Frequentare un panificio si traduce in un’esperienza olfattiva e tattile capace di deliziare i sensi. Anche recarvisi soltanto per il piacere di riempirsi le narici di aromi inebrianti sarebbe di per sé sufficiente a stimolare il buon umore.
Ricordo con affetto il panificio del mio quartiere. Nel retrobottega c’era il laboratorio dove si svolgeva l’attività produttiva. Sin dalle prime ore del mattino, l’odore del pane appena sfornato pervadeva l’ambiente dell’esercizio antistante. Il prodotto finale si presentava in diverse forme, diviso in categorie. Appositi scomparti, allineati a ridosso della parete, venivano ripetutamente riempiti dai panificatori. Il commesso di turno, con il suo sorriso accogliente, serviva i clienti in fila, raccogliendo il pane con la pinza.
Nei fine settimana, i miei genitori mi incaricavano spesso di andare in panificio. Pur avendo con me un fogliettino con le indicazioni su cosa acquistare, per lo più rosette o tartarughe in quantità prestabilita, cadevo sempre in tentazione: il mio sguardo si concentrava su qualche prodotto allettante, quasi sempre dolce. Sapevo però che non mi era permesso prendermi delle libertà, se non in rare occasioni in cui riuscivo a convincere i miei genitori a lasciarmi comprare un cornetto o una focaccina con i soldi rimanenti.
Ho dovuto attendere anni prima di concedermi qualche capriccio. Da adulto, sono libero di fare scelte alimentari senza troppe restrizioni. Ultimamente, però, le mie visite si sono diradate. Gli impegni lavorativi che non mi permettono più di recarmi in panificio nelle prime ore del mattino.
Dato il poco tempo a mia disposizione in diverse fasce orarie del giorno, ho deciso di acquistare una macchina per fare il pane. Non è più necessario rispettare questo appuntamento, eccetto rare occasioni in cui ne approfitto mentre faccio la spesa di altri generi alimentari. Il pane che preparo a casa può essere fatto una volta a settimana e si conserva più lungo rispetto a quello del panificio.
La frequentazione del mio panificio di fiducia si è fatta sempre più rara. È rimasto quello di una volta, lo stesso che si affaccia sulla strada principale del quartiere. Pur essendosi rinnovato nel tempo, ha mantenuto la gestione familiare, con i figli che hanno ereditato la passione per questo mestiere. Le poche volte che vi metto piede riaffiorano vividi i ricordi dei tempi andati: si intrecciano con l’atmosfera gioviale che riempiva i giorni in cui ci riunivamo tutti insieme attorno al desco familiare.
Un giorno, decidendo di fermarmi, notai sul bancone focaccine simili a quelle che bramavo da bambino. Ne comprai una. Appena fuori dal negozio, l’addentai. Assaporandola, ritrovai all’improvviso un gusto che credevo perduto. La nostalgia quasi mi travolse, facendomi vacillare mentre camminavo a passo spedito verso la mia automobile.
Da bambino, preferivo di gran lunga mangiare la mollica del pane, lasciando la crosta a mio padre, poiché sapevo quanto la apprezzasse. Crescendo, ho rivalutato la mia selettività: mi piace far scrocchiare la crosta quando spezzo il pane e lo condivido con persone con cui desidero rafforzare legami già consolidati.
Ora mi reco in panificio solo in caso di necessità o durante le festività, quando organizzo importanti ritrovi conviviali. In tali occasioni, so bene cosa convenga offrire ai miei ospiti. Il pane acquistato in panificio è preparato da artigiani esperti con ingredienti di alta qualità; non si può negare che sia generalmente migliore di quello che produco in casa.
Condivido il mio pane casalingo con persone con cui sono in confidenza. So come possano apprezzare la mia proposta. Se invece dovessi accogliere ospiti di cui non conosco i gusti, propenderei per un prodotto proveniente da un panificio affidabile.
Nel mio caso, non sono molto esigente: mi accontento del pane che preparo. Ogni settimana mi impegno a sfornare un prodotto che soddisfi le mie aspettative. Riuscirei persino a mostrarmi indulgente, nel caso in cui l’esito non sia dei migliori. Mi sto impratichendo sempre di più nell’uso degli strumenti del mestiere. Anche gli ingredienti che seleziono accuratamente sono di ottima qualità.
Utilizzo diverse farine: integrali, biologiche, di segale, di farro. Ne scelgo alcune e le miscelo tra loro. Sperimento con criterio, senza esagerare. Di solito, mi affido a combinazioni già collaudate. Alle farine aggiungo dell’acqua, un pizzico di sale e, alla fine, il lievito madre. Calibro il dosaggio per raggiungere il giusto equilibrio. Uso la bilancia per calcolare il peso complessivo.
La combinazione d’ingredienti viene poi alloggiata nel cestello, dove l’impasto viene amalgamato per alcune ore grazie a una pala girevole agganciata alla base sottostante. Chiuso il coperchio, il calore rimane uniforme all’interno. È fondamentale che i vari ingredienti siano bilanciati per una riuscita ottimale al termine del processo: una pagnotta soffice e fragrante che mantenga le sue proprietà organolettiche per diversi giorni.
Ormai svolgo quest’operazione con successo da alcuni anni. Il macchinario non mi ha mai dato problemi. Sono stupito dall’efficienza e dalla durevolezza di quest’apparecchio. Apprezzo la sua longevità: finora ho dovuto solo sostituire una pala che si era deteriorata.
Non posso lamentarmi dei risultati. Ripetendo le stesse operazioni, sento di migliorare continuamente. Le mie papille gustative sono ormai in sintonia con il prodotto casalingo, benché senta la mancanza del prodotto artigianale fatto da panificatori professionisti. Ho imparato a rinunciare al piacere di gustarlo fresco, consapevole però di poterlo riassaporare in occasione di qualche festività.
La saltuarietà con cui frequento il mio panificio di fiducia mi permette di apprezzare ancor di più quest’esperienza sensoriale. Mi riporta ai tempi in cui, da bambino, mi incaricavano di andare a comprare il pane. Forse ho scelto di farmelo in casa per non lasciar prevalere quella malinconia che, a volte, sa ancora sorprendermi.
