Durante i giochi olimpici invernali in Italia, molti atleti avevano condiviso sui social diversi video in cui esprimevano entusiasmo per la cucina del nostro Paese. Tra tutte le specialità, il dolce che sembrava raccogliere un consenso pressoché unanime era il tiramisù. Lo si capiva facilmente dagli elogi ricorrenti che accompagnavano le immagini.
Di fronte a questo alto indice di gradimento, mi ero chiesto per quale motivo il tiramisù non mi fosse mai andato a genio fino in fondo. Sapevo quanto Treviso ne rivendicasse la paternità. Tuttavia, mi risultava difficile apprezzarlo solo perché veniva considerato motivo di orgoglio per la città.
Alcuni amici, tempo prima, mi avevano decantato un tiramisù servito in un noto ristorante in centro città. Non essendoci mai stato, non mi ero mai posto il problema di verificarne la fama. Pur fidandomi del loro giudizio, decisi di informarmi, per farmi un’idea complessiva della sua reputazione: consultai Internet alla ricerca di recensioni che potessero integrare le loro opinioni.
Mi capitò di leggere numerosi pareri più che positivi, quasi tutti concordi nell’apprezzamento per quel dolce tradizionale. Visitai persino il sito Internet del locale, dove veniva raccontata la storia del posto e illustrato sommariamente il metodo con cui il tiramisù era preparato sin dalle origini, custodito con riservatezza, ovviamente senza svelare i segreti che a detta di molti lo rendevano ineguagliabile.
Il generale apprezzamento che avevo riscontrato nei video postati dagli atleti mi spinse a prendere una decisione definitiva: nei giorni successivi avrei provato il locale rinomato per il suo tiramisù, o tiramesù, come lo chiamano in dialetto. Pur essendo il periodo dei giochi olimpici, mi auguravo di non trovare il ristorante troppo affollato.
Mi recai al locale in centro città. Arrivato a destinazione, osservai per qualche secondo l’insegna appesa al muro. Dopo un attimo di esitazione, entrai. Un cameriere mi notò. Dopo avermi soppesato, mi indicò un tavolo libero che andai a occupare. Il tavolino sembrava predisposto per clienti solitari. Sapevo già cosa ordinare.
Un minuto dopo, un altro cliente entrò nel locale. Richiamò l’attenzione di un cameriere, che subito gli si fece incontro, notando che parlava una lingua straniera. Per curiosità, lanciai un’occhiata discreta al nuovo arrivato. Il cappuccio del cappotto gli copriva il volto, ma quando mi passò accanto, lo identificai immediatamente. Strabuzzai gli occhi esterrefatto, preoccupandomi però di non darlo a vedere. Non mi aspettavo che un personaggio della sua notorietà si mostrasse da solo in un luogo del genere.
Ero nello stesso locale del campione statunitense di snowboard S.W. Rimasi paralizzato per qualche secondo, con il volto impassibile, mentre cercavo di non tradire la mia sorpresa. Probabilmente non avrebbe gradito essere riconosciuto. L’atteggiamento che aveva assunto era quello di chi cerca di passare inosservato.
Da quando era entrato nel locale, aveva adottato tutti gli accorgimenti necessari per evitare interazioni indesiderate. Probabilmente aveva richiesto un tavolo isolato, giacché ne occupò uno collocato in una posizione discreta. Anche se eravamo lontani, riuscivo a inquadrarlo nella mia visuale, senza ostacoli che la ostruissero.
Dopo essersi sistemato al suo posto ed essersi guardato attorno circospetto, si era tolto controvoglia il cappotto e si era ripiegato su sé stesso, il cappuccio della felpa calato fino agli occhi. Con i lacci legati sotto il mento aveva ridotto l’esposizione del volto a una minima porzione.
Il suo piano pareva funzionare, data l’assenza di commenti significativi e/o occhiate furtive rivolte al suo indirizzo. Avevo come l’impressione di averlo riconosciuto solo io. Arguivo che le persone attorno a me non sapessero chi fosse. Dato che parlava in inglese, agli occhi degli altri avventori poteva apparire come un turista che si fosse stabilito nei paraggi per seguire i giochi olimpici.
S.W. non era, invero, un personaggio particolarmente noto in Italia. Chi non seguisse lo snowboard difficilmente l’avrebbe identificato, soprattutto così paludato. Solo qualcuno appassionato quanto me di questo sport, l’avrebbe individuato facilmente. Proprio in quei giorni avevo scoperto per caso che stava commentando i giochi olimpici per un’emittente del suo Paese.
Immaginavo avesse approfittato di una pausa dal lavoro per spingersi fino a Treviso, magari su consiglio di qualche collega che gli aveva suggerito proprio questo locale. Non riuscivo a pensare a nessun’altra ragione per cui affrontare un viaggio così lungo, se non quella, più che legittima, di assaggiare la specialità della casa. Del resto, il tempo a sua disposizione difficilmente gli avrebbe consentito di visitare l’intera città.
Quando arrivarono i tiramisù, ordinati quasi in contemporanea, sorrisi all’idea che avesse percorso tanti chilometri solo per un dolce. Mi divertiva immaginare che avesse scelto questo locale proprio per la sua fama. Aveva allargato il suo raggio d’azione, allontanandosi dal contesto montuoso in cui si era rifugiato con l’emittente televisiva per la quale collaborava come commentatore tecnico. Di fatto, si era preso un momento di riposo per assaporare quella prelibatezza che lo aveva attirato lontano dalla sua routine.
S.W. affondava il cucchiaino nel tiramisù, con movimenti precisi e armonici, che ricordavano le evoluzioni sulla neve, come se la tavola scivolasse nella crema morbida anziché sulla superficie ghiacciata. La sua figura mi induceva a interpretare questi gesti come degli esercizi di stile, riprodotti con l’ausilio di uno strumento che, con la più fervida immaginazione, poteva sembrare a grandi linee uno snowboard in miniatura. Si trattava però di un semplice cucchiaino, che emergeva dallo scivolamento sulla superficie cremosa per raggiungere la bocca dove il contenuto raccolto veniva depositato. Ritenevo che la sua esibizione decontestualizzata fosse il riflesso di una deformazione professionale.
Provai a imitarne i movimenti, senza metterci troppa enfasi: non era elegante da parte mia scimmiottarlo. Il tiramisù si rivelò davvero eccellente, e mi resi conto di dovermi ricredere. Forse era giunto il momento di aggiornare i miei gusti. In quell’occasione specifica, l’esperienza offerta dal locale mi aveva pienamente gratificato. Mi soffermai a osservare il cucchiaino: la sua forma non richiamava alla mente quella di uno snowboard.
Presi a guardarmi attorno con finta noncuranza. Adocchiai le palettine per il caffè, rigorosamente incartate e sistemate in un contenitore sopra il bancone del bar: mi suggerirono un’idea bizzarra. Mi convinsi a darvi seguito, pur rimanendo un po’ incerto sulla sua attuazione. Per quanto considerassi simpatica la trovata, temevo che la reazione che ne sarebbe derivata potesse non esserlo altrettanto.
Terminai per primo la coppetta di tiramisù. S.W. si era preso il suo tempo per consumare la sua porzione: essendo un’esperienza che avrebbe avuto difficoltà a replicare in patria, era giusto che ne godesse con assoluta calma.
Mi alzai e mi diressi al banco per pagare la mia consumazione. Afferrai poi una palettina per il caffè, lì a portata di mano: per la sua forma ricordava vagamente una tavola in miniatura, più larga e spessa però rispetto alle normali palettine. Speravo che l’associazione, per quanto debole, potesse essere colta dal campione di snowboard.
Prima di uscire, allungai il tragitto e mi avvicinai titubante al suo tavolo, cercando di convincermi che la mia idea bislacca fosse davvero così divertente come mi era sembrata. Speravo che non mi sarei vergognato se eventualmente avessi innescato una reazione indesiderata. Mostrandomi risoluto e imperturbabile, mi predisposi a usare il miglior inglese con cui potessi esprimermi. Con l’augurio che la voce non tradisse tentennamenti, mi rivolsi a lui in questi termini:
“Sorry to bother you… I recommend you use this tool instead of a spoon!”, enunciai, porgendogli la palettina.
Avevo fatto un tentativo per attirare la sua attenzione, pur sapendo che avrebbe preferito rimanere anonimo, estraniandosi dagli altri avventori del locale. Non voleva però mostrarsi sgarbato facendo finta di non avermi sentito. Dopo alcuni secondi in cui fece come se mi avesse ignorato, sollevò lentamente il capo verso di me. Fissò la palettina con sguardo interrogativo, finché non me la prese di mano. Gli feci l’occhiolino, sollevato per non essere stato bruscamente respinto.
S.W. scartò l’involucro. Estrasse la palettina e la osservò con aria divertita. La fece roteare disinvoltamente tra le dita. Le labbra si incresparono in una risatina trattenuta. Sfilò una penna dalla tasca e appose meticolosamente la sua firma svolazzante sulla palettina. Me la restituì, ricambiando l’occhiolino che gli avevo lanciato pochi istanti prima, così da suggellare la nostra breve interazione.
Me ne andai soddisfatto di aver ricevuto l’autografo del campione di snowboard; pago altresì di aver consumato un ottimo tiramisù, che meritava davvero gli elogi che la gente abitualmente gli tributava.
