Per errore mi ero incamminato lungo la strada dalla quale ero venuto e non quella che avrei dovuto prendere per raggiungere la stazione ferroviaria. Insomma, ero andato dalla parte opposta, senza in un primo momento rendermene conto. Ero troppo impegnato a parlare con mia madre al telefono per rendermi conto dell’errore. La conversazione che avevamo intrattenuto mi aveva deconcentrato quel tanto che serviva per farmi imboccare la strada opposta. Una scusa del genere non può però considerarsi un alibi, sebbene, com’è ovvio, non potessi considerarmi molto pratico delle vie della città di Nara. Solo dopo diverso tempo che procedevo lungo il tragitto (purtroppo la strada proseguiva sempre dritta) mi accorsi di aver sbagliato direzione. Per di più, era buio pesto lì fuori e l’illuminazione era fioca.
Data la mia conoscenza estremamente limitata se non quasi nulla di quei luoghi, per raggiungere la stazione dalla zona dei templi mi ero immesso in una strada secondaria lungo la quale avevo incontrato gli impianti termali. Mi ci ero fermato, come raccontato poc’anzi, ma quando avevo deciso di optare per una sosta ristoratrice era ancora chiaro all’esterno, anche se cominciava lentamente a imbrunire; non mi ero dato pensiero che di lì a poco sarebbe sopraggiunta l’oscurità ad avvolgermi nel momento in cui avessi lasciato la struttura.
La scarsa illuminazione ai lati della strada aveva contribuito a farmi perdere l’orientamento. Tuttavia, se fosse stato solo questo il motivo che mi aveva portato a sbagliare direzione, molto probabilmente dopo qualche minuto avrei capito che stavo procedendo dalla parte opposta a quella che conduceva alla stazione ferroviaria. La telefonata di mia madre era giunta in un momento inopportuno. Mi aveva portato a concentrarmi solo sulla conversazione che avevamo impostato. Troppo impegnato a parlare con il mio interlocutore, avevo continuato a ignorare dove quella strada, dalla quale ero venuto e che perciò avevo sbagliato ad imboccare, mi stesse portando.
Nessun segnale lungo la strada mi ricordava che l’avevo già percorsa qualche ora prima e che in quel momento la stavo ripercorrendo al contrario. Solo alcune insegne quasi invisibili nella penombra indicavano la direzione verso la quale avrei dovuto procedere. Tuttavia, avviluppato in quell’oscurità, non ero riuscito a individuarle. Un qualche campanello d’allarme si sarebbe anche potuto innescare se le avessi riconosciute.
Neppure le pagode, con i loro numerosi piani, che svettavano al di sopra delle case lì attorno, mi avevano dato una qualche avvisaglia dell’errore madornale che stavo compiendo. Queste pagode erano facilmente distinguibili dal contesto, non solo per la loro altezza, ma ovviamente anche per il loro particolare stile architettonico. Nara è di fatto una città bassa senza palazzoni o grattacieli. Le pagode dei vari templi erano quindi i complessi architettonici più alti, tanto da esser facilmente identificabili.
Così torreggianti sopra gli edifici più bassi e contornate dalla luce che, seppur debole, le separava dal fondale nel quale erano collocate, ispiravano nel buio della notte una profonda reverenza da parte di qualsiasi spettatore avesse dimostrato sensibilità verso un fenomeno così solenne. Io, che ritenevo di possederla, rimasi colpito dall’imponenza e dalla maestosità che queste architetture mi comunicavano, ma non arrivai ad afferrare invece l’avvertimento che mi stavano rivolgendo semplicemente con la loro maestosa presenza.
Un indizio fondamentale fu necessario ad avvertirmi che stavo sbagliando strada. Ero giunto quasi all’incrocio con la strada principale, prima di accorgermi di essere incorso in un errore madornale. Avevo fatto dietrofront continuando a parlare al telefono con mia madre ed avevo accelerato il passo per recuperare il tempo perduto. Ci misi un’ora abbondante prima di arrivare alla stazione dei treni, quando invece avrei potuto e dovuto metterci minor tempo. A un calcolo approssimativo la mezz’ora abbondante che persi a coprire il percorso errato avrebbe potuto essermi fatale.
In un primo momento maledissi la telefonata che avevo ricevuta e che mi aveva portato nella direzione opposta. Quando poi riacquistai un po’ di calma apparente, mi resi conto che avrei dovuto piuttosto maledire me stesso per aver prestata poca attenzione alla strada che stavo percorrendo. L’errore l’avevo commesso io stesso medesimo e non avrei potuto permettermi di addossare la colpa su mia madre della mia grossolana disattenzione. Solo io avrei dovuto ritenermi responsabile delle mie azioni.
Ebbene, avevo perso mezz’ora abbondante. Me ne accorsi guardando l’orologio a muro della biglietteria nella sala d’attesa. Erano quasi le 9 di sera, tre ore circa prima della partenza della corriera notturna che mi avrebbe dovuto riportare a Tokyo. Il tempo cominciava a diventare tiranno. Feci il biglietto in fretta e furia e corsi verso la banchina del binario corrispondente, dove sarebbe passato il mio treno. Ci arrivai che era appena partito e stava scomparendo all’orizzonte. Stava sferragliando nell’oscurità, tant’è che l’eco giungendo alle mie orecchie suonava beffarda.
Cercai di reprimere un’imprecazione sorta spontaneamente dentro il mio essere sconvolto dal corso disastroso degli eventi. Mi preoccupai di esibire un contegno dignitoso. Lo feci solamente per un senso di decenza che riguardava solo me stesso e non per il rispetto che avrei dovuto osservare nei confronti di chi si trovasse attorno a me. Tuttavia, non era necessario mi facessi degli scrupoli: sulla banchina ero rimasto solo io e la mia frustrazione repressa. Le altre persone erano salite sul treno sul quale in quel momento anch’io mi sarei dovuto trovare a bordo se mi fossi mostrato più tempestivo.
Rimasi solo nella mia disperazione. Avrei potuto allora scatenare la mia ira, se lo avessi voluto, senza il rischio di dare spettacolo. Mi sarebbe potuto sfuggire di bocca qualche incauto improperio, se avessi dato in escandescenze, prima però che potesse giungere qualche altro viaggiatore che dovesse salire sul treno successivo. Ad ogni modo, se ci fosse stato qualcuno sulla banchina allorché mi fossi sfogato, difficilmente avrebbe capito cosa stessi proferendo, benché dal tono avrebbe potuto intuirlo.
Se non mi fossi riuscito a trattenere dall’enunciare insolenze che denunciassero la mia mancanza di autocontrollo, chiunque avesse udito una mia eventuale imprecazione, avrebbe solo inteso che fossi preso dalla collera per aver perso il treno. Poteva darsi che i più equilibrati, pur non arrivando a comprendere le mie parole inequivocabili, si sarebbero solo chiesti come mai mi fossi incollerito così tanto, dal momento che dal loro punto di vista non era accaduto nulla che potesse giustificare un atteggiamento simile. Capita spesso che i giapponesi si mostrino imperturbabili di fronte a situazioni incresciose.
A prescindere dal fatto che di solito tendo ad alterarmi quando perdo treno o bus che sia, in quella circostanza la mia collera era più che giustificata, poiché il treno successivo diretto a Kyoto sarebbe passato mezz’ora dopo all’incirca e ci avrebbe messo quasi un’ora di viaggio per percorrere il tragitto necessario ad arrivare a destinazione. Ne conseguiva che avevo sempre meno tempo a mia disposizione.
La mia angoscia cresceva esponenzialmente. Mi sforzavo di mantenere la calma emettendo respiri profondi. L’unica cosa che potessi fare era sedermi e attendere che passasse il treno successivo. Trovai la panca addossata al muro a pochi passi da dove mi trovavo. Mi stavo stropicciando le mani per l’agitazione. Come sempre, mi era di conforto contare sulla puntualità dei mezzi di trasporto. In Giappone non manca mai che venga rigorosamente rispettata. Ero quasi sicuro che il mio treno sarebbe arrivato in orario. Era già di per sé una consolazione, magra, seppur minima. Era rassicurante farvi affidamento, ovvero poter confidare che, incrociando le dita, non ci sarebbero stati sensibili ritardi.
Mentre attendevo con impazienza l’arrivo del treno, presi a consultare la tabella oraria degli autobus di Kyoto che mi portavo sempre appresso, scaricata sul mio cellulare. Provai a considerare se avessi potuto approfittare di qualche coincidenza che mi potesse portare alla mia destinazione finale per tempo, qualora fossi giunto sano e salvo alla stazione degli autobus di Kyoto. Notai come ci fossero tre autobus che, partendo tutti e tre dalla stazione suddetta, seguendo diversi itinerari, fermavano nelle vicinanze della mia pensione. Avevo più di un’opzione a mia disposizione. Sarei chiaramente salito su quello che fosse passato prima.
Nel frattempo, spensi il cellulare e me lo rimisi in tasca. Memore di quello che era appena accaduto, non volevo che si ripresentasse l’eventualità che qualcuno mi chiamasse al telefono. Non avrei potuto correre il rischio di incappare nell’ennesima distrazione. Era inammissibile che qualcuno potesse deconcentrandomi dalle cose che in quel momento avevano un’importanza fondamentale per il mio destino.
In attesa del treno che sarebbe passato a minuti, avevo scoperto di non essere più solo. Diversi viaggiatori si erano radunati alla spicciolata sulla banchina. Mi sollevai a fatica dalla panca sulla quale mi ero momentaneamente seduto e afferrai lo zaino che lasciai penzolare saldamente in mano, senza per il momento mettermelo sulle spalle, o solo sbrigativamente a tracolla. Alcune persone si stavano attivando per formare una fila omogenea. Seguivano le indicazioni riportate a terra che li istruivano su dove si dovevano posizionare in attesa dell’arrivo del treno. Allorquando si sentì il caratteristico suono della sirena in lontananza e lo si vide comparire all’orizzonte, i passeggeri si irrigidirono ancor più nelle loro posizioni. Avevano diligentemente riprodotto una fila impeccabile alla quale mi accodai. Li assecondai nella loro rigorosa disciplina attendendo il mio turno per montare a bordo assieme agli altri passeggeri.
Appena fummo saliti all’interno, dalle facce sulle quali il mio sguardo si posava per studiare quali emozioni trapelassero dalle loro espressioni non ero in grado di arguire se stessero provando la stessa ansia che stavo provando io in quel momento. Parevano facce tranquille e serene, se paragonate alla mia, o almeno era quello che pensavo, guardandomi attorno. Con la necessaria discrezione osservavo i loro volti, dai quali non sembrava trasparire alcun tipo di inquietudine. Tuttavia, se avessero avuto un qualche tipo di preoccupazione, non lo avrei saputo affermare con certezza. Non era escluso che stessero celando il loro turbamento con garbato riserbo e compostezza ereditata dalla tradizione. Sovente i giapponesi sanno essere imperscrutabili, celando convenientemente all’indagine altrui le loro emozioni.
Nello stato d’animo in cui mi trovavo, mi ero convinto che nessuna angoscia fosse paragonabile a quella che stavo provando io. Avevo la presunzione di credere che la mia ambascia fosse più opprimente di quella di chiunque altro si trovasse con me a bordo del treno. Era chiaro quanto un confronto del genere fosse improponibile. Ognuno aveva i propri problemi, che non potevano essere catalogati per dimensione e incidenza. Sarebbe stato un giudizio squisitamente soggettivo, qualora si fosse proceduto con una suddivisione opinabile.
Riaccesi il cellulare. Non mi comparve nessuna notifica che mi avvisava di aver ricevuto chiamate mentre era spento. Dovevo correre il rischio di tenerlo acceso, dal momento che non avevo nessun riferimento all’infuori del telefonino per verificare che ore fossero. Sul treno non particolarmente attrezzato a livello tecnologico con display digitali non c’era nulla che me le potesse indicare. Impostai allora la modalità vibrazione, come richiesto dalle norme di comportamento consuetudinarie vigenti sui treni giapponesi. Avrei potuto testimoniare come fossero quasi sempre rispettate dalla maggior parte dei viaggiatori.
Speravo di non ricevere nessun’altra telefonata inopportuna. Ad ogni modo, non ero tenuto a rispondere, se non lo volevo. L’importante era che non sentissi un qualche squillo caratteristico provenire dall’apparecchio, tale da contribuire a montare la mia irritazione, ma poiché lo avevo silenziato non si sarebbe presentata una simile eventualità. L’osservanza di quella norma comportamentale si dimostrava un’alleata impagabile che mi sosteneva nell’impresa in cui mi ero imbarcato per raggiungere una calma apparente. Sennonché mi capitava di guardare frequentemente e ossessivamente il display per controllare l’ora sullo schermo del cellulare. È il classico atteggiamento che si manifesta quando si è in ritardo e si ha poco tempo a disposizione. L’incessante ripetizione dell’azione era provocata da un’angoscia quasi ingestibile. Riconoscevo di esserne stato colpito pesantemente nella mia miserevole condizione.
I minuti si rincorrevano in uno stillicidio interminabile. Giunsi a rassegnarmi all’idea che non ce l’avrei fatta a prendere la corriera notturna che mi avrebbe riportato a Tokyo. Stavo giungendo a persuadermi che i miei tentativi sarebbero falliti miseramente. Dentro di me cominciai a insultarmi con le peggiori ingiurie possibili. Tuttavia, a cosa sarebbe servito insistere a umiliarmi con parole impronunciabili ponendo in risalto la mia inettitudine? Solo a mortificare la mia autostima. Vituperarmi per i miei errori madornali mi avrebbe affossato ancor di più. Ero conscio di aver agito con troppa leggerezza, ma non potevo esagerare persino a rimproverarmi con tale veemenza. Potevo considerarmi a buon diritto responsabile delle mie azioni, come tutti del resto lo sono, ma in pratica mi ero dimostrato un irresponsabile. Non avevo tempo per piangere lacrime amare, figurarsi se ne avevo da dedicare per insistere a maledire la mia grossolana ingenuità.
Pur trovandomi all’interno di un treno e dovendo soggiacere giocoforza alle tempistiche di viaggio, a tal punto che non sarebbe dipeso da me a quale ora il mezzo di trasporto sarebbe arrivato a Kyoto, avrei dovuto piuttosto riempire il mio tempo con pensieri edificanti invece di permettere ai rimorsi di coscienza di prendere il sopravvento. Era il caso quindi che coltivassi la speranza e studiassi un modo per ottimizzare il tempo che ancora mi rimaneva per raggiungere il mio obiettivo.
Tuttavia, più di scegliere quale autobus avrei dovuto prendere, cos’altro avrei potuto fare per ottimizzare il tempo a mia disposizione? Ero vincolato indissolubilmente ai mezzi di trasporto sui quali sarei dovuto salire per giungere a destinazione. Certo, se avessi potuto o sdoppiarmi, o avere il dono dell’ubiquità, o potermi tele-trasportare, o essere Astro-boy, avrei raggiunto facilmente il mio obiettivo. Sarebbe stato immensamente più semplice. Avrei risolto la faccenda senza patemi, solo confidando sulle mie capacità straordinarie, da superuomo (o super-ominide). Ovviamente queste capacità straordinarie, che appartenevano a un mondo fantastico, io medesimo non le possedevo affatto. Si dava il caso quindi che continuassi a tenere i piedi per terra, affidandomi alla provvidenza.
Con questi pensieri arrivai alla stazione di Kyoto dopo più di un’ora di viaggio. Erano le dieci e mezza di sera. Avevo solo un’ora e mezza, grossomodo, a mia disposizione.
Trasferitomi alla stazione dalla quale sarebbe partito l’autobus che avevo pensato di prendere poiché sapevo come sarebbe partito per primo, mi misi in attesa che giungesse per salirvi a bordo. Avrei così raggiunto la fermata più vicina alla pensione dove avrei recuperato la mia valigia. Come di consueto, i passeggeri si erano già disposti diligentemente in fila. Da quanto indicato il mezzo di trasporto si sarebbe presentato nel giro di qualche minuto. Il tempo a mia disposizione frattanto continuava ad accorciarsi. Non dovevo abbattermi. Avrei dovuto confidare nella buona sorte. Perdere la speranza sarebbe stato esiziale. Dovevo alimentarla con un po’ di ottimismo.
Sapere che lì vicino si trovava la piazzola da cui mi sarei aspettato di prendere la corriera notturna che mi avrebbe riportato a Tokyo, mi metteva ancora più rabbia. Ripensando che avrei dovuto lasciare le valigie negli armadietti a pagamento adibiti allo scopo di deposito se mi fossi mostrato più assennato, la mia collera crebbe ancor di più, ma fui capace di tenerla a bada. Pensieri deliranti cercarono di convincermi che me ne sarei potuto infischiare della valigia. In qualche modo avrebbero potuto spedirmela a casa.
Mi sarebbe bastato comunicare per via telematica il mio desiderio ai proprietari della pensione. Non era improbabile che avessero un sito al quale accedere liberamente nell’universo virtuale. Tramite internet avrei trasmesso loro l’indirizzo della mia abitazione. Avrei dovuto però sperare che mi facessero questa cortesia. Non avrei mancato di ripagare la loro gentilezza nel caso in cui si fossero resi disponibili a effettuare la spedizione. Di certo era assurdo se avessi pensato che potessero rendermi questo servizio a titolo gratuito.
Subito però rigettai l’idea bislacca che mi parve inattuabile. Dovevo per forza andare a recuperare la valigia. Che figura ci facevo altrimenti con i proprietari della pensione? Anche se non mi ispiravano alcuna simpatia data la loro personalità enigmatica, non mi sarei dovuto mostrare come uno sprovveduto. Pur essendo personaggi ambigui, avrei dovuto esibire davanti a loro un comportamento irreprensibile.
L’autobus che passava prima degli altri e che seguiva il percorso più corto ci avrebbe messo una ventina di minuti per raggiungere la fermata in cui sarei sceso. Come era accaduto sino a quel momento, non avrei potuto fare a meno di dipendere dalle tempistiche di viaggio del mezzo di trasporto che avevo deciso di prendere, ma potevo sempre contare sulla sua ineccepibile puntualità.
L’autobus come previsto arrivò puntuale al minuto. Montai e mi sedetti su un posto che trovai disponibile. Più il tempo passava, più la mia ansia cresceva. Cominciavo a sudare. L’umidità che pervadeva l’aria incoraggiava il processo. Avevo sempre il cellulare in mano e controllavo l’incedere inesorabile del tempo. Il sudore scivolava dalle tempie in rivoli sottili. Mi ero assiso sul bordo del sedile nei pressi della porta d’uscita, pronto a compiere un balzo felino, con il quale sarei sceso il più velocemente possibile al momento giusto.
Mi fiondai giù dall’autobus appena le portiere si aprirono in corrispondenza della mia fermata. Avevo ben saldo in mano lo zaino che mi aveva accompagnato durante la mia visita a Nara quale equipaggiamento utile a riporvi alcuni effetti personali. Dopo aver messo piede a terra, me lo caricai rapidamente sulle spalle e presi a correre verso la pensione che distava qualche centinaio di metri. Usavo le braccia per darmi una spinta maggiore.
Non mi interessava sapere cosa pensassero le persone che incrociavo lungo la strada. Andavo di fretta e non avrei dato a chicchessia spiegazioni per il mio comportamento affrettato. Non potevo limitarmi a camminare a passo sostenuto. Al di là che potessi risultare ridicolo se avessi proceduto con una marcia sostenuta, non mi sarei potuto permettere di optare per questa soluzione alternativa. Quasi un chilometro mi separava dalla meta. Avrei dovuto coprire la distanza nel minor tempo possibile, per quanto le mie gambe me lo avessero consentito.
Per di più avevo lo zaino che gravava sulle spalle e rendeva difficoltosa la corsa. Me l’ero caricato su in fretta e furia, mentre sfrecciavo lungo il marciapiedi. Per fortuna che trovai il percorso a quell’ora sgombro da pedoni che potessero ostacolare il mio passaggio. La cosa che più pesava al suo interno e che lo aveva leggermente sformato era il computer che avevo deciso di portarmi appresso. Il suo peso era ragguardevole, considerato lo sforzo ulteriore che avrei dovuto compiere mio malgrado, ma soprattutto sentivo di non poter muovere liberamente le braccia per darmi il giusto slancio che mi avrebbe consentito di proiettarmi il più lontano possibile nel minor tempo possibile.
Mentre cercavo invano di aumentare il ritmo della mia andatura, arrivai a maledire l’idea di essermelo portato dietro. Mentre arrancavo correndo, ritenni di aver optato per una scelta infelice. La mia decisione era stata mal ponderata. Avevo pensato che mi si sarebbe presentata l’occasione di usare il computer in quella giornata. L’evenienza non si era presentata e di fatto mi ero portato dietro un peso inutile. Sino a quel momento il fardello non mi era stato d’intralcio. Il peso indesiderato ostacolava la fluidità dei miei movimenti e gravava sulle mie spalle sin quasi a martoriarle. Finì per imporsi alla mia attenzione con un disagio che non potevo ignorare. Si era assicurato la più alta considerazione che avrei potuto riservargli e che volente o nolente non avrei potuto fare a meno di tributargli.
Un motivo in più che mi aveva spinto a portarmi dietro il computer, più diversi altri effetti personali, era la diffidenza che nutrivo per la titolare. Di fatto la donna in questione non mi aveva mai ispirato molta fiducia per tutto il periodo che avevo alloggiato nella sua pensione. I suoi modi untuosi e melliflui, il ghigno sardonico che di tanto in tanto mi capitava di cogliere nella sua fisionomia, l’affettazione troppo artificiosa dei gesti e degli atteggiamenti che aveva nei miei riguardi, me l’avevano resa persona sgradevole.
Aveva scelto legittimamente l’inglese quale lingua standard con la quale esprimersi con turisti stranieri di qualunque nazionalità fossero. Si esprimeva però in modo stentato, il che dava a intendere avesse appreso la lingua in modo imparaticcio. Si ostinava a comunicare anche con me utilizzando l’inglese, quando l’avevo messa al corrente che l’avrei intesa lo stesso nel caso in cui avesse parlato in giapponese. C’era un che di viscido nel suo eloquio, che mi generava enorme disgusto. Il modo in cui se ne serviva per comunicare con i clienti stranieri aveva contribuito a rafforzare il giudizio poco lusinghiero che mi ero spinto a elaborare nei suoi riguardi.
Nei momenti della giornata in cui mi trovavo nella pensione, prima o dopo aver compiuto le mie visite quotidiane nei panni di turista, avevo cercato di mantenermi a una certa distanza da lei per quanto possibile. Evitavo preventivamente le sue esternazioni. Mi ero adoperato per ridurre al minimo contatti accidentali. Temevo mi facesse la posta allo scopo di controllarmi. Avevo conseguito buoni risultati, ma la sua presenza l’avevo sentita sempre incombente. Mi ero limitato perciò ad averci a che fare solo per questioni strettamente necessarie.
A voler essere sinceri, non ero così sicuro fosse una cattiva persona. Per quanto io non ne abbia parlato in modo positivo, sarebbe stato irrispettoso crederla persona ignobile. Tuttavia, non ero riuscito in tutti quei giorni a farmela piacere e mai ne sarei stato capace. Il suo modo di fare viscido me la rendeva ripugnante, a tal punto che non sarei riuscito a comportarmi con lei con naturalezza. Mi sarei mostrato sempre a disagio. Mi auguravo che non si fosse accorta che non l’avevo così in grande stima, in dispregio a dire il vero, ma forse non me ne fregava poi così tanto cosa potesse pensare.
Diffidavo di lei e perciò avevo giudicato fosse preferibile non affidarle il mio computer. Era stata una precauzione che avevo voluto prendere verso un oggetto al quale ero legato per una questione di mera utilità. Conteneva variegate e molteplici informazioni che non mi sarei potuto permettere di perdere. Non si poteva mai sapere cosa avrebbe potuto fare la titolare del mio dispositivo elettronico. Bastava già che mi fossi fatto convincere a lasciarle la valigia in custodia. Le avevo dimostrato che mi sarei fidato di lei con una decisione scellerata della quale mi ero pentito amaramente. Chiaro che non sarei arrivato a sospettare che potesse appropriarsi indebitamente di qualcosa di mia proprietà. Non avrei mai potuto crederla una ladra, benché sentissi di non poter fare a meno di mostrarmi sospettoso nei suoi confronti.
Avevo sperato quindi che quella mattina stessa, quando avevo saldato il conto e mi ero congedato da lei, sarebbe stata l’ultima volta in cui ci saremmo visti. Speravo ora viepiù che, recuperata la valigia e a suo tempo controllato il contenuto, non mi capitasse di scoprire che mancava qualcosa. Sarebbe stata una situazione davvero spiacevole. Non potevo credere che si sarebbe rivelata fino a tal punto meschina e disonesta.
Continuai a correre finché non arrivai a destinazione. Avevo davanti a me la cancellata della pensione. Boccheggiavo mentre mi accingevo ad aprire il cancello d’ingresso. Non avevo tempo per riprendere fiato. Il cuore batteva all’impazzata per lo sforzo al quale l’avevo sottoposto. Avevo sempre il cellulare a portata di mano da poter consultare. Lo controllai per l’ennesima volta. Erano le 11.20. Mi rimaneva ormai pochissimo tempo. Con movimenti febbrili me lo rimisi in tasca. Prima o poi sarebbe caduto a terra se avessi seguitato a tenerlo nella mia mano sudaticcia.
Il primo autobus utile che mi avrebbe riportato alla stazione sarebbe passato alla fermata più vicina alle 11.45. Ci separava pressappoco un chilometro in linea d’aria. Era fuori discussione che potessi coprire ancora una volta di corsa una tale distanza. Recuperata la valigia, avrei avuto un peso in più da trascinare lungo la via che non mi avrebbe permesso di accelerare il passo.
Con l’avvicinarsi della mezzanotte veniva ridotto il servizio di trasporto urbano su ruota. Gli autobus operativi diminuivano sensibilmente. Ero costretto a prendere quello che avevo prescelto. Non ve ne erano altri disponibili nei paraggi che transitassero prima. Ad ogni modo, non avevo neppure la certezza che quello selezionato mi riportasse alla stazione per tempo. Pur riuscendo a salire sull’autobus designato, dopo aver effettuato un rapido calcolo mentale sul tempo di percorrenza, dovetti riconoscere che per qualche minuto avrei perso la coincidenza con la corriera per Tokyo.
Avrei dovuto allora sperare che questa partisse con un po’ di ritardo o che attendesse tutti i passeggeri entro un limite di tempo ragionevole. Non era escluso potessi aspettarmi una simile cortesia da parte del conducente. L’autista avrebbe anche potuto nella sua infinita bontà attendere che si presentassero tutti i passeggeri prima di partire. Sarebbe stato meglio però che non confidassi in una dilazione temporale che fosse sottoposta all’umore del momento. Per come stavano le cose mi sarei dovuto considerare quasi perduto. Solo un intervento divino avrebbe potuto salvarmi.
Avrei potuto considerare l’opzione taxi in alternativa. Mi sarebbe costato di più optare per questo tipo di trasporto, ma in tali frangenti appariva come un dettaglio più che trascurabile. Non avevo però il numero di telefono per chiamare il servizio in questione e quindi non avrei saputo come prendere contatto con il tassista che sarebbe dovuto venire a recuperarmi. Non avrei saputo neppure prefigurarmi quale tariffa mi sarebbe stata presentata per il tragitto che avrei dovuto compiere. Non avevo in realtà molti soldi nel portafoglio. Potevo solo sperare che sarebbero stati sufficienti per pagare la tariffa concordata per portarmi in stazione. Per di più, anche in tal caso, non avevo la piena certezza che sarei arrivato in tempo. Avrei dovuto attendere che arrivasse a prendermi e non era detto che si trovasse nei paraggi. Il tempo era sempre meno e non avrei potuto permettermi di aspettarlo.
Ormai ero quasi certo che non ce l’avrei fatta, ma non avrei dovuto lo stesso lasciare nulla di intentato. Solo una mancanza di puntualità o un allentamento del rigore per i tempi d’attesa per quel che riguardava la corriera che si sperava mi riportasse a Tokyo mi avrebbero permesso di nutrire la mia speranza.
All’apice del mio sconforto, mi si prospettavano scenari terribili che mai e poi mai avrei pensato di figurarmi. Avevo pochissimi soldi con me. In quei giorni avevo avuto dei problemi con il prelievo del denaro tramite la mia carta di credito. Non ero perciò sicuro che avrei potuto ritirare altri soldi per ulteriori spese accessorie che non avevo contemplato. La carta di credito avrebbe potuto continuare a darmi dei problemi.
