propesi per delle contromisure che si potessero rivelare efficaci al fine di mantenermi sveglio, lucido e presente a me stesso: mi diedi degli schiaffi e dei pizzicotti. Un dolore di lieve intensità fu sufficiente a prevenire il sonno incipiente.

L’unica preoccupazione, diversa da quella che avrebbe dovuto concernere il tempo che continuava a scorrere, era che mi facessi sopraffare da nemici silenziosi. Dovevo mantenere alta la guardia nonché la soglia della mia attenzione per non cedere alla sonnolenza che mi si mostrava avversa in quei momenti. Non avrei avuto il tempo materiale per farmi avvolgere dalle braccia di Morfeo e sprofondare in un sonno che non mi sarei potuto permettere in alcun modo. Sarebbe stata un’evenienza esiziale, inammissibile.

Lì nei pressi si trovava poi, come avevo potuto notare durante il tragitto che mi aveva portato al ristorantino, un recesso, un luogo appartato entro il quale ci si poteva ritirare per quella che si sarebbe potuta considerare una pennica ristoratrice, dopo essersi ristorati nello stomaco. Noren dai motivi deliziosi celavano questa zona agli sguardi dei passanti, la schermavano lungo il lato che dava sul corridoio, lasciando solo alcune fessure attraverso le quali si poteva osare qualche innocua sbirciatina.

Accogliendo l’invito impertinente, mi ero avvicinato e avevo aguzzato la vista. Speravo di non dare nell’occhio manifestando la mia impudenza. Notai come alcune persone si fossero appisolate su degli stuoini forniti dalla direzione a beneficio di clienti sonnolenti. Dopo aver consumato la cena, sarei dovuto transitare attraverso il corridoio sul quale si affacciava quel recesso discreto per raggiungere l’uscita, ma non avrei mai imitato per nulla al mondo la clientela che si era potuta concedere un benefico riposino.

Terminai il mio pasto e mi apprestai ad andarmene. Guardai l’orologio appeso al muro: 7.30. Avevo ancora quattro ore e mezza prima della partenza della corriera notturna. Continuavo a ripetermi con convincente sicurezza che sarebbero state più che sufficienti per raggiungere il luogo designato. Per prima cosa, avrei dovuto prendere il treno che da Nara mi avrebbe riportato a Kyoto. Sarei andato successivamente a recuperare le valigie alla pensione nella quale avevo alloggiato e che me le aveva gentilmente tenute in custodia; anche se in giardino e accanto alla cancellata che immetteva nella corte, non certo all’interno dell’edificio e al sicuro. Tuttavia, questo era l’unico modo ed anche il più pratico che avevamo studiato io e i proprietari della pensione, di comune accordo, per cui avrei potuto prendere le valigie con comodo senza disturbare nessuno, a qualsiasi ora fossi tornato, sebbene fosse consigliabile tornare a un’ora rispettabile. Del resto, prima di imbattermi negli impianti termali, sarei stato sicuro di poter tornare a Kyoto per un’ora ragionevole, ma poi le mie troppo ottimistiche previsioni e la mia scarsa prudenza mi ci avevano portato, e ora, tirate le somme, era più che ovvio che sarebbe stata una lotta contro il tempo per arrivare in tempo.

Quella stessa mattina avevo lasciato la pensione nella quale avevo alloggiato durante l’intera settimana in cui soggiornai a Kyoto. I proprietari dai quali mi ero congedato si erano proposti di farsi carico di tenere in custodia la mia valigia nel caso in cui lo avessi desiderato o ne avessi avuto necessità. Sembrava volessero sottintendere che sarebbe stata ingombrante se me la fossi portata appresso. Mi stavano facendo un favore e di fatto era gentile da parte loro tutta quella sollecitudine. Tuttavia, dal loro modo di fare, avevo arguito che per loro l’incombenza avrebbe costituito una scocciatura. Avevo subito avuto il sospetto che la loro gentilezza fosse solo di facciata. Pareva che avessero assunto un atteggiamento contraddittorio che molto probabilmente era stato dettato da una sorta di convenienza giustificata da una rigida convenzione sociale che non mi sarei saputo spiegare. Era come se volessero comunicarmi che il favore che mi avrebbero fatto per una questione di cortesia avrebbe procurato loro una seccatura e che perciò non lo avrebbero fatto volentieri. Morale: avrei dovuto sentirmi onorato per la suprema disponibilità che mi avevano accordata.

Se rappresentava un fastidio per loro, perché mai avevano avanzato quella proposta? Per dovere verso un ospite forse? Non avrei saputo affermarlo con certezza. Pareva quasi che si fossero resi disponibili con riluttanza, come se fossero state per l’appunto le convenienze a imporre loro di procedere in quel modo, anziché la loro reale volontà.

Mi avevano quindi esortato ad accettare il loro consiglio, adducendo che sarebbe stato meglio fare come dicevano loro, dal momento che il deposito negli armadietti della stazione, o era irragionevolmente oneroso, oppure era vincolato a dei limiti di tempo (ora non ricordo esattamente che motivo mi avessero riportato). Mi scopersi incline ad accettare la loro proposta, ma a conti fatti, sempre con il senno di poi, visto come si erano profilate le mie vicissitudini, sarebbe stato meglio che avessi lasciato in custodia la valigia negli armadietti della stazione, senza accettare la gentile offerta dei titolari della pensione dall’atteggiamento sibillino.

Secondo la tabella di marcia che mi ero stilata in mente, dopo esser arrivato a Kyoto da Nara in treno, smontato alla stazione ferroviaria, avrei dovuto prendere nelle vicinanze il bus che mi avrebbe portato alla pensione per riprendermi le valigie. Ci sarebbe voluto diverso tempo raggiungere la meta. Pur usufruendo di un mezzo di trasporto pubblico, la distanza dalla stazione era ragguardevole. L’unica facilitazione sulla quale potevo contare era la puntualità generalmente rispettata. Di per sé era già confortante sapere che in Giappone i trasporti funzionano in modo quasi sempre eccellente.

Dopo aver recuperato le valigie, sarei dovuto tornare a ritroso alla stazione ferroviaria di Kyoto che includeva quella dei bus, dove avrei atteso la corriera che viaggiava di notte. La mia travagliata anabasi sarebbe terminata salendo a bordo del mezzo di trasporto che mi avrebbe riportato a Tokyo. Ricapitolando: mi sarei dovuto allontanare dalla stazione delle corriere, che era vicina a quella dei treni, per recuperare le valigie, per poi ritornare indietro, verso la stazione dove si trovava una piazzola entro la quale avrei atteso la corriera che mi avrebbe riportato a Tokyo.

Esposto così l’elenco delle azioni che avrei dovuto compiere in successione, non la si sarebbe potuta ritenere un’idea brillante quella di affidare in custodia le valigie ai titolari della pensione. Sarebbe stato meglio che le avessi depositate all’interno di uno degli armadietti a pagamento che si trovavano in gran numero allineati nei paraggi della stazione ferroviaria in un luogo a loro deputato. Devo confessare che mi ero lasciato convincere troppo facilmente dalla loro fasulla cortesia, quando invece avrei dovuto mettere più giudizio nella decisione più saggia da prendersi. Ero stato allettato dalla loro torbida offerta lì per lì, su due piedi. Mi sarei comportato in modo più accorto se avessi fatto leva sul fatto che i proprietari in cuor loro non erano molto propensi a tenermi in custodia la valigia. Tuttavia, era pur vero che non pensavo che sarei stato così sprovveduto da dover fare tutto di fretta. Ormai il danno era stato fatto e avrei dovuto in quel frangente ottimizzare il tempo necessario a ripararlo.

In realtà credevo che sarei tornato in serata a Kyoto, verso le otto di sera all’incirca, in congruo anticipo sulla mia tabella di marcia. Il corso degli eventi si era sviluppato in modo diverso e io mi ero irrimediabilmente attardato, optando per scelte discutibili. Mi ero concesso momenti di piacere che sarebbe stato più saggio non concedermi. Mi sarei dovuto organizzare meglio sapendo che l’angoscia avrebbe rischiato di condizionare le mie azioni.

Dunque, tornando alla cronaca vera e propria, avevo visto l’ora indicata sull’orologio a muro del ristorantino, prima di avviarmi verso l’uscita degli impianti termali. Me l’ero prontamente messa a mente, per poi effettuare un rapido calcolo del tempo a mia disposizione in relazione alle azioni che avrei dovuto compiere per tornare a Kyoto. Continuavo a convincermi di avere la situazione sotto controllo.

Ero riuscito a combattere la leggera sonnolenza che mi aveva avvinto dopo aver consumato il mio pasto. Avevo lasciato emergere uno sbadiglio che pudicamente con la mano avevo coperto e di seguito mi ero stiracchiato prima di alzarmi da terra con studiata lentezza. Ero abbastanza sicuro che il tragitto che mi avrebbe portato alla stazione sarebbe servito a tenermi sveglio. Confidavo che camminando non mi sarei potuto addormentare, e perché no, anche aumentando un po’ l’andatura avrei raggiunto celermente la mia destinazione.

Mi sarei diretto alla stazione ferroviaria dove avrei preso il treno che mi avrebbe portato a Kyoto. Gambe svelte e vi sarei arrivato in un battito di ciglia. Dalla cartina che avevo consultato non si trovava molto distante dagli impianti termali. Transitai perciò a passo spedito, ma preoccupandomi di non fare troppo rumore, attraverso il corridoio che si affacciava sulla zona-riposo, separata da noren agitati dal sospiro dell’aria e velati da nuvole di vapore, dove stuoini messi a disposizione dalla direzione accoglievano la clientela che si sarebbe potuta permettere di riposare in totale libertà.

Pur essendomi ripromesso che non mi sarei fatto attirare in quello spazio raccolto, non potei fare a meno, di passaggio, di indugiare a scrutare volti governati da un’invidiabile sensazione di beatitudine. Mi ero limitato a qualche breve istante, solo per soddisfare la mia inveterata curiosità. Sarei potuto cadere in tentazione, se mi fossi soffermato troppo a osservarli. Per fortuna mi dimostrai assennato e non mi feci incantare dal loro richiamo. Se avessi manifestato una qualche scellerata debolezza e lo avessi accolto, sì che avrei avuto la certezza assoluta di non riuscire a prendere la corriera notturna che mi avrebbe riportato a Tokyo, con ciò che poi di rovinoso ne sarebbe derivato. Se mi fossi addormentato su quei supporti, sarebbe stata la fine, perché chissà per quanto tempo avrei dormito. Riportai lo sguardo verso il corridoio. Abbandonai quel rifugio discreto e ripresi il cammino poco prima interrotto. Mi avviai verso l’uscita.

Avevo appena messo piede fuori dalla struttura ed ero pronto a ripartire per raggiungere la stazione ferroviaria dopo essermi messo lo zaino sulle spalle. Avrei imboccato la strada che mi ci avrebbe portato, quando il mio cellulare prese a squillare. L’imprevisto mi fece esitare quel tanto da ostruire la via d’accesso agli impianti termali. Una persona che sarebbe voluta entrare varcando l’ingresso me lo fece cortesemente notare. Con gestualità emblematica mi chiese cortesemente di spostarmi. Esaudii la richiesta e sovrappensiero risposi al telefono dopo averlo sfilato dalla tasca dei pantaloni.

Informo ora il lettore che il contenuto della conversazione non è da considerarsi di interesse rilevante nell’economia del racconto e infatti mi limiterò a farne un breve resoconto senza addentrarmi nei particolari. È rilevante invece ciò che la telefonata mi indusse a fare, senza che io mi rendessi conto dell’errore imperdonabile che stavo commettendo, troppo concentrato com’ero a conversare con il mio interlocutore all’altro capo della linea.

Avevo risposto alla telefonata dopo essermi accertato da chi la stavo ricevendo attraverso il display illuminato. Mia madre voleva sapere come me la stessi passando in quegli ultimi giorni di permanenza in Giappone. La informai di quello che era accaduto durante il mio soggiorno a Kyoto. Le feci un breve resoconto di quello che avevo visitato. Non sarebbe stato certo mio desiderio protrarre a lungo la telefonata dilungandomi in una conversazione di relativo interesse, ma se si parla di questioni familiari è inevitabile tirarla lunga.

Mi chiese ragguagli su come mi sarei organizzato per il viaggio di ritorno, e questo, e quest’altro e quell’altro ancora. Le premeva sapere se avrei fatte le cose come si conviene. Le raccomandazioni da parte sua si sprecavano, come capita spesso in casi come questi. Dovetti reprimere un po’ di insofferenza, montata dalla noia di dover sentire cose trite e ritrite. Compiendo uno sforzo considerevole riuscii a far sì che non si percepisse dalla mia voce strascicata e quasi monocorde.

Non avrei saputo prevedere in quel momento se quella sarebbe stata l’ultima telefonata che avrei ricevuto dai miei genitori prima della partenza o se ci sarebbe stata un’altra occasione nell’immediato futuro di risentirci per ulteriori aggiornamenti supplementari. Fatto sta che li informai il più dettagliatamente possibile, per quanto mi ricordavo lì su due piedi, dell’orario del volo da Tokyo e dell’ora indicativa in cui sarei atterrato all’aeroporto Marco Polo di Venezia.

La telefonata, tra una cosa e l’altra, si era protratta per quasi un’ora, quando decisi di terminarla congedandomi da mia madre. Questo perché ero arrivato alla stazione dei treni e avrei dovuto fare il biglietto. Le comunicai che avrei dovuto compiere questa necessaria operazione, la quale fungeva da diversivo tempestivo, cercando di non lasciar trasparire dalla mia voce un senso di sollievo che avrebbe potuto travisare.

In realtà avrei potuto tranquillamente fare il biglietto continuando a parlare al telefono. I miei genitori si preoccupavano tanto per me, com’era logico che capitasse nel caso di assenze prolungate, ancorché inserite in un intervallo di tempo programmato. A essere onesti, non era il caso che accampassi una scusa per accomiatarmi, quando avrei potuto fare contemporaneamente le due cose senza problemi. Tuttavia, la telefonata era durata anche troppo tempo e il mio interlocutore avrebbe dovuto riconoscerlo. Salutai perciò mia madre all’altro capo della linea ed evitai al contempo di concludere in modo troppo brusco la nostra conversazione.

Come per rispondere a un riflesso condizionato, sollevai lo sguardo e cercai l’orologio appeso al muro della sala d’attesa della biglietteria della stazione nella quale mi trovavo dopo aver comprato il biglietto per la corsa del treno che mi avrebbe riportato a Kyoto. Appena mi accorsi dell’ora, cominciai a essere preso da un’angoscia indicibile. L’ansia di non riuscire a compiere tutte le operazioni alle quali avrei dovuto assolvere mi stava presentando uno scenario catastrofico. Avevo cominciato seriamente a preoccuparmi di non riuscire a portare a termine con successo la mia vicenda. In quel preciso momento, davanti al grosso orologio che scandiva il tempo nella sala d’attesa, per la prima volta temetti di non riuscire a fare tutto nei tempi previsti.