Ebbene, lo scenario terribile al quale ho appena alluso si sarebbe potuto realizzare in un modo non dissimile da quello che sto per riportare. È opportuno e quasi imprescindibile che apra una parentesi fondamentale.
Qualora avessi perso la corriera, avrei dovuto trovarmi un posto da dormire per la notte. In mancanza di soldi a sufficienza le uniche soluzioni percorribili erano: o dormire all’addiaccio o restare sveglio tutta la notte, il che non avrebbe rappresentato un disagio ingestibile per il mio spirito di sopportazione. Non avrei certo chiesto alla titolare se potessi pernottare un giorno in più nella sua struttura. Escludevo a priori l’eventualità di dovervi avere ancora a che fare.
I problemi maggiori si sarebbero presentati il giorno successivo. Due giorni dopo avevo in programma di prendere l’aereo che da Tokyo mi avrebbe riportato a casa in Italia. Se mi fossi trovato a Kyoto il giorno prima della partenza, ossia il giorno prima dell’indomani raccontato (seguendo la scrupolosa cronaca delle mie vicissitudini), avrei dovuto trovare un mezzo di trasporto che mi consentisse di raggiungere Tokyo in giornata. L’unica possibilità era prendere lo Shinkansen, ovvero il treno superveloce. Tuttavia, sussisteva il rischio che non ci fossero posti disponibili a bordo, dato che le prenotazioni venivano effettuate con largo anticipo. Inoltre, non avrei potuto esser certo di prelevare denaro dalla mia carta di credito per pagare il biglietto, visto il problema già riscontrato in precedenza. Le complicazioni sembravano non volermi abbandonare.
Se non fossi riuscito a prendere lo Shinkansen, com’era prevedibile, sarei stato costretto a rimanere a Kyoto anche il giorno seguente, cioè l’indomani, pur sapendo che il giorno dopo avrei dovuto imbarcarmi sull’aereo da Tokyo. In tal caso, non potendo raggiungere la capitale per tempo, avrei di sicuro perso il volo. E se non fossi riuscito a lasciare il Paese entro il novantesimo giorno – ultimo limite consentito dal visto turistico – avrei rischiato di diventare un turista irregolare, con tutte le implicazioni legali che ne sarebbero derivate. Sarei caduto nell’illegalità e avrei dovuto subire l’inenarrabile. La prospettiva di queste spiacevoli complicazioni aggravava massimamente la mia angoscia. Chiusa parentesi.
Detto ciò, si dà il caso sia opportuno ritornare alla cronaca vera e propria, riprendendo il filo del discorso interrotto per riportare dettagli illuminanti. La presenza davanti ai miei occhi della pensione che mi aveva ospitato per quella settimana di permanenza mi fece venire in mente che al momento di congedarmi la titolare mi aveva chiesto a che ora sarei tornato a recuperare la valigia. Le avevo risposto che grossomodo mi sarei presentato all’incirca alle otto di sera.
Ero giunto con tre ore di ritardo. Per un attimo credetti che non avrei trovato la valigia ad attendermi nel posto in cui l’avevamo lasciata. Ci eravamo preoccupati di sistemarla in un cantuccio discreto, nascosto per precauzione alla vista di gente di passaggio. Ricordavo con precisione l’effettiva collocazione. Non ebbi alcuna difficoltà a identificarla attraverso la cortina verde che fungeva da schermo per qualche malintenzionato che si trovasse nei dintorni. La scorsi nella penombra dell’ingresso. Si trovava accanto alla cancellata che immetteva nella corte, illuminata dalla debole luce di un lampioncino, accanto a una parete ricoperta di piante rampicanti.
Mi predisposi a eseguire l’operazione sperando di non fare troppo rumore. Non avrei voluto allertare e/o disturbare la titolare o il marito o gli ospiti della pensione. Feci scorrere la cancellata che viaggiava su una guida e mi preparai a entrare per recuperare la valigia. Per fortuna che trovai aperta la cancellata, poiché non era escluso che data l’ora fosse stata chiusa con un lucchetto. Del resto, ero giunto con colpevole ritardo rispetto all’orario concordato in cui mi era stato consigliato di presentarmi.
Appena afferrai la valigia e mi misi a trascinarla fuori, una presenza che non avevo notata nel mentre svolgevo queste operazioni, uscì allo scoperto, mostrandosi davanti ai miei occhi. Ovviamente era la titolare, che doveva essere uscita di corsa appena sentito lo stridore prodotto dalla cancellata. Incredibilmente non l’avevo sentita arrivare e soprattutto non mi capacitavo di come potesse averci messo così poco tempo per raggiungere l’ingresso.
Non erano passati che alcuni secondi che me l’ero vista comparire davanti agli occhi. Pensava che data l’ora stessero entrando dei ladri nella sua proprietà e perciò era corsa verso l’ingresso a una velocità supersonica? Era un’ipotesi abbastanza plausibile ancorché fantascientifica. Non poteva averci messo così poco tempo. Era forse rimasta appostata lì nei pressi attendendo che tornassi? Non potevo credere che avesse fatto la posta per così tanto tempo! Più di tre ore?! Ero rimasto sconcertato dal suo atteggiamento, ma non avevo tempo da investire per scoprirne la ragione.
Credevo che non l’avrei più rivista e invece ce l’avevo di nuovo davanti agli occhi. Immaginavo che ora si aspettasse delle spiegazioni per il mio ritardo. Non avevo tempo da dedicarle e soprattutto non avevo alcuna intenzione di giustificarmi di fronte a lei per le mie azioni. Il tempo stringeva. Dovevo dirigermi subito alla fermata dell’autobus. Per di più la repulsione che mi ispirava non mi avrebbe certo esortato a formulare delle scuse. Non avevo tempo per intrattenermi con lei, ma per una questione di mera decenza, non avrei potuto mostrarmi sgarbato. Benché le avessi dato ad intendere che me ne volessi andare via abbozzando movimenti inequivocabili, non si fece alcun problema a rivolgermi la parola.
Mi domandò come mai ci avessi messo così tanto tempo a tornare, dal momento che gli accordi che avevamo presi erano diversi. Cercai di mascherare bugie innocue con abile e consumata e inveterata perizia da commediante. Le accennai sommariamente, ma in modo sufficientemente convincente, che purtroppo avevo avuto dei contrattempi che mi avevano impedito di tornare prima. Speravo che non mi chiedesse nei particolari di che natura fossero questi contrattempi, poiché avrei dovuto industriarmi con una fantasia più fervida a ideare le mie bugie o scuse che fossero.
Mi auguravo non si spingesse sino a tal punto. Vi era pur sempre un confine che non avrebbe dovuto esser valicato. Sia da me sia da lei. Di fatto da entrambi. Non sussisteva tra noi alcun rapporto che potesse giustificare una tale insistenza. Non ero tenuto a darle delle spiegazioni, se non per rispetto verso la cortesia che mi aveva fatta nel tenermi la valigia. E comunque, alla fin fine perché mai avrei dovuto giustificarmi con lei inventandomi di sana pianta situazioni mai vissute, quando invece avrei potuto dirle la verità? Ad ogni modo, non ero obbligato a rispondere a domande indiscrete. Poteva benissimo farsi gli affari suoi e capire da sé che avrebbe esagerato se avesse insistito con la sua indagine.
Mentre così cercavo di spiegare le mie ragioni di fronte a lei, ripensai allo scenario funesto che mi ero prospettato pochi istanti prima mentre compivo il tragitto per arrivare alla pensione. Concepii un’idea della quale mi sarei vergognato se la disperazione nella quale ero ormai sprofondato non mi avesse convinto a umiliarmi. Stavo durando fatica a sopportare un’angoscia che di lì a poco avrebbe raggiunto livelli parossistici. Non era improbabile che la titolare solo guardandomi avesse compreso in quali condizioni pietose stessi versando (mi agitavo convulsamente e avevo la fronte imperlata di sudore e non solo quella).
Provavo repulsione per quella donna, ma purtroppo in quel frangente la titolare rappresentava la mia unica ancora di salvezza. Le chiesi se potesse accompagnarmi alla stazione con la sua vettura. Ricordo che arrivai pure a implorarla di farmi quel favore. Le parole mi erano uscite di bocca senza che potessi credere a ciò che stavo dicendo. Mi ero visto costretto dalle circostanze a mortificarmi, ma non avrei potuto fare altrimenti. Esistono momenti in cui è necessario mettere da parte l’orgoglio, e quello era uno di quei momenti.
Notai subito come le sue labbra si fossero schiuse a esibire un sorriso sornione e sardonico. Seppure le emozioni che la stavano animando fossero suscettibili d’essere sviscerate in modo più approfondito, non mi sarei potuto ingannare nel comprendere a cosa stessero mirando i suoi pensieri. Il suo volto stava via via assumendo i connotati volgari del vile opportunismo. Mi era parso inoltre di intravedere che si stava sfregando le mani con enorme soddisfazione, ma forse si trattava solo di una suggestione, di un parto della mia strampalata immaginazione. Ero troppo concentrato a studiare i cambiamenti che stavano avvenendo sui lineamenti del volto perché potessi essere attratto dalla sua gestualità emblematica. Ad ogni modo, l’insieme conferiva un senso di completezza alla trasmissione delle sue reali intenzioni. In un primo momento il significato del messaggio sottinteso fu recepito chiaramente dalla mia abilità interpretativa.
Mi chiese quanti soldi avessi. Io glielo dissi e lei mi rispose che sarebbero bastati. Mi comunicò la tariffa per il trasporto e io le risposi che accettavo. Era chiaro che stava pensando al suo tornaconto. Del resto, perché mai avrebbe dovuto farmi un favore gratuitamente? Chi ero io per meritarmelo?
Devo ammettere però che mi aveva colto alla sprovvista. Dopo aver formulato timidamente la mia richiesta, mi ero convinto, con troppo illusorio ottimismo, che il favore me lo avrebbe fatto senza volere nulla in cambio e quindi senza aspettarsi che io la ripagassi per la sua cortesia. Quando poi vidi l’espressione che aveva assunto e intuito i pensieri che le frullavano in testa, mi ero dovuto preparare mentalmente ad accettare la sua proposta. Mi aveva lasciato leggermente interdetto, perché non me lo sarei aspettato in un primo momento, nella mia presunzione pensando di meritarmi chissà che; ma questa era l’unica soluzione possibile, l’unica che mi avrebbe permesso di raggiungere la stazione in tempo per prendere la corriera. Dipendevo da lei e le avrei corrisposto la cifra che mi aveva richiesto per il trasporto.
Appena le diedi i soldi ed ella seppe di averli in mano, li tastò con bramosia e li sfregò con avidità, ma si attivò subito come una molla e andò di corsa ad avvertire il marito che avrebbero dovuto compiere un servizio di trasporto per il loro ospite. Scomparve perciò per qualche istante all’interno della pensione. Il marito, anima candida e pavida nonché timorosa, che non capivo come potesse aver sposato una persona così sgradevole, istruito sul da farsi e sollecitato dalla moglie, si attivò rapidamente e uscì con la sua automobile. Non erano passati che due minuti soltanto da quando era stato avvisato dalla consorte, che già si trovava fuori dalla cancellata con la sua vettura, il motore avviato e rombante, pronto a partire. La titolare, che dopo aver avvertito il marito era tornata fuori per attendere la vettura assieme a me, mi fece cenno cerimoniosa di andarmi a sedere sui sedili posteriori, mentre lei si sarebbe seduta sul sedile anteriore del passeggero. Ci accomodammo ai nostri posti e ci dirigemmo difilato verso la stazione.
Avevamo mezz’ora per raggiungere il luogo designato prima che partisse la corriera. Se l’autobus che avevo preso per raggiungere la pensione, percorrendo le strade della città e rispettando ogni fermata attraverso un itinerario prestabilito, aveva impiegato una ventina di minuti per portarmi a destinazione, mi sarei aspettato che l’automobile dei due coniugi, procedendo a velocità sostenuta e seguendo la via più breve e senza avventurarsi qua e là, potesse raggiungere la stazione in minor tempo, compiendo un tragitto a ritroso. Il tempo che avrebbe potuto impiegare la nostra vettura l’avrei potuto quantificare con leggero margine di errore in un quarto d’ora circa d’intervallo. Tutto dipendeva da quanto il marito pigiava sull’acceleratore. Nondimeno, anche rispettando i limiti di velocità, ero fiducioso che saremmo giunti a destinazione in orario. Non sarebbe stato necessario eccedere in temerarietà.
Frattanto la titolare da parte sua si era attivata con la sua voce gracchiante e stridula a esortare il marito ad aumentare il passo. Questi si dimostrò particolarmente ricettivo, tanto da esaudire il desiderio della consorte con tacito assenso, accelerando quel poco. Non vi era margine con lei per intavolare una discussione. Pienamente soddisfatta del suo operato e compiaciuta che la sua autorità fosse rispettata come si conviene, la titolare si era girata verso di me che ero seduto sui sedili posteriori. Si sarebbe aspettata che la elogiassi per la sua sollecitudine. Chiaro che pensava che avrei apprezzato la sua iniziativa personale, poiché pianificata in mio favore. Non le diedi la soddisfazione che si sarebbe aspettata da me e mantenni un’espressione neutra. Mi preoccupavo che non trasparisse alcun tipo di sentimento dai lineamenti del volto e rimasi così finché non arrivammo alla stazione.
Giungemmo che mancava una decina di minuti prima della partenza. La corriera era sul piazzale antistante l’edificio della stazione ed aveva già il motore avviato che borbottava con il suo consueto rumore. Alcuni passeggeri stavano riponendo le loro valigie nel capiente vano portabagagli. Era tempo di salire a bordo e attendere la partenza.
Avrei voluto congedarmi subito dai miei due accompagnatori e perciò speravo che sarebbe bastato licenziarmi da loro con un sentito ringraziamento per il “favore” accordatomi, semmai questo termine possa considerarsi azzeccato. Oltreché per la “deliziosa permanenza” che mi era stato dato modo sin lì di assaporare.
Ero ancora all’interno della vettura, allorché li ringraziai di avermi portato in stazione. Così facendo mi accommiatai da loro articolando qualche frase di circostanza (la quale in casi del genere si preoccupa sempre di fare bene il suo dovere). La infiocchettai perché apparisse più sentita e autentica. Al contempo avevo prevenuto l’insorgenza di un moto di stizza che si sarebbe potuto evincere dall’espressione del volto qualora non fossi riuscito a dissimularlo. Perciò, dopo essermi industriato a elaborare espressioni artefatte, mi apprestai a scendere dall’automobile. Come detto, speravo di essermi liberato definitivamente di loro. Invece mi accorsi che la moglie era accorsa dopo alcuni secondi e mi si era messa a fianco.
Era scesa quasi subito dopo di me e aveva fatto cenno al marito di aspettarla con l’automobile accostata in uno spiazzo di sosta lungo la strada che immetteva nella piazzetta dalla quale sarei partito con la corriera. Ero riuscito a carpire le sue parole mentre mi stavo allontanando. La moglie aveva avvertito il consorte che sarebbe tornata di lì a poco. Avevo sentito i suoi passi in avvicinamento e un brivido di disgusto mi era corso lungo la schiena, la quale si era subito irrigidita a causa dell’atroce presentimento di dover sopportare ancora la sua scomoda presenza.
Non capivo cosa volesse ancora da me. I soldi per il servizio li aveva avuti e da me non avrebbe avuto alcunché d’altro. Le sue pretese si sarebbero dovute esaurire a seguito dell’ottenimento di una cospicua corresponsione di denaro per il servizio offertomi. La tariffa per il trasporto gliel’avevo pagata profumatamente e non le avrei sganciato nient’altro. Mi erano oscuri i motivi per cui continuasse a infastidirmi con la sua presenza.
La vidi seguirmi in direzione della corriera. Mi si mise quasi a fianco. Rimasi in silenzio, preoccupandomi di non fare nulla che potesse spingerla a intavolare un discorso. Per fortuna, rimaneva a distanza di sicurezza. Ciononostante, più cercava di avvicinarsi, più io mi spostavo per scantonare qualche metro più in là. Provavo autentica malcelata repulsione semplicemente a percepirla appresso alla mia persona.
Mentre mi dirigevo verso il vano portabagagli posto sulla fiancata della corriera, mi accorsi che mi si era scollata di dosso. Tirai un sospiro di sollievo. Notai però che aveva deviato per raggiungere il conducente del mezzo di trasporto diretto a Tokyo. Questi era in piedi accanto allo sportellone d’ingresso che immetteva all’interno del veicolo. Si stava facendo gli affari suoi, quasi trasognato, l’espressione straniata inequivocabilmente dipintagli in volto. Se non fosse stato tenuto a fornire informazioni basilari ai passeggeri sulla corsa imminente, difficilmente avrebbe consentito che qualcuno lo disturbasse, tanto appariva assorto nei suoi pensieri. Nonostante avesse l’aria di voler stare per conto suo, isolatosi in un mondo immaginario, per una forma di rispetto propria del suo ruolo si mise ad ascoltare con una certa noncuranza ciò che la donna aveva da dirgli.
Mentre sistemavo con cura i bagagli nel vano apposito, notai con la coda dell’occhio di essere finito mio malgrado al centro delle loro attenzioni. La titolare mi aveva indicato al conducente, il quale mi individuò seguendo la direzione descritta dal braccio teso rivolto al mio indirizzo. Assecondò la donna, forse controvoglia, ma fatto sta che mi ritrovai i suoi occhi puntati addosso. Entrambi mi stavano inquadrando nella loro visuale.
Feci finta di non accorgermi di essere divenuto oggetto del loro interesse. Mi stavano squadrando come se fossi un candidato ideale per un’ipotizzabile vivisezione. Avrebbe potuto urtarmi questa mancanza di discrezione. La voglia di impicciarsi dei fatti miei avrebbe potuto procurarmi una forte irritazione. Pareva non importare alla donna che mi sentissi osservato o forse non si era accorta che mi fossi reso conto di esser divenuto oggetto delle loro attenzioni. Decisi di mostrarmi indifferente per convenienza, benché non mi trovassi molto distante da loro e avessi potuto afferrare cosa la donna stesse comunicando al conducente di così importante. La voce querula della donna emergeva nitida dal borbottio del motore acceso e pronto alla partenza. Il tono si era elevato in modo così acuto al punto da consentirmi di capire l’argomento della loro conversazione.
Il conducente doveva aver compreso inequivocabilmente dalle mie fattezze che ero straniero. La titolare aveva allora voluto raccomandarsi che fossi trattato con particolare riguardo proprio per questo motivo. Mi sembrava superfluo che si preoccupasse di sottolineare questo aspetto al conducente. Questi avrebbe provveduto infatti a trattarmi come avrebbe trattato qualsiasi passeggero, né più né meno. Perché mai avrei dovuto esser tenuto in maggior considerazione rispetto agli altri passeggeri?
Era chiaro che così facendo la titolare voleva mostrarsi premurosa sino alla fine, ma sapevo quanto il suo sentimento nei miei confronti non racchiudesse alcunché di genuino. Forse nella tariffa di viaggio per il mio trasporto in stazione che le avevo elargita era compreso anche questo tipo di comportamento falsamente servizievole. Il suo atteggiamento untuoso aveva sorpassato ogni limite, era divenuto intollerabile e mi avrebbe potuto procurare qualche noia se il conducente avesse interpretato la sua raccomandazione come un’impudenza. Per fortuna che tra poco me la sarei levata dai piedi.
Ero abbastanza sicuro che le parole della donna non avessero sortito alcun effetto sul conducente. Era ovvio che l’avesse ascoltata solo per educazione. Mi sembrava infatti che l’avesse ascoltata con scarso interesse. Ciò non toglieva che avrei potuto sentirmi un po’ a disagio. Avrei potuto provare un po’ di imbarazzo non sapendo precisamente che idea si fosse fatta di me dopo quello che aveva sentito. Speravo non gliene fregasse nulla e potessi perciò ritenere le mie preoccupazioni solo delle paranoie infondate. Al di là di tutto, avrei continuato a proteggere il mio quieto vivere da qualsiasi affronto mi fosse mosso. Me ne sarei infischiato altamente di qualsiasi implicazione negativa potesse riguardarmi in prima persona.
Dopo aver finito di parlare con il conducente, la titolare della pensione venne da me per quello che si configurava come un commiato definitivo. Mi ribadì il piacere che aveva avuto a ospitarmi nella sua modesta pensione, mi comunicò che sarebbe stata felice di ospitarmi di nuovo, qualora avessi deciso di tornare a Kyoto, più altre cose simili sullo stesso tenore. Io invece non potevo affermare di aver avuto lo stesso piacere, ma del resto neppure lei in cuor suo, ero convinto, pensava le cose che mi aveva comunicate con finto trasporto.
Dopo essersi prodotta in un inchino di circostanza e avermi fatto i suoi ossequi, si girò e se ne andò. Con passo caracollante raggiunse la vettura accostata a lato della strada, montò a bordo e ripartì con il marito al volante che nel frattempo era rimasto nell’abitacolo ad attenderne il ritorno. Ormai non avrebbe avuto più a che fare con la mia vita. Non ci sarebbe stato più spazio per lei nella mia esistenza. Se non come personaggio di un racconto sulle mie disavventure.
Tuttavia, non avrei potuto fare a meno di tornare a riconoscere che senza il suo intervento provvidenziale sarei stato irrimediabilmente perduto. La sua disponibilità, sollecitata da una lauta ricompensa, era stata fondamentale per il mio destino. Se non mi avesse fatto il favore di accompagnarmi in stazione, le cose terribili, che avevo immaginate mi sarebbero potute accadere, anzi, si sarebbero avverate sicuramente. Mi immaginai nuovamente, ma ora in modo molto più rilassato dopo lo scampato pericolo, lo scenario che si sarebbe potuto svolgere. Pensai più che mai a quanto fondamentale fosse stato il suo intervento, nonostante avessi dovuto corrisponderle una cifra in denaro esagerata affinché mi facesse il favore di accompagnarmi in stazione.
Certo avevo dovuto pagarla per il passaggio che mi aveva dato e in un primo momento la cosa mi aveva leggermente irritato. Tuttavia, ora che avrei potuto rielaborare i dati dell’intera vicenda e giudicarli con spirito critico, non avrei potuto fare a meno di pensare che il denaro che avevo investito fosse da considerarsi come un’ammenda per gli errori che avevo commesso e per il mio scellerato e irresponsabile e improvvido comportamento.
Mi restava qualche minuto prima che la corriera partisse. Sembrava che tutti i passeggeri fossero arrivati. Taluni stavano riponendo le loro valigie nel portabagagli. Talaltri, occupati i loro posti, erano già a bordo del mezzo. Sentivo il sudore che mi si appiccicava ai vestiti. Me li scrollai per arieggiarmi. Mi detersi il viso con un fazzoletto. Presumevo fosse stata azionata l’aria condizionata all’interno del veicolo. Mi auguravo fosse stata attuata una simile accortezza. A ogni buon conto, mi sentivo assetato. Mi diressi verso un kombini per comprare qualcosa da bere.
Avrei fatto in tempo questa volta. D’altronde, immaginavo che il guidatore, memore delle raccomandazioni della titolare, non mi avrebbe lasciato a terra. Sarebbe stato il colmo se la corriera fosse partita mentre stavo facendo la spesa al kombini, dopo tutto quello che era successo finora. Pensai di informarlo della mia commissione, per cautelarmi da una tale evenienza, ma preferii non disturbarlo, non sapendo precisamente che idea si fosse fatta di me. Bastava che fossi consapevole che avrei avuto a disposizione alcuni minuti prima della partenza e non finissi per attardarmi.
Comprai un litro di tè e ne bevvi più della metà ad ampie sorsate, mentre ritornavo verso la corriera. Salii sul mezzo e quando fui al suo interno, cercai il mio posto a sedere. Lo trovai e lo occupai. Il tutto poteva dirsi concluso, le mie peripezie, le mie vicissitudini, questa anabasi (o calvario) era terminata con un lieto fine. Sentendomi al sicuro, riacquistai la tranquillità temporaneamente perduta e tanto agognata. Il mio cuore era tornato a battere a ritmo regolare e di per sé era già una grande conquista, data l’angoscia che avevo patita nelle ore precedenti.
La corriera partì con uno sbuffo, accompagnata dall’avvertimento superfluo del conducente, mentre pensavo con sempre più convinzione che lassù qualcuno doveva volermi davvero bene.
Il giorno seguente arrivai in mattinata a Tokyo, dopo aver trascorso in viaggio un’intera notte in corriera. Durante il viaggio di ritorno non accadde nulla di particolare. Pur non riuscendo a dormire, il viaggio riuscì nondimeno a infondermi quel poco di tranquillità della quale avevo proprio bisogno.
